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domenica 19 maggio 2024

Recensione Narrativa: THE MAKER OF MOONS di Robert W. Chambers.

Autore: Robert William Chambers.
Titolo Originale: The Maker of Moons.
Anno: 1896.
Genere:  Horror / Romance.
Editore: Parzialmente tradotto nell'antologia Il Re in Giallo edita dalla Hypnos (2010).
Pagine: ?.
Prezzo: 24.90 euro (prezzo dell'antologia Il Re in Giallo edita dalla Hypnos.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

La recensione di The King Yellow ha suscitato particolare clamore nei lettori del blog, soprattutto in ordine alla natura delle storie scritte da Robert W. Chambers e alla sua attitudine al macabro. È stato detto da diversi lettori che le storie macabre del ciclo “The King in Yellow” sono estemporanee e, dunque, fuori contesto rispetto alla produzione dell'autore “ben” rappresentata invece dai racconti che abbiamo definito il ciclo del “Quartiere Latino di Parigi”. Questa conclusione, alimentata e incoraggiata dalla copiosa narrativa dell'autore indubbiamente sbilanciata verso romance e romanzi storici (“l'amore rappresenta un argomento d'interesse per dieci persone su dieci” scrive Chambers nel racconto Un Argomento di Interesse), è frutto dell'errato approccio editoriale italiano verso lo scrittore. Anziché predisporre delle selezioni di racconti orientate al weird, tra narrativa del terrore e racconto d'avventura fantastica, si è scelto (col risultato di deludere i lettori) di riproporre una serie di edizioni de Il Re in Giallo (ne conto almeno sei) senza cercare di far luce sulla componente macabra di questo autore e senza tagliare le storie rosa. Solo la Hypnos ha tentato di fare luce nella narrativa dark di Chambers, impreziosendo la loro edizione de Il Re in Giallo con due racconti eccezionali, che qui in calce andremo a recensire, e con la proposizione integrale e del tutto inedita dell'antologia The Mystery of Choice (qua la mia recensione https://giurista81.blogspot.com/2017/10/autore-robert-w.html) a cui avrebbe dovuto dar seguito con la traduzione di tutti i racconti fantastici dell'autore. Proposito questo non rispettato e che immaginiamo, a distanza di tredici anni dall'ultima uscita, naufragato.

Si è letto che se Lovecraft non avesse menzionato Yellow Sign e Robert W. Chambers nel suo Supernatural Horror in Literature dell'autore, oggi, non si saprebbe niente. Ebbene, prima di parlare, sarebbe sempre bene considerare il parzialissimo punto di vista di noi lettori italiani (parlo di chi, come il sottoscritto, si limita a leggere in italiano). Robert W. Chambers, pur se “limitato” da un romanticismo che lo portava a inserire storie d'amore anche nelle avventure più fosche, deve essere considerato a tutti gli effetti un pioniere del weird, in grado di ispirare non solo Howard P. Lovecraft ma una pletora di scrittori.

Potremmo analizzare Chambers in un diretto parallelo con Abraham “Bram” Stoker, a cui è legato da un'evidente corrispondenza di tematiche e approcci narrativi. I due autori, infatti, hanno molte analogie, che vanno dal particolare interesse per la “donna” (tanto che Stoker dette avvio alla cosiddetta new woman, mentre Chambers si soffermerà sull'emancipazione della donna nella società americana), per i racconti fanta-storici (si veda The Lady in the Shroud di Stoker), ma anche per quella che oggi chiameremmo la criptozoologia e il gusto per gli animali esotici (si vedano The Snake's Pass e The Lair of White Worm sempre di Stoker). Una vera e propria passione quest'ultima, alimentata nel caso di Chambers dall'hobby del collezionismo delle farfalle e dalla predilezione per caccia, pesca e per gli scenari naturali, che hanno portato l'autore ad anticipare Arthur Conan Doyle e il ciclo Challenger, oltre che ispirare i miti fantasy di Abraham Merritt, proporre in anticipo su Matthew Phipps Shiel, Sax Rohmer e Robert E. Howard il sottogenere del “pericolo giallo” (la minaccia politica proveniente dalla Cina), plasmare un investigatore dell'occulto (Westrel Keen) esperto nel linguaggio corporeo, conoscitore di codici cifrati e studioso dell'occultismo prima ancora che Algernon Blackwood e William Hope Hodgson ideassero i loro celebri personaggi del John Silence e del Thomas Carnacki, per non parlare della celebre idea del libro maledetto (Il Re in Giallo) che induce alla pazzia chi lo legge. Chambers è stato inoltre uno scrittore in grado di prevedere gli sviluppi socio-politici che sarebbero di lì a poco verificati nella realtà, quali l'ascesa della Russia (quale competitor degli Stati Uniti nella lotta per il controllo del mondo), la belligeranza della Germania e l'esclusione degli ebrei da uno stato accentratore di matrice totalitaria. Insomma, ce ne è abbastanza per parlare di una vera icona del weird inspiegabilmente, soprattutto se si considera che i racconti sono liberi da diritti d'autore, non ancora approfondita e presentata a dovere nella nostra penisola.

Tralasciando i racconti già proposti dalla Hypnos nell'antologia Il Mistero della Scelta, che ripropone integralmente il contenuto dell'antologia The Mystery of Choice (1897), e i due racconti inseriti nel Re in Giallo pescati dall'antologia The Maker of Moons, esistono numerosi ulteriori racconti fantastici che sarebbe opportuno proporre al pubblico italiano, utili a rendere giustizia a uno scrittore che continua a essere sottovalutato. Se è pur vero che Chambers abbia scritto molto romance e molti romanzi storici, ciò non è stato derogato, relativamente al weird, dal solo Il Re Giallo. Il fantastico e la predilezione per il macabro, infatti, hanno accompagnato l'intera carriera dell'autore, almeno fino al 1920. Non si tratta dunque di parentesi estemporanee, ma di sortite piuttosto regolari che ricordano, per fare un parallelismo cinematografico, l'atteggiamento verso l'horror del regista Pupi Avati. Sono state almeno sette le antologie interessate da argomenti dark, oltre un romanzo. Tre di queste sono state date alle stampe nei primi quattro anni di attività. Menzioniamo intatti The King in Yellow (1895), The Maker of Moons (1896), The Mystery of Choice (1897), In Search of Unknown (1904), The Tracer of Lost Persons (1906), The Tree of Heaven (1907) e Police!!! (1915).

Tra i racconti che vengono segnalati, da critici e recensori anglofoni, sarebbero da recuperare numerosi testi da In Search of Unknown (1904), che, per certi versi e in versione criptozoologica, anticipano quasi di cento anni la serie televisiva X-Files con protagonista un ornitologo del New York Zoological Society che trova uccelli e animali insoliti in tutto il mondo. Anche in queste storie, Chambers mischia sempre all'avventura e alle venature macabre la componente sentimental-amorosa. All'interno spicca The Harbor Master, in cui va in scena una caccia a un ibrido – metà uomo e metà anfibio – denominato “Il Capitano del Porto”. Si tratta di un racconto molto importante, tra i più caratteristici e famosi dell'autore, non troppo distante dalle ibridazioni lovecraftiane che faranno la loro comparsa in The Shadow Over Innsmouth (1931). Da segnalare anche il racconto In Search of Great Auk, incentrato sulla ricerca di una specie di volatile estinto.

In The Tracer of Lost Persons sono contenuti i racconti del detective soprannaturale di Chambers (Mr Keen), un individuo specializzato nel ritrovare persone scomparse. Lo stile è quello classico dell'autore, che tende a raccogliere elaborati di genere diverso, dal romance al dark, condendo il tutto con cospicue dosi di ironia e un background in cui non manca mai il sentimentalismo amoroso. L'antologia ha dato vita a una longeva serie radiofonica, andata in onda dal 1937 al 1955, per un totale di 1690 trasmissioni, facendo di Keen il detective più resiliente a fronte di una concorrenza agguerrita che comprendeva, tra gli altri, Nick Carter e Sherlock Holmes.

All'interno di The Tree of Heaven (1907) sono rintracciabili The Carpet of Belshazzar, Out of the Depths, The Case of Mr Helmer, The Swastika (tradotto anche in italiano nel 2003 e inserito nell'antologia Alia. L'Arcipelago del Fantastico) e The Sign of Venus, dove si parla di viaggi astrali.

Molto interessante è poi la raccolta Police!!! (1915) incentrata sulle mirabolanti avventure alla ricerca di specie perdute, quali uomini anfibi (The Third Eye), donne delle caverne, mammut (In Search of Mammoth), vermi giganteschi che scavano sotto i campi dello stato di New York (Un Peu d'Amour) e pesciolini dalle dimensioni di un bus (The Ladies of the Lake).

Altri racconti weird segnalati dagli appassionati sono Grey Magic, Samaris, The Bridal Pair, The Death of Yarghouz Khan e The Death Trail. Insomma ce n'è per imbastire almeno due antologie, oltre le due già disponibili sul mercato nostrano, a cui deve aggiungersi The Slayer of Souls (1920), il romanzo sulla stregoneria in cui si immagina l'ascesa di una setta satanica in grado di corrompere le menti dei partiti di sinistra e dei sindacalisti per sovvertire l'ordine costituito. Un romanzo in cui si recepisce la paura dovuta alla rivoluzione russa da poco compiuta e che non è stato molto apprezzato da Joshi (lo reputa ingenuo).

Vendiamo ora a recensire tre racconti “extra” che sono stati tradotti in italiano, compresi i due proposti da Andrea Vaccaro nel volume Il Re in Giallo, edito nel 2010 dalle Edizioni Hypnos. Partiamo da The Maker of Moons, tradotto dalla Hypnos col titolo “Il Fabbricante di Lune”, un ottimo weird fantasy, legato sia alla mitologia cinese sia al sottogenere del cosiddetto “pericolo giallo” che prenderà piede tre anni dopo con Matthew Phipps Shiel e The Yellow Danger (1899). Chambers, come poi farà nell'antologia The Mystery of Choice e nel prosieguo carriera, da largo sfogo al proprio gusto per la natura e per le creature criptozoologiche (un po' stile le aramostre di Stephen King presenti nella saga della Torre Nera). Per certi versi, e in alcuni passaggi, anticipa anche Algernon Blackwood (ampie descrizioni ambientali, alberi che stormiscono mossi dal vento, animali che si muovono furtivi tra i rovi), dimostrando a pieno titolo di essere un vero e proprio maestro del weird. Nella fattispecie, l'autore newyorkese parte dall'intelaiatura di The Demoiselle d'Ys, quinto racconto di The King in Yellow, da cui arrivano l'idea del viandante che si perde nel bosco, i riferimenti alla caccia (a beccacce e galli cedroni), l'immancabile innamoramento della damigella che misteriosamente vaga tra la vegetazione e il continuo muoversi tra realtà e sogno. Da questa base di partenza si sviluppa un'avventura assai più complessa e variegata, ambientata nei boschi del Quebec. Un manipolo di uomini, agli ordini dei Servizi Segreti governativi americani, si muove alla caccia di un'associazione cinese: i temibili Kuen-Yuin, “la setta più diabolica e letale che esista... detengono il controllo assoluto di cento milioni di persone”. L'obiettivo è porre fine al traffico di oro artificiale prodotto dalla banda, quale unione di tre costituenti. Chambers concepisce un'ottima idea su cui si innesca una storia visionaria, dai tratti cosmici, che fungerà – probabilmente – da spunto al celebre The Inhabitant of the Lake (1964) di Ramsey Campbell. Un lago, chiamato il “lago delle stelle”, ospita una creatura (lo Xin, un genio della Cina pervertito dall'arte magica e destrutturato in migliaia di appendici che ne fanno parte senza essere unite al corpo centrale) che Chambers è ben attento a non definire, composta da estensioni libere di muoversi autonomamente nel bosco. Creature aliene, a metà strada tra il granchio e il rettile, prive di bocca e di occhi, che emanano un tanfo pestilenziale. Un essere che terrorizza gli altri animali, al punto da indurli alla fuga quando, per qualche ragione, decide di muoversi dai fondali per scivolare in superficie. “Quando lo Xin sta per uccidere un uomo, i segugi Yeth galoppano nella notte... Sono cani senza testa. Sono gli spiriti dei bambini assassinati che attraversano i boschi la notte, ululando ”

Dietro a tutto si muove uno stregone dai lineamenti cinesi (Yue-Laou, il capo del Kuen-Yuin, un essere che un tempo viveva sulla Luna); una sorta di profeta di un culto alieno, attivo ben prima dell'ideazione del Fu Manchu di Rohmer (sarà ideato nel 1913), che ha le capacità di generare dalle mani globi luminosi, di legare sentimentalmente persone di sesso opposto e di fondere tra loro materiali diversi così da generare l'oro. Il governo degli Stati Uniti non ci sta. Non vuole che una simile capacità finisca nelle mani degli scienziati, perché questo potrebbe stravolgere il mercato dell'oro e causare danni a chi ne detiene i diritti. Capolavoro assoluto, ben centellinato e intriso di sense of wonder, soprattutto per i rimandi all'immaginaria città di Yian: “è la capitale del Kuen-Yuin con un grande fiume che serpeggia sotto mille ponti, dove i giardini hanno un profumo dolce e l'aria è satura della musica di campanelli d'argento... si trova al di là di sette oceani e del grande fiume, che è più lungo della distanza tra la Terra e la luna.”

Purtroppo ignorato dai lettori italiani, a parte coloro che hanno nella propria biblioteca la versione de “Il Re in Giallo” delle Edizioni Hypnos, Joshi l'ha definito “uno straordinario racconto sul misterioso Oriente”.

Inserito nell'antologia The Maker of Moons figura anche il racconto A Pleasant Evening (“Una Piacevole Serata”), che vede per protagonista un illustratore incaricato dal direttore di una testata giornalistica di realizzare una serie di disegni, dapprima presso uno zoo e poi presso l'obitorio.

Chambers, come suo cliché, muove un personaggio che esercita un lavoro da lui stesso praticato, spostando la narrazione nelle vie urbane di New York. L'intelaiatura è quella di un giallo costruito su diversi elementi che tendono a intrecciarsi tra loro, portando il tutto dalle parti della ghost story. Al centro del narrato abbiamo un ufficiale dell'esercito francese, condannato in patria alla pena capitale per spionaggio, che vive mendicando per le vie newyorkesi, a cui sono state indirizzate due lettere scritte da una donna verosimilmente colata a picco nell'oceano mentre si recava in Francia per portare le prove dell'ingiusta condanna.

Chambers si diverte a destrutturare la vicenda e rimodularla per vie alternative che portano sempre al medesimo risultato. Allucinazione e realtà si mischiano tra loro, invalidandosi a vicenda fino a minare i nervi del protagonista. Quanto temuto viene a perdere di consistenza salvo riproporsi in egual misura poco dopo. Alla fine si ottiene un effetto estraniante che fa della storia un buon racconto di fantasmi. Joshi lo ha definito “un'incisiva storia di fantasmi”. Notevole, per abilità descrittive, la scena in cui viene esploso un colpo di pistola, così come è estremamente efficace l'epilogo. Tra i temi sottotraccia, si percepisce una riflessione religiosa circa le ingiustizie che Dio è disposto a sopportare, mentre tutti gli uomini si muovono in cerca della ricchezza disinteressandosi del benessere altrui.

Recuperato nell'antologia collettiva Occulto!, pubblicata dalla Newton & Compton, è The Seal of Salomon (“Il Sigillo di Salomone”), un racconto datato 1906, molto diverso dalle storie tradizionali di Chambers e facente parte del mini ciclo del The Tracer of Lost Persons. Nonostante la novità iniziale, ancora una volta, tutto ruota su una storia d'amore contraddistinta dall'immancabile colpo di fulmine. Chambers segue una via insolita, che rientra nel solco del nascente sottogenere degli investigatori dell'occulto. Westrel Keen è il protagonista, un detective privato titolare di una società, la Keen & Co., specializzata nel ritrovare persone scomparse. Studioso di occulto e dei metodi deduttivi, ma soprattutto abile conoscitore del linguaggio corporeo (“ho ricondotto i fenomeni muscolari superficiali e gli aspetti sintomatici facciali a una scienza esatta fondata su una tabella che si avvicina al sistema di registrazione di Bertillon”) e delle intonazioni vocali, Keen si avvale di una rete di collaboratori esterni che gli consentono, nel giro di poco, di venire a capo delle informazioni necessarie per capire le persone che ha di fronte e indirizzare le relative indagini commissionate. Chambers guarda a The Repairer of Reputations, salvo sposare la via della commedia. Lo stile è molto più moderno degli esordi, arrivando a ricomprendere nel testo disegni e schemi cifrati un po' come farà Dan Brown nei suoi celebri romanzi di inizio secolo. I dialoghi sono esilaranti e accattivanti, privati della pomposità romantica o del delirio psicotico. L'ambientazione urbana (siamo a New York) con taxi e grattacieli è assai lontana dagli scenari silvani tanto cari all'autore e conferisce al tutto un'atmosfera quotidiana. Si parla della possibilità di compiere viaggi astrali, di codici criptati (che celano dichiarazioni d'amore), apparizioni dell'io subcosciente e della misteriosa radiazione riconnessa ai supposti “Raggi N”. Pur se penalizzato da qualche inverosimiglianza, si rivela un gradevole divertissement al punto da esser stato selezionato da Isaac Asimov per l'antologia The Tales of the Occult (1989) poi proposta in Italia con i titoli Avventure nell'Occulto (Mondadori) e Occulto! (Newton & Compton).

Questi i pochi racconti presenti sul mercato italiano. Non ci resta che rivolgerci alle tante piccole case editrici indipendenti: TRADUCETE I RACCONTI WEIRD DI CHAMBERS, non farlo sarebbe un delitto. 

 

Copertina di una raccolta della Hippocampus Press
che raduna 
il meglio delle storie weird dell'autore.

sabato 11 maggio 2024

Recensione Narrativa: IL RE GIALLO di Robert W. Chambers.

Autore: Robert William Chambers.
Titolo Originale: The King in Yellow.
Anno: 1895.
Genere:  Horror / Romance.
Editore: Antonio Vallardi Editore (2014).
Pagine: 252.
Prezzo: 12.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Reputata un classico della narrativa weird delle origini, l'antologia The King in Yellow (1895) di Robert W. Chambers, distribuita in Italia a partire dal 1975 (Fanucci Editore) a seconda delle edizioni come Il Re in Giallo o Il Re Giallo, deve la sua fortuna soprattutto a un racconto: The Yellow Sign. Si tratta di una storia del terrore di circa venti pagine che è stata elogiata da Howard P. Lovecraft nel suo saggio Supernatural Horror in Literature (1927). Una menzione che ne ha fatto un mito, alimentato dall'idea geniale di concepire uno pseudodramma teatrale in due atti, censurato e sequestrato in mezzo mondo, capace di portare alla pazzia o comunque di generare sventura in chi lo legge, a partire dal suo autore che si sarebbe sparato un colpo di pistola. Opera sublime, apparentemente non offensiva o contenente descrizioni compromettenti, in grado tuttavia di penetrare nell'animo e di smuovere un qualcosa di cosmico riconnesso a un altrove che Chambers è bene attento a mantenere celato. Lo scrittore newyorkese, a differenza di quanto farà Lovecraft col Necronomicon, sceglie la via dell'allusione, fornisce qualche dettaglio ma non completa il quadro. Sarà dunque onere del lettore far correre la propria fantasia e completare le caselle lasciate in sospeso.

"Prego che Dio maledica l'autore, così come quest'ultimo ha gettato la sua maledizione sul mondo con tale magnifica, stupenda creazione, terribile nella sua semplicità, irresistibile nella sua verità, un mondo che ora trema davanti al Re Giallo” così si parla del testo nel primo racconto della raccolta, The Repairer of Reputations. Chambers, nelle prime quattro delle dieci storie, utilizza il dramma quale collante,  salvo poi proseguire seguendo altre vie e allontanandosi sempre più dal fantastico e dal macabro, fino a proporre storie (veramente pallose) appartenenti al genere rosa.

La composizione della raccolta, pertanto, appare divisa in due anime ben distinte: da una parte abbiamo i quattro racconti macabri del ciclo “Re in Giallo” e dall'altra quattro racconti sentimentali di quello che potremmo definire il ciclo “Quartiere latino di Parigi, il tutto completato da due avventure extra di presa romantico/decadente. È dunque un Chambers, alla sua seconda pubblicazione dopo un passato da pittore e illustratore forgiato da sette anni di studi a Parigi, ancora indeciso sulla strada da prendere. Da sempre interessato al fantastico decadente rappresentato da scrittori quali Ambrose Bierce ed Edgar Allan Poe, avrà fortuna soprattutto nei romance e nei romanzi storici, dimostrando fin da questa antologia tutte le sue inclinazioni per simili sfumature. La cifra stilistica di Chambers, tutt'altro che moderna, è legata a un romanticismo sdolcinato e smielato, di spirito cavalleresco, dove la donna è la damigella da redimere e conquistare con la poetica e la purezza d'animo. In questo, Chambers ricorda molto Abraham “Bram” Stoker, sebbene non vi sia traccia della cosiddetta new woman. Se in Stoker le donne divengono elementi trainanti di gruppi maschili (si vedano Dracula o The Mistery of the Sea), qua sono il motivo di vita dei protagonisti e l'oggetto dei loro desideri spesso e volentieri osteggiati dal fato, da precedenti amori o da promesse fatte ad altri. I problemi d'amore sono una costante, anche nelle storie più cupe e maledette. Da evidenziare è la fortissima presa autobiografica dei racconti. Chambers sembra usare quali protagonisti delle proiezioni di sé stesso. I suoi personaggi non brillano certo per una varietà di caratteri. Sono tutti aspiranti pittori o scultori, sovente americani ospiti di quartieri parigini dove Chambers ha vissuto davvero. Questa particolarità, tra l'altro, determina un'eccessiva tendenza alle descrizioni minuziose delle strade e delle caratteristiche ambientali, aspetto percepibile anche nei racconti macabri, con intralcio del ritmo. The King in Yellow rappresenta bene tutto questo. Parte all'insegna del dark per sgonfiarsi alla distanza tanto da sconfinare in un genere che non ha più nulla né del macabro né del fantastico. Solo i primi quattro racconti sono intrecciati dal dramma intitolato “Re Giallo”, in particolare sono interconnessi In The Court of Dragon e Yellow Sign, aventi in comune alcuni personaggi e l'ambientazione (americana). Le due storie parlano di una Chiesa servita da soggetti (un organista, un prete e un guardiano di cimitero) diabolici (o percepiti come tali dai protagonisti). Chambers sovrappone a poco a poco il sogno/incubo/allucinazione alla realtà. Quanto temuto o profetizzato si concretizza. Chambers da sfoggio di indiscusse capacità, mostrando un talento che, in seguito, solo saltuariamente avrebbe coltivato nel prosieguo carriera. Il primo racconto, il più breve eppure più dispersivo, propone le sensazioni di un lettore del Re Giallo finito vittima della paranoia, al punto da convincersi di essere inseguito per tutta la città da un emissario di una divinità diabolica a caccia dell'anima di chi ne ha riconosciuto l'essenza. Molto più gotico e classico Yellow Sign, di gran lunga il racconto più famoso di Chambers. L'ispirazione arriva da Ambrose Bierce, per i rimandi ad An Inhabitant of Carcosa (1891), la città continuamente citata nel testo, e soprattutto da Edgar Allan Poe con alcune soluzioni in anticipo su Stoker (con tanto di rimando al sogno generato da un'indigestione di insalata d'aragosta che, secondo la leggenda, avrebbe indotto Stoker a concepire in sogno il romanzo Dracula). Il protagonista infatti sogna di trovarsi all'interno di una bara coperta da una lastra di vetro (un po' come The Lady of the Shroud che Stoker scriverà nel 1909), con le mani incrociate sul petto mentre viene condotto, da un uomo viscido che ricorda la consistenza di un verme (la protagonista di The Lair of the White Worm, sempre di Stoker, sarà una donna serpe), verso la sua ultima destinazione. Epilogo in crescendo, con un essere che oggi definiremmo un morto vivente chiamato a eseguire gli ordini di una divinità superiore di matrice cosmica.

Su quest'ultimo spunto si muove anche The Repairer of Reputations, un interessante distopico non privo di risvolti satirici e ironici che ha, rispetto alla data di uscita dell'antologia, un'ambientazione futura. Ci troviamo a New York, nel 1920, in un'America "malata" (forse per gli effetti dello stesso Re in Giallo) decisamente conservatrice (formazione di un governo dai poteri accentrati), in cui viene incentivato il suicidio attraverso l'inaugurazione di camere di eutanasia (“la comunità non potrà che trarre beneficio dall'estirpazione di simili persone dal proprio seno”) e in cui si è riusciti a cacciare ebrei (“esclusione degli ebrei come misura di conservazione”) e colored (“nascita del nuovo stato indipendente negro di Suanee”), mentre in Europa la Russia ha ormai privato di autonomia Francia e Italia. Su tale intelaiatura, Chambers propone un racconto intriso di una follia che sembra rimandare a Un Diario di un Pazzo di Nikolaj Gogol. Protagonista è un giovane cultore del Re Giallo, macchiato da un recente ricovero in manicomio a seguito di una caduta da cavallo e convinto di essere il secondo erede al trono della “dinastia imperiale d'America” al punto da cercare di eliminare il cugino (un ufficiale dell'esercito) o indurlo ad abdicare al trono a esso destinato dopo l'imminente ascesa del Re Giallo. L'uomo viene aiutato da un deforme individuo, che sembra saperne una più del diavolo e che si diletta nel farsi massacrare il volto da una gatta, contornato da soggetti vittime di ricatti e costrette a compiere favori in cambio del ripristino di una reputazione macchiata. I due assolderanno un pazzo per uccidere la promessa sposa del militare. Storia folle, con un finale tra i più deliranti di sempre, tra omicidi, suicidi e irruzione della pazzia.

Echi fantascientifici trapelano da The Mask, dove Chambers varia il tema dell'alchimia sostituendo alla trasmutazione dei metalli quella dei corpi. Tutto ruota attorno all'ideazione di un fluido che permette a uno scultore di trasformare vegetali, animali e uomini in statue di marmo dalle venature pulsanti. Chambers sembra fare il verso alla favola della “Bella Addormentata” posto che i soggetti trasformati non perdono la vita, ma vengono congelati in vista di un risveglio (sebbene questa caratteristica si scoprirà solo in seguito). La trasmutazione, tuttavia, comporta la trasmigrazione dell'anima (“Da dove proveniva quel raggio di sole? Forse è la scintilla vitale della creatura, che fugge verso la sorgente da cui è venuta”), o almeno così si potrebbe dedurre, visto che alla fine tutto resterà in sospeso e rimesso alla libera interpretazione dei lettori. Un racconto dunque che si muove su coordinate, sebbene più criptiche, prossime al coevo The Inmost Light ("La Luce Interiore") di Arthur Machen. Non manca, di nuovo, il tema della ragazza contesa da due amanti, aspetto che impedisce un adeguato sviluppo alla traccia fantastica, perdendosi in descrizioni di depressioni amorose e perdita della voglia di vivere.

The Demoiselle d'Ys è l'ultima storia fantastica dell'antologia, sebbene disancorata dal Re Giallo. È una storia d'amore, in verità assai sdolcinata e banale, in cui un viandante americano si perde nella brughiera francese ritrovandosi proiettato in un lontano passato, tra vegetazione, animali, falconieri e una seducente damigella di cui finisce per innamorarsi. Il morso di una vipera sarà l'accidente che, stordendolo, lo proietterà di nuovo nel presente al cospetto di un monumento che suggerirà al lettore che quanto avvenuto nel passato non è stato frutto di un delirio del protagonista.

Di scarso interesse sono le restanti cinque storie, tutte aliene al fantastico. Si salvano, forse, le sole The Street of the Four Winds e The Street of the First Shell. Nella prima, una gatta “ambasciatrice” riconnette presente e passato di un pittore ossessionato da un amore perduto che non potrà più rivivere. Nell'altra, invece, si miscela la storia d'amore al racconto bellico, con momenti grandguignol che rimandano a Bierce, pur spostando i teatri di battaglia dalla guerra d'indipendenza americana agli scontri in terra parigina durante i conflitti della seconda metà dell'ottocento tra Francia e Prussia.

Le altre storie vedono pittori e artisti fare smielate conquiste amorose di donne che finiscono per rinunciare alla loro natura libertina, plagiate dalla poetica di spasimanti rapiti dal più classico dei colpi di fulmine. Saranno proprio queste storie che caratterizzeranno la narrativa di Chambers, lasciando al fantastico e al macabro uno svago saltuario e occasionale. Chambers pubblicherà altre antologie fantastiche, del tutto o quasi, inedite in italiano, quali The Mistery of Choice (tradotta dalla Hypnos), In Search of the Unknown (1904) e Police!!! (1915), oltre vari racconti sparsi in antologie varie. Un po' poco per reputarlo un maestro del genere, tanto da non essere incluso nel saggio I Maestri della Letteratura Fantastica della Edipem, ma a sufficienza per essere rivalutato grazie a Lovecraft e alle citazioni dirette al “Re Giallo” inserite nella fortunata serie tv True Detective.

Lettura consigliata "solo" agli oltranzisti del weird. Tenete presente, infatti, che solo i primi quattro racconti sono storie fantastiche, con una quinta sentimentale mascherata da fantastica e le restanti, di presa realistica, indirizzate ai sorpassati cliché del romance di inizio novecento. Pensateci bene.


L'autore Robert W. Chambers.

"Tutti sanno come il libro si sia diffuso quale una pestilenza di città in città, da un continente all'altro, proibito qui, sequestrato là, denuciato dalla stampa e dalla Chiesa, censurato persino dai più estremisti dei letterati anarchici. Eppure quelle pagine stregate non violavano alcun principio del vivere civile, nessuna dottrina conosciuta; nessuna idologia vi veniva offesa. Semplicemente non poteva essere giudicato secondo i modelli abituali. Nonostante fosse chiaro che il Re Giallo aveva raggiunto le vette più eccelse dell'arte, la natura umana non poteva sopportare quella tensione e accogliere parole tra le quali era in agguato l'essenza del più puro veleno."

giovedì 2 maggio 2024

Recensione Saggi: CHERNOBYL 01:23:40 di Andrew Leatherbarrow.

Autore: Andrew Leatherbarrow.
Titolo Originale. Chernobyl 01:23:40.
Anno: 2016.
Genere: Saggio Storico.
Editore: Salani Editore.
Pagine: 212.
Prezzo: 15.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Fino all'uscita di Mezzanotte a Cernobyl (2019), recensito su questo blog qualche settimana fa, Chernobyl 01:23:40 (2016) è stato il miglior saggio per una lettura semplificata, ma non per questo superficiale, dei fatti che hanno portato alla catastrofe di Chernobyl e, più in generale, alle tragedie legate alle radiazioni. Lo scozzese Andrew Leatherbarrow infatti, piuttosto che come un giornalista o un tecnico, si presenta come un appassionato genuino del tema. Non a caso, nel 2022, sempre per Salani Editore ha pubblicato anche un secondo saggio sui disastri nucleari, questa volta incentrato sulla tragedia di Fukushima, intitolato Fukushima. Il Sole si Scioglie. 

Leatherbarrow non è uno scrittore d'inchiesta. Il suo è un lavoro di ricerca che si basa, per lo più, su altri testi. Nonostante ciò il volume ha beneficiato del traino della miniserie tv Chernobyl (2019) diretta da Johan Renck che ha indicato, tra gli altri, Chernobyl 01:2:40 quale fonte di ispirazione per il copione. Eppure, rispetto a Higginbotham, Leatherbarrow non sceglie la via della ricostruzione romanzata, ma rimane nei confini del saggio con il chiaro intento (ben riuscito, c'è da dire) di semplificare gli aspetti tecnici al fine di renderli facilmente comprensibili ai lettori inesperti in materia. Altra caratteristica fondamentale è la scelta personalissima di procedere a rimbalzo tra passato e “presente”. La struttura del testo alterna, di capitolo in capitolo, la cronaca del disastro e gli interventi per contenerne gli effetti con le esperienze personali dell'autore. Leatherbarrow ci parla del suo interesse per le tragedie ambientali, delle sue passioni per videogiochi (tipo Stalker) e per romanzi apocalittici (tipo Io Sono Leggenda), fino ad arrivare a parlare del suo viaggio a Prypjat nel corso del 2011. Indica per filo e per segno le varie tappe effettuate, dal decollo dalla Scozia ai pernottamenti a Slavutich (la città che ha sostituito Prypjat). Questa parte, circa metà del volume, prende la forma di un vero e proprio diario di viaggio, corredato da numerose foto, tanto da acquisire rilevanza distintiva del volume. Ecco che la cronaca del disastro, specie se si considera che il libro ha una lunghezza inferiore alle 200 pagine (contro le 500 di Mezzanotte a Cernobyl), viene decisamente diluita.

La lettura è snella ed efficace, di presa saggistica. Interessante il capitolo 1 sulla “Breve storia dell'energia nucleare” dove l'autore si focalizza sugli incidenti precedenti a Chernobyl (compresa la storia di inizio novecento legata alla realizzazione di dentifrici e sigarette al radio) dedicando alla questione svariate decine di pagine. Molto buona è anche la spiegazione dei vari passaggi che hanno portato allo scoppio del reattore di Chernobyl, con una delucidazione chiara e di facile comprensione del funzionamento dei reattori RBMK e dei motivi che ne hanno innescato la potenza. L'uscita di Mezzanotte a Cernobyl ha indubbiamente penalizzato questo volume che, lo possiamo dire, è stato superato dal saggio di Higginbotham per approfondimenti e capacità di coinvolgimento dei lettori tanto da poter definire il libro di Leatherbarrow un compendio di quello di Higginbotham.

Alla luce di quanto sopra espresso, per chi fosse interessato alla materia, consiglio l'acquisto di Mezzanotte a Cernobyl limitando, in via subordinata, l'acquisto di questo volume solo a chi voglia leggere un diario di viaggio sull'attuale Prypjat (parte molto interessante e non trattata da Higginbotham) o a chi cerchi un volume sul disastro di Chernobyl essenziale senza scendere troppo nei dettagli.

A ogni modo, un testo piacevole da leggere.

 
Lo scozzese Andrew Leatherbarrow.

martedì 30 aprile 2024

Recensione Cinema: CIVIL WAR (2024) di Alex Garland.

Regia: Alex Garland.
Anno: 2024 (Stati Uniti e Inghilterra).
Genere: Azione / Drammatico / Distopico.
Soggetto e Sceneggiatura: Alex Garland.
Attori Principali: Kirsten Dunst, Wagner Moura, Cailee Spaeny, Stephen McKinley Henderson, Jesse Plemons e Nick Offerman.
Montaggio: Jake Roberts.
Fotografia: Rob Hardy.
Musiche: Geoff Barrow e Ben Salisbury. 
Durata: 109 minuti.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Erede di una certa produzione cinematografica, quella dei Carpenter, Romero e Cronenberg, che non ha purtroppo trovato prosecutori, il londinese Alex Garland – già sceneggiatore di 28 Giorni Dopo intercetta il malessere e il clima di sfiducia che serpeggia nel mondo per tentare la carta della distopia. La novità sta nell'inscenare il tutto in un'America "molto" prossima forse addirittura contemporanea. Nonostante il titolo, Civil War non è un film sulla guerra civile ma prende, piuttosto, i contorni di un point to point di formazione che indaga sui risvolti sociali della vicenda. Un manipolo di quattro giornalisti, di diverso grado di esperienza, decide di partire da New York per recarsi a Washington col fine di recepire le ultime dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti ormai prossimo alla capitolazione. Gli Stati Uniti (rappresentati da un'unione disgregata e poco motivata a proteggere il sistema) infatti sono in guerra contro una lega assai motivata. Tutto qua. Un viaggio on the road all'inferno, dalla zona relativamente fredda a quella calda, lungo un cammino che rivela tracce di un precedente passaggio del conflitto. Edifici distrutti, colonne di auto abbandonate, cadaveri disseminati sull'asfalto, carcasse di elicotteri. Non ci sono concessioni alla retorica né all'ironia. L'appesantita Kirsten Dunst (la Mary Jane dello Spiderman di Raimi), fotografa di guerra, nei panni di Lee Smith guida il variegato plotoncino composto dall'allucinato e cinico Joel (Wagner Moura), dal saggio ma obeso Sammy (Stephen McKinley Henderson, tra i migliori in interpretazione) e dalla giovane Jessie Cullen (Cailee Spaeny). È un viaggio nel mondo degli inferi, senza happy end (a seconda dei punti di vista) e con una disumanizzazione delle vittime che, a poco a poco, vengono lasciate indietro, sacrificate in vista di un risultato finale (che sia la deposizione del presidente o la realizzazione di un servizio giornalistico in esclusiva) che sovrasta sentimentalismi e solidarietà. Emblema di questa “involuzione” è Cailee Spaeny e la sua graduale perdita dell'innocenza e della empatia che ne caratterizzava i comportamenti. Entusiasta e sognante a inizio film, diviene fredda, ardita e disposta a passare su tutto, anche sulla morte di un caro. “Mi ricorda te da giovane” afferma Sammy a Lee Smith. Eppure, la “tossicità” rappresentata dall'orrore tende a corrodere nel lungo periodo anche i più esperti. Sotto la scorza della navigata reporter di guerra, la Smith (brava la Dunst nel modificare espressività) va incontro a una vera e propria crisi emotiva sullo scenario finale di guerra e, poco prima, subisce una reazione simile anche lo scanzonato Joel. L'adrenalina e la spinta a realizzare lo scoop, a ogni modo, forniscono un effetto anestetizzante, direi addirittura stupefacente, e rivitalizzano i "nostri" al punto da renderli ciechi alla barbaria in cui sono immersi.

Garland non filtra, non ricorre a sensazionalismi cinematografici o a concessioni eroiche. Il coraggio si paga e lo si paga con la vita. È brutale come lo è una contemporaneità dove la guerra è tornata a bussare alle porte dell'Europa, nell'indifferenza di chi non è coinvolto e pensa che la pace sia una condizione immutabile nel tempo. Da una parte si muore mentre dall'altra ci si diverte. Le immagini sono forti. Vediamo uomini ripresi in primo piano a cui i carcierieri sparano colpi in testa, altri appesi per le mani e pestati a sangue, persino una disturbante fossa comune su cui si sparge la calce viva. Crudissima la sequenza con l'eccezionale cammeo di Jesse Plemons, un ultranazionalista che incarna – nell'ottica di Garland (ci azzardiamo di dire) – certe derive repubblicane e non solo (motivo che ha portato all'insorgenza, negli States, di una serie di polemiche che hanno tacciato il film di essere propagandistico). Eh, sì, perché sebbene nel film non si spieghi nulla sulla rivoluzione civile in corso, sotto sotto, si allude alla crescita degli stati "guerrafondai" del sud degli Stati Uniti e a una loro ribellione verso il governo istituzionalizzato (del resto Jake Angeli e l'invasione del Campidoglio qualcosa insegnano). Da rilevare inoltre il disamore alla politica di certi villaggi, come quello in cui i reporter si meravigliano per vedervi riflessa un'immagine di un'America precedente, un posto tranquillo e placido (in apparenza) non toccato dai conflitti e con una commessa che dichiara: “La guerra civile...? Si, meglio restarne fuori”.

Finale altamente spettacolare, con blitz all'interno della casa bianca, esplosioni e sparatorie da war movie, esaltate dalle semi-soggettive di Garland, oltre che dagli effetti sonori e da un realismo che rende il tutto davvero crudo e cattivo, quasi come se si fosse in un videogioco (si pensi al blitz che portò all'uccisione di Osama Bin Laden). I giornalisti si muovono in sintonia con i militari, ne costituiscono gli occhi e le orecchie destinate a immortalare i momenti per farli penetrare nei documenti che faranno la storia su cui studieranno le generazioni future. Non c'è rispetto per niente e nessuno, neppure per la morte e gli indifesi. Le vittime vengono fotografate nell'attimo del trapasso, crivellate dai proiettili, divorate dalle fiamme, mentre si ride e si scherza. Medesima sorte capita agli amici, solo la Dunst ha un barlume di umanità quando cancella la foto del suo mentore da poco deceduto e fotografato con la testa reclinata sul finestrino di un auto. “Noi non siamo qui per intervenire, siamo qua per documentare” afferma Joel.

Un film dunque senza speranza, senza buoni che racconta la storia dalla parte degli insurrezionalisti. La democrazia è crollata, non certo per mano degli anarchici, e chi si insedi al potere non è dato sapere, ma di certo è un qualcuno che ricorre alla giustizia sommaria e all'esaltazione della provenienza etnica. Potentissimo pugno finale, questo sì romeriano (si veda la parte finale di Night of the Living Dead),  rappresentato dallo “sviluppo fotografico”, è proprio il caso di dire, della fotografia del manipolo di militari che sorridono al fotoreporter, alla maniera di un gruppo di cacciatori al termine di una battuta di caccia, avendo ai piedi la preda della loro battuta: nientemeno che il Presidente degli Stati Uniti. 

Coraggioso, sebbene non supportatissimo dal budget, Garland si trova a dover fare economia nella messa in scena e in certe scenografie da post-atomico. L'immagine di Washington invasa dalle truppe, quasi immacolata nel centro civile, stona un po', salvo interpretare il tutto con una sorta di disinteresse generalizzato dei cittadini alle vicende della propria nazione, finita addirittura in balia di un manipolo minoritario di stati evidentemente più coesi al punto da sovvertire l'ordine. Al di là di tale "limite", il film regge e ha il grosso merito di svinvolarsi dai canonici prodotti commerciali del ventunesimo secolo (tipo Zack Snyder o Roland Emmerich). Un ultimo appunto, sul versante tecnico, lo muoviamo per la regia di Garland, bravo nel momento dell'azione ma ripetitivo nei momenti di tranquillita nell'insistere a oltranza nel proporre giochi di cambio di messa a fuoco tra soggetto in primo piano e soggetto in campo lungo. Da vedere per i fan del cinema d'azione dai risvolti sociali alla Carpenter e Romero. Diventerà un cult.

 
Classico gioco di messa a fuoco,
una caratteristica particolarmente ostentata della regia di Garland.