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lunedì 22 ottobre 2018

Recensione Narrativa: NUOVI INCUBI - I Migliori Racconti Weird a cura di Laird Barron.



Autore: Autori vari.
Titolo Originale: Year's Best Weird Fiction, Vol.1.
Curatori: Laird Barron & Michael Kelly.
Anno: 2015.
Genere: Horror / Modern Weird.
Editore: Edizioni Hypnos.
Pagine: 484.
Prezzo: 18,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.

INTRODUZIONE
Lodevole iniziativa della Hypnos di Milano. La casa editrice di Andrea Vaccaro, sempre più specializzata nella narrativa fantastica d'estrazione weird, sposa l'iniziativa del canadese Michael Kelly e propone per il pubblico italiano il primo volume del progetto Year's Best Weird Fiction. Si tratta di un'antologia che propone ventidue autori scelti, nell'occasione, dal loro collega Laird Barron, scrittore che abbiamo recensito su queste pagine in occasione de La Cerimonia (romanzo peraltro pubblicato dalla Hypnos e poi dalla Mondadori). Range di scelta molto fumoso quello seguito da Laird Barron (sarà sostituito nelle successive edizioni, inedite al momento in Italia, da altri autori) e orientato, nelle intenzioni del titolare del progetto (Michael Kelly), a individuare i migliori racconti weird scritti nel mondo nel 2013. Vengono così raccolti ben ventidue autori di nazionalità diverse, si parte ovviamente dagli Stati Uniti e dal Canada, per proseguire con Francia, Svezia, Inghilterra, Cina e Italia (solo nella versione Hypnos). Barron e Kelly, nella prefazione al volume (un bel mattoncino di dimensioni), cercano di definire il genere e lo fanno in un modo piuttosto convincente. "La letteratura Weird è un'intersezione di temi e idee che esplorano e sovvertono le leggi di natura... Non è specificatamente horror o fantasy, ma è un tipo di letteratura che è presente all'interno di altri generi" dice Kelly. Barron gli fa da eco specificando che il suo "racconto-tipo weird è quello che va in contrasto con le leggi naturali della realtà, che possiede almeno un pizzico di alieno, e che irradia inquietudine e disorientamento." Abbiamo dunque un tentativo di inquadrare un genere (o sottogenere) sfuggevole in coordinate accessibili ai comuni lettori, un obiettivo che, ad avviso di chi scrive queste righe, viene piuttosto disatteso nella selezione dei testi. Giova infatti premettere che il concetto weird nasce per effetto dei racconti pubblicati sulla "leggendaria" weird tales, una rivista a buon mercato che aveva in H.P. Lovecraft, C.A. Smith e R.E. Howard i suoi tre moschettieri prediletti. Ne conviene dunque una definizione del genere che dovrebbe, a mio avviso, accostarsi alle tematiche e agli stili toccati da questi autori e relativi epigoni, onde evitare di creare un qualcosa di altro che sarà pure Modern ma non è Weird. Michael Kelly lo accenna anche, indirettamente, scivendo che "un tempo la letteratura weird era ambito esclusivo di lettori (e dunque anche scrittori) esoterici." Non si capisce allora perché il Modern Weird debba essere altro, peraltro un qualcosa che può essere quasi del tutto associato come sinonimo alla narrativa fantastica a sfondo horror e persino fantascientifico. Non volendo qua tediare il lettore, a cui interesserà di più sapere se si tratta di un buon libro che altro, con argomentazioni alla Tzvetan Todorov, vediamo nello specifico di analizzare il testo.

ANALISI GENERALE DEL TESTO
Nuovi Incubi è innanzi tutto una bella occasione per scoprire nuovi autori. Barron individua molte nuove proposte, alcune delle quali esaltate dalla Hypnos con la pubblicazione di singole antologie (Saltzman, Strantzas e Llewellyn). Non ci sono nomi noti al grande pubblico. Niente Ramsey Campbell, Barker, King e compagnia. Ventidue soggetti per un'antologia di difficile catalogazione. Stili e tematiche molto eterogenee e un po' per tutti i gusti. Soluzione compromissoria, dunque. Difficile quindi non trovare racconti che riescano a impressionare positivamente, ma anche difficile non trovare racconti che lascino perplessi o non riescano a colpire positivamente il lettore. Si ha quasi la sensazione che lo stesso Barron sia incerto sulla linea cui tendere, nel suo definire il Modern Weird, e ne viene fuori un testo incerto per tematiche e stili. Mi viene da dire che il duo Andrea Vaccaro e Ivo Torello è stato più chiaro a definire il contesto, nella scelta dei racconti premiati per il concorso Premio Hypnos con conseguenziale sbocco nell'antologia Strane Visioni (recensita su queste pagine). Penso che questo sia un grande elogio ai due deus ex machina delle Edizioni Hypnos.
Ecco allora che troviamo racconti che rientrano a pieno titolo nell'alveo della tradizione weird come il poetico Nei Meandri del Sogno, vero e proprio omaggio di W.H. Pugmire all'opera di Lovecraft, o Bor Urs di John Langan, in cui il protagonista si trova proiettato in un'altra dimensione dove un tempio, eretto a divinità sconosciute, funge da portale all'uscita di un toro gigante che irrompe nella realtà. Seguono questa via anche le scelte de Nel Limbo di Jeffrey Thomas, senz'altro il miglior racconto scelto da Barron, in cui un orrore alieno avvolge il mondo cancellando la materia a favore di un'oscurità che detta la via per l'accesso all'aldilà, e del vincitore del Premio Hypnos 2014 Il Suo Sguardo, vero e proprio gioiello confezionato dal "nostro" Moreno Pavanello e incluso nel progetto da Andrea Vaccaro per coprire un vuoto lasciato (per fortuna!!!) da uno scrittore che non ha firmato la liberatoria per l'edizione italiana. Anche Pavanello parla di aldilà, ma qua l'accesso non è da vittime, piuttosto da primi attori, ottenuto prepotentemente con l'ausilio della scienza. Questi i quattro racconti più fedeli alla storica linea tracciata dalle pagine del periodico fondato a Chicago, negli anni '20, da Hennenberger. Per estensione però possiamo legittimamente inglobare anche un altro pugno di racconti. Tra questi, sicuramente, il lineare Il Diciannovesimo Gradino del canadese Simon Strantzas, che riesce a piazzare un perfetto straniamento per effetto di un finale che lascia i brividi sulla pelle del lettore e proietta il protagonista in una dimensione ignota, pur restando col corpo in quella terrestre. Bene, per corrispondenza al genere, anche l'enigmatico e simbolico Fox Into Lady della francese Anne-Sylvie Salzman, dove la paura del parto prende pieghe bestiali e animalesche con una simbologia che sembra alludere a qualcosa di satanico pur senza mai menzionare questo (mi ricorda un racconto tipo La Volpe Mannara, pubblicato su weird tales, di cui non rammento il titolo e l'autore). Punte di puro weird, pur se miscelate, in Un Piccolo Demone di Jeffrey Ford, con una storia di fantasmi, patti più o meno diabolici, incantesimi che rimanda alla fiaba nera. Sette racconti dunque, su ventidue, col resto che è sospeso tra esercizi stilistici (Joseph Pulver), omaggi letterari (Sofia Samatar), spunti horror d'autore, di stampo problematiche familiari, piuttosto contorti (Livia Llewellyn, Paul Tremblay, Maria D. Headley, Michael Blumlein, Kristi DeMeester), convenzionali ghost story dalle intelaiature gialla (Gavin), romantica (Damien A. Walters) o storica (Taborska) e persino svariati testi di fantascienza pura (Chen Qiufan, John R. Fultz), talvolta addirittura parodistica (A.C. Wise) o surreale (Karin Tidbeck). Risultato finale? Bene, non vogliamo esser troppo critici, ma una visione del "sottogenere" weird che finisce con lo snaturare l'ambito in questione. Per spiegarci meglio, non si capisce per quale motivo si debba dare un'interpretazione ampia di un qualcosa che se è veramente nato come definizione lo è stato, non per chiamare in causa categorie aristoteliche, per circoscrivere un ambito della letteratura fantastica (e non anche fantascientifica) così da distinguere un certo tipo di narrativa del terrore da un altro tipo di narrativa del terrore. Qua, a leggere la truduzione esemplificativa operata da Barron, attraverso la scelta dei ventuno racconti (il ventiduesimo l'ha messo Vaccaro), ne viene fuori un'idea del Modern Weird tutt'altro che chiara.

La copertina della versione
americana.

ANALISI PARTICOLARE DEL TESTO - CON SPOILER
Il Diciannovesimo Gradino di Simon Strantzas è un racconto lineare molto semplice che allude a una quarta dimensione non visibile dai comuni mortali, ma presente nella vita di tutti i giorni. Portale di accesso a questo altrove è una scala, tra un piano e l'altro, collocata all'interno di un abitazione fatiscente che una coppia di giovani decide di comprare e restaurare. L'epilogo con la battuta “Io... Io Vedo“, e dunque prima ero cieco, proferita da uno dei due inquilini dopo aver proceduto, per l'ennesima volta nel conteggio dei gradini, trasforma un racconto bizzarro in un fantastico dalle venature horror senza, di fatto, mettere in scena niente di strano, se non degli scalini di una scala che perdono, da un conteggio all'altro, un gradino per poi ritornare ad avere i gradini di partenza. Charo esempio di come si possa fare della narrativa del terrore, senza scendere nel grossolano. Molto semplice, ma d'effetto.


Il racconto di Paul Tremblay intitolato SWIM Vuole Sapere se Va così, in cui i disagi familiari e esistenziali si mischiano a un'invasione di kaiju, è un delirio contenutistico e stilistico a mio avviso poco riuscito. Trembaly si concede troppe parentesi per una storia che non fa della linearità il proprio crisma, spiazzando di continuo l'attenzione del lettore per effetto di un ritmo placato da continue divagazioni.

Si lancia nella parodia il canadese Wise con Il Dottor Blood e l'Ultra Favoloso Squadrone Glitterato in cui gli ufficiali militari si trovano costretti a ricorrere ai servizi di una squadra di ballerine e di ballerini, agghindati in modo da sembrare femmine, che, per riempitivo, arrotondano con azioni militari di rilevanza addirittura interplanetaria il loro cachet. “Di notte lavorano in club con nomi come Diamond Lil's , Lil Diamond e Exclusively Lime Green. Ogni giovedì pomeriggio giocano a bowling. Nel mezzo, quando non stanno giocano a bowling, ballando o cantando su un palcoscenico, spaccano culi più fortie di quanto avete mai visto fare prima. E lo fanno in lamé argentato e tacchi alti.“ Così l'autore presenta la squadra e così si delinea la natura da trash volontario che ammorba la storia. Un taglio assai più vicino al cinema pulp/satirico contemporaneo che al weird nobiliare ed esoterico delle origini. Nell'occasione, questa strampalata squadra di drag queen e sventolone mozzafiato, è chiamata da un Generale militare, incapace a risolvere altrimenti la faccenda, a far fuori un mad doctor che è impazzito, perché ha scoperto che la propria moglie lo tradiva con l'assistente (!?), ed è fuggito su marte dove sta per organizzare la sua vendetta al grido “muoia sansone con tutti i filistei.“ Sta infatti predisponendo un suo esercito, altrettanto improbabile, fatto di zombie radioattivi, vampiri e altri mostri come ragni che vengono eliminati canticchiando Ziggy Stardust & spiders from Mars , ma non ha fatto i conti con lo Squadrone Glitterato. Sarà l'amore, e non la guerra, la soluzione del caso. Un racconto scatenato, con anche un po' d'azione che sa regalare sorrisi, ma il weird per me è altro...

Il taglio pulp prosegue con L'Anno del Ratto del cinese Chen Qiufan dove troviamo ancora un intreccio legato alla difficoltà da parte dei giovani laureati a trovare un inserimento nel mondo del lavoro (evidente critica alla società cinese, mi pare di intuire). Qiufan prende spunto da tale problematica per intessere un canovaccio che prende la via della satira. Al centro della satira c'è ancora l'esercito, che qua si occupa, in via parallela, di addestrare dei giovani laureati per organizzare una serie di squadre, chiamate Forze di Controllo Roditori, che hanno il compito di derattizzare aree infestate da topi mutanti. Oltre alla caratterizzazione stereotipata degli pseudomilitari (c'è il debole che pensa a casa; c'è il rambo di turno, stronzo con i compagni e sanguinario), Qiufan mischia azione, pulp, omaggi a Turno di Notte (con topi giganti di dimensioni umane) e a Il Miglio Verde (raporto di amicizia che si instaura tra una sorta di ritardato di mente e un topolino poi schiacciato dal bullo di turno) di Stephen King e a Jurassic Park di Michael Crichton (i topi, progettati per non riprodursi, superano i limiti imposti dall'uomo e si moltiplicano), riuscendo a tenere viva l'attenzione del lettore anche se al servizio di una storia non lineare e non di chiara interpretazione. La parte finale infatti diviene un po' fumosa, caratterizzata da supposizioni (addirittura topi in grado di manipolare le percezioni umane così da generare illusioni che portano gli uomini stessi a uccidersi tra loro) che suggeriscono la messa in atto di un pericoloso esperimento da estendere poi sulla razza umana (risalta in mente Stephen King, ancora una volta, si pensi alla Bottega de Firestarter), un esperimento gestito da un governo occulto come sembra suggerire alla fine l'autore. “Siamo proprio come i ratti noi, soltanto pedine senza valore nel Grande Gioco. Tutto quello che riusciamo a vedere sono soltano le poche case nella scacchiera davanti a noi. Tutto quello che possiamo fare è seguire le linee della griglia secondo le regole del gioco... Quanto al significato di queste mosse, e quando la grande mano che incombe su di noi calerà a strappare via uno di noi, nessuno lo sa.“ Visione dunque fatalista e decisamente pessimista, per un elaborato che ci pare comunque assai lontano dal weird, ma comunque buono.

Il Fantasma di Olimpia di Sofia Samatar è un arzigogolato omaggio al famoso racconto L'Uomo della Sabbia di E.T.A. Hoffmann, di cui però prende i personaggi ma non certo l'orrore che era capace di evocare il testo di riferimento. La protagonista, in contatto da Vienna con un tale Sigmund (verrebbe da pensare a Freud, dato che su Hoffmann ha costruito una serie di tesi), racconta un sogno che la vede partecipe delle avventure dei due protagonisti di Hoffmann: il manichino Olimpia e l'innamorato perso. Aria di psicanalisi, del resto Freud era un vivido studioso della narrativa di Hoffmann, con continua sospensione tra realtà e sogno (“La vita dei sogni è reale“). Scarso coinvolgimento, pathos quasi assente. Non riuscito.

Atmosfere alla Ligotti nel racconto Fornace, nomination allo Shirley Jackson come miglior racconto 2013, scritto da Livia Llewellyn. Una giovane protagonista scopre di far parte di una sorta di loop che la vede ogni volta ritornare in una data situazione di vita per riprendere da lì in vista del blocco che la fa ritornare indietro. Al centro di tutto c'è la città in cui la stessa è, di fatto, intrappolata per volere della madre. È proprio dalla città che inizia a prendere piede la degradazione che porta alla morte della stessa e di quanto vi è all'interno in vista della rinascita della nuova città e così via... La morte, forse, è l'unica via di fuga dal sistema impazzito. Testo autoriale, molto contorto con una Livia Llwellyn che traccia le linee di una realtà degradata, marcescente con venature alla Brian Yuzna (penso alla bimba che si squaglia sul catrame della strada, immagine che rimanda un po' a Society).

Sceglie atmosfere romantiche Damien Angelica Walters col suo Dovrei Sussurrarti del Chiaro di Luna, del Dolore, dei Pezzi di Noi?. La sua è una ghost story, dallo spiccato gusto femminile, dove la giovane sposa del protagonista cerca di materializzarsi nella casa dello stesso, ma non va oltre a depositare, giorno dopo giorno, delle foto di sé in giro per la casa costringendo, di fatto, il suo amoroso a non superare il lutto rifacendosi altra vita. Testo gradevole, ma il weird è altro.

Aria più squisitamente weird invece in un lotto di racconti che richiamano, in alcuni casi direttamente, la mai sbiadita figura di H.P. Lovecraft. In Bor Urus di John Langan un uomo di famiglia, fissato con tempeste e temporali, sospetta che gli stessi sprigionino forze capaci di aprire squarci su altri mondi. Un giorno, durante un uragano, nel tentativo di raggiungere la casa dei suoceri, l'uomo si imbatte in una foresta atipica, da cui si irradia un inteso odore d'arancio e i cui alberi hanno fusti che liberano calore. Attirato dall'ambiente, l'uomo si inoltra nel bosco e scopre un tempio decrepito retto da colonne luminescenti al cui suolo, parzialmente cancellato dalla distruzione, una raffigurazione immortala un idolo femminile. Il tempo per visionare il luogo sacro però è poco perché, in lontananza, un toro delle dimensioni ciclopiche e dal colore giallo-oro gli si scaglia contro, costringendolo alla fuga. Elaborato, forse troppo lungo, ma che riesce bene a evocare, in un mix di tensione e azione, le atmosfere weird che toccano un buon apice nella parte conclusiva dell'opera.

Più riuscito, specie per stile e spunto esoterico/onirico, Nei Meandri del Sogno in cui W.H. Pugmire, convinto prosecutore della narrativa di Lovecraft, allude molto e lascia al lettore il compito di riempire, con la propria fantasia, le parti di storia e le caratterizzazioni vagamente accennate. Ci troviamo in una città ai confini del mondo reale, dove domina la magia e dove gli umani convivono con creature che umane non sono (non si capisce bene cosa siano). I richiami a Lovecraft sono espliciti, con rimandi a poesie del solitario e omaggi a Il Modello Pickman. Lo stile è a metà strada tra la prosa e la poesia, ma non si rivela pesante. Spettacoloso il finale col protagonista, uno studioso “stregato dalla magia e che ha scrutato troppo in profondità nelle dottrine arcane, lasciando i propri occhi abbeverarsi di sigilli e diagrammi“, che riesce nell'impresa di evocare gli scarni notturni, esseri rapaci volanti, così da farsi artigliare dagli stessi e, librandosi nel cielo notturno, a farsi condurre nel Regno del sogno. Un epilogo che rimanda un po' anche a R.E. Howard e al suo Le Ali Notturne. Racconto evocativo al mille per mille con graffiate horror di primario livello. Grande testo.

Il connubio tra i problemi familiari e horror tornano, in chiave metaforica, ne Il Krakatoano, racconto che ruota attorno a un osservatorio astronomico da cui si cercano di scoprire i misteri delle lontane stelle senza vedere la cancrena che ammorba le proprie famiglie che finiscono alla deriva. Testo concettualmente interessante ma poco coinvolgente. Al solito: il weird è altro, per il sottoscritto.

Va per la ghost story classica Anna Taborska che col suo La Ragazza con il Cappotto Azzurro mostra un fantasma di una giovane ebrea polacca, trucidata dai vicini (dei ruffiani volta gabbana che passano dalle simpatie naziste a quelle comuniste, a seconda del periodo) per ragioni sessuali durante la deportazione del '39, che pretende che la sua storia diventi di dominio pubblico e, per questo, assilla nei sogni tutti i giornalisti che vengono informati del suo caso, ma che non vogliono darne sfogo editoriale (perché chi mai crederebbe a una storia di fantasmi ritornanti, tra un pubblico di ben pensanti e veri acculturati?).

Visioni dall'aldilà nei testi di Jeffrey Thomas e del vincitore del Premio Hypnos Moreno Pavanello. L'autore americano realizza un claustrofobico e coinvolgente elaborato, tra i migliori in assoluto del lotto (a mio avviso il migliore con Pavanello). Anche qua si utilizza la caratterizzazione di un protagonista, licenziato e senza lavoro, che è allo sbando nella società, col solo piacevole ricordo di una compagna di vita deceduta da decenni. Una sera però irrompono delle tenebre che avvolgono tutto e si estendono nel condominio in cui vive l'uomo. Alcuni condomini, si dice, sono scomparsi e non sono più tornati dopo aver varcato il portone d'ingresso del palazzo. Un fumo di colore nero, privo di odore, si allunga sulla materia e la cancella. “Quando la macchia si fosse espansa oltre... Macchia? Eccolo di nuovo a pensare da arrogante essere umano. Questa oscurità era purezza, no? Lui e la sua razza erano la macchia. Una macchia che andava pulita... cancellata.“ Per sottrarsi all'ignoto, il protagonista si sigilla prima in casa, poi in bagno, passando del nastro isolante negli spazi vuoti. L'idea subliminale che viene comunicata al lettore è quella della bara all'interno della quale, ahi noi, ciascuno di noi (in linea di massima) dovrà esser rinchiuso alla fine dei tempi (i nostri, piuttosto che quelli dell'umanità) in un'oscurità accecante. “Ogni anima sarebbe rimasta imprigionata nella sua piccola cella, isolata da ogni altra anima? Ma in un certo senso non era sempre stato così? Ognuno ingabbiato nella prigione del proprio corpo?“ Ma ecco che Thomas, all'epilogo, volge tutto verso la speranza, poiché l'effetto neve da cui tutto era nato, dapprima cancellando i programmi tv e poi internet e telefono, si irradia sul nuovo mondo e, in quell'incertezza, ecco riaffiorare l'anima perduta della moglie che sorride, mentre si sporge dallo specchio... Cos'altro chiedere per una vita felice? sembra suggerire l'autore... E' dunque lo specchio il portale sull'altro mondo, come già visto ne Il Signore del Male di John Carpenter. Grande racconto, questo Nel Limbo, nulla da dire. Aspetti similari si ritrovano ne Il Suo Sguardo, premiato nell'Hypnos 2014, in cui Pavanello propone una storia che fa riflettere e che, peraltro, contenutisticamente parlando è in linea con quanto potrebbe davvero succedere. Racconto che riecheggia le tematiche tracciate dalla penna di Howard Fast e lo fa da pari livello. Si assiste al ritorno sulla terra di un nuovo Messia (sarebbe meglio dire del Messia). Questa volta l'eletto, che si qualifica quale “inviato da una forza che sta al di sopra di tutto“, nasce in Zimbawe e segue le gesta del più noto fratello (con tanto di miracoli ed elogio dei più deboli). Tuttavia, ancora una volta, finisce col fare la stessa fine e nell'esatto punto geografico. Eloquente quando Pavanello, non a torto, scrive che “a metà del mondo non gliene fregò niente“ della fine del profeta, perché la vita va avanti e non si campa a discorsi. Tuttavia c'è qualcuno per il quale la vita non deve più andare avanti. Come avviene con la fisica quantistica, dove il semplice fatto di osservare le particelle determina un influenzamento delle stesse, Dio cessa di guardare la Terra e questa scelta, a poco a poco, si riflette sul contorno che circonda la vita dell'uomo. Il mondo, per come noi lo conosciamo, si spegne nei colori, nei suoni, persino gli animali cessano i loro cicli vitali. Pavanello plasma così un epilogo apocalittico assai difforme da quello paventato delle sacre scritture, ma non meno diabolico. Guidato dall'arroganza tipicamente umana, l'uomo organizza la scalata al cielo attraverso lo strumento della scienza e studiando il video in cui vediamo il Messia, una volta morto, smaterializzarsi sulla croce avvolto da una luce bianca accompagnata da un pianto di angeli irradiatosi non si sa bene da dove. Lo studio ha buon fine e porta all'individuazione di una sorta di stargate nei luoghi comparabili con l'armageddon delle sacre scritture. I “nostri“ salvatori, radunati in un interminabile esercito che raccoglie di tutto (compresi parroci delusi per esser stati abbandonati da Dio e ora votati ai fucili mitragliatori), varcano il portale che li conduce, da vivi, nell'aldilà, pronti a far giustizia contro un padre padrone, per giunta assenteista, così da rilevarne il posto e fare per conto proprio in barba al Salvatore morto sulla croce (o meglio ai Salvatori). Finale aperto a un sequel. Notevole prova di Pavanello, tanto di cappello. L'autore dimostra di valere la categoria dei più grandi e fa le scarpe, nella circostanza, a molte opzioni indicate da Laird Barron. Diverse... direi quasi tutte... “L'Uomo non ha l'umiltà necessaria per accettare il suo fato senza tentare di modificarlo. Così, se Dio non è più interpellabile, ecco che l'uomo cerca le risposte nella sua nuova religione: la scienza.“ il passaggio centrale che sottende al testo. Nella nostra epoca non c'è più spazio per il figlio di Dio, perché quest'ultimo è stato ucciso dalla sua creatura prediletta, questo sembra dirci Pavanello ed è difficile sconfessarlo.

Místo di horror e giallo per Richard Gavin che col suo Una Caverna di Mattoni Rossi gioca a mescolare le carte (“Ci sono sempre due modi di vedere le cose: c'è l'apparenza delle cose e poi c'è quello che sta sotto“) usando come elemento di sviluppo della storia le corse in bicicletta di un ragazzino in vacanza estiva dai nonni. Storia che suona molto come fine dell'infanzia e inizio della vita adulta, assai vicina come struttura al film Le Verità Nascoste di Robert Zemeckis. Ne salta fuori una ghost story che ammicca ad altri orrori, ma lo fa in modo da lasciare libera l'interpretazione dei lettori. La scomparsa improvvisa di un bimba, l'apparizione di un fantasma (o meglio di un genio, da intendersi uno spirito che nasce dal fuoco) che sembra proprio quello della ragazzina e infine un cadavere che riemerge da una cella frigorifera a minare le certezze di un bimbo che vedrà l'abitazione dei nonni andare a fuoco non certo per l'azione diretta del fantasma, quanto, probabilmente, per il fatto della scoperta del cadavere celato in una baracca gestita proprio dal nonno. Racconto quadrato, che giostra bene la tensione pur non discostandosi dai cliché del genere.

Inquietante Fox Into Lady, nulla a che fare con Jimi Hendrix, non temete. La francese Anne-Sylvie Salzman affronta il tema parto in modo alquanto orrorifico, forse per esorcizzarlo, tra venature erotiche e altre di puro terrore specie per un lettore di sesso femminile (magari in dolce attesa). Una giovane, non si capisce bene come concepito, partorisce un mostro che non ha il coraggio di riconoscere e lo rinchiude nel proverbiale armadio senza nulla dire in casa. La creatura, una notte, si libera e si da alla macchia per poi ripresentarsi a divorare la madre, quasi a evocare un incesto bestiale, quando sarà di nuovo incinta, questa volta di un uomo. Il termine più volte ripetuto di “bestia“ e l'utilizzo della volpe come essere originato dal ventre della donna, rimandano alla figura satanica. La Salzman però sfuma il tutto, chiudendo comunque un racconto di onorevole fattura.

Come Piuma, Come Osso è un testo fulmineo di Kristi DeMeester che inquieta ma lascia poco, suonando quasi come esercizio di stile. Emerge anche qua la natura femminile dell'autrice e si percepisce nella lettura del testo. Due personaggi, probabilmente incosapevoli morti, si ritrovano a mangiare uccellini perché questo porta a generare sulle loro scapole delle ali. Figli perduti, rimpianti e tristezza fanno da corollario a una storia, lo ripetiamo, tipicamente femminile e poco in linea al concetto weird delle origini. Nascono forse così gli angeli? Ci crediamo poco...

Molto più articolato Un Piccolo Demone di Jeffrey Ford che struttura il suo eleborato in tre parti, omaggiando la poetessa Emily Dickinson (che è la protagonista). Una prima parte affascinante in cui un emissario della morte (o è il diavolo?) giunge a prendere la donna per condurla su una carrozza che le fa rivivere il tempo che fu in vista dell'eternità. “Sta facendo il giro... Tutti fanno il giro... Ma come, della vostra vita, naturalmente. Un breve riepilogo prima di sistemarvi nella vostra camera di alabastro.“ Su questa parte si innesta il secondo ideale capitolo del racconto, perché la Dickinson accetta la proposta di 25 anni ancora di vita a prezzo di un favore. L'emissario della morte le affida allora il compito di condurre a morte, con un contro incantesimo (perché la poesia è magia), un giovane ragazzino tenuto in vita dalla madre per effetto di un incantesimo. Recatesi all'abitazione di quest'ultimo, insieme all'emissario, la Dickinson si fa assumere quale balia e si trova al suo cospetto una creaturina che di umano ha ben poco, essendo una sorta di cadavere vivente con tanto di carne marcescente e odore nauseabondo. Scoperto l'incantesimo, la giovane fugge braccata dai mostri generati dalla madre del bimbo, mostri che sono puramente illusori. Ecco che si entra nella terza parte. La Dickinson viene sepolta dall'emissario nella sua tomba con la promessa di ritornare alla vita qualora riesca con una sua poesia a rompere l'incantesimo. Trascorsi secoli, la Dickinson riesce, involontariamente, a raggiungere l'obiettivo semplicemente scrivendo “Andata a casa. Pietà“, così per giustificare la sua fuga dalla tomba trainata dal Terranova di sua proprietà giunto, chissà come, a liberarla. Spira dunque aria di ironia beffarda in questo omaggio che Ford dedica alla Dickinson. Una sorta di fiaba nera che parte bene, ma va a chiudersi in calando.

Si torna al contorto, peraltro eccessivamente tecnico, con Successo di Michael Blumlein che propone un mad doctor ossessivo e ossessionato che cerca di dimostrare una sua tesi, poco dopo esser stato dimesso da un ospedale psichiatrico da cui è scomparso per rimaterializzarsi in circostanze non chiarite. Blumlein, per altro medico, porta avanti al storia con taglio e stile tutt'altro che popolare. Racconto interminabile (il più lungo dell'antologia), pieno di elucubrazioni pseudo-scientifiche, che alla fine stanca e invoglia a passare oltre.

Discorso diverso per il divertente, pur se comunque ossessivo, Colpo di Luna della svedese Karin Tidbeck. Racconto molto interessante, alla Howard Fast pure questo, che sembra appartenere al genere fantascientifico se non fosse per un epilogo che di fa pensare alla presa di giro. Una madre ossessionata dagli astri passa tutte le sere in terrazzo a scrutare il cielo. Un giorno, senza che se ne capisca la ragione, la luna rimane sospesa nel solito punto interrompendo (in realtà mutua quello della terra) la sua canonica rotazione. Si scopre poi che la luna sta precipitando. Ecco che si passa al racconto apocalittico, peraltro ben narrato con il giusto coinvolgimento, se non fosse per tre aspetti: la protagonista che ha avuto il primo ciclo mestruale e pensa che sia per via di questo che la luna precipiti; la madre della protagonista, la fissata in astronomia, che inizia a sviluppare una malattia che le fa sorgere sulla pelle uno sfogo che copia le forme e il colore (persino l'odore) della luna, e un finale assurdo in cui la luna cade sulla terra, schiaccia la madre della protagonista e se ne ritorna in cielo, proprio come potrebbe succedere in un incubo notturno. A dir poco bizzarro.

La Chiave del Tuo Cuore è Fatta d'Ottone di John R. Fultz è un testo puramente fantascientifico alla P.K Dick, in cui non si capisce neppure il contesto in cui è ambientata la storia, ma è percepibile quella degradazione da post-atomico con ambientazione fatiscente urbano-cittadina. Siamo sulla Terra o siamo su un pianeta alieno? Difficile capirlo. Protagonisti sono dei Cyborg antropomorfi e non che lottano per la sopravvivenza o per la conquista dell'amore, con la gendarmeria pronta a intervenire nel caso di violazione delle regole di legge. Bello, specie per la descrizione ambientale, ma se è weird questo... allora è praticamente tutto weird quando si parla di fantastico.

Nessun Altro al Mondo all'Infuori di Te dell'esperto Jeff VanderMeer è un altro contorto esercizio stilistico che affatica la lettura e non invoglia a procedere. La linearità non passa da questi lidi. Personalmente odio questo tipo di racconti perché lo stile va a prevalere sul soggetto. Quest'ultimo è peraltro molto surreale, quasi alla Clive Barker (penso al racconto con le città che si sfidavano assumendo le sembianze di due colossi ciclopici) ma senza avere le capacità visive dell'autore di Liverpool. Estraniante.  

CONCLUSIONI
Nuovi Incubi vale la spesa di 18,90 euro? Bella domanda. Direi di si, se siete intenzionati a conoscere le nuove correnti fantastiche, soprattutto horror, della letteratura contemporanea nord americana e non solo. Dunque il duo Vaccaro & Torello offre una ghiotta occasione per ampliare il proprio orizzonte conoscitivo sul genere. Direi ni invece se siete fan integralisti del weird, inteso come vecchia concezione, e volete cercare autori che vadano a proseguire quella via tracciata dai pionieri degli anni '20 e poi proseguita dai vari August Derleth, Brian Lumley, Karl Edwar Wagner e via dicendo. Ni, perché troverete racconti che fanno al caso vostro e altri che vi lasceranno delusi, per non parlare di quelli che vi faranno esclamare: "Ma che c'azzecca questo col Weird.... chi è stato il Giudice a dire una cosa del genere?". Che altro dire? Come dice Jigsaw, ovvero il protagonista de L'Enigmista di James Wan, fate la vostra scelta.

Jena Plissken BARRON,
il selezionatore della Nazionale Weird
2013.


"Hanno intravisto qualcosa che è molto più grande di loro, ed è spaventoso. Spaventoso perché incomprensibile e anche perché l'uomo è un animale che è da poco uscito dalle caverne. Il cervello umano, con tutta la sua capacità di adattamento, non reagisce bene quando i suoi codificati punti di riferimento vengono messi in discussione" (Laird Barron).

lunedì 8 ottobre 2018

Recensioni Narrativa: LA MACCHINA DEL TEMPO di H.G. Wells.




Autore: Herbert George Wells.
Anno: 1895
Titolo Originale: The Time Machine..
Genere: Fantascienza Distopica.
Editore: Tascabili Economici Newton.
Pagine: 80.

A cura di Matteo Mancini.
Inizio di carriera di un grandissimo della letteratura fantastica, reputato, assieme a Jules Verne, il padre della moderna fantascienza. Herbert G. Wells lo abbiamo già incontrato in occasione delle recensioni de L'Isola del Dr. Moreau (1896) e de L'Uomo Invisibile (1897), ma è con questa opera, uscita per la prima volta nel 1888 su The Science School Journal, che inizia a farsi conoscere dal grande pubblico e lo fa fin da subito con l'aura del letterato di fantastico di grosso calibro.
Appena ventiduenne, Wells da alle stampe, nella sopracitata rivista, il racconto The Chronic Argonauts. E' la seconda opera in assoluto, dopo l'assai meno conosciuta The Clock That Went Backward (1881) di Edward Page Mitchell, che fa leva sullo stratagemma della macchina del tempo, prima di allora mai vista, per innescare una storia sì fantastica ma, al contempo, di rango sociologico e filosofico. E' molto probabile che lo scrittore inglese, altra penna di elite scuola Golden Dawn (vera e propria fucina interminabile di talenti), fosse un grosso estimatore dello scrittore americano dato che, una decina di anni dopo, riprenderà l'idea dell'uomo invisibile de L'Uomo di Cristallo (1881), altra opera firmata Page Mitchell, per dar vita a un proprio romanzo caratterizzato sulla medesima idea di partenza. E' però con The Chronic Argonauts, sottoposto a successive modifiche fino all'uscita della definitiva The Time Machine nel 1895, che prende piede la "vittoriana" idea della macchina azionata a suon di leve che consente allo scienziato di viaggiare liberamente nel tempo, sia in avanti che indietro. Wells, in questo, anticipa di un anno il connazionale Lewis Carrol, meglio noto per Alice nel Paese delle Meraviglie, che nel 1889, un anno dopo dall'uscita della prima versione de La Macchina del Tempo, fece uscire Sylvie e Bruno, racconto dove però il viaggio nel tempo viene fatto grazie all'azionamento delle lancette di un orologio.

Dunque testo importante per il suo fungere da base di dozzine di altri capolavori, vengono in mente i viaggi temporali che stanno alla base dei racconti di Ray Bradbury (tanto per citarne uno, ricordo il capolavoro Sound of Thunder, che abbiamo recensito su queste pagine analizzando l'antologia Dinosauri). Per Wells però l'idea del viaggio nel tempo è incidentale, prettamente strumentale per effettuare un'analisi sociologica a sfondo satirico, in cui parlare di due tematiche care e ritornanti nella produzione successiva dell'autore: la teoria evoluzionistica di Darwin (risalente al 1859) e le discussioni filo-politiche scatenate da pensatori del calibro di Karl Marx (1867, Il Capitale).
Ecco allora che lo spunto fantastico iniziale (peraltro portato avanti con sfumature horror nonché fantasy e grande senso dell'azione), come avviene nella letteratura fantastica con la "F" maiuscola, diviene pretesto, più che per intrattenere, per stimolare l'attenzione del lettore e fare filosofia. Wells riesce alla grandissima, nonostante la giovane età e la scarsa esperienza, a bilanciare l'intrattenimento puro (ci sono momenti a forte impatto claustrofobico, con discese in budelli sotterranei alla mercè di esseri similari a vermi umani) alla riflessione e disquisizione "alta", giocata sull'esasperazione dei concetti e degli atteggiamenti figli della rivoluzione industriale, così da prevederne gli sviluppi nel lunghissimo periodo. Gli accadimenti narrati dal viaggiatore del tempo, uomo di fine ottocento che racconta la propria esperienza a un gruppo variegato di personaggi che comprende le principali figure della divulgazione massmediatica (dottori, giornalisti, critici), sono infatti ambientati nel lontanissimo 802.701. Un'epoca talmente siderale in cui la razza umana, per come noi la conosciamo e con essa buona parte degli animali contemporanei, si è evoluta (o involuta) in due distinte specie. Da una parte abbiamo i pacifici e oziosi Eloi, che vivono in superficie in una sorta di eden dove la natura domina rigogliosa, e dall'altra i Morlock, creature albine rintanate nel sottosuolo dove provvedono a fornire quanto è necessario agli Eloi per vivere, ma non certo per solidarietà, piuttosto per ragioni egoistiche che possono esser spiegate alla stregua degli odierni allevatori di bestiame con i prodotti funzionali a fornire cibo e quant'altro.

Wells si guarda attorno, butta un'occhio a I Viaggi di Gulliver (1726) di Jonathan Swift e uno a The Coming Race (1871) di Bulwer-Lytton (romanzi entrambi recensiti su queste pagine) per portare avanti il canovaccio dell'uomo proveniente dall'altrove e catapultato in un mondo dominato da creature umanoidi, ma diverse dall'uomo. Come vivono? Chi sono? Che tipo di governo si sono dati? Queste le domande che solleticano la curiosità del viaggiatore. Si riprongono allora i tentativi di entrare in comunicazione con le creature "aliene", ma anche il tentativo di decriptare lo schema politico-sociale che regge quel sistema complesso che siamo soliti definire "società". Come Bulwer-Lytton, Wells immagina una popolazione sotterranea capace di stravolgere e spazzare via quella superficiale che avverte il pericolo ma, di fatto, ne ignora la ragione e il fine che ne sta alla base. Se però con Bulwer-Lytton, nel sottosuolo, si evolveva una razza superiore, capace di esercitare e piegare alla propria volontà un'energia non gestibile dall'uomo, con Wells arriva una visione pessimista. La razza che verrà, in The Time Machine, è una razza involuta, regredita al rango bestiale. Sia gli Eloi che i Morlock sono gli eredi della razza umana, ma di questa hanno mantenuto ben poco. Modificati geneticamente, costituiscono il prodotto di un duplice isolamento sociale. Gli Eloi sono i discendenti dei nobili e degli imprenditori o, meglio ancora, degli sfuttatori degli operai in qualità di rappresentanti di coloro che gestivano il capitale di inizio novecento. I Morlock, invece, sono il prodotto degli operai costretti a vivere sotto terra, proprio come facevano i minatori, e sviluppare così caratteristiche tipiche di chi deve vivere nel buio perenne (sono nictalopi, sensibili alla luce, di pelle bianca). Il pessimismo di Wells appare comunque politicamente schierato, lo si capisce da quando il viaggiatore del tempo sbarca nel mondo del futuro. "Negozi, pubblicità, traffico, tutto l'aspetto commerciale che costituisce il fulcro stesso del nostro mondo, erano scomparsi. Era naturale che in quella sera dorata saltassi alla conclusione di trovarmi davanti a un paradiso sociale."
Si intuisce un animo popolar-socialista che guida l'estro dello scrittore inglese per portarlo a condannare in modo piuttosto spigliato, sulla scia di Swift, il capitalismo fin dalla sua origine. Si consideri che, al tempo di Wells, si era all'alba della rivoluzione industriale. Un approccio che spicca anche nelle caratterizzazioni delle due categorie dominanti.
I Morlock, pur essendo bestiali e crudeli (si nutrono degli Eloi e forse sono anche cannibali), hanno una certa intelligenza, gestiscono macchinari sotterranei e hanno mantenuto il primordiale istinto della caccia. Anche se non sembrerebbe, a una prima analisi, sono loro i veri dominatori del futuro, dominatori, se vogliamo, occulti, celati dietro le quinte. Gli Eloi, di converso, sono smidollati che non fanno altro che giocare, fare l'amore e danzare, del tutto inidonei a gestire una società."Dolce era il loro vivere, quanto dolce lo era quello di una mandria al pascolo. Come la mandria, non avevano coscienza dell'esistenza di nemici e avevano di che soddisfare tutte le loro necessità. E la loro fine era la stessa..." Creature delle tenebre contrapposte alle creature della luce con una cosa in comune: il regresso della specie. Ecco dunque un curioso ribaltamento della teoria dell'evoluzione della specie, con Wells che immagina un punto apicale toccato il quale non si può che andare incontro a un'inevitabile parabola discendente. Si evince anche un certo richiamo al concetto della perenne guerra dell'amore e odio, proprio del pensiero di Empedocle (storico precursore di Darwin), superato il quale il mondo va a collassare. Wells vede infatti nella regressione della specie la conseguenza del superamento delle guerre e della sconfitta delle malattie. "In uno stato di equilibrio fisico e di sicurezza, il potere, intellettuale nonché fisico sarebbe fuori luogo" e dunque superato in favore dell'ozio e della successiva perdita degli attributi generati dalla guerra, a totale sbilanciamento dell'amore, così da rendere incapaci di reagire e di combattere al cospetto della minaccia. "La troppo perfetta sicurezza aveva promosso negli abitanti del mondo di sopra un lento movimento di degrado, una generale riduzione di dimensioni, forza fisica e intelligenza... Mi angosciava pensare a quanto breve fosse stato il sogno dell'intelletto umano. Si era suicidato. Aveva marciato a testa bassa verso comodità e agio, una società equa che avesse come motto sicurezza e durata, e aveva realizzato le sue sperenze... per giungere infine a quel punto. Condividono intelligenza solo quegli animali che devono affrontare un'enorme varietà di bisogni e pericoli." Ne deriva una visione molto vicina alla filosofia di Empedocle della perenne lotta, come via necessaria per garantire la corretta evoluzione della specie. Il superamento di tale lotta non porta all'agognato progresso e al dominio della pace, ma a una mera illusione di evoluzione (la vittoria dell'amore) che conduce a una lenta e graduale morte determinata dall'idiozia generata dal venir meno della dualità che sta alla base del progresso e della capacità di adattarsi.

Wells dedica un passaggio alla società del passato che viene proposta nelle sembianze di un museo decaduto dove traspare la futilità (ancora visione pessimista) degli scrittori e degli studiosi del passato. Un modo per evidenziare quanto sia stata esposta la cultura senza comprenderla e metabolizzarla, così da renderla inutile e assai poco dissimile a un oggetto privo di significato e ragione logica. Emblematica la descrizione di una serie di libri ormai rovinati e divenuti impalpabili per l'azione distruttrice del tempo. "Negli stracci anneriti che vedevo pendere dai lati riconobbi spoglie decomposti di libri. Da tempo erano caduti a pezzi e avevano perso ogni traccia di stampa... in quel momento a colpirmi con maggiore forza fu l'enorme spreco di fatica di cui era testimonianza quella sconfortante distesa di carta putrefatta."

Una nota va infine dedicata al visionario epilogo in cui, il viaggiatore del tempo, si spinge fino al crepuscolo della terra, molto oltre la scomparsa della vita, in un mondo che vedrà dapprima dei crostacei giganti solcare le spiagge di un mare asfittico per poi prosegure in una tenebrosa decadenza in un silenzio di morte preludio della fine dei tempi. Una parte conclusiva che ispirerà, non poco, il capolavoro assoulto di William Hope Hodgson La Casa sull'Abisso (1908), con lo scorrere di secondi che sintetizzano secoli evaporati come gocce d'acqua in una tempesta di pioggia.

Romanzo dunque, pur se penalizzato da qualche battuta di arresto (stesso limite di The Coming Race, per lo spacciarsi quale finto saggio sociologico e dedicare pagine a tal fine), da leggere e possedere, bussola orientativa non solo per la fantascienza steampunk e per la successiva produzione di Wells - che proseguirà, soprattutto, sulla tematica darwiniana - ma anche per lo studio sociologico e distopico che influenzerà una lunga schiera di autori che vedranno nel futuro un regresso decadente dell'umanità spacciato per progresso e per una pace sotto la quale si diffonde un cancro per il quale non vi può esser cura (perché si è fatto in modo di dimentarne gli ingredienti base). Capolavoro di un grande maestro. Onore a Herbert George Wells.

HERBERT G. WELLS

"Molti secoli prima, migliaia di generazioni prima, gli uomini avevano scacciato i loro fratelli dalla vita agiata e dalla luce del sole. E ora quei fratelli stavano tornando... mutati!"

lunedì 17 settembre 2018

Recensione Narrativa: CHERUDEK di Valerio Evangelisti.



Autore: Valerio Evangelisti.
Anno: 1997.
Genere: Fantastico/Storico.
Editore: Mondadori.
Pagine: 490.
Prezzo: 10,00 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Volume pubblicato nel 1997 dalla Mondadori quale quinto episodio della saga Eymerich avviata nel 1994 da Nicolas Eymerich Inquisitore, ma comunque leggibile a prescindere dalla precedente ed eventuale lettura degli altri episodi. Da molti considerato il capolavoro di Valerio Evangelisti, da un punto di vista personale è il quinto libro che mi capita di leggere di questo autore, il terzo (in ordine sparso) della saga Eymerich. Senz'altro il più complesso fin qui affrontato, addirittura tale da rendere necessarie almeno due letture. Lo scrittore bolognese conferma la grande passione per la storia, rafforzata da un'innegabile cultura di fondo, per intessere una delle sue trame caratteristiche snodate su tre distinti livelli temporali. A differenza di altri lavori compare un Evangelisti orientato su metafisica, filosofia, simbologia (si noti il ricorrere continuo del numero tre) e analisi religiosa trascendente oltre che psicanalitica. Sulla classica storia dell'inquistiore Nicolas Eymerich si innescano altre due storie, in cui ritroviamo gli stessi personaggi (o buona parte di essi) della storia principale, sospese in una dimensione che è avulsa dal tempo come noi lo conosciamo. In una di queste storie, ambientata in una località del Nord Italia (in cui le vie si snodano in modo da formare una croce al cui centro svetta una Chiesa che contiene la reliquia di San Malvasio, che altro non è che Eymerich) costantemente avvolta dalla nebbia e invasa da insetti che perdono sangue (e al cui interno sono intrappolate le anime degli uomini costretti a riparare nel purgatorio per purificarsi), i personaggi vivono in stretta relazione con i fatti dell'epoca di Eymerich. Risultano, in altri termini, un prodotto della mente dello stesso inquisitore, una sorta di sogno di consistenza materiale, indotto dalla somministrazione di una sostanza di derivazione alchemica, che permette all'inquisistore di scrutare dentro di sé, in un'anima a metà strada tra il sacro e il diabolico, e plasmare la sua visione di purgatorio (il Cherudek, ovviamente strutturato su tre livelli e di cui la città è quello superficiale). Un mondo che prende forma proprio da un episodio connesso con la storia ambientata nel 1360 e vive in parallelo con la stessa, pur essendo influenzato da aspetti propri del futuro. Una dimensione da cui cercano di fuggire coloro che hanno preso coscienza del loro stato (sono dei morti che vivono in una realtà altra, se mi permettete l'espressione, e che vorrebbero porre fine al loro stato), finendo però per discendere sempre più in basso in una sorta di anticamera dell'inferno in cui Eymerich, in persona, prosegue la sua attività di inquisitore (descrizioni dantesche di alto livello). La terza storia è una sorta di sguardo sull'aldilà e viene concepita alla stregua di un monologo di un uomo del trecento, ormai smaterializzatosi e divenuto puro spirito, che è intrappolato in un involucro di metallo (per causa dello stesso Eymerich) e, nonostante questo, vive ed è a conoscenza di quanto avviene nel mondo (ivi compressi le evoluzioni scientifiche e le tesi di Einstein), captando le grida delle altre anime e vivendo nei sogni delle altre persone. Un intreccio molto complesso, con i tre livelli della storia che interagiscono tra loro determinando influenze l'uno sull'altro. Non di pronta soluzione, si tratta di un romanzo che, per esser appreso appieno, richiede una certa flessibilità d'approccio e anche una certa passione per la filoosfia.

Delle tre storie è senz'altro più agevole l'avventura centrale che vede Eymerich alle prese, nel territorio francese di metà 1300, con un moto rivoluzionario (l'Ecclesia spiritualis), nato in seno alla Chiesa cattolica, che intende sovvertire le gerarchie ecclesiastiche per ristabilire il valore della povertà e della penitenza (nonché affermare la libera interpretazione della sacre scritture) come faro guida, in luogo della ricchezza e degli agi, oltre che impedire l'accordo di Bretigny che porrebbe fine alla guerra dei cento anni tra Francia e Inghilterra.
"I francescani si crogiolano nella ricchezza, i domenicani coltivano il potere e si fanno persecutori dei cristiani veri!" tuona uno dei rappresentanti dell'ecclesia spiritualis al cospetto di un Eymerich, travestito da mendicante, costretto a ingoiare bocconi amari pur di venire a capo di un mistero che vede all'opera persino una guarnigione di soldati zombie (Evangelisti sembra omaggiare la trilogia di De Ossorio dei Resuscitati Ciechi). Un esercito di uomini mal ridotti, qualcuno non più capace di parlare, che poi si scopriranno essere dei soldati gravemente feriti, in parte ristabiliti grazie alla somministrazione di una sostanza allucinogena di derivazione alchemica, che attaccano, alla stregua di automi, al grido "A la mort Gog, a la mort Magog!" Un avventura che diviene sempre più macabra, tanto da addentrarsi in atmofere horror che poi verranno debellate all'epilogo con spiegazioni più o meno terrene. Così vediamo Eymerich, accompagnato nel suo procedere da Avignone (sede papale in cui riceve l'incarico) a Figeac (ultimo baluardo in mano francese prima del fronte inglese) da un altro inquisitore, imbattersi in schiere di soldati morti, in piena campagna, crocefissi su croci capovolte al suolo. Un procedere continuo nel pericolo, tra gruppi di mercenari che, inevitabilmente, finiscono col catturare il religioso, malattie pestilenziali che portano alla caduta degli arti, e battaglie che vedono discendere dal cielo una sorta di angelo gigante (da molti identificato nel diavolo), in sella a un cavallo più grande di un palazzo, per rubare una campana (che poi si scoprirà essere un calice rovesciato al cui interno il leader dell'eccelsia spiritualis preparerà la sostanza alchemica) condotta in territorio francese dalla Svezia da una santa alquanto atipica. Un lungo viaggio all'insegna dell'avventura e della morte in vista dello scontro finale con i vertici dell'Ecclesia Spiritualis, che altro non sono che modesti uomini, a loro modo di fede, che ricorrono ad arti, più o meno, condannate dall'inquisizione per far emergere la Chiesa dei poveri in luogo di quella despota dei ricchi. Ragione quest'ultima che porta a identificare il leader del movimento, sospettato da Eymerich di essere un falso e un truffatore, quale l'anticristo in persona indicato dalle scritture di San Giovanni.

Un romanzo visionario, onirico, ma anche allucinato e allucinante in cui il lettore finisce con l'identificarsi con i personaggi (dannati?) della parte ambientata nella città italiana soffocata dalla nebbia e caratterizzata da continui rimandi. Un contesto dove avvengono fatti inspiegabili che spiazzano i vari personaggi che, loro malgrado e incosapevolmente, sono pedine determinanti all'interno di un complotto al cui centro c'è Eymerich o, meglio ancora, c'è la mente e la psicologia labirintica (quanto rigida) dell'inquisitore. Non ha torto l'ispettore di finanza Dentice che, alquanto paranoico in partenza, vede complotti ovunque. Più verosimilmente, però, tutti questi personaggi sono mere pedine plasmate dalla fantasia corrotta (dall'elemento alchemico) di Eymerich, soggetti che non possono perseguire alcun fine poiché le loro speranze sono già condannate all'origine. Vite dalla consistenza di sogno o, meglio ancora, di incubo senza fine, in cui non è possibile morire e in cui la sofferenza si rinnova di continuo (come le ferite che subisce Dentice che guariscono d'un colpo per ripresentarsi peggio di prima) proprio perché condannata alla non liberazione offerta dalla morte. Uno status che sembra però avvolgere anche Eymerich e il suo rivale, il c.d. anticristo del testo (che è poi il protagonista della terza parte, l'uomo del trecento che parla intrappolato in un contenitore da cui non può uscire), in un'ottica alquanto pessimistica e beffarda in cui tutti coloro che cercano di agire per il bene collettivo finiscono per crollare nel male e nella perdizione individuale.

Inutile ribadire, perché ormai è sotto gli occhi di tutti, che Valerio Evangelisti è l'apice della narrativa fantastica italiana contemporanea e non solo di questa anche se, dall'espressione della foto che vedete qui sotto, qualcuno potrebbe pensare, legittimamente, di vederla in altro modo.

VALERIO EVANGELISTI

"In questo luogo esistono due realtà sovrapposte. Queste realtà si toccano in alcuni punti. I piani inclinati sono quelli da cui è possibile gettare un sguardo sul mondo parallelo... Le porte girevoli sono quei punti di contatto in cui può avvenire il passaggio da una realtà all'altra... Solo una porta, che noi dobbiamo scoprire, permette di entrare nel mondo di Eymerich."

mercoledì 5 settembre 2018

Recensione Narrativa: TERRORE PROFONDO di AA.VV



Autori: Nicola Lombardi, Antonio Tentori, Luigi Cozzi, Igor Scanner e Massimo Brando.
Anno: 1997.
Genere: Horror.
Editore: Newton.
Pagine: 474.
Prezzo: Trattativa Privata (Fuori Catalogo.

A cura di Matteo Mancini
Trovata commerciale del Gruppo Newton che, a distanza di un anno dall'uscita di Profondo Thrilling (1994), tenta di sfruttare il successo cinematografico degli horror di Dario Argento riconvertendoli nella forma del racconto. Per compiere il proposito la casa editrice commissiona a cinque autori il compito di trasformare in chiave letteraria l'estro onirico e visionario di Dario Argento, nel massimo rispetto delle sceneggiature originali. Così troviamo autori conosciuti quali Luigi Cozzi, Nicola Lombardi, Antonio Tentori e altri, forse meno noti, quali Massimo Brando e Igor Scanner impegnati a modificare l'arte del descrivere con immagini, propria del cinema, con quella di descrivere con le lettere. Compito apparentemente semplice, ma assai arduo quando si è alle prese con prodotti di culto quali Suspiria, Inferno o Phenomena.
Il risultato finale centra sicuramente l'obiettivo di partenza e costituisce un valido esempio, specie per gli aspiranti scrittori, per comprendere la diversità di registro tra lo scrivere per il cinema e lo scrivere per i lettori. Non tutti gli autori riescono bene in questo. A esempio, si rivelano assai bravi Nicola Lombardi e Igor Scanner che, pur mantenendo l'impianto originale del film lo veicolano nella diversa forma del racconto. Antonio Tentori, invece, opta per un taglio che resta fin troppo legato a quello della sceneggiatura, non riuscendo a fluidificare in adeguato modo il passaggio dalla visione dell'occhio alla descrizione sottesa a stimolare l'immaginazione di ogni lettore, così che si abbia quella partecipazione attiva che solo la letteratura può offrire. Non si può infatti negare che mentre un lettore è impegnato a dirigere mentalmente la storia che gli viene raccontata, uno spettatore è un soggetto passivo, costretto a sorbirsi quanto gli viene mostrato senza possibilità di personalizzazione. In questo sono interessanti i racconti/film Opera e Demoni. Nel primo, ottimamente tradotto in racconto da Igor Scanner (bravo e immediato), abbiamo il colpo di genio (oltre a quello del volo dei corvi come arma per scovare l'assassino, facendo leva sulle capacità mnemoniche di questi uccelli) degli aghi applicati sotto gli occhi di una vittima costretta a guardare gli omicidi del pazzo che la perseguita. Omicidi, a sfondo libidinoso, che il killer pratica sotto gli occhi della giovane sperando di eccitarla, così come faceva con la madre della stessa, che si concedeva solo dopo la mattanza. E' evidente il legame che si instaura con lo spettatore (forse affetto da un sadismo latente, come si è soliti dire per certi medici legali), con un Dario Argento desideroso di costringere il suo pubblico più impressionabile a non staccare gli occhi nei momenti topici dei vari assassinii proposti. Quei famosi istanti in cui la vostra ragazza, un po' come succede a una delle coppie accomodate sulle poltroncine del cinema in Demoni, vi stringe la mano e abbassa la testa sussurrandovi: "dimmi quando tutto questo è finito" e voi, per sadismo, la fate rialzare mentre le forbici del killer squarciano la gola della Tassoni di turno, dicendo alla vostra giovane compagna che sapevate quanto lei fosse una grande estimatrice dei braccialetti d'oro e che non potevate perdermettervi di farle perdere la visione di un simile gioiello.
Un sadismo che permea tutto il film per un soggetto che risente degli echi del Fantasma dell'Opera di Gaston Leroux (idea della giovane che si ritrova lanciata al debutto in un'opera teatrale per l'intervento di un sadico che pone le condizioni che portano all'infortunio della titolare) e che diviene background per un sadismo che Argento cercherà di riproporre nel successivo La Sindrome di Stendhal. Opera quest'ultima dove si compirà quel passaggio da vittima a carnefice esorcizzato con forza all'epilogo di Opera ("Non è vero che somiglio a mia madre: sono molto diversa, diversissima, io non sono una sadica come lei!"). Il legame con gli spettatori diviene più marcato ed esplicito in Demoni. Film prodotto da Dario Argento per Lamberto Bava, qua riscritto da Massimo Brando. Si tratta di un soggetto metacinematografico, sospeso tra il fantastico d'atmosfera (caratterizzato dalla parte che si vede scorrere dalla sala di un cinema) e quello urbano alla George A. Romero (il riferimento va a Zombi). Massimo Brando assolve piuttosto bene al compito a cui è chiamato per quella che è la trasformazione narrativa di un film che forza la mano sullo splatter e sulle metamorfosi da umani a demoni (caratterizzati alla stregua di zombi capaci di correre), puttosto che lavorare sul contenuto di fondo (come invece fa Suspiria o, in chiave criptica, Inferno). Ne esce una storia che ha nell'azione la propria arma di forza, ma che non sfrutta appieno le buone premesse iniziali (con tanto di riferimento alle profezie di Nostradamus). Il momento centrale del film è il passaggio in cui la fantasia cinematografica si trasforma in pazzesca realtà, con la tipa che, ferita dall'amica contaminata da un male di cui non si riesce a capire né la giustificazione né la fonte (se non il taglio subito da una scheggia inserita all'interno di una maschera esposta nel cinema), squarcia dal retro il telone su cui vengono proiettati le immagini di un film che anticipa la deriva e il morbo che irromperà nella realtà. Un modo come un altro per dire che quello che si vede al cinema, spesso e volentieri, viene superato dalla realtà così da forgiare il vecchio adagio secondo il quale "la realtà supera la fantasia". Una conclusione apocalittica di cui, tuttavia, non vengono fornite spiegazioni, così da lasciare spiazzati i lettori.

I due pezzi forti del volume, insieme al giallo orrorifico Phenomena (100 pagine firmate Cozzi), restano comunque Suspiria e il suo sequel Inferno. Nicola Lombardi riesce nell'impresa di confezionare un elaborato che, se non fosse la traduzione di un film di Dario Argento, sarebbe da definirsi un grande gioiellino di cui andare fieri. Una prova a dir poco sontuosa, seppur dilatata in alcuni momenti topici (penso all'assassinio di Sarah). Spettacolose, da un punto di vista tecnico, le ultime quattro pagine che culminano in una conclusione trascendente in cui la protagonista scopre, come nel più classico dei racconti fantastici dei grandi maestri del primo novecento, che la realtà è celata da un velo dietro il quale si nascondono gli orrori di coloro che dominano il mondo. Un passaggio che viene ben reso nella sequenza in cui la protagonista dorme, insieme alle compagne, nella palestra, sentendo un brusio affannoso che altro non è che il respiro di un donna ultracentenaria (la Regina Nera) che sottrae energie al di là di un velo (pitagorico?) da cui si intuiscono solo le forme corporee. "Nulla, nella sua vita, avrebbe più avuto importanza, ora che aveva conosciuto il buio nascosto dietro la facciata dell'esistenza... Continuò allora a ridere (era atroce pensare che spesso le verità più dolorose si manifestano alla coscienza con l'insospettabile manto della burla), e a piangere, trovando esilarante e straziante, al tempo stesso la consapevolezza che tutto, tutto quanto, non era altro che un orribile imbroglio. Ma chi ha, allora, le redini dell'universo?"
Una resa dunque avvicincente, tenebrosa e capace di regalare tensione anche a chi già conosca la storia. Testo quadrato, che si sviluppa pian pianino quasi fosse un giallo, se non fosse per la conclusione in cui sconfina definitivamente in un fantastico in cui il male è una presenza continua e incombente. Protagonista una giovane ballerina americana che giunge a Friburgo (Germania) nell'accademia di ballo dei suoi sogni, scoprendo, suo malgrado, di esser entrata a far parte di una struttura che altro non è che una sede di una congrega di streghe che vivono quali parassite, assorbendo le energie delle giovani allieve. "Lo scopo delle streghe è ottenere vantaggi personali e materiali... Fanno il male, nient'altro al di fuori di quello. Conoscono e praticano segreti occulti che danno loro il potere di agire sulla realtà, sulle persone... ma solo in senso maligno." A scatenare la catena di omicidi una ragione logica e chiara: cancellare testimoni scomodi che possano rivelare la vera natura delle maestre di ballo.
Lombardi lavora anche sulla resa "visiva" del racconto, centrando appieno lo spirito della fotografia baviana su cui tanto aveva investito Dario Argento per la resa onirica del suo film. Una cura dunque al dettaglio da parte di questo scrittore che, a mio avviso, rende il racconto il migliore dell'antologia.

Soffre invece dell'anarchia di fondo, che già si respirava nel film, Inferno. Tentori, chiamato a un compito assai più arduto di Lombardi, non tesse bene i fili della già sfilacciata sceneggiatura di Argento e ne mutua tutti i difetti. Inoltre, a differenza di Lombardi e di Scanner, sceglie un taglio più vicino alla sceneggiatura che alla narrativa. Il racconto, pur se un po' meno del film, è un grande indovinello esoterico in cui trova spazio anche uno pseudobiblia, sulla scia del Necronomicon di Lovecraft, scritto da un tale Varelli che si autodefinisce alchimista tenuto al silentium - per "non turbare le menti profane con la sapienza degli illuminati" - nonché architetto delle dimore delle tre madri "che dominano il mondo col dolore, con le lacrime e con le tenebre". Varelli prosegue nel testo fornendo indizi in chiave allegorica, nella perfetta tradizione ermetica e iniziatica che sottende a certa narrativa e a certa letteratura. Va da se che tutti coloro che entreranno in possesso del volume faranno una brutta fine con il male che si materializza quasi fosse uno spirito che possiede i corpi a piacimento, un po' come nel film Il Tocco del Male, per raggiungere più celermente i propri scopi. Non a caso Dario Argento soleva dire che Inferno costituiva la concatenazione di quaranta indovinelli intrecciati tra loro di cui non veniva fornita alcuna spiegazione, sebbene lo stesso Argento rivelava di saperne la risposta. "Ancora oggi molte persone mi chiedono il perché di certe cose che stanno nel film" spiega Dario Argento "io ho sempre risposto che quei misteri bisogna risolverli da soli attraverso la storia e la conoscenza. Solo in un caso si riescono a capire i perché di certi simboli... Quando si arriva a questo stadio vuol dire che si è trovato il punto d'inizio dell'arte alchemica".  Tematiche che Dario Argento andrà a sviluppare, insieme a Michele Soavi, ne La Chiesa.
Nel racconto si riprende l'idea delle tre madri, fonte di ispirazione di Suspiria (sulla scia del Suspiria De Profundis pubblicato da Thomas De Quincey nel 1845), per spostare la materia centrale del racconto dalla stregoneria all'alchimia (bella la scena, nel tradizionale spirito alchemico proprio dell'immaginario collettivo, in una biblioteca di Roma) e all'architettura occulta. "L'uomo ragionava sul segreto di quell'edificio: quella casa era un organismo autonomo, vivente, colmo di trabocchetti e di segreti. Un abominio dalle molte forme. L'architettura di quel luogo vasto e tenebroso sembrava mancare di ogni fine: corridoi senza sbocchi, alte finestre irraggiungibili, porte che si aprivano su una cella o su un pozzo, scale che finivano senza giungere in alcun luogo, come se tutte le parti dei sotterranei si ripetessero concentricamente."
Ecco che ne esce fuori una storia labirintica sia nella sua struttura (ci si sposta da un continente all'altra con una marea di personaggi, tanto che si stenta a capire chi sia il protagonista) sia nel suo contenuto (ispirato dal volume Le Cattedrali Segrete pubblicato da Fulcanelli nel 1929) con un epilogo all'interno di un edificio, dove risiede la madre delle tenebre, dalla forma labirintica in cui si consumano delitti commessi, più che da un assassinio in carne e ossa, dal male fattosi materia. Inquietante la frase su cui ruota l'intero racconto ovvero che "l'unico grande mistero della vita è che essa è governata unicamente da gente morta." Finale dal grande effetto scenico.

Inserito nel volume, come intermezzo giustificabile solo per allungare il numero di pagine, compare un racconto di Luigi Cozzi intitolato La Porta sul Buio.
Intermezzo che nulla ha che fare con la produzione diretta di Dario Argento pur essendo ispirato da un episodio che lo stesso ricorderà, nell'autobiografia Paura edita da Einaudi nel 2014, quale il giorno più bello della propria vita (una serata passata in una casa nuova con la piccola Fiore, vedendo un film su una televisione a batteria e senza avere ancora allacciato la luce). Scritto dal fedelissimo Luigi Cozzi, si tratta di uno degli episodi dell'omonima saga prodotta dal regista romano per il circuito televisivo. Cozzi parte dall'idea di una famiglia di freschi sposini che si trasferiscono in un villino dove non è ancora stata allacciata la luce. Soli, nel buio, senza un letto e senza candele, i due giovani si trovano costretti a passare la nottata all'interno dello stabile perché la loro auto è rimasta incagliata nella sabbia. Muniti di un televisore a batteria i due notano, durante la visione di un giallo, una profonda macchia di umidità sulla parete da cui inizia a scendere una fitta pioggia d'acqua. Il marito decide così di recarsi dall'inquilino del piano superiore, temendo che lo stesso abbia lasciato un rubinetto aperto. Giunti al cospetto della porta, i due scoprono che la stessa è stata lasciata aperta. Entrano all'interno e trovano conferma dei loro sospetti, spegnendo un rubinetto. Solo che c'è un altro problema: nella vasca c'è il cadavere di una donna...
Racconto thriller classico, scritto in modo fluido ma con delle forzature necessarie a portare avanti il racconto (perché l'assassino avrebbe dovuto lasciare il rubinetto aperto?). A suo modo profetico, si pensi, a esempio, a come gli investigatori avrebbero potuto risolvere il caso relativo al rapimento Moro - i rapitori lasciarono inavvertitamente (!?) un rubinetto aperto nell'appartamento che costituiva il covo della banda – si caratterizza per una struttura classica, giocata soprattutto sui dialoghi. Evidente omaggio finale ai racconti di Edgar Allan Poe (tra l'altro c'è una sepoltura di una persona viva, incubo ricorrente nelle storie di Poe) dove ogni piano dell'assassino viene scardinato da un imprevisto dallo stesso non considerato, così da richiamare alla mente le soluzioni già ammirate ne Il Gatto Nero e ne Il Cuore Rivelatore. Nella fattispecie è il pianto di un bambino a incastrare il killer.

Un cenno finale va fatto al racconto originale, ambientato all'interno del negozio Profondo Rosso del duo Cozzi-Argento, che lega le cinque storie proposte, cinque come le punte di una stella diabolica che vortica nelle mani di un esorcista invertito rispetto alla sua tradizionale funzione e che finisce con l'ipnotizzare il viaggiatore ideale (vuoi proprio ogni singolo lettore) del mondo ideato da Dario Argento. L'autore, peraltro non dichiarato, immagina di dar vita ai cinque racconti/film di Dario Argento come se gli stessi fossero l'incubo vissuto da un cliente che si è avventurato nel museo sotterraneo che si snoda sotto il negozio. Una sorta di lento e graduale rapimento emotivo dettato dalle scenografie, dai costumi e dagli effetti speciali della produzione del maestro del brivido italiano che sfilano durante il cammino nei sotterranei romani. Si scoprirà così che al mondo esistono sette porte per accedere all'inferno e che una di esse, nientemeno che la porta primaria, è celata nelle viscere di Roma, "città santa e maledetta". Indovinate un po' dove si trova questa porta...? Ebbene se Howard Philips Lovecraft diceva di trarre ispirazione per i propri racconti direttamente dai propri sogni/incubi, così da non reputarsi autore delle proprie opere, Dario Argento, a quanto sembra, nella sua veste di osservatore privilegiato di una realtà che è altrove, al di là della piattezza della vita di tutti i giorni, attinge direttamente dall'inferno la linfa delle proprie storie.

A corredo della parte narrativa, a fine lettura, vengono proposte le schede tecniche dei film di Dario e soprattutto una serie di interessanti saggi sulla sua produzione cinematografica. Una ghiottoneria che assume la forma di una ciliegina applicata sul manto di panna disteso sulla torta che completa una cena a base di sugo di pomodoro e frattaglie varie di macelleria scelta e prelibata.

Lettura consigliata ai fan scatenati del regista, con valenza da collezione. Niente di nuovo al fronte, invece, per chi sia a caccia di opere nuove o di diverse interpretazioni originate da una medesima idea o spunto di partenza. I racconti che vi troverete tra le mani sono la perfetta riproposizione in chiave narrativa di quanto già ammirato al cinema o alla televisione.

LUIGI COZZI e DARIO ARGENTO
le due anime del negozio
PROFONDO ROSSO
a Roma.
Sopra Cozzi la diabolica cifra
TRE SEI.

"Scendi il primo dei cinque gradini che prepareranno la tua anima al Grande Segreto! Lasciati andare. Le streghe ti stanno aspettando... La stella rovesciata, osceno simbolo di Satana, si fece enorme e incandescente, nel mio cervello. Una delle cinque gocce scarlatte mandò un bagliore intenso, gonfiandosi, esplodendo, e fu allora che sprofondai in un abisso color sangue."

sabato 1 settembre 2018

Recensione Narrativa: IL PRESAGIO di David Seltzer.



Autore: David Seltzer.
Titolo Originale: The Omen.
Anno: 1975.
Genere: Horror.
Editore: Sonzogno.
Pagine: 192.
Prezzo: Trattativa Privata (Fuori Catalogo).

A cura di Matteo Mancini
"Come mi sarebbe piaciuto chiamarmi Damien" rivela Padre Merrin, il religioso chiamato a sconfiggere il demonio ne L'Esorcista (1971) di William P. Blatty. Ed ecco che quattro anni dopo, in modo assai beffardo, David Seltzer, più noto come regista di documentari e sceneggiatore, veste i panni dello scrittore per confezionare il secondo romanzo satanico più importante del new horror e lo fa introducendo la figura dell'anticristo incarnato in un bambino nato nel 1971, anno di uscita del romanzo di Blatty, chiamato proprio col nome Damien. Un modo come un altro per evidenziare l'ironia del male. Un male che non ammette libero arbitrio, ma è connaturato nella semplice natura del soggetto. Pur non capace di comprendere, il piccolo Damien rifugge dalla Chiesa, grida e si dimena pur di non varcare il portale del luogo sacro, cadendo vittima di convulsioni che inducono i genitori a rinunciare a ogni proposito di battezzarlo.
Il romanzo nasce di pari passo con una sceneggiatura, pressoché identica e sempre scritta da David Seltzer, destinata al cinema e prodotta da Harvery Bernhard per la regia di Richard Donner e l'interpretazione di Gregory Peck. I due progetti avanzano senza intoppi ed escono quasi in contemporanea. Il romanzo, edito col titolo originale di The Omen, esce appena due settimane prima dell'uscita del film.
Forte dell'eccezionale successo ottenuto da L'Esorcista, già capace di aver determinato una lunga serie di epigoni, il film riscuote subito un bel riscontro al botteghino, strappando svariate nomination e persino un Premio Oscar (per la miglior colonna sonora). Un traino che permette all'opera di conquistare nel corso degli anni, un po' come il "cugino" L'Esorcista, lo status di cult assoluto nonché di opera di riferimento sulla tematica anticristo, cui faranno seguito due sequel ufficiali, un apocrifo, un remake (intelligentemente fatto uscire il 06.06.06) e svariati epigoni con Holocaust 2000 (1977) di Alberto De Martino e Un'Ombra nell'Ombra (1979) di Pier Carpi ad aprirne la serie, fino ai più recenti La Mossa del Diavolo (2000), The Calling (2000) e Lost Souls (2000). Un lungo elenco di prodotti neppure vagamente avvicinabili al capostipite che resta, a tutti gli effetti, un classico insuperabile sull'argomento.
Il trentacinquenne David Seltzer, fin lì tutt'altro che famoso, confeziona così quello che sarà considerato il suo masterpiece, capendo fin da subito le potenzialità del soggetto. Opta infatti per una storia dal finale aperto che si presta, assai bene, per una lunga sequela di episodi, non a caso nel 2016 uscirà per il circuito televisivo il serial di dieci episodi intitolato Damien. Una deriva, del resto, già anticipata, narrativamente parlando, da qualcosa come quattro sequel (purtroppo non tradotti in italiano) ognuno dei quali concentrato sulla crescita di Damien Thorn ovvero il figlio di Satana. Ecco così che nel 1978 Joseph Howard darà alle stampe la trasposizione narrativa de La Maledizione di Damien, imitato da Gordon McGill (scrittore conosciuto soprattutto per Piccolo Buddha, da cui il film di Bernardo Bertolucci) che pubblicherà nel 1980 Conflitto Finale, seguito da altri due romanzi non tradotti in film ovvero Armageddon 2000 (1983) e The Abomination (1985).
Si comprende anche da questo l'importanza del lavoro di David Seltzer, essendo alle prese con un personaggio che entrerà nella storia dell'horror garantendo soldi e incassi a svariati scrittori e produttori. Un successo che l'autore americano, proveniente dall'Illinois ma di origine ebraica, non riuscirà più a emulare pur tornando a conquistare spazio col romanzo Profezia (1979), col quale cercherà di ripercorrere la via del più famoso lavoro predisponendo una novelization dell'omonimo film dallo stesso scritto.

Veniamo ora al contenuto del romanzo. Un po' come avvenuto con L'Esorcista, la lettura de Il Presagio assume una valenza di approfondimento per tutti coloro che già hanno visto il film di Richard Donner, immaginiamo la quasi totalità di coloro che entreranno in possesso del romanzo, edito nel 1976 dalla Sonzogno e non più ristampato. Il testo, di fatti, è ricalcato sulla sceneggiatura da cui non si discosta, se non in piccoli particolari di rilevanza marginale (abbiamo i Pastori Tedeschi al posto dei Rottweiler e qualche scena maggiormente truce rispetto al film, ma niente di particolarmente importante). Ne deriva la marginalità della lettura rispetto al visione del film (peraltro ben rappresentato da Richard Donner), così da farne, nel 2018, un romanzo che può interessare unicamente a due categorie di lettori: coloro che vogliono imparare a confrontare due distinte forme di linguaggio (il cinematografico e il narrativo) e coloro che sono alla ricerca di approfondimenti. Se per il primo gruppo di lettori la lettura è sicuramente interessante, per i secondi i riscontri positivi sono di minor presa. Seltzer non approfondisce, più di quanto sarebbe stato lecito attendersi, i temi della pellicola e questo è davvero un peccato. In particolare non spiega come venga concepito Damien, nato dal parto di uno sciacallo. Ci si limita  a far pensare che il figlio del demonio rientri nella categoria dei c.d. homunculus, ma la cosa resta sfumatissima. Damien non è figlio di una donna, bensì dello stupro di uno sciacallo. Dietro a tutto ci sarebbe la mano di una congrega di parroci e suore corrotte al male che, dall'interno della Chiesa, tramano per il successo del demonio. Non a caso i tre fautori della nascita dell'anticristo sono tre personaggi legati alla Chiesa di Roma ovvero Padre Tassone (un pederasta che si farà prendere dai sensi di colpa), Padre Spilletto e una balia che ama truccarsi da volgare prostituta. "Roma, sede suprema del cattolicesimo, era diventata anche il centro dei fedeli di Satana di tutto il mondo."
Seltzer interpreta, a suo modo, l'Apocalisse di San Giovanni, in una chiave moderna e semplificata. Lega i segni delle profezie ad accadimenti realmente riscontrabili, quali il ritorno degli ebrei nella terra santa, l'improvvisa comparsa di una stella nel cielo e una serie di episodi connessi alla tetra cifra seicentosessantasei (la triade diabolica). Ne esce fuori un romanzo snello, assai scorrevole, che riesce a incollare i lettori alla pagina e indurli a proseguire nella lettura. Probabilmente più coinvolgente di un romanzo quale L'Esorcista, perde molto sul versante "genetico", se mi consentite il termine. Inoltre ha una trama non conclusiva, concentrandosi sulla vita del futuro rivale di Gesù unicamente nei suoi primi quattro anni di vita. Laddove l'opera di Blatty possedeva uno sfondo di riflessione, se vogliamo, filosofica e, al contempo, scientifica, il romanzo di Seltzer è mero ed esclusivo intrattenimento, che lavora bene sulle caratteristiche del genere. Si riscontra una riuscita atmosfera, sia nella parte ambientata nella nebbiosa periferia di Londra sia in quella italiana (bellissima sequenza nel cimitero etrusco alle porte di Cerveteri), che trasmette la percezione di un male gravoso e incombente che gravita permanentemente sui personaggi del romanzo. Il demonio, assente in prima persona, partecipa sottoforma di agenti atmosferici (bellissima la sequenza della morte di Padre Tassone, lievemente diversa rispetto a quella del film) o animali (da evidenziare la sequenza finale dell'attacco del cane che sarà poi ripresa da Stephen King per Cujo) senza dimenticare i suoi discepoli che portano tutti il marchio della bestia tutuato sul corpo. Al di là di questo, però, c'è poco altro a dare contenuto intrinseco al lavoro. Verrebbe da sottolineare l'amore dei genitori per il proprio figlio, un amore che va oltre a ogni cosa. Tematica, questa, che sembra arrivare da Rosemary's Baby (1967) di Ira Levin e che comunque, a differenza del romanzo citato, trova un limite superato il quale si deve porre rimedio con drastica soluzione. Lo dimostra in modo netto l'epilogo in cui il padre di Damien abbandona ogni remora e cerca di condurre a morte sacrificale il proprio figlio. Una conclusione, quest'ultima, che sembra non andare di pari passo con i dettami religiosi, contemplando l'omicidio quale soluzione ratificata e giustificata da chi, invece, dovrebbe invertire i processi del male con l'amore così da vincere il primo nel nome del secondo. Seltzer ignora ancora una volta, nel finale, l'importanza della scelta nella religione cattolica, vale a dire la necessità di riconoscere quel libero arbitrio che può portare sulla via del bene così come quella del male. Una scelta che deve esser concessa anche al piccolo Damien che, nel romanzo, è un essere sì maledetto, ma incolpevole degli eventi gestiti da streghe e da presenze ultraterrene.
Il tutto viene incastonato in una cornice dove cerca di attecchire l'amore tra un importante politico americano, in odore di divenire il futuro Presidente degli Stati Uniti, e una compagna che ha svariati problemi a dargli un figlio. La nascita di Damien, che in realtà non è il figlio dei due ma un trovatello nato lo stesso giorno (il sesto giorno del sesto mese alla sesta ora) della nascita del figlio della coppia (ufficialmente morto al parto), cementifica, all'inizio, il rapporto dei due, prima che una serie di episodi inquietanti, introdotti dallo spettacolare (per l'esecuzione tecnica e il contesto in cui la stessa viene eseguita) suicidio della prima balia del bimbo, portino i due ai margini della follia con l'intervento della figura dello psichiatra. Niente a che vedere, tuttavia, con i tecnicismi di Blatty, da cui viene tuttavia ripreso lo scetticismo sulla figura del diavolo. Abbiamo infatti un rabbino che afferma che il diavolo non esiste.
Dotato di maggiori sviluppi rispetto al sopracitato romanzo di Blatty - dalle anticipazioni delle morti offerte da bizzarri effetti ottici notati dalle foto scattate da un soggetto alla caccia di scoop, passando per i continui cambi di ambientazione (si va persino a Meggido, la città sotterranea nei presi di Gerusalemme dove il discendente di un antico esorcista consegnerà le armi con cui uccidere il figlio del diavolo) - Il Presagio si chiude con un epilogo che tale non può esser definito e che rimanda a un'imminente opera che non tarderà a mostrarsi.

In conclusione si tratta di un romanzo di veloce lettura, non troppo approfondito né sul tema anticristo né su contenuti intrinseci sottesi alla traccia principale, che gioca tuttavia in modo sapiente con i contesti ambientali del genere riuscendo, soprattutto, ad alludere a pratiche e situazioni che restano sfumate e non trattate, semplicemente suggerite a livello subliminale. Da questo punto di vista è centrale la signora Baylock, sia per come è solita truccarsi (quasi dovesse piacere a qualcuno di invisibile, perché infatti dovrebbe truccarsi prima di andare a letto se non per incontrare qualcuno?) sia per la sua abitudine di recarsi a fare i propri bisogni nel bosco dove è solita sparire prima dell'alba (come se dovesse incontrarsi con qualcuno o, meglio ancora, con qualcosa di non terreno). Lettura non determinante, per la presenza di un film esaustivo, ma tappa fondamentale per il new horror.

DAVID SELTZER.

"Sembra un piccolo marziano, come se fosse stato inviato sulla Terra per studiare la razza umana. "