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martedì 15 agosto 2023

Recensione Narrativa: NOTTE HORROR 80 a cura di Christian Sartirana.

Curatore: Christian Sartirana.
Anno: 2023.
Genere:  Antologia AA.VV. Horror.
Editore: Acheron Books.
Pagine: 280.
Prezzo: 16.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Sorpresa sul mercato editoriale italiano condotta in porto da Christian Sartirana. Scrittore, recensore e curatore di antologie, Sartirana allestisce insieme all'Acheron Books (ennesima realtà nostrana impegnata nell'horror di qualità) una seconda antologia, dopo i buoni risultati ottenuti da Satanica, cercando di intercettare i gusti dei lettori nostalgici.

Il progetto, fin da subito interessante, è quello di omaggiare gli anni ottanta come epoca e sovrastruttura sociale, guardando ai cult horror che popolavano le notti estive di Italia 1, quando tutti gli appassionati aspettavano in gloria la “maratona” Notte Horror.

ANALISI GENERALE

Il risultato finale supera le aspettative, probabilmente degli stessi coinvolti. Favorito da un vero e proprio passaparola, il volume si è installato per mesi in prima posizione dei volumi horror più venduti sulla piattaforma amazon e, in un paio di mesi dalla sua uscita, è finito sold out (siamo in attesa della seconda ristampa). Interessante la composizione del lotto degli scrittori: dodici eletti. Tantissimi i giovani, con addirittura una debuttante (la classe '96 Stefania Toniolo) e quattro partecipanti nati negli anni '90. Ad Andrea Cavaletto (sceneggiatore, tra gli altri, di Dylan Dog) e al Premio Urania Claudio Vastano i gradi di ufficiali chamati a guidare un plotone formato da nomi che, probabilmente, potrebbero portare diversi lettori a prendere sottogamba il prodotto. Farebbero decisamente male, perché questo Notte Horror '80 ha tutto per centrare la finale del Premio Italia quale migliore antologia italiana dell'anno nel campo dell'horror.

Sartirana è stato molto, ma molto, bravo a rendere omogeneo il pacchetto. Certo, ci sono racconti migliori di altri, vuoi per l'originalità (Crescizz, batte tutti) vuoi per la capacità di rievocare in modo più convincente il periodo (in questo sono stati bravi in tanti), tuttavia il livello generale non scade mai (e sottolineo "mai") sotto i livelli di guardia. Ci sono ovviamente racconti che a mio avviso, pur essendo stati scritti bene, non propongono niente di innovativo, ma si limitano a costituire un riempitivo comunque idoneo a intrattenere. Ciò detto, tutti i coinvolti (e non lo dico per ragioni personali), dimostrano di poterci stare e riescono a divertire gli appassionati in nome di quel coinvolgimento che era tipico dei racconti del secolo scorso. Dimenticate l'hardcore Horror, l'Extreme o gli sperimentalismi autoriali che costringono a leggere più e più volte un testo e magari a non capirci nulla o a perdere il filo. Qua si opta per un'impostazione cinematografica. I racconti sono confezionati con piglio “visivo”, traducibili pertanto in film, con stili narrativi veloci che non appesantiscono mai la lettura. Il gore c'è e pure in abbondanza, ma non è mai oltraggioso o contemplativo.

I CONTENUTI

La composizione della rosa di scrittori è frutto delle scelte di Sartirana, che punta su uno zoccolo duro di scrittori, tra cui la mia “vecchia” conoscenza Simone Corà, il finalista Mystfest Decimo Tagliapietra e i già citati Cavaletto, Crescizz e Vastano, rivolgendosi per il resto a tutti gli appassionati della rete attraverso una selezione aperta al pubblico. Una scelta, quest'ultima, vincente in quanto consente di avere tra le mani diverse soluzioni e alternative, oltre che di proporre qualche debuttante che potrebbe farsi valere nel futuro (e qui ce ne sono, siamo pronti a scommettere).

Forte il legame che fa da collante tra i racconti. A parte i rimandi cinematografici, di rado cannibalizzanti essendo utilizzati più per avere degli spunti che per fare dei veri e propri cloni (ci sono anche quelli, in alcuni casi), spicca l'atmosfera degli anni '80. Una visione nostalgica in cui tornano a rivivere sale giochi, le mitiche vhs, le Fiat Panda o le Alfa Sud, i lunapark dove tutti fanno a gara per avere lo zucchero filato, i giocattoli manuali, le pubblicità, le trasmissioni "vietatissime" come Colpo Grosso, la musica di Michael Jackson o Madonna, Topo Gigio, ma anche una serie di elettrodomestici visti con sospetto eppur destinati a scrivere il futuro del consumismo civilizzato (la televisione, il fax, le console per videogicohi e i forni microonde). Non manca poi lo spettro di Chernobyl, delle nubi radioattive che solcano i cieli, il terrore dell'AIDS, la rabbia contro i sovietici e ancora i rimandi ai campionati di calcio dell'epoca con Maradona e Roberto Baggio che impolpano i tabellini mandando in giubilo i tifosi. Insomma, un bel viaggio all'interno di una macchina del tempo che prende per mano coloro che negli anni ottanta hanno vissuto e li illude di cancellare gli oltre trent'anni che sono trascorsi alla stregua di un proiettile sputato da un winchester, così da rievocare per interposta persona i primi appuntamenti amorosi, le idiote prove di maturità, i giochi in cortile, ma anche la paura dei bulli più grandi e i desideri di riscatto sociale immaginandosi di diventare un super-eroe, passando per le preghiere della sera e per la paura che i genitori possano improvvisamente morire, ma anche al desiderio, più o meno, inconscio di non voler crescere per vivere per sempre quelli che, in tutta probabilità, sono i migliori anni della vita di un essere umano: gli anni del gioco, del sogno e della spensieratezza.

ANALISI NEL DETTAGLIO (OCCHIO AGLI SPOILER)

Il gioiello lo sforna sorprendentemente (vista la presenza di almeno tre soggetti dai curriculum superiori) Marco Crescizz col suo All'Inferno, I Paradisi, un racconto degno di candidatura al Premio Italia. Angeli e demoni si alternano in una vicenda che guarda, con originalità, al Clive Barker di Hellraiser e più dettagliatamente a quello di The Scarlett Gospels (2015). In una banale sera degli anni '80, in cui i ragazzini bramano di vedere la loro vhs preferita, alla stregua di un meteorite un angelo precipita dallo spazio (sembra di leggere un omaggio a Howard Fast e al suo Il Generale Abbatte un Angelo). Un globo di fuoco imprecisato taglia il cielo crepuscolare ed esplode, all'interno di un salotto, con gran frastuono e distruzione. È l'inizio di un incubo che ruota attorno a una sfera, lasciata in consegna a un ragazzino, e alla volontà del giovane di distruggerla per vendicare la morte del padre, rimasto vittima delle schegge deflagrate dalla caduta dell'angelo.

Testo estremamente onirico, originale, con la delineazione di un inferno in cui si muovono milioni di paradisi racchiusi in sfere e mostri titanici che contengono, nelle loro fauci e a loro volta, ulteriori mondi (e paradisi). Crescizz sposa l'attitudine barkeriana di lavorare sugli ossimori, con la trasformazione del dolore in piacere e del male in bene, ma lo fa senza rubare niente dal maestro di Liverpool, se non l'ispirazione. Il suo è un racconto, piuttosto, in linea alla filosofia barkeriana ma capace di prendere una piega personale. Crescizz riscrive l'inferno e il paradiso in una modalità lontana dalle visioni stereotipate, tanto che appare arduo scorgerne un precedente (lontano anche da Tanith Lee). Dimenticate le fiamme dantesche o la celestialità dell'immaginario collettivo legata allo stereotipo del paradiso cattolico. Crescizz plasma tanti paradisi e tanti inferni, ognuno dei quali a misura di pianeti extraterrestri, mettendo gli stessi in relazione tra loro in modalità matrioska. L'epilogo è notevole, così come sono altamente qualitativi i dialoghi. Da sottolineare, quale valore aggiunto, i messaggi di formazione che sottendono la storia. La sofferenza è parte della vita e la paura non deve bloccare lo sviluppo e la crescita nella maturazione di un ragazzino. Ecco che la paura diviene il trampolino da cui lanciarsi verso la gioia, superando la rabbia e i conflitti irrisolti. Applausi.


Prova di classe stilistica per il veterano Andrea Cavaletto, firma Bonelli Editore, col suo La Pelle dell'Eroe. Pur giostrando su un soggetto che innovativo non è, Cavaletto caratterizza i personaggi e lavora su un tessuto sociale di un villaggio di campagna da cui si sogna di evadere. Il suo protagonista è il classico sfigato (tale lo era anche il protagonista di Crescizz) bullizzato, con la madre gravemente ammalata che resta il suo unico affetto in una vita da schifo. Incapace di dichiararsi alla ragazza da cui è attratto (e che ovviamente se la cucca un altro), sogna di trasformarsi in un maestro degli effetti speciali, conducendo una vita solitaria. Sviluppo lento, ma mai pesante, funzionale a far fraternizzare il lettore con il protagonista, che scorrazza per il paese con la leggendaria bmx. Un giorno, tra una preghiera e l'altra (anche qua è forte, come con Crescizz, il conflitto tra bene e male nonché tra dio e diavolo), il ragazzino trova una strana tuta abbandonata in un campo. È l'inizio di un sogno che si traduce in un incubo. Sartirana, in prefazione, intravede nella storia i semi germinali de La Mosca di David Cronenberg, in realtà il rimando più prossimo è legato a una serie di film sui super-eroi che vedono nel costume del protagonista la fonte dei poteri e delle dannazioni del personaggio. Un tema spesso utilizzato negli ultimi film hollywoodiani, si pensi a Venom o Spiderman 3, che l'autore riconnette ai fumetti cartacei degli anni ottanta (c'è anche un rimando alla prossima uscita del numero 1 di Dylan Dog). In azione vi è un vero e proprio simbionte alieno, che ha la forma di una tuta attillata che rende inizialmente più prestante e muscoloso chi la indossa, salvo poi pretendere un salato corrispettivo in termini di nutrimento. Non originale, ma interessante la resa. Alto contenuto gore, senza scendere nel compiacimento della violenza. Ottimo.


Un altro esempio di sapiente tecnica narrativa è offerto dall'altro “Maestro” del gruppo: Claudio Vastano. Vincitore del Premio Urania e pubblicato da Mondadori (scusate se è poco), mostra il suo talento con il serrato (e anche questo non originale) Chiamata Notturna. Qui il rinvio va a Blob, ma soprattutto al celebre racconto di Joseph Payne Brennan pubblicato su Weird Tales intitolato Slime (1953), lo trovate nell'antologia Il Custode della Polvere della Dagon Press. Una creatura, frutto di un esperimento militare, sfugge ai suoi creatori, sotto forma di uovo piovuto dal cielo (questo aspetto è poco chiaro), e assimila tutto ciò che di animale trova sul suo cammino, acquisendo sempre più massa (l'epilogo ricorda un po' il mostro di Leviathan, visto che si intravedono i volti delle persone inglobate). Un coraggioso carabiniere indaga sul caso, accompagnato da un oscuro agente governativo (aria di X-Files). Ritmo sostenuto, col piede sempre sull'acceleratore, cadenzato dalle chiamate della centrale operativa e dall'indicazione degli orari (sarebbe stato preferibile usare l'orario 00-24). Si parla anche di cattle mutilations e si respira una vaga atmosfera da The Colour out of Space di H.P. Lovecraft. Non sarà originale, ma intrattiene “a bestia”.


Se dai veterani era lecito attendersi i colpi a maggior effetto, più difficile era sperare in qualcosa di sorprendente dai debuttanti. E invece anche qua veniamo smentiti. Strong-Him e i Maestri del Destino (miglior titolo dell'antologia) della giovanissima Stefania Toniolo (classe '96) è un racconto che ho amato e che mi sarebbe piaciuto avere scritto. Sebbene l'autrice non abbia vissuto negli anni ottanta e appartenga a tutt'altra generazione, l'atmosfera dell'epoca è palpabile e ben ricostruita. Sartirana, in prefazione, riconosce nel soggetto i Gremlins di Joe Dante tuttavia, a mio avviso, il riferimento più forte va alla saga cartoon (e ai relativi giocattoli Mattel) He-Man and The Masters of the Universe, lasciando al film di Dante il mero spunto iniziale (racconto e film condividono il prologo). Un papà è in cerca de La Fortezza del Teschio Nero, un play-set da donare al figlio per Natale. Purtroppo nessuno sembra avere a disposizione il gioco, tanto che il papà decide di orientarsi su uno strano personaggio della serie, mai visto prima in commercio e che il commerciante cinese non vorrebbe cedergli (allo stesso modo del commerciante di Gremlins): Falsor. Ha qui inizio un incubo che mischia Gremlins, Battleground (celebre racconto del 1972 inserito nell'antologia di Stephen King A Volte Ritornano col titolo di Campo di Battaglia), il film Small Soldiers (1998) di Joe Dante e i giocattoli Mattel della serie He-Man, oltre a una serie di cortometraggi underground (saga Toys Killer) girati a inizio secolo da un tale Fabrizio Spurio che la Toniolo non credo proprio conosca. Il piccolo protagonista, infatti, possiede una vera e propria collezione di questi personaggi umanoidi e, per ognuno di loro, la tv spiega caratteristiche, funzioni e poteri speciali. Falsor ha la caratteristica, una volta danneggiato (cosa che capitava spesso con certi giocattoli), di emulare la forma di qualunque personaggio della serie che gli venga accostato e di muoversi autonomamente senza essere manovrato dalle mani di un giocatore. Non so se la Toniolo abbia avuto fratelli fissati con questi giocattoli, come lo sono stato io (ne avevo una borsata e possedevo anche il castello di Eternia, oltre la tana del serpente e il veicolo Land-Shark o la tigre-cavallo Battle-Cat), non a caso possiedo una gatta chiamata Cringer, ma nella serie Mattel vi era davvero un personaggio malvagio che emulava in tutto e per tutto He-Man e che era chiamato Faker (Falsor è un suo sinonimo). Faker nella sua scatola d'acquisto era descritto come “una creazione magica, replica fisica esatta di He-Man destinata a ingannare il popolo di Eternia”. Inutile sottolineare come Strong-Him e Lord Tibia, menzionati nel racconto, siano rispettivamente He-Man e Skeletor, mentre “I Maestri del Destino” sposino alla perfezione “I Maestri dell'Universo”. Da evidenziare infine i litigi familiari che coinvolgono i genitori del piccolo, in una visione alquanto moderna delle violenze in famiglia (la madre abbandona il marito, prendendo subito il figlio per portarlo dalla nonna, dopo esser stata colpita da uno schiaffo) e soprattutto il finale maledetto (sebbene lasciato all'interpretazione dei lettori, un po' come per La Cosa di Carpenter) che anticipa, volgendo il tutto all'horror, il film Barbie che sta imperversando al cinema e che è uscito qualche mese dopo l'antologia (occhio agli squilli del telefono: a Hollywood cercano sceneggiatori per il film sui Masters). Chapeau alla giovane Stefania, addirittura al debutto editoriale. Se il buon giorno si vede dal mattino, si toglierà tante soddisfazioni... un augurio che siamo certi di poter “riscuotere” alla cassa dove si remunerano le scommesse vincenti.


Molto divertente il racconto che ha l'onere di aprire l'antologia: Frequenze di quella vecchia volpe di Simone Corà (compagno di tante macellerie di quasi venti anni fa). Qui l'omaggio, assai originale, va a John Carpenter e al film La Cosa. Ci sono almeno tre sequenze riproposte o adattate, per l'occasione, tra cui l'epilogo ambiguo. A parte questo, cambia tutto il soggetto e soprattutto vengono modificate le ambientazioni. Dagli scenari artici, ci spostiamo in un negozio di elettrodomestici nella regione del Veneto. Una squadra di addette alle pulizie, composta da tre donne, si imbatte in strani fenomeni elettromagnetici. I televisori, le radio e i telefoni ammassati sui palchi sembrano vivere di vita autonoma, ripetendo i medesimi video, le medesime canzoni e le medesime frequenze in un loop che non conosce sosta. Impossibile cambiare canale, impossibile persino spegnere gli strumenti. È l'inizio di una non meglio specificata invasione aliena (così l'ho interpretata io) che corre sulle frequenze elettromagnetiche riproducendo tutto, corpi compresi.

Corà combina La Cosa a Cell di Stephen King e lo fa con grande competenza ed equilibrio, riuscendo anche a intavolare un retrogusto di critica al consumismo imperante che proprio dagli anni ottanta ha preso piede (dipendenza dalle televisioni, impatto manipolativo e truffaldino delle pubblicità, senso di effimera sicurezza riposto nell'essere al passo delle presunte innovazioni tecnologiche). Non manca l'ambiguo finale dove non si capisce più chi sia il vero umano e chi sia il doppio artificioso, così come è martellante l'ironia (da sottolineare l'omaggio a Wanna Marchi) con la canzone Who's that Girl di Madonna che fa da pendant con la comparsa dal nulla di soggetti di cui le protagoniste si chiedono l'identità e la provenienza. Lodevole l'ottima atmosfera vintage ricostruita con i rimandi a oggetti tipici del periodo, quali fax, forni microonde e persino la “mitica” console Sega (presumo Master System) che costa 150.000 lire. Ma quanto è bella e utile la tecnologia... anzi, no... ci abbiamo ripensato, viste le conseguenze!


Altro autore in vena di burle è Massimo Cerrotta, classe '92, che riesce a rendere spassoso un racconto ultra derivativo, esaltato da dialoghi in napoletano assai divertenti. Avete mai pensato di trovare Topo Gigio in versione horror in un racconto? No, immagino... Dovrete ricredervi, ve lo assicuro. Con Topovidio, Cerrotta riporta in vita il celebre pupazzetto della Rai e lo fa, cosa che gli ha portato fortuna (vista la provenienza), nel giorno in cui il Napoli conquistò il suo primo scudetto, con tanto di cori in omaggio a Diego Armando Maradona. Un collezionista, da qui il titolo Collezionisti si Muore (omaggio non so quanto volontario al titolo poliziottesco “Uomini si Nasce, Poliziotti si Muore” di Ruggero Deodato, ricordato dal poster di Cannibal Holocaust presente nel racconto di Crescizz), recupera da uno strano faccendiere un bambolotto da collezione con cui infoltire la sua larga schiera di bambole. Cerrotta sembra, inizialmente, strizzare l'occhiolino ad Annabelle con una stanza in cui gli oggetti della collezione sono raccolti in una mega teca, salvo poi virare dalle parti di Chucky La Bambola Assassina e The Banana Splits Movie (da dove arriva l'idea del bambolotto un tempo utilizzato in tv per divertire i bambini). Risultato centrato, con il topolino che metterà soqquadro la casa del collezionista, prendendosela con il suo acquirente e col gatto, ma soprattutto sfottendo in continuazione chiunque trovi. A parte i dialoghi, nessuna originalità e nessun contenuto di fondo, eppure dannatamente divertente (forse il più divertente dell'antologia).


Il racconto che ricostruisce meglio l'epoca oggetto di esame è probabilmente Carovana Notturna di Germano “Hell” Greco che, occhieggiando a Ragazzi Perduti di Joel Schumacher, delinea un periodo molto più spontaneo e sognante dell'attuale, in cui gli adolescenti si recano al luna-park per pomiciare o divertirsi (oggi chi ci va più, a parte gli infanti?). Lo spettro della nube nucleare di Chernobyl (citata anche da Cavaletto), l'incubo AIDS, i preconcetti e il look punkettone fungono da corredo a un racconto che miscela giallo (scomparsa di una ragazza), azione e orrore. Bello l'epilogo in cui l'evasione verso un futuro di dannazione è preferita a una realtà che minaccia orrori ben più profondi. Tra le sottotracce vi è il tema dell'omosessualità (qui in salsa lesbica) e il clima di sospetto delle “vecchie” generazioni verso quell'onda di perdizione rappresentata da hard-rock, eroina e sesso, insomma il famoso sex, drugs & rock 'n roll, a prescindere poi da un effettivo ricorso (bastano le frequentazioni o il look).

Sulla stessa lunghezza d'onda, ma meno riuscito, si muove Flavio Dionigi con M. Scatola Infernale, un vero e proprio cocktail (non certo d'amore, giusto per fare il verso ai revival del periodo) di omaggi anni '80, partendo da Colpo Grosso e Umberto Smaila, proseguendo per le sale giochi (leggendarie negli anni '80 e oggi scomparse), Michael Jackson e il suo moonwalk e ancora Christine La Macchina Infernale, Carrie e Videodrome. Non manca la sottotraccia della ricerca dell'identità sessuale del protagonista, sopraffatto da un clima di repressione, sia casalinga che esterna, che gli impedisce di riconoscere i suoi orientamenti. Ci penserà la televisione, in un ribaltamento situazionale, a esorcizzare il vero inferno, quello sociale, per ripristinare il paradiso, quello fantastico.


Alti e bassi dalle parti di Masa, che piace moltissimo per alcune soluzioni fumettistiche e meno per altre, a partire dal lessico infarcito di parolacce (problema mio, ci mancherebbe). Il suo Il Senza Volto è un loop diabolico che omaggia Nightmare, sebbene l'autore personalizzi il villain di turno. Costruito su un duplice binario: da una parte l'abusatissima prova di coraggio consistente nel passare una notte all'interno di una casa maledetta, dall'altra un incubo ricorrente che, ogni volta, presenta qualche elemento in più e si chiude con gli artigli del killer che affondano nella carne (sorta di rimando dantesco delle pene inflitte all'inferno che si rinnovano in un moto perenne senza lasciare scampo ai dannati, neppure con la quite della morte). Masa scrive in modo sporco, con largo ricorso alle parolacce, tuttavia riesce a trattare la tematica dell'incubo attraverso una via che va ben al di là dei risultati ottenuti dai capitoli della saga ideata da Wes Craven. Il Freddy di Masa è un killer che si dilettava nello scuoiare ragazzini, a cui i cittadini inferociti hanno distrutto la faccia sparandogli fucilate in pieno volto. Ritornato in vita, perché (come insegnano Halloween e lo stesso Nightmare) il male non muore mai, assorbe nel suo volto le vittime facendole piombare in un vero e proprio buco nero per l'eternità. Un epilogo dunque molto qualitativo, costruito su un soggetto stereotipato, che conferisce valore al racconto. Una caratteristica, quest'ultima, che manca al similare Ego Sum della giovanissima (classe '96) e grandguignolesca Michela Mosca. Ancora una volta abbiamo adolescenti, super arrapati, alle prese con le prove di coraggio che pensano “male” di passare una notte all'interno di una casa infestata dove, puntualmente, si concretizza il pericolo supposto. Più letterario del racconto di Masa (che invece sposa il registro cinematografico), Ego Sum guarda a Lovecraft, con omaggi a The Rats in the Wall o Pickman's Model, ma anche al “moderno” The Nun (2018) con tanto di suora indemoniata che rimanda al Valek pronto, tra qualche mese, a tornare al cinema. Niente di originale, ma narrato con un certo piglio e un buon gusto per la tensione. Il talento della scrittrice c'è, questo è indubbio.


Piuttosto convenzionali e in parte simili sono gli altri due racconti che ci restano da analizzare, peraltro tra i meno calati nell'atmosfera anni '80. Argento Cabesano è un classico racconto sui licantropi che ha la particolarità di avere un'ambientazione veneta. Un lavoratore, a bordo di un autocarro Fiat, si sperde in un sentiero boscoso dove rimane coinvolto in un sinistro. Qualcosa, forse un animale, ha d'improvviso attraversato la strada impedendogli di evitare l'incidente. Uscito fuori dall'auto, il giovane si accorge di aver messo sotto un ragazzo completamente nudo. Disperato e intenzionato a darsi alla fuga per sottrarsi da ogni responsabilità, non sa ancora in che pasticcio ben più grande si sia cacciato. Il paese infatti sembra esser popolato da due categorie di abitanti: gli umani da una parte e dall'altra... i licantropi. Un classico che, oltre a omaggiare L'Ululato di Joe Dante, richiama un intero genere, facendo propri tutti (o quasi) gli stereotipi del caso (mancano le pallottole d'argento). Lo firma il bravo Decimo Tagliapietra che sembra, tra gli altri, fare il verso a Lisa Morton e al racconto Messo alla Prova (lo trovate nell'antologia I Figli del Buio della Independent Legions).

Nebbia in Val Padana di Paolo Prevedoni (il titolo fa venire in mente Cochi & Renato), a parte la mitica Alfa Sud su cui si muove il protagonista, sembra un racconto revival degli anni '40. La storia propone un vero e proprio loop che torna a ripetersi ogni anno in una sperduta località della Val Padana, dove partigiani e nazisti tornano a incrociare le armi. Il racconto ha in comune con Argento Cabesano l'idea dei villeggianti che si trincerano in un'osteria, attendendo un nemico esterno. Se Tagliapietra ricorre ai licantropi, Prevedoni chiama all'appello gli zombi, con un occhio, più che a Fog di Carpenter (presenza della nebbia che avvolge l'orda infernale), alla saga zombi di Amando de Ossorio e soprattutto a Shock Waves – L'Occhio nel Triangolo (1977) di Ken Wiederhorn, sfumando il tutto nella sostanza dei fantasmi. Più azione grandguignol che horror, con l'apice costituito dalla comparsa di Mussolini (LVI). Non mi è piaciuta l'insistenza stilistica dell'autore nel suo narrare con soluzioni che rimandano più alla stesura di una sceneggiatura piuttosto che di un racconto. Prevedoni scrive spesso frasi come: "Tizio si volse e vide questo:" dando poi seguito alla descrizione.


CONCLUSIONI

Notte Horror 80 è un vero e proprio dono, peraltro in vendita a prezzo economico (16 euro), agli appassionati del cinema horror degli anni ottanta. Ottimo il lavoro di Sartirana nella selezione. I racconti, qualcuno con qualche concessione, sono tutti promossi, con almeno la metà di ottima qualità. Vale sicuramente l'acquisto e piacerà agli appassionati di quell'horror alla Stephen King prima maniera (quello di A Volte Ritornano). Successo commerciale e popolare (piuttosto che "intellettualoide" o sperimentale). Si farà valere al Premio Italia prossimo venturo, ne siamo certi, così come siamo pronti a scommettere sull'uscita di un secondo volume: il materiale non manca...

 
Il curatore Christian Sartirana.
  
Lascia perdere Dio, la sua visione ti farebbe impazzire, ti friggerebbe il cervello, non riusciresti nemmeno a processarla.” (da All'Inferno, I Paradisi di Marco Crescizz).

Recensione cinema: BARBIE (2023) di Greta Gerwig.

Regia: Greta Gerwig.
Anno: 2023.
Genere: Grottesco / Commedia.
Attori Principali: Margot Robbie, Ryan Gosling, America Ferrera, Michael Cera, Ariana Greenblatt, Will Ferrell.
Fotografia: Rodrigo Prieto.
Musiche: Mark Ronson e Andrew Wyatt. 
Durata: 114 minuti.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Bisogna ammettere che ideare, scrivere e realizzare un film su Barbie era qualcosa di pressoché impensabile, salvo scivolare in quei prodotti trash che “insozzano” le sale cinematografiche prima e le mensole delle rivendite dvd/blue ray poi. Ne sa qualcosa la Mattel, che qua partecipa in veste di finanziatrice, quando negli anni ottanta tentò di realizzare il film sul corrispettivo maschile di Barbie ovvero He-Man. Masters of the Universe, con l'allora emergente biondone Dolph Lundgren (Ivan Drago di Rocky IV). Fu un fiasco clamoroso, sia sul versante economico che su quello cinematografico in senso stretto, sebbene il soggetto fosse senza dubbio dotato di possibilità di realizzazione cinematografica, vuoi per essere un prodotto derivativo di un cartoon (e quindi con un plot già delineato), vuoi per le similitudini – sebbene votate al fantasy più sfrenato – con un film di successo come Conan Il Barbaro. Un precedente disastroso che non ha spaventato le due fautrici del “miracolo” Barbie: la regista Greta Gerwig e la produttrice nonché protagonista Margot Robbie. Le due, entrambe titolate e già lanciate nell'olimpo hollywoodiano (cinque candidature agli oscar in due; la prima per migliore regia e migliori sceneggiature, la seconda come migliore attrice protagonista e non protagonista), riescono nell'impresa e sfornano probabilmente il film evento dell'anno. Barbie è una commedia costruita su una massiccia quantità di ironia che riesce nel pazzesco compito di distruggere il messaggio di perfezione e di bellezza delle forme (anteposte alla sostanza nell'immaginario Mattel) proprie del giocattolo di Barbie per rimodulare il tutto in nome di un qualcosa di diverso che resta comunque Barbie ma la evolve sul piano intellettuale. Un'operazione concettualmente assurda che eleva il marchio e la bambola per eccellenza, muovendo dalla distruzione della stessa verso una costruzione di altro che mantiene la medesima immagine esteriore. Un concetto questo sottolineato più volte nel film, quando ogni variazione - sulla carta catastrofica - che avviene a Barbieland si tramuta in un successo economico nella vita reale in fatto di vendite. La Gerwig fa propria la sceneggiatura e sembra quasi offrire un saggio di bravura sul come trasformare un materiale trash in un film con velleità da oscar (avrà contro avversari agguerriti, a partire da Christopher Nolan, ma strapperà diverse candidature). La pellicola prende l'abbrivio con un pomposo prologo che rimanda a 2001 Odissea nello Spazio (la sequenza con l'evoluzione degli oranghi che acquisiscono le basi evolutive per tramutarsi in uomini) e con un'esaltazione di quella che io chiamo “carrozzeria femminile” anteposta alla sostanza. Da qui, a poco a poco, si delinea il film in una stretta correlazione tra il mondo reale e il mondo fantastico, che rimanda al concetto divino di creazione nel rapporto tra Uomo (qua donna) e Dio (qua ancora una volta donna, ovvero la tipa anziana). Le modifiche apportate alla bambola dagli ideatori della stessa nella sede di Los Angeles portano a modifiche effettive sul corpo e sulla mente di Barbie (la splendida Margot Robbie), così come le evoluzioni di Barbieland (dovute all'esperienza maturata nella vita reale dall'imbranato Ken, interpretato da un divertito Ryan Gosling, sempre pronto a mettere in evidenza i muscoli intesi quale sinonimo di idiozia) si riflettono sui giocattoli del mondo reale. Barbie scoprirà, nella sua relazione col mondo reale, in cui si trasferisce per eliminare i difetti che si è ritrovata a riscontrare (e che poi imparerà ad apprezzare), l'importanza di altri valori (superiori, come dimostra la scelta finale di calzare i sandali anziché le scarpe con tacco a spillo) che vanno oltre i meri canoni estetici fino a desiderare, da novello Pinocchio in versione femminile, di tramutarsi in umana sebbene abbia scorto la sofferenza e il male che fanno parte della vita di tutti i giorni (che però è reale e non un qualcosa di fittizio). Le pervengono idee di morte, il terrore della vecchiaia e il deterioramento del corpo e della psiche, tutti sintomi di una maturità che non è propria dei soggetti che, da perfetti Lucignoli, vivono nel paese dei balocchi (qua a tutti gli effetti) senza porsi domande sul domani (e sull'aldilà) che viene solo visto come una festa continua in cui ballare e fare gli idioti (modello Grande Fratello). La Gerwig sembra scatenata dietro alla macchina da presa, offrendo la sensazione che si sia divertita non poco nell'ideazione e nella trasformazione filmica del progetto. Plasma un fantasy che oscilla tra musical e commedia, con un'ironia di fondo decisamente graffiante e ultra marcata. Lode alla Mattel che non si prende sul serio e si auto-dileggia, con una serie di amministratori che sono dei veri e propri idioti tutti sopra le righe. I personaggi del film, infatti, sono grotteschi nei modi di fare e hanno reazioni fanciullesche che simulano i giochi dei bimbi (non a caso fluttuano in aria e simulano di fare la doccia o di mangiare). Attraverso l'ironia, la Gerwig evidenzia i difetti tipici delle donne e dei maschi, con l'inevitabile cliché di “lui ama lei, ma lei non se lo fila, però gli scodinzola mandandolo in brodo di giuggiole e facendogli mostrare i muscoli e rendersi disponibile”. Geniale la sequenza in cui le donne riprendono il possesso del mondo mettendo gli uomini uno contro l'altro semplicemente facendoli ingelosire, così da portarli a scagliarsi contro quello che vedono come il potenziale contendente, senza accorgersi di essere tutti pedine manovrate dalla bellezza femminile che persegue suoi fini. 
 
I due protagonisti: Ryan Gosling (Ken) e
Margot Robbie (Barbie).
 

Si noti come tra gli elementi centrali per il risveglio delle barbie vi sia la barbie punk, chiaro rimando alla Harley Quinn di Suicide Squad interpretata da Margot Robbie che, avendo interpretato anche Tonya, si conferma un'attrice con una certa simpatia per la ribellione e i personaggi che rompono gli schemi. Da notare anche la citazione a Fight Club, quando viene detto alle Barbie che non sono quello che gli altri intenderebbero che esse fossero (un'idea), ma dei soggetti capaci di autodeterminarsi così da superare l'impostazione del loro creatore e ascendere al rango di umano a tutti gli effetti (altro messaggio ascetico). Centrale il discorso, fatto da un'ispirata America Ferrera, finalizzato a cancellare la manipolazione di fondo che programma la mente delle donne (pensate agli attuali influencer o alla moda in generale e quanto essa, come farà Ken nel film, riesca a plasmare il volere delle persone) al fine di stimolare l'autocoscienza, il ruolo a cui potrebbero ambire e la vera evoluzione che potrebbe derivarne con il realtivo superamento di generi, classi sociali e sessismo.

Costumi e scenografie volutamente patinate e sgargianti, con dominanza del fucsia. La Gerwig, con i suoi scenografi, rende bene l'idea delle scenografie fittizie. Barbieland è un grande gioco in cui si muovono giocattoli e dove tutto è finto, mera riproduzione di una realtà che non ha gli elementi per poterla mutuare in modo perfetto (si vedano le onde del mare di plastica). Una finzione di vita che intenderebbe emulare la realtà, ma che tale non è, restando solo un'illusione di vita e dunque un qualcosa di inferiore seppure all'insegna del divertimento e della falsa gioia. Le bambole (verrebbe da dire l'uomo) esistono solo perché il suo creatore e i destinatari dell'invenzione (i bambini dell'ideatore) continuano a giocare con loro, altrimenti verrebbero cancellate. Si tratta dunque di un esistere per concessione altrui, vale a dire una condizione di dipendenza che rispecchia una mancanza di maturità. Un concetto quest'ultimo che ribalta l'impostazione propria di certi romanzi fantastici (penso al Malpertuis di Jean Ray) dove si dice che gli dei e lo stesso Dio esistono solo perché gli uomini continuano a rivolgersi a loro attraverso la preghiera, altrimenti anche gli dei finirebbero per essere cancellati. Qua avviene l'opposto. A mio modo di vedere, un film ottimo, probabilmente sottovalutato da molti che (un po' come avviene a Barbie) si soffermano sulla forma e sui tanti omaggi legati ai vari modelli dei giocattoli effettivamente realizzati negli anni ottanta (che io, per ovvie ragioni, non sono in grado di cogliere), molti dei quali mostrati nei titoli di cosa. Barbie è dunque un film sopra le aspettative. Appuntamento alla notte degli oscar... e sempre e solo W I CAVALLI, meglio se rappresentati dal colore fucsia in Italia sinonimo di ostacoli.

La Barbie stramba vi aspetta con il Joker.

"Il fucsia non è solo un colore, è un atteggiamento."

mercoledì 9 agosto 2023

Recensione Saggi: HIERONYMUS BOSCH - Tutti i Dipinti a cura di Walter Bosing.

Autore: Walter Bosing.
Anno: 2014 (Edizione originale 1973).
Genere: Saggio Arte.
Editore: Taschem.
Pagine: 98.
Prezzo: 8,00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Eccezionale rapporto qualità-prezzo per questo volume della Taschen Edizioni che illustra l'arte e la vita di Hieronymus Bosch come meglio non avrebbe potuto e in modo piuttosto completo.

I volumi d'arte della Taschen sono eleganti, infarciti di dipinti (a colori) e con larghi spazi critici in cui vengono trattate le opere di volta in volta mostrate.

Pittore complesso, famoso per le sue “diavolerie” ovvero per essersi inserito nel “sottogenere” dei Giudizi Universali avviati nel trecento dai vari Coppo di Marcovaldo e Giotto, con uno stile tutto medievale legato alla paura del peccato e alla convinzione circa la sussistenza nella vita di tutti i giorni degli influssi e delle tentazioni demoniaca, ma al tempo stesso innovativo, rivoluzionario e originale. I suoi trittici, tra i quali sono da menzionare - oltre quello del Giudizio Universale di Vienna – Il Trittico del Giardino delle Delizie, Il Trittico del Carro del Fieno e Il Trittico delle Tentazioni di Sant'Antonio hanno fatto scuola, continuando a influenzare fino al novecento pittori del calibro di Salvador Dalì. L'arte di Bosch è un mix di invenzioni allegoriche costruite su più livelli di comprensione e infarcite di brutalità e, al tempo stesso, di ironia. Bosch punta il dito sulla stoltezza e la faciloneria umana, evidenzia i sette peccati capitali quali forze corruttrici dei valori e motivo di declino delle anime verso le fiamme di un inferno da cui non è concessa redenzione. Tutto ha inizio con la cacciata dall'Eden, il momento in cui il peccato è entrato nella storia dell'umanità costringendo l'uomo a dover dimostrare a Dio di essere in grado di conquistare quel bramato paradiso perduto senza farsi abbindolare dalle tentazioni e dai piaceri della carne e del potere. Il diavolo altro non è che uno strumento di Dio, un ostacolo da superare facendo leva sugli insegnamenti del Cristo, unico esempio da seguire e imitare se si vuol ascendere. Dio è rappresentato alla stregua di un occhio che tutto vede e tutto giudica. L'orrore, la brutalità, il trionfo della lussuria, dell'avarizia e della morte sono solo parziali, poiché i grandi santi hanno mostrato la via verso il vero e unico Trionfo, quell'ascesa all'Empireo dipinta nelle Quattro Visioni dell'Aldilà.

Walter Bosing spiega tutto questo rivolgendosi a un pubblico non solo di esperti. I neofiti possono infatti avvicinarsi ai capolavori dell'arte senza paura di essere travolti da un testo denso e pesante. Le spiegazioni sono sintetiche quanto basta, non eccessivamente accademiche e si sposano alla perfezione con una veste editoriale che ha ben pochi rivali per la tipologia del prodotto offerto.

Prezzo basso, confezione elegante. Un must assoluto per gli appassionati di fantastico e di esoterismo, posto che Bosch era solito corredare le proprie opere di immagini iconiche che rimandano all'alchimia e agli arcani maggiori dei tarocchi. Un Maestro assoluto di cui è poco dato sapere e di cui molte opere non sono giunte a noi, mentre altre, oggetto di continue discussioni tra gli studiosi, sono risultate di difficile catalogazione temporale se non, addirittura, disconosciute o messe in dubbio.Un'occasione dunque da prendere al volo per accrescere le proprie conoscenze e, magari, innamorarsi dell'arte.

martedì 1 agosto 2023

Recensione Narrativa: INVERNO GIALLO '75/'76. A cura di Ellery Queen

Autore: AA.VV.
Serie: Ellery Queen Presenta.
Anno: 1975.
Genere: Giallo.
Editore: Mondadori.
Pagine: 352.
Prezzo: Fuori catalogo.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Arriva l'estate e con lei non può mancare la lettura di almeno una raccolta proposta dal nome collettivo Ellery Queen per la collana Inverno Giallo (anche se sarebbe stato più logico recensire un'Estate Gialla) della Mondadori. Recuperata su una bancarella estiva di libri gialli per una manciata di monete d'euro, analizziamo oggi Inverno Giallo '75/'76. Tredici racconti più tre novelle (chiamarle romanzi, come indica la copertina, ci sembra un po' troppo) per un totale di sedici soggetti. Storie ricomprese tra il 1931 e il 1966, anni della loro pubblicazione; dunque un'antologia legata particolarmente alle riviste pulp della prima metà del novecento. Nonostante il titolo della raccolta è bene fin da subito evidenziare come di gialli non ve ne siano in realtà molti. Siamo piuttosto alle prese con un'antologia di crime novel, totalmente avulsa dal fantastico che in altri numeri della serie tende a fare capolino, dove spesso è gradita compagna l'ironia e la beffa. Solo sette storie, dunque meno della metà, sono dei gialli in senso stretto. Il livello generale è più che apprezzabile, sebbene vi siano cinque buoni racconti capaci di distinguersi dalla massa, oltre ad altri quattro interessanti lasciando il resto a fare da completamento con solo un pugno di racconti poco convincenti.

Bella la scelta dei nomi coinvolti, una rosa che invoglia indubbiamente all'acquisto il lettore esperto e che mette insieme anche curiosi accostamenti come la triade composta da Herbert G. Wells, Orson Welles e Philip Wylie; ovvero il celebre autore di fantascienza inglese, il regista che organizzò negli Stati Uniti uno spettacolo radiofonico su un romanzo del primo determinando un'isteria di massa che portò a numerosi suicidi di gente convinta che fossero atterrati sul suolo americano gli UFO e lo sceneggiatore hollywoodiano chiamato ad adattare negli anni '30 i romanzi di fantascienza del primo. Figurano inoltre nomi monumentali nella storia del giallo quali il belga Georges Simenon, che presta per l'occasione un racconto della serie Maigret, l'ideatore del personaggio di Perry Mason (Erle Stanley Gardner), il maestro del racconto giallo Cornell Woorlich, il maestro dei misteri delle camere chiuse John Dickson Carr e ancora il fulminante amante degli enigmi Ellery Queen, il pluripremiato J.B Priestley e molti altri meno famosi in Italia con la curiosa partecipazione dei sopracitati Orson Welles e Herbert G. Wells.

Andiamo dunque nel dettaglio, partendo proprio dai racconti gialli.

DETTAGLIO

Struttura da whodunit, forse l'unico costruito in tal maniera, per The Blizzard Murder Case (“Delitto in una Notte di Tormenta”, 1937) dell'autore sci-fi Philip Wylie, nome pubblicato anche sulla collana Urania (“Attacco alla Terra”, 1991) ma soprattutto firma del romanzo (“Gladiator”, 1930) che avrebbe poi ispirato l'ideazione di Superman e di una serie di sceneggiature, tra fantascienza e horror, adattate per l'industria cinematografica hollywoodiana. Tra i film sceneggiati si ricordano, su soggetto di Herbert G. Wells, L'Isola delle Anime Perdute (1930) e L'Uomo Invisibile (1933) senza dimenticare l'adattamento del romanzo più famoso di Wylie, When Worlds Collide (“Quando i Mondi si Scontrano”, 1933), portato in scena da Rudolph Matè nel 1951 (vinse l'Oscar per i migliori effetti speciali).

Per l'occasione, Wylie accantona la fantascienza per strutturare, sulla distanza delle cinquanta pagine, un vero e proprio giallo dall'intreccio complesso. Tre soci discutono sull'opportunità di lanciarsi o meno in un affare in Sud America. Una divergenza di opinioni porta due, dei tre, a litigare furiosamente. Poche ore dopo, uno dei due soci viene trovato accoltellato nel proprio appartamento, mentre un secondo è improvvisamente fuggito su un treno dopo aver fatto i bagagli in fretta e furia, lasciando il terzo compagno di affari implicato nell'omicidio. La polizia, infatti, trova nella schiena del morto un coltello dalla punta scheggiata che è di proprietà proprio dell'indiziato. Bloccato dalla polizia senza troppi complimenti, l'uomo viene rilasciato quando gli agenti, dopo aver cercato di seguire le tracce del fuggitivo - ritenuto colpevole dall'indiziato - rinvengono il cadavere dello stesso davanti alla casa di villeggiatura della vittima iniziale. Attenzione, però... Niente è come sembra. Apprezzabile il tentativo di rimescolare le carte operato dall'autore che lavora sulla scena del delitto, delinea un movente più che sufficiente e scombina i piani, facendo ricadere i sospetti su più soggetti. Interessanti alcune trovate, quali il congelamento di un cadavere per non far capire quando sia intervenuta la morte, oppure la messa in scena operata dal killer e i continui colpi a sorpresa che rivoluzionano la ricostruzione del delitto. Purtroppo Wylie semplifica un po' le cose e sottovaluta sia il lavoro della polizia che dei medici legali. La sua soluzione non collima alla perfezione né con l'esame dei cadaveri (impossibile non accorgersi che un uomo sia morto, piuttosto che per una fucilata esplosa post-mortem, per una coltellata) né con lo studio della scena del delitto (impossibile non accorgersi che un uomo ucciso da una pugnalata è stato trascinato su un pavimento; così come appare superficiale la totale omissione circa la verifica delle macchie di sangue presenti sulla scena del delitto che si scopriranno appartenere a soggetti diversi). A ogni modo, al di là dei difetti (tra i quali il coinvolgimento di una complice che fa il doppio gioco), Delitto in una Notte di Tormenta è un giallo che tiene viva l'attenzione e, alla fine, si lascia apprezzare tra i migliori dell'antologia.


Si va sul sicuro anche con Erle Stanley Gardner, il papà letterario del celeberrimo Perry Mason (il più famoso avvocato nella storia della letteratura), che con A Man is Missing (“Un Uomo è Scomparso”, 1946) mette in scena un curioso giallo a metà strada tra intrigo e avventura. Giocato su una distanza più lunga rispetto alla media delle altre storie (poco meno di cinquanta pagine), è una storia che consente all'autore di mettere in mostra (in chiave ironica e dissacrante) i contrasti tra i boriosi detective della polizia cittadina e i più alla mano sceriffi di montagna. Da una parte l'arroganza dei professionisti che arrivano dalla cultura cittadina, dall'altra la praticità del mestiere di chi è abituato alla vita provinciale e che ben conosce i luoghi. Non a caso sarà proprio lo sceriffo, dopo essersi avvalso di una guida di montagna, a smontare la frettolosa ricostruzione del collega di città e a ribaltare la tesi dello stesso, facendo venire a galla la verità relativa alla scomparsa di un uomo e alla morte di una vittima incastrata dal primo al solo scopo di frodare l'assicurazione. Tutto il mistero sarà risolto dalla “semplice” analisi della scena del delitto, tra incongruenze, incompatibilità temporali e una messa in scena viziata dalla mancata conoscenza, da parte del killer (e degli agenti della città), degli usi tipici di chi è un abituale frequentatore della montagna. Siamo infatti alle prese con una messa in scena, tesa a cercare la conferma da parte delle autorità per delineare un omicidio compiuto da un assassino scomparso nel nulla al fine di intascare la polizza sulla vita.

Bel gioco a incastri, con una prima parte dal retrogusto western. Una spedizione di sei elementi, tra uomini e donne, procede lungo i tortuosi meandri montani, in sella ai cavalli, per giungere alla baracca ritratta da una foto scattata da un uomo scomparso nel nulla e che viene presentato dalla moglie alle autorità come un soggetto affetto da amnesie provocate da un incidente stradale. Attenzione però a non farsi abbindolare: niente è come sembra.


Un altro nome che non può deludere è quello del belga Georges Simenon che schiera nientemeno che il suo personaggio più famoso: il commissario Maigret, qua alle prese con un doppio caso. “Il nostro” deve dividere l'impegno non solo con due casi, uno strano suicidio avvenuto in diretta telefonica con la polizia e i raggiri di un truffatore internazionale, ma anche con uno sfortunato collega a cui vorrebbe sottrarre il caso del suicidio temendo però di offenderlo. Ecco che prende piede Maigret et L'Inspecteur Malgracieux (“Maigret e l'Ispettore Scontroso”, 1947). Eccellente la cornice, con squarci ambientati nella centrale operativa del commissariato di Parigi, tra telefoni che squillano e spie che si accendono di continuo sui quadranti per segnalare le emergenze in città. Simenon parte da una strana chiamata alla polizia, in cui si sente esplodere un colpo di pistola. Tutto farebbe pensare a un assurdo suicidio della stessa persona che ha chiamato la Centrale. Sulla scena del delitto, infatti, gli agenti rivengono a mezzo metro dal cadavere la pistola della vittima, così come il colpo è stato esploso a contatto dell'orecchio. Sull'arma però non vengono rilevate tracce particolari, la pistola sembra esser stata ripulita da un panno. Inoltre all'interno della canna vengono rilevate delle strane rigature che fanno pensare all'impiego di un silenziatore non rinvenuto sulla scena. Cosa è successo? Parte l'indagine, che coinvolge la moglie della vittima e la sua sorella. Autopsie, polizze assicurative e un fatto simile avvenuto qualche mese prima sono le vie che consentono a Maigret di risolvere il mistero, lasciando tutti i meriti al collega. Buona narrazione, ottimi sviluppi, ma movente ed epilogo inflazionati che fanno perdere qualcosa al racconto a cui anteponiamo i due sopracitati.


Si scende di livello, pur restando alle prese con un racconto interessante, con The Dwelling Place of the Proud (“Il Mistero di Kademein, ”1966) di Charles B. Child, facente parte del ciclo dell'ispettore Chafik J. Chafik. La particolarità del racconto sta nella sua ambientazione esotica. Siamo nel mondo arabo, alla periferia di Bagdad, dove una strana epidemia di decessi e di malori colpisce i fedeli che si recano per pregare al santuario di Kademein. Le indagini e l'intervento del medico legale permettono di isolare delle tracce di curaro rilevate nel corpo delle vittime. Chafik riuscirà a svelare l'arcano di una storia che, in verità, paga qualcosa sul piano dell'intreccio. Mancano infatti i sospettati utili a disorientare il lettore. Chi sia dietro la macchinazione diviene così intuitivo fin da subito. Claude Vernon Frost, nome anagrafico dietro lo pseudonimo Child, dimostra comunque di conoscere a mena dito i luoghi, facendo delle scenografie l'arma vincente della storia. Riporta espressioni arabe, descrive ambienti e usi locali grazie all'esperienza acquisita sul campo, quando durante la seconda guerra mondiale aveva collaborato con la polizia irachena quale membro del controspionaggio britannico. Alla fine viene fuori un giallo diverso dal solito, con un curioso stratagemma utilizzato da un padre disperato e in ira con Allah.


Convincono assai meno i restanti tre gialli. Cat of Dreams (“Il Gatto Immaginario”, 1958) di Frances e Richard Lockridge (marito e moglie noti per la serie di gialli dedicati alla coppia Mr and Mrs North) non massimizza gli ingredienti impiegati nell'intreccio. Il ritrovamento di un cadavere di un uomo rimasto coinvolto, senza riportare condanne, in due incidenti stradali dagli esiti nefasti per terzi induce la polizia a sospettare il coinvolgimento del marito della donna morta, mesi prima, nell'auto dell'uomo. Il cadavere, infatti, viene ritrovato nei pressi dell'abitazione del sospettato l'indomani dell'assoluzione in tribunale della vittima. C'è tuttavia un particolare che induce a far pensare il detective incaricato del caso. La figlia dell'uomo, una bambina dotata di fervida immaginazione, ha riferito di aver visto, nella notte e in orario compatibile col decesso, un uomo grasso e goffo fuggire nella strada seguito da un gatto dagli occhi rossi. L'eventuale ritrovamento nella zona di un gatto con gli occhi rossi avvalerebbe la dichiarazione della piccola... ma potrebbe mai esistere un gatto con gli occhi rossi? La risposta è sì. Gli occhi di un siamese, di notte, se illuminati dai fanali delle auto diventano rossi. Chi è allora l'assassino? Semplice, il parente della vittima dell'altro sinistro, un qualcuno che ha pensato bene di sfruttare la situazione per far ricadere la colpa sull'altro potenziale soggetto interessato alla vendetta. Un racconto dunque che non va oltre il simpatico e che da la sensazione di non essere stato cadenzato dal giusto appeal.

Frettoloso e legato ai modi di dire, quale via attraverso la quale risolvere il mistero, è il testo firmato Ellery Queen, protagonista anche della storia. Money Talks (“La Paura della Signora Alfredo”, 1950) propone un tentativo di estorsione ai danni di una madre che intende celare il fatto di avere una figlia illegittima. Gialletto tutto giocato sulla provenienza della donna (Inghilterra) e sul vocabolario tipico degli inglesi evidentemente difforme rispetto agli autoctoni americani. Sarà proprio questa diversità di lessico a incastrare l'estorsore. Simpatico e nulla più.


Confusionario e con soluzioni demenziali Murder in a Nudist Camp (“Morte in un Campo di Nudisti”, 1966), un goffo tentativo di spacciare per giallo un racconto di denuncia del bigottismo americano e, al tempo stesso, di proporre un'apologia del naturismo. Uno strano guardone scruta, abbarbicato sull'impalcatura di un cartellone autostradale, all'interno di una spiaggia di nudisti. I frequentatori della spiaggia temono di poter esser ricattati e decidono così di mettere in piedi un assurdo show per indurre l'osservatore a chiamare la polizia: mettono infatti in scena un artificioso omicidio, a base di pistole giocattolo e salsa di pomodoro. La polizia sopraggiungerà davvero sul campo, ma non per denunciare il voyeur. Tra i nudisti, infatti, vi è un rapinatore che, per crearsi un alibi, ha pensato bene di mostrarsi come suo solito con la barba lunga, sebbene si sia raso da giorni per farsi così registrare dalle telecamere e sviare i sospetti. L'autore Allen Kim Lang, tra i meno noti e titolati dell'antologia, gestisce male la vicenda.



Qui finisce il giallo e prende piede il crime, talvolta ai limiti della comicità talaltra all'insegna della tensione.

La palma del migliore va a Cornell Woolrich che, col suo Momentum (“Il Treno per l'Inferno”, 1940), confeziona il miglior racconto in assoluto dell'antologia. Certo, non siamo dalle parti del giallo, bensì di un racconto drammatico alimentato dal bisogno di denaro e dall'impulso che fa dell'occasione l'uomo ladro. Un creditore a corto di soldi pensa bene di sottrarre i soldi dalla cassetta di sicurezza del suo debitore, un imprenditore che è fallito in modo artificioso per non pagare gli stipendi dei lavoratori. Appostato fuori dall'abitazione, l'uomo scorge la combinazione di sicurezza e pensa di mettere a frutto la scoperta. Un dispositivo, tuttavia, allarma il proprietario della casa che sorprende il ladro e inizia ad apostrofarlo, avendolo riconosciuto come un suo ex lavoratore. Preso dalla frenesia e dalla paura di esser arrestato, l'intruso spara al suo debitore e fugge con i soldi e la pistola recuperata nella cassaforte. È l'inizio di una paranoia che mina la tranquillità e la calma del fuggiasco, incapace di controllarsi e di raccapezzarsi nella sua nuova veste di pericoloso spree killer. Convinto di essere braccato dalla polizia, abbatte chiunque pensa possa arrestarlo, finendo per inscenare un'improbabile fuga con una moglie all'oscuro dei misfatti. Grande tensione, eccelso ritmo, per una storia che crea angoscia al lettore. Woolrich si dimostra un maestro del racconto breve (molte le sue antologie uscite in Italia, addirittura se ne contano diciotto pubblicate dalla Mondadori) e lo è fino in fondo, proponendo un epilogo beffardo che rende inutile e ingiustificata fin dall'inizio l'intera azione del protagonista. Eccelso racconto, poco altro da aggiungere.


The Old Doll's House (“La Casa della Vecchia Signora”, 1933), dello sceneggiatore e giornalista americano Damon Runyon, è una gangster story newyorkese (l'autore era un aderente al nascente sotto-filone hardboiled dalla cui opera venne tratta la serie televisiva Damon Runyon Theater) che vede tre bulli locali tentare di fare la pelle a un potenziale nuovo concorrente sul mercato dei loschi affari. L'agguato non va a buon fine e si ritorce, di lì a poco, proprio contro i tre aggressori, crivellati dai proiettili di una mitragliatrice in un bar della città da un killer identificato solo da un paio di scavezzacollo presi a sommarie informazioni dalla polizia. Il diversivo della storia, che le permette di guadagnare quel pizzico (giusto in pizzico) in più di favore, è costituito dalla caratterizzazione di una anziana possidente che si ritrova in casa il bandito in fuga dall'agguato ma, nonostante questo, non fa una piega essendo ben felice di intavolare un colloquio con lui. La donna, infatti, riferisce di non aver più visto entrare un ragazzo nella propria casa sebbene, dai tempi in cui il padre sbatté fuori dall'abitazione il suo giovane fidanzato, abbia lasciato aperta la porta d'ingresso. Il giovane infatti morì dal freddo, a causa della scenata del padre della donna, inducendo la stessa ad assumere l'impegno di rendere la casa un luogo di ricovero per chiunque fosse in difficoltà. Sarà proprio l'anziana signora, ritirata dalla vita civile, a salvare l'accusato dalla giusta condanna del tribunale. Testimonierà infatti che alle ore 00.00 dell'orologio del suo salotto il giovane era in sua compagnia. Una dichiarazione che renderà incompatibile la presenza dell'accusato sul luogo del delitto e farà cadere l'accusa sorretta dalle dichiarazioni dei due inaffidabili proposti dalla polizia. C'è un particolare però su cui nessuno punterà il dito: l'orologio della casa della donna è fermo sulle 00.00 da quando il fidanzato di un tempo fu buttato fuori casa...! Epilogo simpatico, ma intreccio debole per un mezzo giallo seppure ottimamente narrato.


Assai più incisivo il discreto The Dove and the Hawk (“La Colomba e il Falco”, 1966) di Anthony Gilbert, pseudonimo maschile di una scrittrice inglese (Lucy Beatrice Malleson) specializzata in crime story. Tornano le divergenze di opinioni in famiglia. Una zitella in carriera rifiuta l'amore che la sorellastra, rimasta sotto la sua curatela in quanto orfana e ancora minorenne, prova per un giocatore di azzardo specializzato nelle corse dei cavalli. Ogni tentativo di far ragionare la giovane non va a buon fine, costringendo la donna ad accettare, suo malgrado, l'imminente matrimonio. Poco prima dell'evento, tuttavia, emerge un ulteriore fattore. Durante un meeting di gran premi in un ippodromo, la zitella, senza farsi notare dal futuro cognato, ascolta un dialogo tra quest'ultimo e un amante. Dal colloquio emerge il vero fine dell'uomo: recuperare l'ingente patrimonio della futura moglie, sfruttandone l'ingenuità. Scatta così la decisione della donna di manomettere l'auto del pretendente sposo, così da provocarne un sinistro mortale che, puntualmente, si verifica. C'è un particolare però... sull'auto la vittima non era sola...e neppure in compagnia dell'amante, ma di quel qualcuno che la donna avrebbe voluto proteggere. Epilogo crudele, ma calzante. Buono, seppure non un giallo, con interessanti riferimenti all'eleganza dei cavalli e alla possibilità di far soldi con le scommesse (una prospettiva che, secondo il narratore, allontana dalla possibilità di una vita regolare gli scansafatiche).


Poliziesco a discreta dose di tensione The Killer is Loose (“Una Pistola per una Vendetta”, 1953) dei fratelli canadesi John e Ward Hawkins, due firme del circuito televisivo americano. Una storia che evidenzia la matrice cinematografica che contraddistingue la produzione degli Hawkins, conosciuti soprattutto per aver sceneggiato svariati episodi di celebri serial western quali Bonanza e Ai Confini dell'Arizona, per i quali hanno rispettivamente scritto quaranta e diciannove episodi, oltre che Rawhide. Non a caso questo Una Pistola per una Vendetta è un vero e proprio western urbano, molto interessante per l'anno di uscita sebbene oggi inflazionato nei contenuti. Gli Hawkins lavorano sulle caratterizzazioni dei personaggi e propongono i continui litigi tra una giovane moglie incinta e il marito poliziotto. La prima vorrebbe che il secondo abbandonasse la carriera per scegliere un impiego a minor tasso di rischio. Ad aggravare la situazione si aggiunge l'evasione di un rapinatore a cui il protagonista, per errore durante un'irruzione in appartamento, ha ucciso la moglie. Il malvivente, secondo le dichiarazioni rese dai compagni di cella, ha un solo obiettivo: ripagare con la medesima moneta chi lo ha sbattuto in carcere.

Racconto cadenzato dai ritmi giusti, accattivante e coinvolgente con una struttura a tensione crescente, grazie a un manigoldo che elude tutti i tentativi di arrestarlo. Adrenalinico il finale, con uccisioni a sangue freddo, travestimenti e pedinamenti al caradiopalma, per un racconto che aveva tutto per essere trasposto al cinema, cosa peraltro avvenuta nel 1956 con il mitico Joseph Cotten nei panni del poliziotto protagonista e la regia di Budd Boetticher (regista famoso per una serie di western a basso costo nonché autore del soggetto de Gli Avvoltoi hanno Fame interpretato da Clint Eastwood). Per l'epoca molto interessante, oggi decisamente inflazionato.


Non mancano i racconti ai limiti del comico. Tra questi spicca la satira/grottesca in odore di guerra fredda di Orson Welles. Il celebre regista e attore (cito solo Il Quarto Potere) offre un curioso contributo col suo Diplomatic Crisis (“Crisi Diplomatica”, 1956). Il ministro del gabinetto francese ospita presso i suoi uffici una delegazione di diplomatici sovietici. Invitato dalla moglie a rendere indimenticabile la cena somministrando uno speciale tartufo proveniente dal Cile, inizia a temere che l'alimento sia, in realtà, un potenziale veleno. Ossessionato da tale convinzione, supportata dal cuoco personale che confessa di essere un comunista, decide di somministrare un pezzo di tartufo al cane di casa, ormai già malandato, così da verificare la letalità del cibo. L'esame è superato a pieni voti, tanto che il tartufo viene somministrato durante la cena con grande apprezzamento dei sovietici. C'è un particolare però... prima del dolce, arriva la notizia che il cane è morto. Ha inizio un terrore assoluto, che non può consentire ai francesi di rivelare il dramma ai russi. Prendono così piede tutti i possibili scenari internazionali connessi alla morte dell'intera delegazione. Un incubo che porta ad allarmare medici e ambulanze, senza interrogarsi però su quale sia stata la ragione della morte dell'animale... Un Welles che, come nel suo celebre scherzo radiofonico del 1938 avente a oggetto La Guerra dei Mondi, si diletta nei possibili scenari da isteria collettiva non supportata dagli effettivi dati. Carino, ma non certo un giallo.


Sulla medesima linea si assesta A Deal in Ostriches (“Un Affare di Struzzi”) del quasi omonimo Herbert G. Wells, l'autore de La Guerra dei Mondi su cui ebbe da scherzare Welles, che propone un divertissement che ruota attorno alla sceneggiata di un damerino indiano, in viaggio in crociera, che grida e protesta perché uno struzzo, poi mischiatosi ad altri quattro esemplari, gli ha strappato con una beccata il diamante che aveva incastonato nel turbante ingoiandolo nello stomaco. Ha così inizio una discussione giuridica circa la titolarità dell'oggetto, a cui segue una vera e propria corsa per acquistare tutti gli struzzi del lotto. Curiosamente la spunta, per una somma di gran lunga inferiore al valore del gioiello, un euroasiatico che viene puntualmente bersagliato dalle accuse dell'indiano. La notizia, intanto, vola di bocca in bocca. Tutti i viaggiatori della nave vengono a conoscenza del fatto, anche perché i cinque struzzi vengono caricati sull'imbarcazione. L'acquirente, che confessa di essere un giocatore d'azzardo, propone di mettere all'asta quattro dei cinque struzzi, facendo però notare che nessuno dovrà essere ucciso prima dello sbarco. Prende così piede un enorme truffa, giostrata da due furbacchioni che si sono finti nemici e concorrenti.


Ilarità e azione contraddistinguono Young Man on a Bicycle (“Un Giovanotto in Bicicletta”, 1955) di Victor Canning, scrittore portato al cinema da Alfred Hitchcock per il film che ne chiuse la carriera (Complotto di Famiglia, 1976) nonché pubblicato in Italia da Sonzogno, Editrice Nord, Mondadori e Rizzoli. Un Giovanotto in Bicicletta è una crime novel votata alla commedia, che vede in azione un ladro e truffatore gentiluomo che sembra ispirarsi sia alla filosofia di Robin Hood che a quella di Arsenio Lupin. Esperto in travestimenti, grande affabulatore e romantico intrattenitore di donne anziane, Paul Ashcroft prende possesso di una villa spacciandosi per invitato del Conte che ne è proprietario. Si gode così una vacanza a scrocco in terra francese, conosce la donna che diventerà sua moglie e, nel frattempo, recupera 100.000 franchi organizzando furti in abitazione al fine di ottenere dei riscatti spacciandosi quale intermediario tra la persona offesa dal reato e il sedicente autore dei colpi che lui afferma di aver riconosciuto. Strano benefattore, distribuisce buona parte dei proventi per aiutare i più bisognosi a cui si presenta sotto le spoglie di un vecchio aristocratico. Alla fine verrà scoperto, persino dal presunto ladro che si spacciava di conoscere, ma, grazie all'arte del travestimento, riuscirà a darsi alla fuga insieme all'amata, così da lanciarsi verso una vita onesta (così almeno dice). Crime novel simpatica all'insegna della commedia, dopo i racconti di Woolrich e Gardner è la migliore storia dell'antologia.


The Other Hangman (“L'Altro Giustiziere”, 1940) del celebre maestro dei “gialli delle camere chiuse” John Dickson Carr è una storia, tutta in flashback, di un grave errore giudiziario. D'ambientazione western, propone la messa a morte mediante impiccagione di un manigoldo rinvenuto ubriaco e con le mani sporche sangue in prossimità di un omicidio. L'uomo non è sicuro di aver commesso l'omicidio che gli viene imputato, tuttavia la giuria non ha dubbi a mandarlo sul patibolo. Una torrentizia pioggia sembra salvarlo dalla morte. Le tavole si ingrossano e la botola non riesce ad aprirsi. Intanto, arriva anche la confessione del vero assassino: una donna sfruttata e derisa sia dalla vittima che da colui che si pensava potesse essere l'assassino. La pena viene così annullata, ma l'uomo viene comunque trovato impiccato nella sua prigione. È stato il boia a ucciderlo, perché autorizzato specificatamente dai giudici e in possesso di tutte quelle qualità per rendere valida ed effettiva l'esecuzione. Le autorità non potranno fare altro che riconoscergli il dovuto di 50 dollari e nascondere l'errore giudiziario, così da rendere perfetto il delitto del boia, nientemeno che il padre del vero assassino.


Chiudiamo la recensione col racconto che apre l'antologia, probabilmente il peggiore del lotto: What a Life! (“Che Vita”, 1931) del drammaturgo inglese John B. Priestley. Racconto con vene umoristiche senza capo ne coda (sembra un estratto di un qualcosa di molto più ampio), tutto giocato sulle caratterizzazioni dei personaggi e sugli errori di valutazione in cui si potrebbe cadere nel giudicare le persone sulla base delle apparenze. Narrazione interamente incentrata all'interno di un Hotel poco frequentato, con alcuni ospiti che si annoiano e che reputano priva di emozioni la vita del vecchio cameriere che somministra gli aperitivi. Usciti dal locale per una serata frizzantina, il lettore, rimasto in compagnia del cameriere, diviene testimone di una realtà altra. L'uomo, infatti, è in ansia per l'imminente parto della figlia e chiede notizie per via telefonica. Intanto, la moglie, da cui si è separato da anni, fa irruzione nell'albergo per pretendere informazioni sulla figlia, un assalto che viene prontamente rintuzzato. Uscita la consorte, il cameriere si trova a dover fronteggiare un manigoldo che intende estorcergli dei favori facendo leva sulla precedente e misteriosa vita del vecchio. Scopriamo così che l'uomo è stato un bandito. Ecco che la calma piatta ammirata dai clienti viene accantonata. Emerge la vera anima da lupo, una cattiveria sepolta sotto la parvenza di pecora. Senza ricorrere ad armi o atti violenti, il cameriere induce alla fuga il bandito, paventando scenari poco incoraggianti nel caso di spiate o tentativi di arrecare danno alla sua vita civilizzata. Cacciati i due indesiderati ospiti, il cameriere torna a essere l'apatico vecchietto che somministra aperitivi ai clienti, ivi compresi i due soggetti di inizio racconto nel frattempo rientrati dopo la serata brava. Tutto qui; di giallo manco a parlarne, sebbene l'autore sia tutt'altro che uno sprovveduto. Negli anni '30 infatti era stato un autore all'apice del successo, vincitore del James Tait Black Memorial Prize nel 1929 succedendo, tra gli altri, a Walter de la Mare, e precedendo i successi dei Maestri Aldous Huxley, Oliver Onions, John Le Carré, William Golding e James G. Ballard.

CONCLUSIONE

Dunque un'antologia capace di intrattenere, perfetta per una lettura sotto l'ombrellone. Poche le delusioni, altrettanto pochi i vertici di tensione, molti gli spunti interessanti. Per il prezzo, vale sicuramente la lettura.

Frederick Dannay (a dx) e Manfred Bennington Lee (a sx)
meglio noti con lo pseudonimo collettivo ELLERY QUEEN.

"Il delitto, come una palla di neve che rotoli da un pendio, aumenta la propria quantità di moto di mano in mano che procede." (Cornell Wolrich)

venerdì 28 luglio 2023

Recensione Narrativa: IL CUSTODE DELLA POLVERE di Joseph Payne Brennan.



 
Autore: John Payne Brennan.
Anno: 2022.
Genere:  Antologia Horror.
Editore: Dagon Press.
Pagine: 198.
Prezzo: 15.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Prima antologia assoluta interamente dedicata allo scrittore weird Joseph Payne Brennan, già apparso in Italia nel corso degli anni in una dozzina di antologie collettive.

Prevalentemente poeta, Brennan pubblicò qualcosa come diciotto raccolte di racconti, specializzandosi soprattutto nell'orrore e nel soprannaturale, senza disdegnare poliziesco e western. Fu cultore di Edgar Allan Poe, studioso di Howard P. Lovecraft, fondatore di riviste macabre, corrispondente di scrittori quali Donald Wandrei, Manly Wade Wellman, Frank Belknap Long e autore di qualcosa come quattrocento racconti e due romanzi. Come si può intuire da questo scarno profilo, fu soprattutto uno scrittore pulp, un intrattenitore popolare capace di rimodulare quanto già apparso sulla scena per proporlo in modo accattivante e coinvolgente.

Lanciato dalla morente Weird Tales, seppe costruirsi un'aura di culto grazie ad August Derleth e ai successivi riconoscimenti firmati da Maestri di primo piano quali Stephen King e Thomas Ligotti (che lo ha descritto quale "il miglior poeta che il weird abbia mai avuto"). Una dimostrazione di stima resa non certo per cortesia, visto che lo stesso King, nel 1980, offrì una propria introduzione a un'antologia di Brennan presentandolo ai lettori come uno dei suoi Maestri.

Pietro Guarriello, con la sua Dagon Press, nel 2022 pensa bene di saggiare il terreno degli appassionati, predisponendo (anche in vista di un secondo volume non ancora apparso sul mercato editoriale) una raccolta non originale che riunisca i quattro racconti pubblicati dall'autore sulla mitica Weird Tales a sei ulteriori storie riconducibili, più o meno in modo evidente, alla narrativa di Howard P. Lovecraft. Ne viene fuori un libro snello, corredato da una piccola introduzione e postfazione di Brennan nonché da un saggio riassuntivo dello stesso Guarriello sulla biografia e sulla produzione dell'autore. Il risultato finale è all'altezza delle aspettative. Il Custode della Polvere (2022) infatti è un'antologia che non delude l'appassionato di pulp e di weird dei tempi d'oro. Certo, pensare di trovare racconti dotati di eccezionale originalità sarebbe un errore. Brennan è un narratore, piuttosto che un autore che traccia nuove strade. Ripropone grandi classici, ma lo fa senza tradirne i contenuti e soprattutto le atmosfere. Il lettore si trova alle prese con storie dal ritmo crescente, dove i mostri si palesano e dove l'orrore arriva sempre dall'esterno dell'uomo. Salvo qualche rara eccezione (The Green Parrot o The Calamander Chest) la paura non è sfumata, ma viene determinata da creature, spesso e volentieri aliene, frutto di evocazioni demoniache oppure vomitate dagli abissi dell'oceano per un qualche fenomeno naturale (uno tsunami, una tempesta o un movimento tellurico). Di fronte all'inesplicabile l'uomo non può far altro che fuggire, sebbene non manchino tentativi di lotta e contrasto che vanno a buon fine debellando il male. È un orrore dunque “mostruoso” che non di rado affonda le mani nel sovrannaturale, chiamando in causa saperi connessi agli antichi indiani di America (le ambientazioni sono tutte statunitensi) o legati a culti preesistenti alla venuta dell'uomo. Netto l'amore per i contesti ambientali a sfondo naturalistico. I sentieri di campagna, i boschi, le paludi o i villaggi abbarbicati sulla costa e battuti dalle onde dell'oceano sono gli scenari che dominano e incastonano le avventure dello scrittore che, per il resto, cerca di stimolare il senso dell'olfatto. Olezzi, odori nauseabondi e marcescenza accompagnano molte storie, anticipando al lettore l'entrata in azione del male.

La resa narrativa è veloce, snella, con una particolare visionarietà cinematografica. Non c'è dunque da restare sorpresi se le storie di Brennan abbiano colpito molti lettori statunitensi fino a intaccare la fantasia degli scrittori della seconda parte del novecento. Sono storie che divertono gli appassionati, tengono sulle corde e offrono finali convincenti nello stile di quella narrativa orrorifica d'estrazione pulp di inizio novecento.

 

NEL DETTAGLIO

Tra i testi proposti spicca Slime (“Viscidume”, 1953), un vero e proprio precursore di beast movie quali Lo Squalo o il “nostro” Shark Rosso nell'Oceano. Una primordiale creatura degli abissi, dalla forma sfuggevole (“sembrava un grande cappuccio svolazzante, e poi una viscida pozzanghera nera di limo vivo e fluente che scorreva a velocità incredibile”), si ritrova sbattuta sulla terraferma a seguito di movimenti tellurici e del maremoto interconnesso. Rintanata in una palude, si adatta all'ambiente e prende a dar sfogo alla sua fama insaziabile, ingurgitando piccoli mammiferi finché, in seguito, non finisce per aggredire e assorbire viandanti e cacciatori sprovveduti. La polizia e l'esercito, allarmati da testimoni e da cittadini, iniziano a indagare sul mistero legato alla scomparsa di una serie di individui. Vengono pertanto organizzate pattuglie e trappole che portano alla lotta finale col mostro, così da evitare che riprenda la via del mare.La luce sarà l'arma con cui fronteggiare l'occulto. Brennan cadenza all'insegna dell'intrattenimento e del sense of wonder, tenendo sempre viva l'attenzione del lettore. L'epilogo con i lanciafiamme modernizza i richiami all'orrore cosmico di matrice lovecraftiana per aprire la via a Hollywood e ai B-movie da drive-in. Non a caso il racconto funse da ispirazione per Blob Il Fluido che Uccide (1958) ma, soprattutto, per una serie di pellicole che esploderanno negli anni settanta dopo il successo del beast movie di Steven Spielberg.


Più convenzionali, ma comunque efficaci per i loro contenuti necrofili e nauseabondi, sono i più maturi Forringer's Fortune (“Il Tesoro di Forringer”, 1975) e Jendick's Swamp (“La Palude dei Jendick, 1987). Il primo è un dichiarato omaggio a Howard P. Lovecraft, che viene espressamente nominato nel testo, ma anche a The Body Snatcher di Robert L. Stevenson. Si assiste alle azioni di trafugamento salme di un vecchio gestore di un banco dei pegni, che si muove sfruttando misteriosi cunicoli sotterranei che si snodano per miglia sotto la città, fino a condurre al cimitero del posto. Interessante, sulla scia del racconto di Stevenson, il legame che si viene a intrecciare tra questo viscido e sporco personaggio e il protagonista, in qualche modo attratto dall'uomo. L'obiettivo del profanatore è dichiaratamente illecito. Intende infatti sottrarre gioielli e oggetti di lusso sepolti con le salme, un tema già affrontato da un'altra prospettiva da Brennan col racconto che da il titolo all'antologia e che è anch'esso presente nel lotto. Qua Brennan si supera per il senso dell'orrore e per le continue allusioni al mondo dell'occultismo. Il profanatore è uno studioso di testi vietati tanto che Brennan snocciola titoli legati alla stregoneria e alle arti occulte. Sono questi riferimenti e questa padronanza della materia che legano il protagonista all'uomo. Forringer's Fortune è un testo marcio, nauseabondo, con i protagonisti che “nuotano” tra topi e ossari. Il finale ricorda vagamente il Modello Pickman di Howard P. Lovecraft per la volontà, tipica di Brennan, di mettere in scena l'orrore nella forma di un “mostro” alieno e tentacolare che proviene dall'altrove (forse dagli abissi marini).

Non troppo dissimile è Jendick's Swamp che modifica le ambientazioni riportandole nell'ambito dei boschi e delle paludi. Uno scrittore di racconti e uno sceriffo brancolano in un'area limacciosa alla ricerca della villa di una famiglia di degenerati spariti nel nulla. La magione, fatiscente, appare sul crinale di una collina attorniata dagli alberi e dagli acquitrini. È crollata su sé stessa e sembra non rivelare segni di vita. Un forte olezzo si diffonde dalle stanze, non a sufficienza da dissuadere i due indagatori dall'analisi del luogo. Cannibalismo, sacrifici umani, depezzamenti e un essere ultracentenario sorretto dagli influssi malefici di un demone (Iththaqua) capace di materializzare in cielo mostrando, tra le nubi di una tempesta, il suo volto costituiscono gli ingredienti di un racconto del terrore di buona fattura. Da notare un omaggio, non so quanto voluto, al Malpertuis di Jean Ray, nella parte in cui si dice che una divinità sopravvive solo se c'è qualcuno che ancora le dedica preghiere e in lei crede. Menzione speciale anche per il pittore Francisco Goya, espressamente citato da Brennan.


Buono è “l'urbano” On the Elevator (“Nell'Ascensore”, 1953) che si ricollega al precedente Slime. Ancora una volta Brennan sposa l'idea dell'orrore senza forma che proviene dal mare, spostando il tutto in città. L'orrore bestiale si miscela a un qualcosa che, per struttura narrativa e forma dei personaggi, si approssima al giallo. Un essere avvolto da un impermeabile, durante una notte di tregenda, penetra all'interno di un albergo. Il portiere, troppo indaffarato per accorgersene, nota solo un soggetto barcollante, forse un vecchio ubriaco, chiamare e penetrare all'interno dell'ascensore. È l'inizio di un incubo che non avrà risposta, con la polizia chiamata a risolvere il mistero di un omicidio perpetrato in modalità bestiali da un killer sparito nel nulla.


Vette di horror soprannaturale di discreta fattura sono garantite da The Willow Platform (“La Piattaforma di Salice”, 1973), un racconto che omaggia la narrativa “naturalistica” alla Algernon Blackwood, tanto che si cita persino la figura del “wendigo” (oltre il rimando ai salici). Un vagabondo rinviene all'interno di un rudere contadino un grimorio di evocazione demoniaca che porta alla materializzazione di un elementale sospeso oltre la terza dimensione. Brennan parla di viaggi astrali, evocazioni, esseri mostruosi che si muovono in una fitta vegetazione di salici. L'epilogo, pressoché identico al più breve e meno efficace The Seventh Incantation (“Il Settimo Incantesimo, 1963), porta alla morte dello sprovveduto che cerca di misurarsi con l'occulto senza avere le competenze per gestirne gli effetti collaterali.


The Keeper of the Dust (“Il Custode della Polvere”, 1962) tratta un altro grande classico: l'ira dei demoni chiamati a difendere le tombe egizie profanate da irrispettosi occidentali. Un tombarolo, di rientro dall'Egitto, trova stranamente il suo appartamento avvolto dalle polveri e dalla sabbia. In poco tempo, si ritrova prigioniero di una realtà altra, dove un demone dal corpo di bambino deforme si materializza per punirlo per aver sottratto uno scarabeo da una tomba di una mummia. Ottima la ricostruzione scenografica e la lenta spirale onirica che conduce al claustrofobico epilogo.


Sono sorretti da un minor senso dell'orrore trascendentale le altre storie. The North Knoll (“Il Poggio a Nord”, 1964) parla di un genius loci che presidia una collinetta nell'aperta campagna e aggredisce chi entra nei confini della sua area. The Green Parrot (“Il Pappagallo Verde”, 1952) è una classica ghost story di inizio carriera, con un viandante (uno scrittore che si è concesso una pausa) che si imbatte, imboccando un viottolo campestre preso come scorciatoia, in una vecchietta che insegue uno strano pappagallo verde sfuggitole dalla voliera. Intenzionato ad aiutare la donna, l'uomo rischia di perdersi nei sentieri boschivi e di farsi sorprendere dal freddo glaciale. Rientrato presso la locanda in cui è solito cenare, lo scrittore viene informato di essersi imbattuto in due fantasmi. Esercizio di stile, nulla più.

Più curioso e riuscito è The Calamander Chest (“Il Baule di Calamandra”, 1954), l'ultimo racconto di Brennan per Weird Tales. Il Baule di Calamandra è un classico racconto che giostra su un oggetto maledetto acquistato a basso prezzo in un antiquariato. Curiosa, e poi rubata da Stephen King (racconto The Moving Finger, 1990), l'idea del dito adunco che fuoriesce misteriosamente dal baule e ipnotizza l'acquirente sparendo ogni volta all'interno dell'oggetto senza che, all'apertura del mobile, sia visibile alcunché di strano. Sviluppo di storia stereotipato (i tentativi di disfarsi del baule non hanno esito positivo), ma ben gestito fino all'inevitabile finale.

CONCLUSIONI

Dunque un lotto di racconti che sapranno deliziare il palato dei fan delle storie più popolari alla weird tales ovvero testi che trattano il soprannaturale con una resa stilistica alleggerita da virtuosismi o preziosismi letterari.

La confezione della Dagon Press, non immune da refusi, è più che buona e messa in commercio a prezzo ghiotto. All'interno trovate inserite anche le locandine dei volumi in cui sono uscite le prime versioni dei dieci racconti proposti. Gradimento assicurato

 
 
Joseph Payne Brennan

"H. stava manipolando forze maligne, entità che probabilmente esistevano quando la terra era ancora giovane. La natura ha sperimentato con molte forme di vita - e non tutte appartenevano necessariamente al piano fisico. Probabilmente alcune di quelle... cose... sono esistite e sono scomparse, e gli elementi esili di cui erano composte non hanno lasciato tracce... forze primitive che, in un certo senso, esistono ancora in un altro tempo, si potrebbe dire in un'altra dimensione."