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venerdì 26 dicembre 2025

Recensione Narrativa: LE LACRIME DEL DRAGO di Dean R. Koontz.

Autore: Dean R. Koontz. 
Titolo originale: Dragon Tears.
Anno: 1993. 
Genere: Horror. 
Editore: Sperling & Kupfer (1994). 
Pagine: 316. 
Prezzo: Fuori catalogo.
 
Commento a cura di Matteo Mancini.  

Sesto romanzo di Dean R. Koontz da me letto, probabilmente quello che, al momento, preferisco, pur non essendo esente da difetti. Pubblicato nel 1993, raccoglie l'eredità di numerosi romanzi precedenti dell'autore. Koontz, molto più di Stephen King, fatica a staccarsi dai temi e dalle sottotracce che ne caratterizzano la produzione, preferendo agire in una comfort zone fatta da un connubio di hard boiled e di un fantastico incentrato sulla parapsicologia. Come suo solito Koontz propone false piste poliziesche che vedono i protagonisti alla caccia di un terrorista cultore di Elvis Presley che poi si scoprirà del tutto estraneo alla vicenda principale del romanzo. La sensazione, peraltro amplificata da un continuo sfogo dell'autore verso la decadenza della società degli anni novanta (“questi sono gli anni Novanta: il festino di fine millennio, il nuovo Medioevo, dove tutto può succedere e di solito succede, dove l'impensabile non solo è pensato ma anche accettato, dove a ogni miracolo della scienza corrisponde un atto di barbarie umana davanti al quale nessuno batte ciglio. A ogni brillante realizzazione tecnologica si contrappongono mille atrocità fatte di odio e stupidità. Per ogni scienziato che cerca una cura contro il cancro ci sono cinquemila delinquenti pronti a ridurre in pappa il cranio di una vecchia solo per gli spiccioli che tiene in borsa”), è quella di un tentativo di ampliare le pagine per diluire un soggetto forse più indicato per una novella. Tale aspetto viene altresì confermato da inserimenti che talvolta spezzano il ritmo, come la prospettiva di un cane che ricorda il suo passato quando ormai la vicenda ha raggiunto il momento apicale e dunque viene temporaneamente sospesa da capitoli superflui.

Domina la tematica kinghiana dei poteri parapsicologici alla Carrie (1974) o alla Firestarter (1980), già affrontata da Koontz in romanzi quali The Door of December (“Incubi”, 1985) o The Bad Place (“Il Posto del Buio”, 1991); qua, tuttavia, lo scrittore si scatena regalando momenti memorabili (anche per grandguignol), specie nella seconda parte dove la componente fantastica irrompe in modo definitivo. Bellissimo il momento in cui il villain - un ventenne dotato di poteri mentali che assommano la telecinesi, la pirocinesi, la capacità di compiere voli astrali, teletrasportare con la mente oggetti e persino di modellare e animare creature fatte di fango o di topi - blocca il decorrere del tempo e costringe i protagonisti a muoversi in un mondo paralizzato dove gli altri sembrano tanti manichini, un po' come faranno i cosiddetti “accordatori” nella pellicola Dark City (1998) di Alex Proyas. Convincente inoltre il finale, solitamente tallone di Achille dell'autore, con omaggi sia alla casa degli orrori del luna park che a I Tre dell'Operazione Drago (1973), in virtù di una villa piena di specchi che amplificano lo smarrimento dei personaggi. Questo il buono di Dragon Tears che, per il resto, ripropone per l'ennesima volta personaggi dall'infanzia tribolata come in Whispers (“Sussurri”, 1980) col background formativo di un villain a suo tempo figlio non voluto di una ragazza madre, a cui si aggiunge la tematica del bimbo demoniaco che ambisce al ruolo di anticristo preparandosi all'apocalisse (come in Funhouse, “Il Tunnel dell'Orrore”, 1980), per non parlare della dote di teletrasportare con la mente oggetti o materializzarsi all'interno di banche per rubare soldi (come già visto in The Bad Place, “Il Posto del Buio”, 1991). Tipica è altresì la struttura della storia, un vero e proprio thriller a matrice poliziesca connaturato dalla presenza di un serial killer, collezionista di occhi, dotato di poteri soprannaturali riconducibili, un po' come in Firestarter di Stephen King, a una serie di esperimenti a base di droghe e allucinogeni somministrati alla madre durante la gravidanza (“Quel piccolo mostro era Jeffrey Dahmer incrociato con Superman, John Wayne Gacy con gli incantesimi e le magie di uno stregone... tutti gli psicopatici omicidi della leggenda racchiusi in uno, dotato di capacità paranormali al di là di ogni misura).

Questo il succo di un soggetto che si sviluppa in appena dodici ore, con una struttura inizialmente corale, proponendo più soggetti “stalkerizzati” dal villain, che, a poco a poco, lascerà spazio all'indagine a alle vicissitudini di una coppia di poliziotti aggrediti, a cadenze temporali costanti, da un serial killer che si scoprirà agire per il tramite di golem da lui spiritualmente posseduti e plasmati dal fango o composti da sciami di ratti.

Koontz offre molti momenti a effetto, come la morte di un ex poliziotto aggredito da un groviglio di serpi (scena che ricorda certi momenti del B-Movie Snakes on a Plane, 2006), oppure la scena in cui il villain strappa un braccio a una ragazza durante un rave party dove i partecipanti sono ridotti al rango di veri e propri manichini, oppure una delle sequenze iniziali che vedono i due poliziotti duellare con un terrorista bombarolo che comunica gridando i titoli delle canzoni di Elvis Presley.

Dunque un romanzo horror dall'intelaiatura poliziesca che non lesina elucubrazioni sulla decadenza della società americana degli anni novanta e che cerca altresì di proporre domande sul mistero e sul senso della vita, arrivando a dire che “il senso della vita lo si può trovare in una scodella di zuppa. La zuppa comincia sempre con un qualche genere di brodo e questo è come il liquido fluire dei giorni che costituisce le nostre vite. Talvolta nel brodo c'è della pasta, talvolta verdure, pezzetti di bianco d'uovo, frammenti di pollo o di gamberetti, funghi, magari riso... Prima che la zuppa sia mangiata ha un suo valore e un suo scopo. Dopo è senza valore per tutti, tranne che per colui che l'ha consumata. E nel realizzare la sua finalità, cessa di esistere. Ciò che rimane sarà solo la scodella vuota. Il che può simboleggiare o desiderio e aspirazione, o la sgradevole aspettativa di altre zuppe a venire.” Indubbiamente, penso di poter dire, Dragon Tears è da annoverare tra i romanzi migliori di Koontz.

 L'autore Dean R. Koontz.

Oggigiorno, se la tua vita va a puttane, se non mantieni i tuoi impegni con la famiglia e gli amici, non è mai colpa tua. Sei un ubriacone? Bè, forse è una predisposizione genetica. Sei un maniaco dell'adulterio, hai un centinaio di partner diverse all'anno? Bé, forse da bambino non ti sentivi amato, forse i tuoi genitori non ti hanno dato le coccole di cui avevi bisogno... Hai appena fatto saltare la testa di un bottegaio o hai ammazzato di botte una vecchietta per venti dollari? Bé, tu non sei cattivo, no, non è colpa tua! La colpa è dei tuo genitori, dei tuoi insegnanti, la colpa è della società, di tutta la cultura occidentale, ma tua no, tua mai, che rozzezza suggerire una cosa del genere, che insensibilità, che irrecuperabile arretratezza mentale... Puttanate, dalla prima all'ultima.”

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