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sabato 17 marzo 2018

Recensione Saggi: STORIA DELL'ANTICRISTO di



Autore: Massimo Centini.
Edizioni: Odoya.
Anno: 2010.
Edizione Originale: Edizioni Piemme, 1996, col titolo de Il Ritorno dell'Anticristo.
Genere: Saggistica Religiosa/Esoterica.
Pagine: 318.
Prezzo: 18,00 euro.

Commento di Matteo Mancini.
Il prolifico Massimo Centini, antropologo torinese classe '55 che spazia dalla criminologia (La Sanguinosa Storia dei Serial Killer) alla religione passando per il mito e le credenze popolari, si lancia in un'indagine coraggiosa quanto specifica. La sua è una vera e propria inchiesta, come lui stesso la definisce, volta a gettare luce sulla figura apocalittica, più leggendaria che religiosa, dell'anticristo. "Cercheremo in modo laico e pratico di seguirne le tracce storico-antopologiche presenti nelle fonti, ivi comprese quelle apocrife", così presenta questo progetto uscito per la prima volta nel 1996, col titolo Il Ritorno dell'Anticristo per Edizioni Piemme, e riproposto nel 2010 da Odoya con il più calibrato titolo di Storia dell'Anticristo. Si tratta infatti di una vera e propria storia dell'interpretazione data a questa figura dai teologici e dai profeti nel corso degli anni, una figura che, come specifica più volte Centini, non è squisitamente legata alla tradizione giudaico-cristiana ma trova conferme in altre religioni con delle similitudini assai evidenti e marcate.

Volume indubbiamente colto, non sempre facile da seguire, che cerca, oltre a presentare le varie figure politico-religiose che nel corso degli anni, da Antioco IV Epifane e Nerone fino a Hitler (figura quest'ultima, a mio avviso, più legata per molteplici motivi al protagonista del volume, tuttavia non approfondita), sono state riconosciute (evidentemente in modo fallace) quali l'anticristo, di fare un vero e proprio profilo del personaggio, prendendo come base il testo vergato da San Giovanni. Così abbiamo capitoli dove si analizzano le fonti che ne hanno plasmato la genesi, la provenienza etnica, il suo aspetto (chi lo vorrebbe seducente e dai tratti umani, chi lo vedrebbe come un qualcosa di organico e complesso, chi addirittura un extraterrestre), il suo potere, il modus operandi grazie al quale salirà al trono, i suoi adepti primo tra i quali il falso profeta chiamato a preparargli il terreno con attività di proselitismo, il mistero del 666 indicato quale numero di riconoscimento e la grande battaglia finale, unito al dragone (ovvero Satana), al citato falso profeta e ai re del mondo, sulla montagna di Meghiddo (la c.d. Harmaghedon) per aver ragione una volta per tutte dei giusti (soccomberà per l'intervento diretto di Gesù). In mezzo a tutto questo, Centini apre infinite e lunghissime parentesi dove affronta molteplici argomenti di confine, dalla demonologia alla stregoneria (compresi i modi in cui essa è stata combattuta dall'inquisizione), presentati quali background funzionale a spianare l'avvento della Bestia e del suo seguito di morte. Non manca poi un capitolo dedicato alle profezie più o meno laiche, tra queste spiccano le visioni di Nostradamus, applicate a questa figura, così come la convinzione di vedere nel papato l'ambito di proliferazione dell'anticristo. Su quest'ultimo tema non si contano le digressioni di Centini che parla di Martin Lutero, testimoni di Geova, Mormoni e altri religiosi che hanno operato una scissione da Roma vedendo in essa un pericoloso discostamento dai valori cattolici iniziali. L''autore spende poi parole infinite sul millenarismo, ma soprattutto sull'isteria dell'anno 1.000, tempo in cui la convinzione che si sarebbe assistito alla fine del mondo divenne cosa pressoché certa, a seguito dell'interpretazione, fin troppo letteraria, di alcuni passaggi della Bibbia. Diventa dunque facile diagnosticare un'ossessione storica, praticamente infinita e ricorrente, se vogliamo quindi atavica, legata alla parte della Bibbia che va sotto il nome di Apocalisse, vista come monito e al tempo stesso passaggio obbligatorio per accedere alla grazia ascetica. Ecco allora che l'avvento dell'anticristo può essere persino letto, più che un incubo da scacciare, quale provocatorio desiderio da accogliere, forse perverso ma necessario e imprescindibile per avviare il processo finale che porterà all'apertura delle porte del Paradiso cui accedere non da trionfatori bensì da umili servitori. Veder materializzare i timori, infatti, comporterebbe al tempo stesso aver certezza della vittoria finale e di quanto a essa è connesso ma, attenzione, non quale ricompensa (altrimenti si cadrebbe nell'ambito d'azione dell'anticristo per effetto di un'adesione legata a un discorso premiante) bensì quale conferma della correttezza del proprio operato e della propria ideologia.

Un volume non facile, lo abbiamo premesso, non da affrontare ridendo e scherzando (credo che ci sia ben poco da ridere, lo insegna la storia recente), anche perché i toni con cui Centini lo confeziona sono seri e al tempo stesso appassionati, per niente votati allo spettacolo. Lo studioso piemontese focalizza gli aspetti basilari, ritornando più volte sui punti centrali della tematica che ha in San Giovanni la sua primaria bussola orientativa (non la sola). Un modo di esporre il tema, se vogliamo, ripetitivo, ma al tempo stesso responsabile. A fine lettura difficilmente non si saranno comprese le caratteristiche di questo essere diabolico, un vero e proprio lupo travestito da agnello, che cercherà di conquistare le folle con una lunga serie di prodigi, che saranno visti quali miracoli pur essendo illusori (parentesi di Centini per mettere in evidenza la differenza tra il miracolo di origine divina e l'azione prodigiosa del maligno), venendo così riconosciuto come un vero e proprio Dio in terra ("Chi è simile alla bestia e chi può combattere con essa?" Sembra di sentire Mussolini commentare l'operato della Germania Nazista, ndr) così da portare verso la perdizione il suo seguito con parole e promesse che suonano di bestemmia, garantendo agli adepti piaceri e vantaggi materiali a totale discapito degli spiriturali. Un'ascesa rapida e improvvisa, tre anni e mezzo dicono le scritture, che diverrà sempre più diabolica e depravata fino allo scontro finale che aprirà un'era millenaria di pace al cui termine avrà luogo lo scontro decisivo tra Dio e Satana (di nuovo liberato, non si capisce bene se col supporto dell'anticristo e del falso profeta) prima della fine del mondo e del giudizio universale.

Torino, Piazza Statuto,
chi è colui che domina l'ascesa?
""E vidi dal mare salire una bestia che aveva dieci corna e sette teste, 
e sulle sue corna dieci diademi, e sulle sue teste nomi blasfemi."

La Storia dell'Anticristo non è dunque un testo per tutti, figurarsi un lettore medio a cui sconsigliamo l'acquisto. Diviene invece uno spunto molto utile di riflessione, ivi compreso sul versante antropologico e sociologico. Centini fa comprendere quanta importanza un testo quale l'Apocalisse abbia avuto, e attenzione lo ha tuttora, nella storia dell'umanità, con ripercussioni che hanno influenzato lo sviluppo dell'umanità, addirittura tali da dar vita a vere e proprie psicosi collettive giunte a tramutarsi in convinzioni che vanno oltre il mondo del fantastico (si è infatti pensato anche all'esistenza di una donna ingravidata e celata sotto mentite vesti nel ruolo di Papa). Un testo, per modalità d'azione proprie dell'essere diabolico che ne sta al centro e adescamento degli adepti (più legato al plagio che alla costrizione), che è sempre moderno e che lancia tristi e pericolosi presagi che hanno trovato conferma nella storia più recente, si pensi all'operato di Hitler e della sua Germania Nazista (con tanto dello sfruttamento della televisione come "statua parlante", come la definisce l'apocalisse, per fare propaganda e indurre alla venerazione il popolo) che sembra incarnare in tutto e per tutto il profilo tracciato da San Giovanni. Centini non lo dice ma è notorio il tentativo di Hitler di sovrascrivere sulla religione cattolica una nuova religione pagana, che avesse al centro la sua stessa figura, tanto da aver composto e imposto alla gioventù delle vere e proprie preghiere al Fuhrer (scalzando il vero destinatario originario che era Cristo). Sorprende un po' che Centini sorvoli su questi aspetti che, ad avviso di questo recensore, sono a tema in modo centrale con questa figura, a partire dalla stessa provenienza del Nazismo (nato nelle logge deviate para-massoniche), ai suoi fini (lo sterminio degli Ebrei ovvero il popolo eletto di Dio) e all'innegabile relazione col mondo diabolico (inversione della svastica e vero e proprio studio del mondo occulto).

Altro aspetto da evidenziare è il totale disinteresse di Centini al versante artistico legato alla figura dell'anticristo. L'autore resta legato a un esame del testo sacro, tralascia tutte le influenze ulteriori, dal cinema, alla narrativa (si pensi a romanzi di successo quali Rosemary's Baby o, in modo più calcanze, Il Presagio di David Seltzer), più legato a una tradizione millenaria e storica. La scelta è comprensibile e attribuibile a un desiderio, verosimilmente, autoriale anziché "depistabile" da credenze più o meno popolari o, peggio ancora (in quanto assai meno sociologiche), legate alla spettacolarizzazione propria del mondo dell'arte.

Un cenno alla cura grafica del testo. La versione Odoya è magistrale come sempre riesce a garantire la casa editrice bolognese. Il volume è ricchissimo di raffigurazioni, molte di esse presenti anche nell'edizione Newton de Il Diavolo di Alfonso Di Nola, ed è corredata di schemi che definiscono, estratti dal testo, in modo chiaro e pronto termini o concetti che richiedono analisi specifiche.

Un volume dunque da comprare per chi intenda approfondire una figura di notevole importanza in ambito religioso, ma anche narrativo e cinematografico. Non a caso acquistai il volume anni fa, peraltro a buon prezzo su una bancarella, perché lo ritenevo immancabile in una biblioteca di un appassionato di certe tematiche. Da sempre affascinanto, come credo una buona parte di lettori e scrittori di fantastico, dall'Apocalisse di San Giovanni, non potevo lasciarmelo scappare anche per chiarificare i tratti di una figura sfumata e controversa che si presta, come avviene sempre nell'ambito delle profezie, a centinaia di interpretazioni talvolta tra loro contrastanti. Pollice alzato ancora per l'Odoya e plauso a Centini per essersi barcamenato, seppur in modo non sempre lineare e massimizzato, in una tematica complessa e per niente semplice.

Il commento in pillole: Testo non semplice, non sempre lineare e caratterizzato da una lunga serie di digressioni e parentesi su argomenti di confine. Alla fine però Centini, penso di poter dire, centra e fissa gli aspetti salienti della figura. Saggio per chi voglia approfondire tematiche storiche, sociologiche e religiose, ma anche per chi lavora in ambito di scrittura creativa-narrativa legata al mondo del fantastico (non dico horror perché non mi piace il termine quando si parla di scrittura).

In copertina, non poteva esser altrimenti (anche se in ballottaggio siam certi di ritenere Il Genio Alato di Torino), un particolare della scultura di Guillaume Geefs, intitolata Il Genio del Male ovvero Lucifero (incatenato), situata nel pulpito della cattedrale Saint-Paul di Liegi (Belgio).

All'ombra della Mole, nella città che viene reputata
il vertice di un triangolo magico che ha in
Londra e San Francisco gli altri vertici, 
se la ride MASSIMO CENTINI,
tra una centuria e l'altra del falso profeta per ANTOnomasia
deceduto 100 anni prima del 1666, 
e, ascoltando l'inno del TORO firmato STATUTO,
scrive 330 anni dopo la data fatidica
di realizzazione, secondo il fantasioso romanzo Il Club Dumas,
del volume Le Nove Porte, il suo saggio
IL RITORNO DELL'ANTICRISTO
ripubblicato da Odoya un numero di anni dopo pari
a quello che nei tarocchi introduce al DIAVOLO.  

"Il Falso Profeta s'adoperava che a tutti fosse impresso sulla mano destra o sulla fronte un marchio, in modo che nessuno potesse comprare o vendere all'infuori di coloro che portavano il marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha mente computi il numero della bestia; è un numero d'uomo. Il suo numero è seicentosessantasei." (WWW).

mercoledì 14 marzo 2018

Recensione Narrativa: HORROR, Storie di Sangue, Spiriti e Segreti - di Dario Argento.



Autore: Dario Argento.
Anno: 2018.
Genere: Antologia Thriller/Horror.
Editore: Mondadori.
Pagine: 160.
Prezzo: 17,00 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Dopo volumi quali Profondo Thrilling (1975) e Terrore Profondo (1997) ispirati dai film diretti da Dario Argento ridotti in racconti da autori vari (Cozzi, Nicola Lombardi, Tentori e altri), nel 2018 arriva il debutto in narrativa, a settantasette anni suonati, di Dario Argento, il più grande regista horror e thriller italiano. Ormai risucchiato da anni in un maelstrom che lo ha portato a dirigere pellicole sempre meno apprezzate (si pensi ai flop dei vari Il Cartaio, Giallo, La Terza Madre e Dracula 3D), il "grande maestro" romano, probabilmente convinto dalle offerte della Mondadori, tenta, come fatto a suo tempo dal "rivale storico" Lucio Fulci (Le Lune Nere), di rilanciarsi prendendo la strada della narrativa breve. Uscito il sei marzo scorso, con presentazione presso gli Uffizi di Firenze, questo Horror - Storie di Sangue, Spiriti e Segreti si può definire un progetto riuscito a metà. Supportato da Pamela Ferlin, Argento propone al suo pubblico sei racconti brevi, dalle dodici alle quarantadue pagine, sospesi tra il thriller truce e l'horror gotico, non lesinando il grand guignol.
Colpisce subito lo stile dello scrittore, coinvolgente dal primo all'ultimo rigo, e la capacità di toccare le corde emotive del lettore grazie a un'innegabile capacità di costruire visioni oniriche a tratti claustrofobiche. Se questo è sicuramente vero, c'è tuttavia da evidenziare come i soggetti proposti siano poco originali e tutti funzionali a inquietare il lettore piuttosto che a trasmettere un dato messaggio in chiave artistica o a prendere le vie esoteriche.
Argento sembra privilegiare dei vari sottogeneri la ghost story, tanto che dei sei racconti almeno quattro sono ascrivibili a questo genere, di cui due da ritenersi ghost stories pure.

L'antologia si apre con Notte agli Uffizi un racconto che è nato da una costola del film La Sindrome di Stendhal (1996) da cui mutua l'idea che da il titolo al film. Argento, che è il protagonista del racconto e che sostiene di essersi ispirato a un fatto a lui veramente accaduto durante una camminata notturna all'interno degli Uffizi, parla del potere che le opere d'arte sono in grado di esercitare sul pubblico e di come questo possa esserne influenzato fino a subire degli sconvolgimenti emotivi (ivi compresi svenimenti). Il testo scorre molto bene e suscita emozioni anche in chi legge. Argento, rimasto solo all'interno del museo, viene oppresso dai soggetti dei quadri che prendon a vivere e a sussurrargli parole proprio come in un incubo notturno da cui non è possibile svegliarsi. Dapprima giocato sul versante psicologico il testo sconfina presto nel grandguignolesco che raggiunge l'apice quando il regista si trova al cospetto della Medusa raffigurata da Caravaggio. Niente di originale, ma ben raccontato e di effetto.
Possiamo definire un gemello di questo racconto il più elaborato Villa Palagonia, in cui il protagonista si perde all'interno della "Villa dei Mostri", a Palermo, durante un'escursione guidata. Argento da spazio a tutta la sua passione per l'arte e l'architettura onirica, plasmando un vero labirinto che parte dalla "sala degli specchi" e conduce negli scantinati della villa in un passaggio tra realtà e mondo fantastico in cui tornano a vivere i fantasmi e dove le mura assumono sembianze di fiere pronte a sbranare l'ignaro viandante. Un horror dal retrogusto gotico, un po' casa degli orrori, ben gestito e calibrato, che regala dei momenti barkeriani assai gustosi ma si perde in un epilogo non all'altezza del resto del racconto.
E' un gotico puro invece Alchimie Macabre al Castello di Gilles in cui Dario Argento offre la propria reinterpretazione delle follie messe in atto nel proprio castello da Gilles de Rais e dal suo alchimista intento a creare l'elisir di lunga vita. Anche qua grande gestione del testo, con momenti toccanti in uno scantinato in cui, tra topi, deiezioni e cibo decomposto, sono segregati tutta una serie di bambini prossimi a esser sacrificati prima ai piaceri perversi del barone e poi alle torture del mago dello stesso. Racconto più drammatico che horror, con Argento che colpisce nello stomaco il lettore agendo soprattutto sui bambini. Tremendo, ma al contempo reale (quello che viene narrato è successo davvero).
Punti in comune al racconto di De Rais sono racchiusi ne Le Segrete di Merano, probabilmente il racconto più riuscito del testo, in cui un tredicenne romano viene spedito in vacanza estiva a Merano da una zia. Qua perderà la sua innocenza, passando dall'infanzia all'adolescenza. Se vogliamo si tratta di un perverso racconto di formazione alla Dario Argento, con un bambino che scopre il sesso e ne è un po' impaurito e un po' attratto. Testo dunque coraggioso anche se con alcuni momenti gratuiti che prendono la via della pedofilia. Argento caratterizza la zia del giovane con tutti gli stereotipi del tipico altoadesino di lingua tedesca, austero e poco loquace, per dar vita a una storia che cresce alla distanza in un intreccio giallo che finisce per unirsi a satanismo e ghost story con marcate punte di erotismo malato. Da lodare, ancora una volta, la gestione del testo con una tensione crescente e centellinata. Niente di nuovo, ma ben raccontato. E' il testo più perverso dell'antologia.
Di livello inferiore, a mio avviso, gli altri due racconti che comunque riescono a intrattenere. Rosso Porpora alla Biblioteca Angelica è un giallo alla Dario Argento. Un professore scambia per errore il proprio cellulare con quello di un uomo che viene assassinato poco dopo. Lo scambio di cellulare porta l'assassino a temere di esser individuato dal professore e parte così una caccia per Roma, col secondo che viene costantemente braccato da un sicario che spara con la pistola e ricorre a coltelli. Tensione assicurata, gestione del testo buona, ma finale fracassone e confusionario. Non mancano punte splatter.
L'antologia si chiude con Demoni a Singapore, il testo più lungo, un'opera che non sembra neppure di Dario Argento. Il regista romano trae ispirazione dai massacri messi in atto dagli integralisti islamici per plasmare una vera e propria mattanza (mai letto un racconto con tanti morti) messa in atto da un commando musulmano in una zona turistica. Il racconto è un distillato di azione, tra smitragliate, esplosioni e squarciamenti vari. Ettolitri di sangue, personaggi messi in scena per esser mandati al macello con un background fantastico caratterizzato da uno spirito che emerge da una sorta di tempio della giungla per impossessarsi dei varani e scagliarli all'attacco dei terroristi e delle squadre speciali mandate dal governo per arginare l'assalto. Esercizio di stile, con strizzatine d'occhio alla tematica snuff movie, se vogliamo di massa, con un committente che ha fatto posizionare sui caschetti di alcuni terroristi delle telecamere con cui riprendere il massacro per poi rivedere il tutto sul mercato clandestino. Finale arzigogolato tra azione, fantastico e spy story. Chissà se Argento si sia ispirato all'assalto dei marines nel bunker di Bin Laden.

Che dire a fine lettura? Si tratta di un volume che, al di là del valore, deve essere comprato da ogni fan di Dario Argento per completezza e che ha il pregio di esser scritto bene e in modo coinvolgente. Le storie, pur se poco originali, prendono e inducono a esser lette. Mancano, purtroppo, i colpi di genio e una vera ispirazione. Si ha più l'impressione che Argento si sia misurato con la scrittura senza sentirne un vero spunto autoriale. Per fare un parallelo con l'antologia di Fulci, si può dire che Argento dimostra di avere ampie doti da scrittore fantastico, per tecnica e gusto, ma è meno ispirato rispetto al suo illustre collega che tuttavia supera in mestiere e tecnica. Spero tuttavia che Argento insista in questa sua nuova attività, perché la tecnica è quella buona.
Quanto alla confezione direi che è all'altezza della situazione, ma eccessivamente cara. 17 euro per 160 pagine griffate Mondadori non sono poche. Manca inoltre un'introduzione, non ci sono interviste che spieghino i processi formativi dei racconti né altro che possa rendere più appetitoso il volume che, di fatto, è caratterizzato da una pagina di prefazione e dai soli racconti.
Si fa notare l'indicazione della frase lancio di Guillermo Del Toro, fresco premiato con l'Oscar, stampata in copertina: "Dario Argento è un Dio, il mio!"

La stella del cinema horror italiano
DARIO ARGENTO (a sx) in compagnia
del direttore degli Uffizi.

"Fin da quando ero ragazzino, guardare un dipinto ha significato per me l'inizio di un viaggio in una dimensione parallela in cui i confini del reale si confondono con il sogno, creando una realtà altra dove spazio e tempo si staccano dal contingente."

martedì 6 marzo 2018

Recensione Narrativa: RIVISTA ZOTIQUE - Inverno 2017.



Direttore e Curatore: Pietro Guarriello.
Genere: Rivista del Fantastico con saggi, interviste, recensioni e racconti originali di scrittori affermati.
Editore: Dagon Press.
Indirizzo di Redazione: Viale delle Orchidee, 6, Pineto (Te).
Numero: Anno I, N.1.
Testi in ordine di presentazione: Luca Rasponi, Pietro Guarriello, H.H.Ewers, Giuseppe Marotta, Maria Antonietta Parra, Mary Fortune, Arthur Machen, Cesare Buttaboni e Howard Pease.
Pagine: 194.
Prezzo: 14 euro.

Commento di Matteo Mancini.
"Pubblicazione aperiodica e amatoriale senza fini di lucro e a tiratura controllata e limitata, intesa a promuovere la divulgazione della letteratura weird e fantastica attraverso racconti, saggi, recensioni, articoli e documenti." Così Pietro Guarriello pesenta la sua ultima fatica, una rivista collettiva in cui il suo peso, quanto a questo primo numero, tende a essere prevelanete sia in chiave di contributi sia in chiave di ideazione e scelta dei testi. Chiamata Zotique, in omaggio allo scrittore Clark Ashton Smith, uno dei c.d. Tre Moschettieri della rivista pulp di inizio novecento Weird Tales (gli altri due erano Howard P. Lovecraft e Robert E. Howard), la rivista spicca subito per un'eccelsa veste grafica, assai più simile a un libro illustrato che a una rivista di fortuna. Stona allora quell'"amatoriale" che non deve intendersi quale sinonimo di approssimativo o di dozzinale, quanto quale prodotto di chi non ha la fortuna di essere professionista ovvero un soggetto che riceve compensi idonei per il lavoro prestato a ristoro dello "sforzo" o comunque di corrispettivo per la condivisione di anni di studio alla base di opinioni più o meno personali inerenti al grande mondo della narrativa fantastica. Guarriello di amatoriale, infatti, ha davvero poco e, qualitativamente parlando, ha tutto (meno l'adeguato trattamento economico) per essere considerato un professionista. Del resto non lo si scopre certo a seguito di questo progetto, essendo ormai da anni uno degli studiosi e appassionati del genere più colti nel panorama di nicchia (uso questo termine al posto di underground, perché lo ritengo assai più appropriato). Traduttore, antologista, selezionatore di lavori, editore a capo della non troppo prolifica (ahinoi) Dagon Press, Guarriello è soprattutto un saggista sopraffino e lo dimostra ancora per l'ennesima volta.

Apre la sua Zotique con un contributo di Luca Rasponi intitolato Elogio della Letteratura Fantastica: Horror, Fantascienza e Fantasy. Testo tanto semplice quanto chiaro e calibrato, utile peraltro a comprendere la ragioni che stanno alla base della nascita del genere ("Il fantastico non si configura come una semplice fuga dal reale, bensì come una lente nuova e sempre diversa attraverso cui guardare la realtà stessa"). Rasponi non si perde in disamine dotte o arzigogolate, ma punta all'essenziale. Niente a che fare con "l'accademia" di uno Tzvetan Todorov (a cui Guarriello dedica il primo numero della rivista con una citazione iniziale), senz'altro faro centrale per lo studio approfondito della materia (si veda il suo La Letteratura Fantastica), ma un approccio adatto a chi affronta per la prima volta la materia. Ecco così che viene spiegata al lettore (meglio ancora se neofita) sia la nascita dei tre grandi sottogeneri del fantastico, con i loro racconti e autori cardinali, sia gli sviluppi e le strade prese, in chiave evolutiva, dai vari filoni e sia cosa debba intendersi per "horror", "fantascienza" e "fantasy". Un inizio dunque giusto e fondamentale per addentrarsi nella materia senza il rischio di avere le idee poco chiare.

La rivista prosegue con un eccelso speciale sullo scrittore tedesco Hanns H. Ewers, scrittore di cui abbiamo già ampiamente parlato su queste pagine in occasione delle recensioni dell'antologia Il Ragno e Altri Racconti e del romanzo Alraune - La Mandragora. E' Guarriello a confezionare l'articolo, formato da trenta pagine scarse, raccontando la vita e le opere di genere fantastico di questo controverso, quanto maledetto, autore che si autodefiniva una viandante nei giardini della follia. Ancora una volta, la fanno da padrone la semplicità, la chiarezza espositiva e la scorrevolezza del testo. Guarriello, intoltre, delizia il suo pubblico proponendo tre racconti inediti in Italia dello scrittore ovvero Carnevale a Cadice, Il Mimo Crocifisso e Nel Paese dei Mostri. Scelta, quest'ultima, che rende imperdibile l'acquisto per tutti i cultori del genere e, più in particolare, per gli studiosi della narrativa fantastica teutonica.

Sempre Guarriello offre la propria interpretazione del primo romanzo scritto da William H. Hodgson, Naufragio Verso l'Ignoto, che viene presentato e analizzato con tanto di intervista all'ultima autrice della traduzione uscita in Italia (la giovane Maria Antonietta Parra).

Dopo il dossier su un grande maestro del genere e l'analisi di un classico di grande richiamo nell'ambito del genere, Guarriello inaugura la sezione "Le Donne del Weird" presentando la misconosciuta Mary Fortune (da non confondersi con la più famosa Dion Fortune), entrata nella storia della letteratura del brivido per esser stata la prima scrittrice di sesso femminile a far uscire un racconto horror in Australia. Guarriello ne ripercorre la carriera, ne plasma un profilo e ci racconta i suoi tanti problemi esistenziali e la volontà di trincerarsi dietro uno pseudonimo per proteggere la propria vita privata, ma ci fa anche capire quanto difficile fosse per una donna dell'ottocento affermarsi in un mondo considerato ad appannaggio di nobil donne o maschi. "Sono ciò che i miei amici - ehm - i miei conoscenti a due zampe, chiamano una persona molto eccentrica e una creatura piuttosto peculiare" così amava definirsi la Fortune (donna nord irlandese emigrata in Oceania). Un po' come per Ewers, Guarriello sublima il momento dando alle stampe, per la prima volta in Italia, il racconto in questione: La Maniaca Bianca. Una scelta che trasforma, sempre più, Zotique in una prelibatezza da collezionisti assetati di novità tanto da tramutarsi in oggetto dei desideri con L'Occultismo in Letteratura di Arthur Machen. Saggio, quest'ultimo, che mette in chiaro il pensiero dell'autore de Il Grande Dio Pan circa l'occultismo delle origini e quello a lui attuale (figurarsi cosa avrebbe pensato di quello del nuovo secolo) e quanto questo abbia avuto influenza sulla letteratura. Machen evidenzia come l'esoterismo sia sempre più diventato essoterico ovvero impoverito nella sua vera essenza, depauperato dall'allegoria di base in favore di un approccio non più metaforico quanto supposto reale. Un involgarimento che lo porta a stroncare la cialtronaggine, a suo dire, di medium, satanisti e persino teosofici. Usa, per far capire questo, la scienza alchemica da intendersi, nell'accezione antica, quale ricerca della trasmutazione dell'uomo (e non dei metalli) così da liberare l'anima dalle catene del materialismo. E così come gli alchemici del volgo si sono involuti in personaggi alla caccia della formula per trasformare il piombo in oro, così hanno fatto gli altri operatori dell'occulto. Premessa questa sua critica all'esoterismo dell'epoca, Machen si sofferma sulla narrativa dell'ultimo secolo, avendo come riferimento la prima metà del novecento come termine estremo dell'arco temporale. Articolo interessante nella parte generale, che diviene invece veloce e dalla consistenza di piccole pillole relativamente ai racconti o romanzi, ad avviso di Machen, da salvare e recuperare e altri da censurare o comunque da ritenere menzionieri. Anche qua è da lodare l'impegno di Guarriello di dotare il testo di una serie infinita di note per renderlo fruibile anche ai non iniziati (al genere). Un lavoro davvero eccelso quello del curatore, non ci stanchiamo di ripeterlo.

La parte terminale della rivista vede una lunga serie di recensioni delle ultime novità editoriali datate 2016 e 2017 in ambito fantastico, in particolare dedicate alla ristampa dei grandi classici del genere andati in oblio e di nuovo ripescati (autori quali Hogg, Stoker, Dickens etc). Ci guidano in questa carrellata, assai utile per gli acquisti, Guarrielo prima (recensioni e critica dei testi ultra dettagliate) e poi l'amico Cesare Buttaboni (assai più sintetico e panoramico) per ritornare su Guarriello con la sezione dedicata alle uscite all'estero.

Chiusura con un racconto dello scrittore ottocentesco Howard Pease intitolato Il Sosia.

Che dire in conclusione? Grandissimo lavoro e grande professionalità per un rivista che si legge con facilità ed entusiasmo, indirizzata agli studiosi del genere e a coloro che desiderano perfezionare e ampliare la propria cultura fantastica, ma anche a chi intende affacciarsi per la prima volta a questa branca che, ad avviso di chi scrive e a dispetto di chi ha la puzza sotto il naso, è da reputarsi eletta con la "E" maiuscola (si veda la citazione di Machen che appongo in calce). Un progetto, data anche la scarsa potenza economica della casa editrice, da lodare prima e poi promuovere e sostenere anche in virtù di un prezzo che, data la confezione e soprattutto la qualità dei testi, dir risibile è davvero dir poco (14 euro per 190 pagine tra cui sei inediti da collezionisti). La promozione della narrativa fantastica passa soprattutto da questi piccoli volumi, piccoli solo per la natura della casa editrice che è alle spalle ma eccelsi per passione e competenza dei coinvolti. Ogni acquisto rende sempre più viva la rivista e fa sì che possa sopravvivere, trasformando gli acquirenti non in meri ricevitori passivi di informazioni ma in partecipanti attivi a un gruppo che vuol raccontare e proporre ancora molto pur di far emergere dagli abissi del tempo i grandi maestri del fantastico. Da avere in biblioteca, magari nutrendo la speranza, per nulla imponderata in considerazione della tiratura limitata, che possa diventare un volume da collezione (vi ricordo gli inediti che vi sono all'interno). PROMOSSA A PIENI VOTI. Oltre tutto, potrebbe essere un affare aggiudicarsela.

Il Direttore di Zotique
PIETRO GUARRIELLO.

"Forse il vero occultismo è da ricercarsi nei libri di coloro che mai con consapevolezza hanno provato a scrivere di cose segrete, nelle melodie inascoltate, e sono gli incantesimi più potenti che i rivestimenti magici aprono sulla piena visione del mondo invisibile." (Arthur Machen, The Literature of Occultism, 1899).

martedì 27 febbraio 2018

Recensione Narrativa: 24:00:00 di Federico Guerri.



Autore: Federico Guerri.
Sottotitolo: Una commedia romantica sulla fine del mondo.
Anno: 2014.
Genere: Fantastico/Surreale.
Editore: Edizioni Il Foglio.
Pagine: 218.
Prezzo: 14,00 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Secondo romanzo del drammaturgo, insegnante di teatro e scrittura creativa Federico Guerri, piombinese classe 1976 trasferitosi a Pisa da anni, selezionato (insieme ad altri venticinque testi) al prestigioso Premio Strega 2015.
Romanzo breve, dalla forma corale per l'assenza di un vero e proprio protagonista. Guerri gioca sulle caratterizzazioni, ruota continuamente la prospettiva spostando il lettore da un angolo all'altro del mondo, dall'Australia agli Stati Uniti, dalla Cina a Parigi nel mitico museo del Louvre strizzando l'occhiolino al Codice da Vinci di Dan Brown. Il tema del romanzo è l'ultimo giorno di vita della terra (ma ne siamo poi proprio sicuri?) dalla prospettiva di una lunga serie di personaggi dislocati in giro per il mondo e apparentemente non in relazione tra loro. Dico apparentemente poiché, nel corso della lettura, le varie storie si intrecceranno grazie a telefoni, internet, viaggi aerei e via dicendo il tutto scandito da un bizzarro quanto surreale timer impresso nel cielo e fisso in ogni parte del mondo, disancorato cioè da ogni logica di rotazione dell'asse terrestre. Quello che tutti i cittadini del mondo hanno sopra le loro teste è un countdown che dalle 24:00:00, di cui al titolo, decorre fino allo 00:00:00.
Cosa fareste voi se vi dicessero che avete a disposizione un dato periodo di vita e che al termine di esso il mondo esploda? Ventiquattro ore in cui riflettere, recuperare il tempo perso o realizzare vendette o piuttosto sogni o fantasie prima di allora represse o solo lontanamente agognate (largo spazio a quelle sessuali). C'è un però, tuttavia... Nessuno sa davvero cosa significhi quel timer che non ha nessuna spiegazione logica e per questo, non trovando una ragione scientifica che funga da giustificazione, tutti (o per lo meno quasi tutti) pensano bene che si tratti di un conto alla rovescia che scandisce i tempi della fine del mondo ovvero della c.d. parusia, cioè del ritorno di Gesù per la seconda e ultima venuta sulla Terra. Non a caso c'è anche una supposta vergine (!?) in cerca del suo Giuseppe che partorisce in concomitanza della scadenza del timer e dichiara di esser rimasta incinta mostrandosi nuda nei suoi giochetti erotici in rete dove, per connettersi, tutti devono digitare "WWW" ("E induce tutti a imprimersi un marchio sulla mano destra o sulla fronte, e far sì che nessuno possa comprare o vendere se non chi ha come marchio il nome della bestia e il numero del suo nome" cit.)... Quanto sono lontani i tempi dello Spirito Santo ormai, a quanto pare, sostituito dalle battute di cattivo spirito.

L'idea "fantastica" su cui lavora Guerri, ovvero quella del countdown di ignota provenienza, costituisce un naturale escamotage che spinge alla lettura il lettore, crea crescente suspence e frenesia dell'attesa. Il lettore diviene sempre più curioso di scoprire come andrà a finire, avido di notizie e teso a smascherare una macchinazione che saprebbe di beffa, da una parte, ma anche di una salvezza per lasciare ancora al centro del tutto l'uomo e non un qualcuno o un qualcosa di sovraordinato. La lettura procede veloce, in modo apparentemente semplice (non lo sarà, in realtà) e fluido. Guerri da spazio alla sua verve di un ironico tendente al surreale, con situazioni che piuttosto che suggerire la parusia ricordano in verità la parodia. La componente delle caratterizzazioni, delle gesta più o meno strampalate dei vari personaggi, diviene il nocciolo del romanzo, assai più della componente fantastica. I personaggi, fatta a eccezione per un ragazzo che ha subito delle gravi lesioni per un incidente industriale verificatosi in India, sono tutti sopra le righe o, meglio ancora, delle macchiette (qualcuno un po' stereotipato, in verità). Abbiamo uno scrittore di successo di romanzi per ragazzi che ha trovato l'amore della propria vita a un passo dal suicidio; una cantante che ritrova, per puro caso, nel suo ultimo concerto la figlia abbandonata alla nascita; o il pazzesco figlio di un imprenditore americano che ha deciso di emulare il padre costruendo un industria in India pur vivendo in sospeso tra realtà e gioco virtuale in rete da lui stesso sviluppato; ovvero una giovane integralista cattolica che proclama l'importanza di giungere illibati al matrimonio per poi scoprirsi disposta ad andare col primo che passa pur di non morire vergine (scoprirà che non è affatto facile perdere la verginità). Insomma, a Guerri piace giocare con i personaggi, più che interrogarsi sulla componente fantastica.

Il soggetto prende le mosse dal film Il Giudizio Universale (1961) di Vittorio De Sica e, forse in misura più marcata ma non so quanto cosciente, da Show Case dell'americano Howard Fast (autore, tra l'altro, del romanzo portato sul grande schermo da Kubrick col titolo Spartacus), da noi tradotto come Giusto Motivo (1973) e inseirto nel 1974 nell'antologia Urania (n.649) La Mano. Nelle due opere citate infatti, in maniera più esplicita nel film di De Sica, una voce proveniente dal cielo (dalle radio e televisioni con Fast) annuncia il giudizio universale eppure, in entrambi i testi, la prospettiva apocalittica viene mitigata da una componente parodistica e ironica che finisce col prevalere al resto fino a sconfinare nella farsa. Guerri si allinea su questa via, cercando di personalizzare lo sviluppo, cosa che peraltro riesce a fare pur non potendo presentare il romanzo come una vera e propria novità editoriale. Guerri infatti riprende quanto scritto da altri, diciamo che regala citazioni senza aver la fama del procuratore, e prova a rendere autoriale il tutto con una trovata che ricorda Il Pendolo di Foucault di Umberto Eco (lì si parlava della Grande Cospirazione). A far innescare il tutto, infatti, c'è un bizzarro studioso norvegese (il bibliotecaio di Capo Nord) che ha sacrificato la propria vita alla ricerca della "Grande Narrazione". Questo studioso è cioè convinto che esistano una serie di romanzi, tra cui anche i secondari o quelli apparentemente di poco conto, che facciano parte di una sorta di cospirazione, con personaggi di fantasia interconnessi, seppur in modo occulto, tra un romanzo e l'altro (così da ripresentarsi da un'opera di un autore a quella di un altro), tesa a raccontare la storia dell'umanità. "Esistono romanzi che fanno parte della Grande Narrazione e quelli che non vale nemmeno la pena di considerare, gli Errori, Satelliti, Ripetizioni, Appendici" spiega lo studioso alla futura moglie, una tipa attirata dai soggetti più bizzarri offerti dal parco umano della società a lei contemporanea.
Del resto lo stesso Umberto Eco, nel sopracitato romanzo, aveva scritto: "Ci hanno fatto credere che da una parte c'è la grande arte, quella che rappresenta personaggi tipici in circostanze tipiche, e dall'altra il romanzo d'appendice, che racconta di personaggi atipici in circostanze atipiche. Io con il feuilleton (cioè i romanzi che uscivano sulle riviste precursori del racconto pulp) giocavo, per passeggiare un po' fuori della vita. Mi rassicurava, perché proponeva l'irraggiungibile. Invece no. Aveva ragione Proust: la vita è rappresentata meglio dalla cattiva musica che non da una Missa Solemnis. L'arte ci prende in giro e ci rassicura, ci fa vedere il mondo come gli artisti vorrebbero che fosse. Il feuilleton finge di scherzare, ma poi il mondo ce lo fa vedere così com'è o come sarà. Quello che è successo davvero è quello che avevano raccontato in anticipo i romanzi d'appendice.”
Convinto di questa realtà, che come vediamo trae linfa dall'opera di Umberto Eco, il bibliotecaio di Capo Nord diviene la vera anima del romanzo di Guerri e la chiave che serve per giungere all'essenza del volume. Un lettore vorace e, soprattutto, intensionato a decriptare questa "Grande Narrazione" facendo un collage tra i passaggi dei vari romanzi, andando a ritagliarli e a ricomporli in un qualcosa di diverso, qualcosa che ha la sostanza di un vero e proprio puzzle da ricostruire con elementi dispersi in una miriade di romanzi di periodi e autori diversi. Un compito titanico, ai limiti della schizofrenia paranoide direbbe uno specialista della psiche, quanto difficilmente realizzabile e da qui la magra conclusione che innesca il countdown: "La Grande Narrazione non era mai stata la storia di Dio. Era sempre stata la storia dell'Uomo, un concerto di personaggi minori in cui non esisteva protagonista e, quindi, lo erano tutti. Una storia che non finisce..." una storia che procede, va oltre verso qualcosa di nuovo. "Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma" commenterebbe Antoine Laurent de Lavoisier con la sua Legge della Conservazione della Massa (popolare aggiungerei, data l'applicazione in questione).
Una constatazione che poi si riflette, guarda caso, nella realtà, con ulteriori personaggi secondari (quelli reali delle storie intrecciate), probabilmente ignare pedine del gioco orchestrato da uno scrittore (magari Dio), intenti a scrivere inconsciamente la storia del mondo ormai giunto alla sua fine o forse al semplice termine del suo primo capitolo. La parusia vista dunque quale parodia di uno scherzo della natura, un gioco della creazione verrebbe da definire..

Romanzo selezionato al Premio Strega, edito da Il Foglio Letterario di Piombino (di Gordiano Lupi) nel 2014. Dalla collana Demian (nome, nella fattispecie a tema con la Parusia e non per i riferimenti a Hermann Hesse), Federico Guerri qui analizzato da Mancini, che vi ha guidati all'analisi, ma Guerri e coloro che hanno letto il romanzo possono chiamarmi Man.

L'autore FEDERICO GUERRI

"Noi umani tendiamo a negare persino l'esistenza di un pericolo tangibile se la folla attorno a noi si comporta come se niente fosse. La realtà è una questione di maggioranza."

venerdì 9 febbraio 2018

Recensione Narrativa: STRANE VISIONI, AA.VV. a cura di Andrea Vaccaro e Ivo Torello.



Autore: Autori vari.
Curatori: Andrea Vaccaro & Ivo Torello.
Anno: 2016.
Genere: Horror.
Editore: Edizioni Hypnos.
Pagine: 462.
Prezzo: 18,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Ancora le Edizioni Hypnos a rendere liete le nostre letture da appassionati di weird. Una casa editrice di Milano che sembra davvero sbagliare pochi colpi e che, una volta conosciuta dagli amanti della narrativa fantastica di fine ottocento primi novecento, sortisce il medesimo effetto che ha su un bimbo un fornitissimo negozio di giocattoli.
Questa volta Andrea Vaccaro, coadiuvato dallo scrittore Ivo Torello, non propone scrittori ingiustamente caduti nell'oblio (come fatto per Ewers o Grabinski, tanto per citare due nomi) né offre inediti di scrittori di grido del novecento né, tanto meno, ripropone classici perduti. No, signori. Questa volta la Hypnos, con buona dose di coraggio, offre ai suoi astanti lettori il "vino di casa", lanciando un lotto di scrittori selezionati in tre edizioni del Premio Hypnos, un concorso di narrativa fantastica organizzato dalla casa editrice. Attenzione però a non sottovalutare il volume proprio per esser la risultanza di una selezione del meglio di un concorso. Capita infatti di leggere antologie frutto di concorsi con un livello non proprio equilibrato tra i vari scrittori, magari con tematiche e pezzi scopiazzati a destra e manca. Niente a che vedere con Strane Visioni, questo il titolo dell'opera in questione. Siamo infatti al cospetto di un'opera collettiva che raduna diciotto emergenti autori italiani per diciotto racconti di una qualità tale da risultare concorrenziale con i testi degli scrittori oltreoceano del c.d. modern weird. Addirittura figurano alcuni racconti che sono, lo diciamo senza paura di esagerare, dei veri e propri capolavori, inseriti in un collettivo dove si fatica a storcere la bocca e dove quasi tutti i coinvolti hanno offerto il loro valido e prezioso contributo.

I generi toccati sono molteplici. Possiamo, in altre parole, definire l'antologia "un'antologia totale del fantastico". Prevale l'orrore psicologico, probabilmente, subito seguito da quel sottogenere scuola weird tales che fece la fortuna delle riviste americane a cui si ispira la casa editrice milanese, preferito all'horror del dopo Leiber e Matheson, quindi qualche commistione tra horror ed erotico per finire con la fantascienza più o meno pura. Un progetto dunque pienamente riuscito, una vera e propria delizia capace di stupire il lettore appassionato del genere e di mostrare, per l'ennesima volta, quanto sia vitale e valido il sotterraneo produttivo del genere fantastico. Un mondo, quest'ultimo, in cui si rintracciano punte di qualità, spesso ideate da scrittori del sabato sera, superiori rispetto alla media dei prodotti di genere italiani proposti dai vari Mondatori o altre realtà di primario ordine (quanto a battage pubblicitario) nel panorama editoriale tricolore.

Non posso non lodare il racconto I Pallidi (2015) di Giovanni De Feo, vincitore ex-aequo dell'edizione 2015 del premio, vero e proprio masterpiece di narrativa fantastica. Un testo metaforico in cui si mostra la costruzione dei futuri burocrati e delle future guide del mondo, fin dalla loro adolescenza. La scuola diviene un luogo di iniziazione, una sorta di accademia cui sono destinate le menti più brillanti che hanno a svilupparli, più che i professori, delle guide particolari. L'esame finale di questo percorso è un qualcosa di così brutale da lasciare l'amaro in bocca al lettore; la richiesta di un sacrificio, quello del proprio io, della propria personalità e della propria fantasia a beneficio del potere e della ricchezza da ricevere quale contropartita. "Si dice che a ogni rinuncia corrisponde una contropartita considerevole" cantava Carmen Consoli, ma "privarsi dell'anima comporterebbe una lauta ricompensa." Un invito a uccidere l'estro e lo spirito adolescenziale fonte di sogni e matrice di ogni ideazione futura. Un modo come l'altro per mostrare l'umanità di vertice come un blocco di soggetti che hanno dimenticato di esser stati bimbi e sognatori, ormai atrofizzati sui bisogni materiali in luogo degli spirituali. Un gregge di pecore private dell'anima.
Racconto tristissimo in cui la purezza e il rispetto del proprio essere (rappresentato da una specie di folletti proiezione della propria anima) viene pagato con l'emarginazione sociale. De Feo ci comunica che per aver successo si deve sacrificare una parte di sé stessi, la parte geniale e pura. Lo ripeto: testo magnifico.

De Feo è comunque in buonissima compagnia e sono davvero tanti i racconti meritevoli di esser citati. Cupissimo e claustrofobico è Nere Colline del Supplizio (2016) di Luigi Musolino, vincitore dell'edizione 2016. L'inquietudine adolescenziale, ancora una volta, a fungere da molla di innesco. L'insoddisfazione di un genitore burocrate (in linea con quelli di De Feo) a contrasto con l'estro artistico del figlio, che vede nell'arte la via di fuga da una realtà che rigetta, preferendo darsi alla pittura in luogo del percorso di studio utile a "diventare qualcuno". Uno stile quello di Musolino che ricorda i racconti dell'attesa del grandissimo Algernon Blackwood, penso a I Salici, con un ambiente che, sottoforma di colline nere sorte dal nulla, opprime una cittadina che si scopre isolata dal resto del mondo e diviene personaggio aggiuntivo di uno sviluppo apocalittico. Il silenzio tipico dello scrittore di Shooter's Hill (città natale di Blackwood), ovvero "la collina dello sparatore", viene sostituito dalla persistente riproposizione, peraltro altamente ironica, della canzone Le Colline sono in Fiore di Wilma Goich (soluzione quasi argentiana, mi viene in mente il collegamento tra la musica e la morte del padre nella formazione del bimbo di Profondo Rosso). Viene così a delinearsi un vero e proprio quadro vivente con i soggetti pensati e ideati dal pittore protagonista intrappolati in una cittadina surreale da cui sembra impossibile scappare o ricevere aiuti. Una storia tragica, dal sapore di vendetta ultraterrena, che da onore al volume e fa di Musolino un narratore di alta scuola. "A volte, il male e l'indifferenza ci tornano indietro con gli interessi, in modi così abietti da potere essere appena intuiti e mai compresi."

Notevole e molto coraggioso L'Angelo e Il Vampiro (2014) scritto da un Luca Bonatesta in versione Clive Barker. Il tema del dolore come piacere, la sessualità vista come forma d'arte distorta e un retrogusto di apertura mentale, questi i temi per una diversa prospettiva di analisi dell'amore e dell'attrazione sessuale. Bonatesta tocca il delicato tema della pedofilia, ma anche quello dell'amore per persone dello stesso sesso, con una sensibilità e un tocco artistico degno di un pittore che tratteggia versi anziché profili. Visionario, a tratti magico e ipnotico, ma anche sanguinolento proprio nello stile che piacerebbe a Barker o allo scomparso Giovanni Buzi (autore che avrebbe di certo apprezzato il testo e l'intero volume). Secondo classificato nell'edizione 2014.
Tema del sesso toccato anche da William Carbone, seppur con gusto più marcatamente weird, con La Dichiarazione di Yuri Zabnan (2013). Carbone svecchia Lovecraft e lo miscela alla cronaca politica degli ultimi tempi, facendo partecipare il suo ignaro protagonista ai bunga-bunga di berlusconiana memoria fino a realizzare un testo metaforico di critica circa l'approccio sessuale, visto quale corruzione e involgarimento del piacere fisico ricercato dalla società contemporanea. Racconto molto lento, pur se ben scritto, che non è innovativo ma sa essere assai curato per quel che riguarda le scenografie e una certa descrizione delle usanze da osservare in certi contesti.

Inquieta, e non poco, il profetico L'Attesa (2016) di Francesco Corigliano. Un racconto che si scopre esser horror solo alla fine, quando gli sviluppi di un'indagine per omicidio, narrata con i crismi del giallo/poliziesco, conducono a una realtà allucinante. Personaggi provenienti da ogni angolo d'Europa stanno compiendo studi guardando in alto, molti in alto: la luna. C'è un mistero, un mistero diabolico che trova nell'alba dei tempi la sua origine e il tutto ruota attorno a un idolo: una Vespa. Qualcosa sta minacciando l'umanità, qualcosa che è custodito all'interno di un uovo sospeso in cielo. La polizia che indaga non può che esser soccombente. Lo stile di Corigliano cattura, induce alla lettura in un crescendo finale che sfocia in un fantastico subliminale, dove tutto è lasciato all'immaginazione di chi legge.

Esilarante la parodia del genere monster movie confezionata da Flavio Regazzoli e proposta col titolo Hydra Vulgaris (2016). Un delirio divertentissimo e piuttosto originale che ricorda il filone Godzilla. Al posto del mostro preistorico risvegliato dalle radiazioni nucleari, Regazzoli introduce una creatura che si auto-genera e cresce di dimensioni ogni volta in cui viene colpita. Si tratta di un essere anfibio che ha origine da alcune creature tentacolari pescate nel Pò per esser destinate a tramutarsi in prelibatezza culinaria del cenone di fine anno. Gli esseri riusciranno a sfuggire dalla mannaia del cuoco e a tramutarsi in una creatura che sconvolgerà Parma e costringerà il governo italiano a una soluzione estrema. Catastrofico e politicamente scorretto, imperdibile per i fruitori del B-Movie d'estrazione cinematografica.
Ricorre al monster movie anche Moreno Pavanello col suo Speranza Perduta (2015). L'orrore attuale degli sbarchi dei clandestini in Sicilia si unisce all'azione della guerra nello stato Libico in un clima in cui prendono forma i demoni del deserto e del mare. Pavanello realizza un doppio binario di narrazione e lo gestisce con perizia e capacità da scrittore rifinito. Abilissimo nelle scene d'azione, riesce a creare un contesto dall'alto sapore cinematografico su cui innesta un substrato sociale che ne eleva il senso ed evidenzia (qualora ce ne fosse bisogno), sotto la lente della narrativa di genere, un orrore concreto che si consuma tutti i giorni a poca distanza da noi.

Francesco Corigliano e il suo Ex Machina (2015) ci riportano nei territori della seconda guerra mondiale dove un manipolo di soldati sovietici si imbatte in una sorta di carro armato sperimentale tedesco manovrato da un qualcosa sospeso tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Magistrale gestione della tensione e invidiabile proprietà linguistica, anche qui, da scrittore rifinito. Il tema del "nazismo magico" e delle leggende del Graal che incontra quello delle armi segrete tedesche. Simpatiche alcune venature filo propagandistiche che serpeggiano nel testo, a mo' di presa di giro di certi modi di fare politica. Molto carino.

Costituisce un'ottima commistione tra ghost story e fantascienza robotica il lavoro di Cristiano Fighera. Il suo Dreams of the Falling House (2016) segue la struttura di un racconto di indagine di eventi paranormali che si svolgono all'interno di una casa per poi virare in un racconto di fantascienza. Grande tatto e sagace gestione della tensione, pur se non non originalissimo (l'idea dei robot utilizzati per sconfiggere la solitudine e quella dell'empatia tra i robot e i fruitori del servizio sono cose già viste). Vettore Eden (2015) di Paolo Durando, invece, sceglie di legarsi maggiormente alla sci-fi, tutto incentrato sul tema dei viaggi nel tempo e sull'effetto degli stessi nella società futura. Un gruppo di studiosi teletrasportatesi all'alba dei tempi stanno lavorando a riprogrammare la storia del mondo, nel tentativo di realizzare una società perfetta e retta dai sani principi. Il modo per completare il fine è modificare, di volta in volta, gli eventi storici visti come responsabili delle derive successive. In teoria tutto sembra procedere come prestabilito, ma il progetto fallisce in modo clamoroso. Il male e l'ingiusto sono viatici storici necessari per lo sviluppo della società, volerli debellare o comunque indirizzare comporta effetti traumatici sul futuro. Per ovviare ai misfatti provocati con l'interferenze storiche, gli studiosi finiranno con il determinare la conseguenza più lesiva per la storia dell'umanità quasi a dire che il vero Eden è quello in cui l'uomo è stato espulso, in quanto cancro del creato (nonché autore del peccato più grave compiuto tra tutti gli esseri viventi: ergersi al livello di Dio).
Eccezionale, per la cura scenografica, Antartide (2015) di Claudio Foti, anche questo a metà strada tra fantastico e fantascienza. Atmosfere da “Montagne della follia“ di Lovecraft messe a servizio di una trattazione della storia molto ammiccante con uno sviluppo crescente della tensione. Foti elabora il testo utilizzando l'escamotage di un indagine giornalistica che ruota attorno a una bizzarra scoperta nelle profondità dei ghiacciai (omaggio a “I parassiti della mente“ di Colin Wilson) e a un vortice esterno che sembra aprire un portale dimensionale che assume la veste di una vera e propria macchina del tempo. Non originalissimo ma ben sviluppato.
Ancora fantascienza pura con Sangue Bianco (2016) di Federica Leonardi in cui una donna scopre, in modo piuttosto traumatico, di esser in vita solo per effetto dei batteri che hanno sostituito la funzione del sangue riportandola in vita dopo un tremendo sinistro stradale. Sensibilità femminile messa al servizio di un racconto, condotto fino al crepuscolo del mondo, che ricorda il famosissimo Veglia Funebre di Norman Spinrad.

Più tradizionali e, forse, meno originali gli altri testi. Andrea Atzori, con A Largo di Terschelling, immerge il lettore nell'ambito dell'orrore marino di hodgsoniana memoria. Grande stile e tecnica al servizio di un soggetto che porta in scena esseri a metà strada tra il mito della sirena e del vampiro che si manifestano nel bel mezzo dell'oceano.
Da Hodgson si passa alle tematiche degne di Robert Bloch, leggendo le pagine di Alberto Buchi. Nel suo Oggetto d'Amore assistiamo a un'indagine di polizia, ambientata nell'ottocento, in una Milano vestita da Whitechapel. A coordinare le indagini non c'è un poliziotto, bensì un mad doctor dedito al galvanismo che sta cercando di scoprire il secreto della vita per traslare l'anima della moglie morente in un manichino. Oggetto sacrificale degli esperimenti sono le vittime di uno squartatore che insanguina le vie cittadine, uccidendo chiunque gli capiti a tiro per eviscerarlo. Tematiche già lette e abusate, con omaggi anche a L'Uomo della Sabbia di Hoffmann e al Frankenstein della Shelley, ma rese in modo apprezzabile e personale. Graffianti momenti splatter.
Si piega decisi verso Stephen King con La Parrucca, palese omaggio di Davide Camparsi alla penna del maestro del Maine. Fortissimo il rimando a uno degli episodi raccontati da King in Cose Preziose ovvero quello del tipo che si fossilizza su una coda di volpe vista in vetrina e ne diventa schiavo al punto da barricarsi in casa per il timore che gliela rubino. Feticismo, legato ai ricordi passati, e follia pura che condurranno alla pazzia il protagonista e non solo lui, in un epilogo che più classico non si può. Interessanti momenti visionari, non si capisce se realistici come visione su un mondo invisibile agli umani o distorsione schizofrenica.

Fiaba nera L'Eterno Spirito del Cantastorie in cui Fabio Renda, sullo stile del fil rouge di creepshow, ripropone una tematica che mi pare di aver già letto altrove ovvero quella di un bimbo prodigo di storie che non devon esser trascritte né registrate pena la lenta e graduale malattia del corpo dello stesso. La madre non lo capirà e condannerà involontariamente il figlio alla morte. Il pezzo forte del racconto è il binario parallelo in cui si svolge la storia con un cantastorie giullare che parla di un cantastorie particolare intento a stregare il pubblico di bambini che lo stanno ascoltando, proprio come sta facendo lui. Finale nerissimo.

Completano il volume il lentissimo e non sempre lineare Il Cibo degli Dei di Rosario Battiato, che ci propone una cerimonia officiata da un cerimoniere che, ogni sette anni, deve esser sacrificato in onore alle divinità della comunità, e il breve e claustrofobico Le Invisibili di Giulia Cocchella, costruito su un doppio binario parallelo tra presente e passato di un monastero testimone di una grave tragedia dimenticata nel tempo. Entrambi i testi sono stati selezionati nella prima edizione del Premio ma non andati sul podio.

Questo il contenuto per un volume tra i migliori che mi è capitato di leggere nell'ambiente underground. Vi ripeto: è un'antologia da comprare e che invoglia all'ideazione gli aspiranti scrittori per far parte di un mondo fin troppo sottovalutato ma capace di partorire perle. L'ennesima scommessa vinta da Andrea Vaccaro, un prodotto che rivaluta un intero movimento e offre spunti di riflessione importanti sul futuro della narrativa fantastica in Italia. Un ringraziamento a Cesare Buttaboni che mi ha quasi costretto alla lettura del testo.

L'appassionato CESARE BUTTABONI a sx
e l'antologista nonché editore ANDREA VACCARO, sulla dx,
sempre più lanciato nell'ambito della letteratura weird
italiana.

"Da secoli si era capito che solo i ragazzi sono davvero in grado di oltrepassare il noto e introdursi nell'ignoto. Ma la stessa capacità di dar vita all'irreale estranea, senza possibilità di ritorno, dalla vita sociale.  Per questo separarsi dai propri Pallidi era l'unica strada possibile. C'è un tempo per seguire i sentieri dell'incanto; e un tempo per tornare a vivere del quotidiano, senza il quale l'immaginazione è solo un dono vuoto. Ora dovevamo scegliere" (Giovanni De Feo - I Pallidi).

sabato 27 gennaio 2018

Recensione Narrativa: IL CLUB DUMAS di Arturo Perez-Reverte.



Autore: Arturo Perez Reverte.
Anno: 1993.
Genere: Thriller Esoterico.
Editore: Nuove Edizioni Tascabili.
Pagine: 384.
Prezzo: 7,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
A distanza di una dozzina di anni dalla mia prima lettura ho deciso di rileggere questo romanzo da cui Roman Polanski si è ispirato per il film La Nona Porta con Johnny Depp protagonista. Ribadisco subito che il film dimezza il contenuto del romanzo, elimina la traccia legata al filone Dumas, modifica i personaggi concentrando le qualità di diversi di loro in figure singole (il Borja del romanzo confluisce in Balkan, per esempio) e adatta la storia concentrando il tutto sul filone Nove Porte (ecco che la vedova Telfer passa da essere un'adepta di un club di appassionati di letteratura a vera e propria adepta di una setta satanica), con spiccate differenze e un epilogo molto più esplicito rispetto a quello del romanzo. Vien da ridere se si pensa che molti recensori del film avevano definito ambiguo il finale di Polanski, figurarsi cosa avrebbero detto se avessero letto il romanzo dell'autore di Cartagena.

"Questa storia ha due autori" è la conclusione a cui giunge Lucas Corso, il mercenario della bibliofilia, cacciatore di libri su commissione, che conduce la duplice indagine che gli viene affidata da due distinti clienti vertente su due distinti volumi. Il tema dell'ambiguità dunque, dello sdoppiamento dei ruoli e delle tematiche, che viene poi a unirsi in un unicum ovvero a dare tale illusione a chi cerca una chiave di volta, forse per semplificare un mistero altrimenti ancor più complesso, che possa legare situazioni assai distinte ma che sembrano convergere. Un canovaccio che, a suo modo, ha svariati punti di contatto con Il Pendolo di Focault (1988) di Umberto Eco, pur essendo di maggiore presa commerciale. Anche qua scopriamo la presenza di una casa editrice segreta, Il Club Dumas, a cui è legata una sorta di setta a numero chiuso composta da personaggi influenti, dedita alla riscoperta del feuilleton e, più in particolare, all'opera di Alexandre Dumas, e alla pubblicazione di una serie di nuovi autori da individuarsi nel modern feuilleton, se mi concedete l'espressione. Inoltre viene mutuato da Eco l'errore di fondo del protagonista che ricostruisce in modo difforme quanto gli capita attorno, vedendo una congiura occulta a suo sfavore che, in realtà, non esiste, o, meglio ancora, è solo parziale.

Perez-Reverte, che abbiamo già recensito su questo blog parlando de Il Giocatore Occulto, confeziona un'opera colta, citazionista, intrisa di pagine che sfiorano il contenuto proprio di una vera recensione dell'opera di Dumas e, in misura più marcata, del suo I Tre Moschettieri. In alcune pagine affiora nel ricordo l'opera Laggiù, nell'Abisso (pubblicato in Italia nel 1988, come Il Pendolo di Focault, ma risalente al 1891) di Huysmans, per il suo procedere a rimbalzo tra azione e studio di opere e vite passate. Addirittura porta i vari protagonisti del romanzo, che lo ripetiamo si sviluppa su due tracce indipendenti (anche se Corso finirà per vederle coincidenti), a incarnare i panni propri dei protagonisti del celebre romanzo di Dumas, con continui rimandi a esso vuoi per conformazioni fisiche, tatuaggi, cicatrici o lessico utilizzato. Ne esce un volume appassionato e appassionante, con momenti che mi verrebbe da definire tarantiniani per la passione dell'autore che traspira pagina dopo pagina. Così ci viene offerto il profilo tipico di un collezionista maniaco che tratta i propri volumi come figli, perché è convinto che abbiano una vita propria; allo stesso tempo viene offerto il profilo del collezionista maniaco che si dice convinto che i libri esoterici abbiano una funzione ulteriore dalla semplice conoscenza e che siano finalizzati, mediante certe specifiche combinazioni, ad aprire una porta sul mondo dell'aldilà o a convocare Lucifero in persona (atteggiamenti che porteranno alla distruzione di un patrimonio culturale ed economico di enorme valore). Perez-Reverte ci spiega poi, attraverso la presenza di due simpatici gemelli (ancora il tema del doppio, fate attenzione), le tecniche utilizzate per contraffare un volume o alterarlo in modo compatibile al suo periodo storico o ancora a crearlo uno nuovo di sana pianta. Infine offre una panoramica sugli errori riscontrabili nella lettura di bibliografie (nella fattispecie bibliografia di Mateu) compilate da soggetti che parlano di volumi numericamente limitati senza averli mai visti e rifacendosi a quanto scritto da altri, con la conseguenza di generare una spirale di errori a catena che si tramandano da studioso a studioso.

Nunc Scio Tenebris Lux
Tavola VIIII, con refuso anzichè IX,
Ora so che dalle tenebre viene la luce.
"Rotto l'ultimo sigillo , la città segreta in fiamme, dopo che è
stato pronunciato il nome terribile o il numero della bestia,
arriva il momento della Cortigiana di Babilonia , che cavalca
in trionfo sul drago a sette teste."

"Un lettore è quello che ha letto prima, più il cinema e la televisione che ha visto. Alle informazioni che gli fornisce l'autore, aggiungerà sempre le sue." Questa la massima che uno dei due personaggi oscuri dell'opera, Boris Balkan (il fondatore de Il Club Dumas), spiega a Lucas Corso, mercenario colto e senza scrupoli, che vive di libri, tra un'asta e l'altra, più che per amore degli stessi per mera sete del denaro e per le indiscusse capacità manipolatorie e di studio che gli permettono di recuperare ogni volume ricercato dai facoltosi clienti.
Viene così a delinearsi un gioco (occulto) che segue due binari distinti. Da una parte quello terreno, se vogliamo sano anche se prende una piega thrilling, incentrato su un capitolo originale de I Tre Moschettieri (il Il Vino d'Angiò) che metterebbe in dubbio la paternità dell'intera opera, trasformando Dumas in un esecutore e sviluppatore di idee altrui (una verità che si vuol celare per amore dello scrittore e che invece qualcuno, per vendetta verso il circolo, cercherà di fare emergere); dall'altro quello malato, pericoloso, che innesca un duplice omicidio e che ruota attorno a un libro occulto, Il Libro delle Nove Porte del Regno delle Ombre, ovvero un manuale per invocare il diavolo. L'amore per i libri e le storie contrapposto all'uso dei libri per conseguire vantaggi materiali dall'altra. Da una parte la conservazione gelosa, dall'altra l'egoistica distruzione per impedire la fruizione agli altri. Il fine ultimo della letteratura da una parte (il progresso e lo sviluppo dell'uomo sotto il profilo spirituale), la deviazione malata dall'altra (il progresso e lo sviluppo del singolo a svantaggio degli altri). In tutto questo, si badi bene, Perez-Reverte fa intervenire il diavolo in persona che è però tutto, meno quello che uno si immaginerebbe (attenzione alla scena del battesimo che si consuma, metaforicamente, in una stanza d'albergo), in particolare non è onnipotente e non brama potere o distruzione, ma semplicemente riconquistare il cielo per vincere la solitudine.

"Le nove incisioni sono un rebus;
la loro combinazione con il testo fornisce potere.
E' la formula per ricostruire il nome magico che fa comparire Satana.

E' su questa seconda traccia che risiede molto del fascino dell'opera, con l'autore che si diverte a complicare la storia facendo incrociare le due indagini che alla fine sembrano coincidere e portare in un'unica direzione, con molti personaggi ambigui, tra cui un'attraente ragazza (una vera e propria guardia del corpo di Corso) che dice di chiamarsi Irene Adler e di vivere a Londra in Baker Street. Nomi questi ultimi che insistono nel voler delineare una situazione di compenetrazione tra realtà e immaginazione letteraria, essendo Irene Adler un personaggio della saga Sherlock Holmes di Conan Doyle (libro che la giovane legge al secondo incontro con Corso), con i personaggi irreali che confluiscono nella realtà o con i reali, come alla fine inizia a sospettare Lucas Corso, che sono diventati parte integrante di un romanzo reale scritto da un autore occulto o forse da due, proprio come avvenuto per la stesura del Nove Porte, l'altro volume oggetto di indagine. L'autore di quest'ultimo testo, il veneziano Aristide Torchia, lo ha realizzato nel (simbolico) 1666 dopo esser rientrato da Praga, "con privilegio e licenza dei superiori" corredandolo con nove incisioni riprese dal fantomatico Delomelanicon (il più classico dei libri neri, scritto, secondo le leggende, dal pugno stesso di Satana). Giustiziato sul rogo a Roma per stregoneria, riesce a salvare tre copie giunte fino ai giorni nostri. I fatti che vedono per protagonista Corso ("l'uomo che corre" come lui stesso si definisce) sono ambientati in Spagna (a Toledo), anche se si snodano in Portogallo quindi a Parigi, nel 1993 (sarebbe probabilmente stato più simbolico, come poi farà Roman Polanski, ambientarla nel 1999). Un noto collezionista di volumi che hanno per protagonista lo stesso personaggio (il diavolo), tale Varo Borja, riesce a recuperare una delle tre copie del Nove Porte e ingaggia Corso per verificare l'autenticità del volume. Emergerà, nel corso dell'indagine (una chicca per gli amanti di narrativa esoterico/fantastica), che i tre volumi sono autentici ma che le illustrazioni presentano delle diversità (nessuno se ne era accorto prima!?). Ogni volume, infatti, ha tre illustrazioni diverse rispetto agli altri due, con esse cambia anche la firma dell'autore, L.F (Lucifero) in luogo di A.T. (Aristide Torchia). Il mistero viene così sciolto rendendo comprensibile la dichiarazione sul rogo di Torchia, che aveva dichiarato esistente un unico esemplare, ma scatenando anche gli omicidi degli altri due collezionisti in possesso del volume e la distruzione degli stessi. Chi è stato a uccidere i due possessori, in entrambi i casi dopo la visita di studio di Corso? Perché sono state distrutte le due copie oggetto di comparazione? Chi è il grande burattinaio che muove i fili del tutto? Corso, braccato dalla polizia che lo sospetta quale autore dei delitti, troverà una risposta a tutte queste domande nel delirante finale, dove l'integralismo e le malate convinzioni condurranno alla pazzia o a un qualcosa che non è poi molto lontano dal finale de Il Pendolo di Focault. Allo stesso modo dell'opera di Umberto Eco non manca il sarcasmo e l'ironia, pur mantenendo costanti i moniti che stanno alla base della letteratura esoterica, dal silentium iniziatico al percorso da intraprendere con lo studio e le chiavi di decriptazioni di allegorie o metafore ("nessuno che non abbia combattuto secondo le regole vi giunge"), fino alla necessità dell'azzardo con l'immagine del buffone di corte (il Joker) quale saggio ("l'unico uomo veramente libero e anche il più saggio") per giungere al classico l'allievo supera il maestro.

Una lettura affascinante, tra le migliori di fine secolo legate alla c.d. letteratura esoterica, che si diverte a giocare tra finzione e realtà e mostra all'ennesima potenza i drammi che possono scaturire da convinzioni fin troppo malate. "La vita è come un gioco e i libri sono come lo specchio della vita" conclude Balkan e noi, per fare il verso all'ultima frase del romanzo, diciamo che ciascuno ha il gioco che si merita.

Un brindisi con l'autore
ARTURO PEREZ REVERTE.

"Le piacciono i giochi di divinazione? I problemi con chiavi occulte? Il libro che ha tra le mani rientra in questa categoria. Al diavolo, come a ogni essere intelligente, piacciono i giochi, gli indovinelli. Le corse a ostacoli in cui i deboli e gli incapaci restano indietro e trionfano solo gli spiriti superiori, gli iniziati. Chi vede solo un serpente che si divora la coda, non merita di andare oltre."

mercoledì 24 gennaio 2018

Recensione Saggi: SOLI AL COMANDO di Bruno Vespa



Autore: Bruno Vespa.
Genere: Saggio Storico Politico.
Anno: ottobre 2017.
Editore: Mondadori.
Pagine: 494.
Prezzo: 20 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Lettura piacevole, diretta soprattutto alle masse (per la necessità di sintetizzare l'elevato numero di personaggi trattati), un po' derivativa (ma era inevitabile) con bibliografie e riferimenti a svariati autori. Un'opera divulgativa forse "viziata", nel senso lato del termine, da una tendenza destrorsa, mi verrebbe da dire, ha il merito di riproporre la storia dell'ultimo secolo dal primo dopoguerra ai giorni nostri, così da rinfrescare la memoria e da offrire eventuali spunti da approfondire con ulteriori e mirate letture. Certo, spicca l'evidente finalità commerciale che si rende manifesta negli ultimi tre capitoli, dedicati ai tre personaggi del momento Renzi, Berlusconi e Grillo, con interviste e programmi di governo in vista delle elezioni del 4 marzo 2018. Non è certo una colpa, dato che uno dei tanti fini per cui si scrive i libri è anche quello di fare cassa. A mio avviso, però, il cambio di stile sui tre personaggi finali non collima molto con le altre biografie, scritte col piglio del saggio piuttosto che dell'intervista. A ogni buon conto Soli al Comando è un'antologia storico-politica piacevole da leggere e funzionale a offrire una panoramica quasi completa dell'ultimo secolo. Se avessi scritto io il volume non avrei tagliato, come invece ha fatto Vespa, i leader arabi, ma probabilmente questo è dipeso da un limite di cartelle editoriali.

Veniamo ora al contenuto in dettaglio. Bruno Vespa, storico volto nonché penna del giornalismo italiano (chi non ha visto almeno una volta il suo Porta a Porta?), traccia i ritratti di ventotto leader politici (undici dei quali italiani) prendendo le mosse da Adolf Hitler fino all'attuale presidente del consiglio italiano Paolo Gentiloni. Ogni personaggio viene trattato con capitoli brevi, ognuno dei quali dotato di suo titolo, con il duo Mussolini e Berlusconi a raccogliere il maggior numero di pagine (trentuno/trenta pagine). Si parte con i grandi dittatori di Europa (Hitler, Mussolini, Franco e Stalin), si prosegue con gli artefici occidentali del successo nella seconda guerra mondiale (Roosvelt, Churchill e De Gaulle), quindi con i miti degli anni sessanta (Kennedy, Mao e Fidel Castro) e via via fino ai tempi nostri con i traghettatori degli anni ottanta (Reagan, Thatcher) e gli attuali Putin, Merkel, Trump, Xi Jinping e persino il coreano Kim Jong-Un. Non poteva mancare un ampio spazio dedicato ai politici italiani introdotto dalla figura di De Gasperi seguta dai vari Togliatti, Craxi, Berlinguer, Moro, Fanfani, Andreotti e gli attuali protagonisti Renzi, Grillo, Berlusconi e Gentiloni.

Ogni personaggio viene analizzato con una chiave di lettura a trecentosessanta gradi che va dalla vita privata (grande attenzione ai rapporti con l'altro sesso, moltissimi gli adulteri qualcuno affetto da bulimia sessuale), alla politica, contenstualizzando sempre il periodo storico, i maggiori provvedimenti politici che ne hanno caratterizzato i relativi mandati con aneddoti e giudizi critici talvolta personali circa gli errori o i colpi di genio di volta in volta messi in atto.
Ne esce fuori un tomo di circa 480 pagine che scorre molto bene e, pur essendo caratterizzato da una forte impronta politica, ha comunque un legame storico atto a tracciare la storia degli ultimi cento anni, usando come veicolo le vite e i vari mandati dei personaggi più rappresentativi del secolo. Vediamo infatti come ciascun personaggio sia salito al potere, quali sono state le ragioni che hanno spinto gli elettori verso di loro e, spesso e volentieri, le percentuali di voto a ogni elezione così da comprendere la lenta e graduale ascesa di ognuno di loro in una cronaca appassionata e coinvolgente. Viene così raccontata per sommi capi l'intera seconda guerra mondiale, la guerra civile spagnola, la rivoluzione comunista in Russia con le lotte intestine tra le diverse correnti contrapposte e la resistenza delle truppe di Stalin sotto la pressione dei nazisti. Quindi la tragedia di una Francia divisa in due (il Nord ai tedeschi e il sud sotto l'amministrazione filo-nazista presieduta da Petain) con l'isolato De Gaulle, dappirma in Inghilterra, e poi in Algeria a organizzare con la sua legione straniera la scaltaa al potere che lo avrebbe portato a trattare da vincitore con Inghilterra, Usa e Urss scagliandosi contro la "scorretta Italia" (entrata in guerra contro la Francia a mo' di avvoltoio sceso a compiere un facile pasto su una carcassa alla deriva). Si prosegue col dopoguerra caratterizzato dal braccio di ferro tra Usa e Urss con la loro guerra fredda, ma anche con la lenta e graduale ripresa economica italiana tra l'incubo comunista e le battaglie studentesche di fine anni sessanta caratterizzate dall'avvento di Castro e Che Guevara a Cuba e dal socialismo cinese incarnato dalla figura del carismatico (quanto controverso) Mao Tze-Tung. Il profilo dei singoli, dunque, quale pretesto per parlare soprattutto di storia.

Dalla lettura spicca un evidente tentativo di difesa di Mussolini, non vorrei dire riabilitazione per non suscitare il risentimento di qualcuno. Sembra infatti presente un tentativo di sollevarlo da alcune responsabilità che ne hanno determinato i tratti "demoniaci" per sviarle in capo ad altri. Si veda l'attentato ai danni di Matteotti (addebitato da Vespa a fascisti che hanno interpretato a loro modo delle esclamazioni a caldo del futuro duce) o la strage di Marzabotto (non ordinata da Mussolini che sembra non la prese bene quando ne fu informato) oppure la giustificazione di una sua alleanza con Hitler (personaggio non stimato da Mussolini che lo avrebbe definito spiritato e feroce), dettata dall'atteggiamento ostruzionistico dell'Inghilterra ai danni dell'Italia da cui anche le leggi razziali in precedenza neppure lontanamente ipotizzabili da Mussolini (Vespa sostiene che il duce avrebbe più volte cercato di dissuadere Hitler dai suoi folli piani di pulizia etnica). Oltre che Mussolini spicca anche una difesa di Berlusconi, il quale guarda caso ha caldeggiato l'acquisto del volume presenziando a una delle sue prime presentazioni, con una sorta di accusa ai danni della magistratura cui viene imputato un atteggiamento persecutorio (come mai successo a nessun altro con 309 rogatorie internazionali) ai danni del cavaliere (Vespa fa notare come la quasi totalità delle cause promosse ai danni dell'ex presidente del consiglio si siano risolte in assoluzioni). Dall'altro lato Vespa non perde occasione per evidenziare e sottolineare, a più riprese, le deportazioni e gli omicidi praticati dai comunisti (soprattutto nei capitoli dedicati a Stalin, Mao e Togliatti, ma anche in quello di Franco dove vengono ricordate le stragi dei rivoluzionari ai danni del clero così da controbilanciare le azioni degli uomini del generalissimo), allo stesso modo viene tratteggiato un Mao "scoreggione" affetto da sifilide che si diletta nell'infettare giovani ben felici di avere con lui un rapporto sessuale così da potersi lodare di aver contratto la malattia nientemeno che da Mao. Ne deriva una lettura che potrebbe irritare un lettore votato a sinistra, non che Vespa si inventi cose ma sorge l'impressione che abbia un certo piacere nell'andare a marcare con evidenziatore fucsia certe prassi (si veda le lotte intestine dei partiti comunisti con eliminazione di avversari interni allo stesso partito con relativo seguito, cosa comune anche ai nazisti) e certi delitti che, talvolta, si tende a celare o a ridurre di importanza.

Resta comunque una lettura piacevole che richiede un medio impegno e può costituire spunto per approfondimenti, aspetto quest'ultimo che gli conferisce senz'altro un apprezzabile valore.

Un brindisi con
BRUNO VESPA.

"Ai miei figli perché sappiano sempre conoscere i propri limiti."