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sabato 11 maggio 2024

Recensione Narrativa: IL RE GIALLO di Robert W. Chambers.

Autore: Robert William Chambers.
Titolo Originale: The King in Yellow.
Anno: 1895.
Genere:  Horror / Romance.
Editore: Antonio Vallardi Editore (2014).
Pagine: 252.
Prezzo: 12.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Reputata un classico della narrativa weird delle origini, l'antologia The King in Yellow (1895) di Robert W. Chambers, distribuita in Italia a partire dal 1975 (Fanucci Editore) a seconda delle edizioni come Il Re in Giallo o Il Re Giallo, deve la sua fortuna soprattutto a un racconto: The Yellow Sign. Si tratta di una storia del terrore di circa venti pagine che è stata elogiata da Howard P. Lovecraft nel suo saggio Supernatural Horror in Literature (1927). Una menzione che ne ha fatto un mito, alimentato dall'idea geniale di concepire uno pseudodramma teatrale in due atti, censurato e sequestrato in mezzo mondo, capace di portare alla pazzia o comunque di generare sventura in chi lo legge, a partire dal suo autore che si sarebbe sparato un colpo di pistola. Opera sublime, apparentemente non offensiva o contenente descrizioni compromettenti, in grado tuttavia di penetrare nell'animo e di smuovere un qualcosa di cosmico riconnesso a un altrove che Chambers è bene attento a mantenere celato. Lo scrittore newyorkese, a differenza di quanto farà Lovecraft col Necronomicon, sceglie la via dell'allusione, fornisce qualche dettaglio ma non completa il quadro. Sarà dunque onere del lettore far correre la propria fantasia e completare le caselle lasciate in sospeso.

"Prego che Dio maledica l'autore, così come quest'ultimo ha gettato la sua maledizione sul mondo con tale magnifica, stupenda creazione, terribile nella sua semplicità, irresistibile nella sua verità, un mondo che ora trema davanti al Re Giallo” così si parla del testo nel primo racconto della raccolta, The Repairer of Reputations. Chambers, nelle prime quattro delle dieci storie, utilizza il dramma quale collante,  salvo poi proseguire seguendo altre vie e allontanandosi sempre più dal fantastico e dal macabro, fino a proporre storie (veramente pallose) appartenenti al genere rosa.

La composizione della raccolta, pertanto, appare divisa in due anime ben distinte: da una parte abbiamo i quattro racconti macabri del ciclo “Re in Giallo” e dall'altra quattro racconti sentimentali di quello che potremmo definire il ciclo “Quartiere latino di Parigi”, il tutto completato da due avventure extra di presa romantico/decadente. È dunque un Chambers, alla sua seconda pubblicazione dopo un passato da pittore e illustratore forgiato da sette anni di studi a Parigi, ancora indeciso sulla strada da prendere. Da sempre interessato al fantastico decadente rappresentato da scrittori quali Ambrose Bierce ed Edgar Allan Poe, avrà fortuna soprattutto nei romance e nei romanzi storici, dimostrando fin da questa antologia tutte le sue inclinazioni per simili sfumature. La cifra stilistica di Chambers, tutt'altro che moderna, è legata a un romanticismo sdolcinato e smielato, di spirito cavalleresco, dove la donna è la damigella da redimere e conquistare con la poetica e la purezza d'animo. In questo, Chambers ricorda molto Abraham “Bram” Stoker, sebbene non vi sia traccia della cosiddetta new woman. Se in Stoker le donne divengono elementi trainanti di gruppi maschili (si vedano Dracula o The Mistery of the Sea), qua sono il motivo di vita dei protagonisti e l'oggetto dei loro desideri spesso e volentieri osteggiati dal fato, da precedenti amori o da promesse fatte ad altri. I problemi d'amore sono una costante, anche nelle storie più cupe e maledette. Da evidenziare è la fortissima presa autobiografica dei racconti. Chambers sembra usare quali protagonisti delle proiezioni di sé stesso. I suoi personaggi non brillano certo per una varietà di caratteri. Sono tutti aspiranti pittori o scultori, sovente americani ospiti di quartieri parigini dove Chambers ha vissuto davvero. Questa particolarità, tra l'altro, determina un'eccessiva tendenza alle descrizioni minuziose delle strade e delle caratteristiche ambientali, aspetto percepibile anche nei racconti macabri, con intralcio del ritmo. The King in Yellow rappresenta bene tutto questo. Parte all'insegna del dark per sgonfiarsi alla distanza tanto da sconfinare in un genere che non ha più nulla né del macabro né del fantastico. Solo i primi quattro racconti sono intrecciati dal dramma intitolato “Re Giallo”, in particolare sono interconnessi In The Court of Dragon e Yellow Sign, aventi in comune alcuni personaggi e l'ambientazione (americana). Le due storie parlano di una Chiesa servita da soggetti (un organista, un prete e un guardiano di cimitero) diabolici (o percepiti come tali dai protagonisti). Chambers sovrappone a poco a poco il sogno/incubo/allucinazione alla realtà. Quanto temuto o profetizzato si concretizza. Chambers da sfoggio di indiscusse capacità, mostrando un talento che, in seguito, solo saltuariamente avrebbe coltivato nel prosieguo carriera. Il primo racconto, il più breve eppure più dispersivo, propone le sensazioni di un lettore del Re Giallo finito vittima della paranoia, al punto da convincersi di essere inseguito per tutta la città da un emissario di una divinità diabolica a caccia dell'anima di chi ne ha riconosciuto l'essenza. Molto più gotico e classico Yellow Sign, di gran lunga il racconto più famoso di Chambers. L'ispirazione arriva da Ambrose Bierce, per i rimandi ad An Inhabitant of Carcosa (1891), la città continuamente citata nel testo, e soprattutto da Edgar Allan Poe con alcune soluzioni in anticipo su Stoker (con tanto di rimando al sogno generato da un'indigestione di insalata d'aragosta che, secondo la leggenda, avrebbe indotto Stoker a concepire in sogno il romanzo Dracula). Il protagonista infatti sogna di trovarsi all'interno di una bara coperta da una lastra di vetro (un po' come The Lady of the Shroud che Stoker scriverà nel 1909), con le mani incrociate sul petto mentre viene condotto, da un uomo viscido che ricorda la consistenza di un verme (la protagonista di The Lair of the White Worm, sempre di Stoker, sarà una donna serpe), verso la sua ultima destinazione. Epilogo in crescendo, con un essere che oggi definiremmo un morto vivente chiamato a eseguire gli ordini di una divinità superiore di matrice cosmica.

Su quest'ultimo spunto si muove anche The Repairer of Reputations, un interessante distopico non privo di risvolti satirici e ironici che ha, rispetto alla data di uscita dell'antologia, un'ambientazione futura. Ci troviamo a New York, nel 1920, in un'America "malata" (forse per gli effetti dello stesso Re in Giallo) decisamente conservatrice (formazione di un governo dai poteri accentrati), in cui viene incentivato il suicidio attraverso l'inaugurazione di camere di eutanasia (“la comunità non potrà che trarre beneficio dall'estirpazione di simili persone dal proprio seno”) e in cui si è riusciti a cacciare ebrei (“esclusione degli ebrei come misura di conservazione”) e colored (“nascita del nuovo stato indipendente negro di Suanee”), mentre in Europa la Russia ha ormai privato di autonomia Francia e Italia. Su tale intelaiatura, Chambers propone un racconto intriso di una follia che sembra rimandare a Un Diario di un Pazzo di Nikolaj Gogol. Protagonista è un giovane cultore del Re Giallo, macchiato da un recente ricovero in manicomio a seguito di una caduta da cavallo e convinto di essere il secondo erede al trono della “dinastia imperiale d'America” al punto da cercare di eliminare il cugino (un ufficiale dell'esercito) o indurlo ad abdicare al trono a esso destinato dopo l'imminente ascesa del Re Giallo. L'uomo viene aiutato da un deforme individuo, che sembra saperne una più del diavolo e che si diletta nel farsi massacrare il volto da una gatta, contornato da soggetti vittime di ricatti e costrette a compiere favori in cambio del ripristino di una reputazione macchiata. I due assolderanno un pazzo per uccidere la promessa sposa del militare. Storia folle, con un finale tra i più deliranti di sempre, tra omicidi, suicidi e irruzione della pazzia.

Echi fantascientifici trapelano da The Mask, dove Chambers varia il tema dell'alchimia sostituendo alla trasmutazione dei metalli quella dei corpi. Tutto ruota attorno all'ideazione di un fluido che permette a uno scultore di trasformare vegetali, animali e uomini in statue di marmo dalle venature pulsanti. Chambers sembra fare il verso alla favola della “Bella Addormentata” posto che i soggetti trasformati non perdono la vita, ma vengono congelati in vista di un risveglio (sebbene questa caratteristica si scoprirà solo in seguito). La trasmutazione, tuttavia, comporta la trasmigrazione dell'anima (“Da dove proveniva quel raggio di sole? Forse è la scintilla vitale della creatura, che fugge verso la sorgente da cui è venuta”), o almeno così si potrebbe dedurre, visto che alla fine tutto resterà in sospeso e rimesso alla libera interpretazione dei lettori. Un racconto dunque che si muove su coordinate, sebbene più criptiche, prossime al coevo The Inmost Light ("La Luce Interiore") di Arthur Machen. Non manca, di nuovo, il tema della ragazza contesa da due amanti, aspetto che impedisce un adeguato sviluppo alla traccia fantastica, perdendosi in descrizioni di depressioni amorose e perdita della voglia di vivere.

The Demoiselle d'Ys è l'ultima storia fantastica dell'antologia, sebbene disancorata dal Re Giallo. È una storia d'amore, in verità assai sdolcinata e banale, in cui un viandante americano si perde nella brughiera francese ritrovandosi proiettato in un lontano passato, tra vegetazione, animali, falconieri e una seducente damigella di cui finisce per innamorarsi. Il morso di una vipera sarà l'accidente che, stordendolo, lo proietterà di nuovo nel presente al cospetto di un monumento che suggerirà al lettore che quanto avvenuto nel passato non è stato frutto di un delirio del protagonista.

Di scarso interesse sono le restanti cinque storie, tutte aliene al fantastico. Si salvano, forse, le sole The Street of the Four Winds e The Street of the First Shell. Nella prima, una gatta “ambasciatrice” riconnette presente e passato di un pittore ossessionato da un amore perduto che non potrà più rivivere. Nell'altra, invece, si miscela la storia d'amore al racconto bellico, con momenti grandguignol che rimandano a Bierce, pur spostando i teatri di battaglia dalla guerra d'indipendenza americana agli scontri in terra parigina durante i conflitti della seconda metà dell'ottocento tra Francia e Prussia.

Le altre storie vedono pittori e artisti fare smielate conquiste amorose di donne che finiscono per rinunciare alla loro natura libertina, plagiate dalla poetica di spasimanti rapiti dal più classico dei colpi di fulmine. Saranno proprio queste storie che caratterizzeranno la narrativa di Chambers, lasciando al fantastico e al macabro uno svago saltuario e occasionale. Chambers pubblicherà altre antologie fantastiche, del tutto o quasi, inedite in italiano, quali The Mistery of Choice (tradotta dalla Hypnos), In Search of the Unknown (1904) e Police!!! (1915), oltre vari racconti sparsi in antologie varie. Un po' poco per reputarlo un maestro del genere, tanto da non essere incluso nel saggio I Maestri della Letteratura Fantastica della Edipem, ma a sufficienza per essere rivalutato grazie a Lovecraft e alle citazioni dirette al “Re Giallo” inserite nella fortunata serie tv True Detective.

Lettura consigliata "solo" agli oltranzisti del weird. Tenete presente, infatti, che solo i primi quattro racconti sono storie fantastiche, con una quinta sentimentale mascherata da fantastica e le restanti, di presa realistica, indirizzate ai sorpassati cliché del romance di inizio novecento. Pensateci bene.


L'autore Robert W. Chambers.

"Tutti sanno come il libro si sia diffuso quale una pestilenza di città in città, da un continente all'altro, proibito qui, sequestrato là, denuciato dalla stampa e dalla Chiesa, censurato persino dai più estremisti dei letterati anarchici. Eppure quelle pagine stregate non violavano alcun principio del vivere civile, nessuna dottrina conosciuta; nessuna idologia vi veniva offesa. Semplicemente non poteva essere giudicato secondo i modelli abituali. Nonostante fosse chiaro che il Re Giallo aveva raggiunto le vette più eccelse dell'arte, la natura umana non poteva sopportare quella tensione e accogliere parole tra le quali era in agguato l'essenza del più puro veleno."

giovedì 2 maggio 2024

Recensione Saggi: CHERNOBYL 01:23:40 di Andrew Leatherbarrow.

Autore: Andrew Leatherbarrow.
Titolo Originale. Chernobyl 01:23:40.
Anno: 2016.
Genere: Saggio Storico.
Editore: Salani Editore.
Pagine: 212.
Prezzo: 15.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Fino all'uscita di Mezzanotte a Cernobyl (2019), recensito su questo blog qualche settimana fa, Chernobyl 01:23:40 (2016) è stato il miglior saggio per una lettura semplificata, ma non per questo superficiale, dei fatti che hanno portato alla catastrofe di Chernobyl e, più in generale, alle tragedie legate alle radiazioni. Lo scozzese Andrew Leatherbarrow infatti, piuttosto che come un giornalista o un tecnico, si presenta come un appassionato genuino del tema. Non a caso, nel 2022, sempre per Salani Editore ha pubblicato anche un secondo saggio sui disastri nucleari, questa volta incentrato sulla tragedia di Fukushima, intitolato Fukushima. Il Sole si Scioglie. 

Leatherbarrow non è uno scrittore d'inchiesta. Il suo è un lavoro di ricerca che si basa, per lo più, su altri testi. Nonostante ciò il volume ha beneficiato del traino della miniserie tv Chernobyl (2019) diretta da Johan Renck che ha indicato, tra gli altri, Chernobyl 01:2:40 quale fonte di ispirazione per il copione. Eppure, rispetto a Higginbotham, Leatherbarrow non sceglie la via della ricostruzione romanzata, ma rimane nei confini del saggio con il chiaro intento (ben riuscito, c'è da dire) di semplificare gli aspetti tecnici al fine di renderli facilmente comprensibili ai lettori inesperti in materia. Altra caratteristica fondamentale è la scelta personalissima di procedere a rimbalzo tra passato e “presente”. La struttura del testo alterna, di capitolo in capitolo, la cronaca del disastro e gli interventi per contenerne gli effetti con le esperienze personali dell'autore. Leatherbarrow ci parla del suo interesse per le tragedie ambientali, delle sue passioni per videogiochi (tipo Stalker) e per romanzi apocalittici (tipo Io Sono Leggenda), fino ad arrivare a parlare del suo viaggio a Prypjat nel corso del 2011. Indica per filo e per segno le varie tappe effettuate, dal decollo dalla Scozia ai pernottamenti a Slavutich (la città che ha sostituito Prypjat). Questa parte, circa metà del volume, prende la forma di un vero e proprio diario di viaggio, corredato da numerose foto, tanto da acquisire rilevanza distintiva del volume. Ecco che la cronaca del disastro, specie se si considera che il libro ha una lunghezza inferiore alle 200 pagine (contro le 500 di Mezzanotte a Cernobyl), viene decisamente diluita.

La lettura è snella ed efficace, di presa saggistica. Interessante il capitolo 1 sulla “Breve storia dell'energia nucleare” dove l'autore si focalizza sugli incidenti precedenti a Chernobyl (compresa la storia di inizio novecento legata alla realizzazione di dentifrici e sigarette al radio) dedicando alla questione svariate decine di pagine. Molto buona è anche la spiegazione dei vari passaggi che hanno portato allo scoppio del reattore di Chernobyl, con una delucidazione chiara e di facile comprensione del funzionamento dei reattori RBMK e dei motivi che ne hanno innescato la potenza. L'uscita di Mezzanotte a Cernobyl ha indubbiamente penalizzato questo volume che, lo possiamo dire, è stato superato dal saggio di Higginbotham per approfondimenti e capacità di coinvolgimento dei lettori tanto da poter definire il libro di Leatherbarrow un compendio di quello di Higginbotham.

Alla luce di quanto sopra espresso, per chi fosse interessato alla materia, consiglio l'acquisto di Mezzanotte a Cernobyl limitando, in via subordinata, l'acquisto di questo volume solo a chi voglia leggere un diario di viaggio sull'attuale Prypjat (parte molto interessante e non trattata da Higginbotham) o a chi cerchi un volume sul disastro di Chernobyl essenziale senza scendere troppo nei dettagli.

A ogni modo, un testo piacevole da leggere.

 
Lo scozzese Andrew Leatherbarrow.

martedì 30 aprile 2024

Recensione Cinema: CIVIL WAR (2024) di Alex Garland.

Regia: Alex Garland.
Anno: 2024 (Stati Uniti e Inghilterra).
Genere: Azione / Drammatico / Distopico.
Soggetto e Sceneggiatura: Alex Garland.
Attori Principali: Kirsten Dunst, Wagner Moura, Cailee Spaeny, Stephen McKinley Henderson, Jesse Plemons e Nick Offerman.
Montaggio: Jake Roberts.
Fotografia: Rob Hardy.
Musiche: Geoff Barrow e Ben Salisbury. 
Durata: 109 minuti.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Erede di una certa produzione cinematografica, quella dei Carpenter, Romero e Cronenberg, che non ha purtroppo trovato prosecutori, il londinese Alex Garland – già sceneggiatore di 28 Giorni Dopo – intercetta il malessere e il clima di sfiducia che serpeggia nel mondo per tentare la carta della distopia. La novità sta nell'inscenare il tutto in un'America "molto" prossima forse addirittura contemporanea. Nonostante il titolo, Civil War non è un film sulla guerra civile ma prende, piuttosto, i contorni di un point to point di formazione che indaga sui risvolti sociali della vicenda. Un manipolo di quattro giornalisti, di diverso grado di esperienza, decide di partire da New York per recarsi a Washington col fine di recepire le ultime dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti ormai prossimo alla capitolazione. Gli Stati Uniti (rappresentati da un'unione disgregata e poco motivata a proteggere il sistema) infatti sono in guerra contro una lega assai motivata. Tutto qua. Un viaggio on the road all'inferno, dalla zona relativamente fredda a quella calda, lungo un cammino che rivela tracce di un precedente passaggio del conflitto. Edifici distrutti, colonne di auto abbandonate, cadaveri disseminati sull'asfalto, carcasse di elicotteri. Non ci sono concessioni alla retorica né all'ironia. L'appesantita Kirsten Dunst (la Mary Jane dello Spiderman di Raimi), fotografa di guerra, nei panni di Lee Smith guida il variegato plotoncino composto dall'allucinato e cinico Joel (Wagner Moura), dal saggio ma obeso Sammy (Stephen McKinley Henderson, tra i migliori in interpretazione) e dalla giovane Jessie Cullen (Cailee Spaeny). È un viaggio nel mondo degli inferi, senza happy end (a seconda dei punti di vista) e con una disumanizzazione delle vittime che, a poco a poco, vengono lasciate indietro, sacrificate in vista di un risultato finale (che sia la deposizione del presidente o la realizzazione di un servizio giornalistico in esclusiva) che sovrasta sentimentalismi e solidarietà. Emblema di questa “involuzione” è Cailee Spaeny e la sua graduale perdita dell'innocenza e della empatia che ne caratterizzava i comportamenti. Entusiasta e sognante a inizio film, diviene fredda, ardita e disposta a passare su tutto, anche sulla morte di un caro. “Mi ricorda te da giovane” afferma Sammy a Lee Smith. Eppure, la “tossicità” rappresentata dall'orrore tende a corrodere nel lungo periodo anche i più esperti. Sotto la scorza della navigata reporter di guerra, la Smith (brava la Dunst nel modificare espressività) va incontro a una vera e propria crisi emotiva sullo scenario finale di guerra e, poco prima, subisce una reazione simile anche lo scanzonato Joel. L'adrenalina e la spinta a realizzare lo scoop, a ogni modo, forniscono un effetto anestetizzante, direi addirittura stupefacente, e rivitalizzano i "nostri" al punto da renderli ciechi alla barbaria in cui sono immersi.

Garland non filtra, non ricorre a sensazionalismi cinematografici o a concessioni eroiche. Il coraggio si paga e lo si paga con la vita. È brutale come lo è una contemporaneità dove la guerra è tornata a bussare alle porte dell'Europa, nell'indifferenza di chi non è coinvolto e pensa che la pace sia una condizione immutabile nel tempo. Da una parte si muore mentre dall'altra ci si diverte. Le immagini sono forti. Vediamo uomini ripresi in primo piano a cui i carcierieri sparano colpi in testa, altri appesi per le mani e pestati a sangue, persino una disturbante fossa comune su cui si sparge la calce viva. Crudissima la sequenza con l'eccezionale cammeo di Jesse Plemons, un ultranazionalista che incarna – nell'ottica di Garland (ci azzardiamo di dire) – certe derive repubblicane e non solo (motivo che ha portato all'insorgenza, negli States, di una serie di polemiche che hanno tacciato il film di essere propagandistico). Eh, sì, perché sebbene nel film non si spieghi nulla sulla rivoluzione civile in corso, sotto sotto, si allude alla crescita degli stati "guerrafondai" del sud degli Stati Uniti e a una loro ribellione verso il governo istituzionalizzato (del resto Jake Angeli e l'invasione del Campidoglio qualcosa insegnano). Da rilevare inoltre il disamore alla politica di certi villaggi, come quello in cui i reporter si meravigliano per vedervi riflessa un'immagine di un'America precedente, un posto tranquillo e placido (in apparenza) non toccato dai conflitti e con una commessa che dichiara: “La guerra civile...? Si, meglio restarne fuori”.

Finale altamente spettacolare, con blitz all'interno della casa bianca, esplosioni e sparatorie da war movie, esaltate dalle semi-soggettive di Garland, oltre che dagli effetti sonori e da un realismo che rende il tutto davvero crudo e cattivo, quasi come se si fosse in un videogioco (si pensi al blitz che portò all'uccisione di Osama Bin Laden). I giornalisti si muovono in sintonia con i militari, ne costituiscono gli occhi e le orecchie destinate a immortalare i momenti per farli penetrare nei documenti che faranno la storia su cui studieranno le generazioni future. Non c'è rispetto per niente e nessuno, neppure per la morte e gli indifesi. Le vittime vengono fotografate nell'attimo del trapasso, crivellate dai proiettili, divorate dalle fiamme, mentre si ride e si scherza. Medesima sorte capita agli amici, solo la Dunst ha un barlume di umanità quando cancella la foto del suo mentore da poco deceduto e fotografato con la testa reclinata sul finestrino di un auto. “Noi non siamo qui per intervenire, siamo qua per documentare” afferma Joel.

Un film dunque senza speranza, senza buoni che racconta la storia dalla parte degli insurrezionalisti. La democrazia è crollata, non certo per mano degli anarchici, e chi si insedi al potere non è dato sapere, ma di certo è un qualcuno che ricorre alla giustizia sommaria e all'esaltazione della provenienza etnica. Potentissimo pugno finale, questo sì romeriano (si veda la parte finale di Night of the Living Dead),  rappresentato dallo “sviluppo fotografico”, è proprio il caso di dire, della fotografia del manipolo di militari che sorridono al fotoreporter, alla maniera di un gruppo di cacciatori al termine di una battuta di caccia, avendo ai piedi la preda della loro battuta: nientemeno che il Presidente degli Stati Uniti. 

Coraggioso, sebbene non supportatissimo dal budget, Garland si trova a dover fare economia nella messa in scena e in certe scenografie da post-atomico. L'immagine di Washington invasa dalle truppe, quasi immacolata nel centro civile, stona un po', salvo interpretare il tutto con una sorta di disinteresse generalizzato dei cittadini alle vicende della propria nazione, finita addirittura in balia di un manipolo minoritario di stati evidentemente più coesi al punto da sovvertire l'ordine. Al di là di tale "limite", il film regge e ha il grosso merito di svinvolarsi dai canonici prodotti commerciali del ventunesimo secolo (tipo Zack Snyder o Roland Emmerich). Un ultimo appunto, sul versante tecnico, lo muoviamo per la regia di Garland, bravo nel momento dell'azione ma ripetitivo nei momenti di tranquillita nell'insistere a oltranza nel proporre giochi di cambio di messa a fuoco tra soggetto in primo piano e soggetto in campo lungo. Da vedere per i fan del cinema d'azione dai risvolti sociali alla Carpenter e Romero. Diventerà un cult.

 
Classico gioco di messa a fuoco,
una caratteristica particolarmente ostentata della regia di Garland.
 

lunedì 29 aprile 2024

Recensione Cinema: CHALLENGERS (2024) di Luca Guadagnino.

Regia: Luca Guadagnino.
Anno: 2024 (Stati Uniti).
Genere: Sentimentale / Sportivo.
Soggetto e Sceneggiatura: Justin Kuritzkes.
Attori Principali: Zendaya, Mike Faist e Josh O'Connor..
Montaggio: Marco Costa.
Fotografia: Sayombhu Mukdeeprom.
Musiche: Trent Reznor e Atticus Ross. 
Durata: 131 minuti.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Luca Guadagnino, cultore di horror - si pensi all'interpretazione personalizzata di Suspiria (2018) - ma anche regista di film dai forti risvolti erotici - si veda il discusso Melissa P (2005) – si conferma ad Hollywood e lo fa con un duello sportivo/sentimentale destinato a lasciarsi ricordare. Questo, infatti, è Challengers, un duello che, in verità, si chiude con un happy-end dai retrogusti western (penso a film come Amore, Piombo, Furore di Monte Hellman) e all'insegna della vera amicizia. Il tema è così classico che più non si può e verte sul mai sbiadito plot della “ragazza in due” innestato su un copione alla Borg vs McEnroe (2017). Tashi Duncan (la sexy e sensuale Zendaya), una giovane promessa del tennis, viene contesa da due ragazzi amici di infanzia, anch'essi validi tennisti caratterialmente molto diversi tra loro. Da una parte abbiamo il tamarro e tenebroso Patrick Zweig (che passa da una ragazza all'altra) contrapposto al bravo ragazzo e monogamo Art Donaldson. Nel mezzo, tra i due, la seducente e grintosa Tashi Duncan, una ragazza non proprio raccomandabile. Justin Kuritzkes, alla sceneggiatura, destruttura la storia di questo ménage à trois e lo fa, grazie all'eccellente montaggio di Marco Costa, seguendo una linea narrativa fatta di continui sbalzi temporali tenuti uniti dalla finale di un torneo minore dove i due grandi amici/nemici, ormai trentenni, si contendono la coppa sotto l'occhio vigile della donna che li ha divisi in un lontano passato (oltre dieci anni prima). Uno di questi cerca il rilancio per tornare sui palcoscenici più importanti; l'altro, invece, ha l'opportunità di esibirsi al cospetto della vecchia fiamma dopo essersi perso nel cammino della vita.

Guadagnino pecca (ma al sottoscritto piace) di leziosità tecnica, utilizzando in tutti modi immaginabili la macchina da presa, fino ad arrivare a proporre la soggettiva della palla da tennis presa a “martellate”, da una parte e dall'altra del campo, dalle racchette. In questo si respira l'amore del regista per gli sperimentalismi alla Dario Argento prima maniera. Alcune inquadrature sono particolarmente riuscite (le soggettive dei giocatori durante il match), ma altre infastidiscono (l'inquadratura ribaltata dal terreno di gioco che da l'idea che i due si sfidino su un campo di vetro). Dettagli dei gocciolii di sudore, dei muscoli in evidenza e un linguaggio a tratti sporco (la scena dove si parla della masturbazione si poteva anche evitare) completano il quadro. Piacciono, invece, molto le caratterizzazioni dei personaggi e i rapporti, in perenne evoluzione, che vengono a delinearsi tra questi. Allo stesso modo è quadratissima la scrittura. Sebbene destrutturata e rimodulata secondo esigenze narrative, lo sceneggiatore chiude tutte le parantesi aperte nel corso della storia (compreso il grido finale della Duncan, che arriva a coronamento di una metafora di rapporto sessuale a tre). Interessante il personaggio di Zendaya (già apprezzata in Dune), che incarna assai bene un contrasto psicologico che cela, sotto un'apparenza di certezza, un'indecisione di fondo dovuta sostanzialmente a un'incapacità di innamorarsi davvero delle persone ("pensi che io voglia veramente qualcuno innamorato di me?"). Il suo personaggio è provocante, materialista, orientato a sfruttare a proprio favore chi ha intorno (finirà per essere manovrata da chi, per punizione o vendetta, intenderà solo portarsela a letto, in realtà in uno squallido accoppiamento in auto). Da antologia erotica (piacerà soprattutto alle ragazze) la sequenza dei tre attori che limonano, con Zendaya che si defila lasciando i due ragazzi a baciarsi tra loro senza che se ne accorgano.

Oltre al personaggio affidato a Zendaya, è molto ben caratterizzato il “genio & sregolatezza” Patrick Zweig (il valido Josh O'Connor), nei panni del golden boy che non ha saputo far fruttare il proprio talento giovanile e che, tra un vizio e l'altro, si trova ora da declassato a giocare la partita che potrebbe dimostrare a tutti che non è affatto un fallito. Più debole e meno spontaneo Art Donaldson (interpretato dal biondo Mike Faist), un soldatino agli ordini di Tashi Duncan che, pur di stare con la donna che ama, si fa manovrare senza accorgersi di essere sfruttato per ragioni psicologiche. Tashi Duncan infatti lo utilizza per soddisfare il proprio ego, così da poter continuare a sentirsi coinvolta dal tennis (dopo un grave infortunio al ginocchio), da allenatrice, per interposta persona. 

Sebbene la pellicola duri oltre le due ore, l'intrattenimento è costante; non c'è un attimo di tregua, garantendo una continuità che fa del ritmo una delle armi di forza della pellicola. Ruolo imporante è inoltre recitato dal marcatissimo uso della musica, proposta in stile bombardamento ipnotico/disco, con Costa, al montaggio, che ricorre al rallentatore per amplificarne l'effetto.

Alla fine il film piace e piace parecchio (ci sono comunque alcune ripetizioni comportamentali, tipo i richiami disciplinari ai giocatori da parte dell'arbitro e i tennisti che distruggono di continuo le racchette quasi a voler fare il verso a Medvedev). Piacerà soprattutto alle ragazze per effetto di un ruolo femminile dominante e manipolatore. Ottimi i riscontri al botteghino, che evidenziano come Challengers, nella prima settimana d'uscita, si sia già issato al primo posto della classifica settimanale degli incassi.  Guadagnino: talento da tutelare e vanto per l'Italia cinematografica.

Sequenza simbolo del film.

"Giocare a tennis è come una relazione."

giovedì 25 aprile 2024

Recensione Saggi: MEZZANOTTE A CERNOBYL

Autore: Adam Higginbotham.
Titolo Originale. Midnight in Chernobyl
Anno: 2019.
Genere: Storico.
Editore: Mondadori.
Pagine: 552.
Prezzo: 18.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Saggio a dir poco eccezionale, valutato dal New York Times tra i migliori diciannove libri usciti nel 2019. Lo firma il giornalista inglese Adam Higginbotham, autorevole penna del The New Yorker, che si vede riconoscere, per Midnight in Chernobyl, il William E. Colby Award e la Andrew Carneige Medal. Quattrocentododici pagine, più circa ottanta pagine di note, compongono quello che è il più completo studio sul disastro di Chernobyl, sulle sue premesse e sugli effetti a lungo termine. Higginbotham scandaglia tutti gli aspetti dell'argomento. Si dilunga sulla realizzazione di quella che sarebbe dovuta essere la città dei sogni dell' Unione Sovietica (la bellissima e verde Prypjat), sulle autorità burocratiche che ne indirizzavano lo sviluppo, sulle caratteristiche dei quartieri e sulla vita dei cittadini convinti di trovarsi in un vero e proprio paradiso terrestre dove il tenore di vita era di gran lunga migliore rispetto alle altre città dell'unione. Dalla visione gaudente della città dei fiori, come era definita questa atomgrad di 50.000 abitanti (con prospettiva di arrivare a 200.000) collocata a 13 chilometri dal villaggio di Chernobyl e a tre dalla celeberrima centrale, si passa alla presentazione delle problematiche su scala mondiale del nucleare e sull'importanza assunta nello scacchiere economico dell'energia nucleare per scopi civili, una corsa al progresso che vedeva Mosca in apparente avanguardia sui rivali statunitensi. Higginbotham accenna agli incidenti precedenti a Chernobyl, ivi compreso quello di Three Mile Island, e spiega nel dettaglio il funzionamento dei reattori e, in particolare, del modello RBMK 1000 delucidando i difetti di progettazione oggigiorno tristemente noti.

Il punto forte, ovviamente, non poteva che essere il capitolo dove, minuto su minuto, vengono scanditi i tempi del disastro di quel maledetto 26 aprile 1986. Higgimbotham adotta uno stile a metà strada tra il saggio e il romanzo. I dialoghi tra gli operatori, tutti indicati per nome con un flash sul loro passato e sulle loro passioni, sono spesso diretti, soluzione che conferisce alla lettura una potenza traumatica che arriva a scuotere i lettori. L'esplosione del reattore, l'inadeguatezza delle procedure di sicurezza e l'incertezza di operatori non ancora consci del disastro avvenuto e dei difetti del reattore, tanto da indurre le già poco reattive autorità politiche sovietiche a ritardare (colpevolmente) l'evacuazione della città di trentasei ore senza neppure avvertire la popolazione dei rischi connessi.

Higginbotham compie un'indagine minuziosa. Trasporta il lettore nelle sale riunioni dei politici dove, tra urla e scontri, si cercano di adottare le soluzioni tampone, soprattutto al cospetto della prospettiva di quella che era definita “la sindrome cinese” ovvero il rischio di un inquinamento delle falde acquifere per effetto della progressiva discesa del nocciolo del reattore. L'ansia e la lotta contro le lancette degli orologi è percepibile, così come lo è l'eroismo degli operai e dei vigili del fuoco chiamati a scongiurare una seconda detonazione, oltre che dei militari che successivamente si troveranno a dover bonificare l'area lottando contro un ambiente in balia di radiazioni ben superiori allo scempio di Hiroshima. Tutto questo mentre la nube radioattiva cala il suo carico sull'Europa, costringendo persino l'evacuazione dei bambini da Kiev e lo spargimento in cielo di sostanze chimiche per scongiurare l'arrivo delle polveri a Mosca. Gorbachev deve sudare non poco per indirizzare il partito a rivelare il disastro, contro ogni tentativo di insabbiamento e ridimensionamento.

Gli effetti delle radiazioni prendono presto a manifestarsi sui superstiti. Si tentanto trapianti di midollo ma tutto sembra vano. Muoiono in tanti tra atroci sofferenze, sebbene lo stato affermi esserci stati solo trentuno decessi connessi (arriveranno in seguito a non riconoscere i sintomi del male per evitare di corrispondere indennizzi). Si opta per la realizzazione di un sarcofago, preceduto da un lavoro sotterraneo finalizzato a contrastare l'eventuale discesa del nocciolo. Alla fine gli eroi di Chernobyl vincono la battaglia, ma una circoferenza di sessanta chilometri di diametro subisce in modo intenso gli effetti del disastro. Le foreste si colorano di rosso, gli animali assumono morfologie mutanti, interi villaggi vengono sotterrati. Prypjat viene ufficialmente “dichiarata morta” a inizio 1987, sebbene si conceda ai vecchi residenti l'opportunità di recuperare gli oggetti non troppo contaminati (sciacalli permettendo) ancora conservati nelle abitazioni. Si opta per la realizzazione di una nuova città, Slavutych, anche perché gli esuli di Prypjat tendono a essere isolati dagli altri cittadini che temono di venire contagiati dalle radiazioni.

Un disastro senza precedenti, liquidato in fretta e furia da processi diretti a colpire un gruppo ristretto di operatori senza guardare ai difetti del reattore. La popolazione insorge, protesta contro il nucleare, mentre si diffondono notizie di salsicce radiattive e di raccolti contaminati, per non parlare di allevamenti devastati e rilievi che evidenziano una forte radiottività persino a 300 chilometri da Chernobyl. La fiducia del popolo sovietico viene meno e inizia a minare la stabilità delle fondamenta dell'Unione Sovietica.

Un volume dunque eccezionale che, insieme a Preghiera per Cernobyl di Svetlana Aleksievic, è la “bibbia” per chiunque voglia approfondire la questione. Scritto in modo accattivante, diviso in venti capitoli e dotato di foto e raffigurazioni, scorre via senza intoppi e senza troppi tecnicismi (a parte quelli strettamente legati ai processi di funzionamento del reattore), riuscendo a scuotere chi legge come se fosse alle prese con un romanzo. Higginbotham, infatti, evita di adottare uno stile distaccato e divulgativo tipico dei saggi per utilizzare il materiale delle proprie ricerche al fine di far (ri)vivere tutti i protagonisti della vicenda e il cuore pulsante della loro sfortunata quanto bella città. Semplicemente un capolavoro. Per chi fosse interessato al tema: imperdibile.

 
L'autore Adam HIGGINBOTHAM
 
"L'avanzamento in molte carriere politiche, economiche e scientifiche era garantito soltanto a quanti reprimevano le proprie opinioni personali, evitavano il conflitto ed esibivano ubbidienza incondizionata ai loro superiori... Questo cieco conformismo aveva soffocato le capacità decisionali individuali a tutti i livelli della macchina dello Stato e del partito, infettando non soltanto la burocrazia ma anche i settori delle discipline tecniche ed economiche."

mercoledì 24 aprile 2024

Recensione Narrativa: PAURA NELLA CITTA' DEI RABBIOSI di Alessandro Falanga.

Autore: Alessandro Falanga.
Anno: 2023.
Genere: Horror.
Editore: PAV Edizioni.
Pagine: 84.
Prezzo: 12,00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.  

2023 Fuga da Potenza, questo sarebbe potuto essere il titolo alternativo della novella con cui il potentino Alessandro Falanga rafforza un percorso creativo avviato nel 2020 dal romanzo breve Far from Dead e proseguito da Chi non Terrorizza si ammala di Terrore e, nel 2021, dall'antologia Bolidi. Il minimo comune denominatore tra tutti questi lavori è evidente e ben definito: la violenza di una società destinata a regredire agli istinti primordiali. Falanga, giornalista, recensore di cinema e scrittore classe 1985, è legato agli insegnamenti dell'horror sociale vedendo nel genere un veicolo per parlare attraverso metafore della contemporaneità. Ecco quindi la necessità di garantire continuità ai temi dei suoi precedenti lavori, rappresentati da batteri che trasformano le persone in famelici predatori, dalla regressione in un sistema sociale imbarbarito - in balia dei desideri più reconditi degli uomini - e retto da rigide divisioni in classi sociali, dove soprusi perpetrati da coloro che dovrebbero garantire l'ordine e violenze di ogni genere sono all'ordine del giorno. Un girone dantesco da cui si tenta di evadere, poco interessandosi delle conseguenze generali, per ricostruirsi altrove una vita all'insegna della speranza. Paura nella Città dei Rabbiosi si inserisce nel solco di queste narrazioni, presentando la novità di inscenare la follia nella città di Potenza.

Un improvviso morbo, di cui Falanga non specifica l'eziologia, rende i cittadini di Potenza delle creature idrofobe (occhi iniettati di rosso e schiuma alla bocca) che distruggono tutto quanto si pari loro di fronte. Sebbene il titolo del romanzo rimandi al primo capitolo della cosiddetta “Trilogia della Morte” di Lucio Fulci avviata nel 1980 da Paura nella Città dei Morti Viventi, i riferimenti arrivano da altri prodotti cinematografici quali The Crazies (“La Città Verrà Distrutta all'Alba”, 1973) di George A. Romero, Incubo sulla Città Contaminata (1980) di Umberto Lenzi e 28 Days Later (“28 Giorni Dopo”, 2002) di Danny Boyle. Non troviamo in azione degli zombi, bensì degli uomini, vulnerabili come qualsiasi comune mortale, plagiati e resi ingovernabili da un morbo che si trasmette con lo scambio di fluidi organici. Il contagio è esteso e fuori controllo. Manifesta i suoi sintomi nell'arco di pochi secondi dalla contaminazione, annullando la parte razionale degli uomini a totale beneficio di quell'animale e istintiva. I contaminati corrono, si nutrono di alimenti ordinari (aspetto innovativo), si aiutano tra loro, dormono e sono dotati di una forza abnorme al punto da rendere non consigliabile all'uomo di intraprendere un confronto corpo a corpo con loro.

L'autore procede per cenni, preferendo sfumare i dettagli e lasciare ai lettori il compito di intuire cosa sia successo. Scopriamo infatti all'epilogo che l'epidemia di rabbia si è verificata nella sola Potenza, debitamente isolata dal resto del mondo da un cordone di militari e dalla totale disconnessione da reti televisive, internet e circuiti telefonici. Non è dato saperne i motivi. Quello che è certo è che Potenza, quale novella Pripjat, è stata dimenticata dall'intera nazione. La soluzione ricorda un po' il film inglese Doomsday (2008) di Neil Marshall, sebbene il tutto si articoli in circa due anni di narrazione.

Lo sviluppo è dunque poco approfondito e avrebbe meritato una lunghezza superiore. Falanga sottovaluta inoltre il motivo per cui gli abitanti di Potenza tardino a comprendere di essere al centro di quello che pare essere un esperimento sociale (soluzione preferibile rispetto all'insorgenza di una vera e propria epidemia, vista la stanzialità della vicenda). Il protagonista, pur essendo inizialmente dotato di auto, non tenta di fuggire dalla città, ma persiste a vagarvi da vero e proprio randagio incarnando, in parte, lo spirito anarchico (in quanto non schierato in nessun gruppo sociale) tipico dei personaggi di John Carpenter (gli manca un pizzico di tamarraggine). Una scelta, quella di restare in città, mutuata anche da tutti gli altri superstiti che accettano quanto successo, cercando di riorganizzarsi al punto da espropriare un intero quartiere per ricollocarlo ai più facoltosi. Vengono per tale via a formarsi quattro grandi gruppi destinati a spartirsi il controllo territoriale della città,in nome della legge del più forte. Il concetto filosofico dell'homo homini lupus domina dunque senza compromessi, polverizzando secoli di insegnamenti giuridici. Militari degeneri, burocrati votati alla soddisfazione dei bisogni fisiologici, e futuristiche amazzoni combattono per le strade cercando di evitare i massivi attacchi dei rabbiosi, facendo degli stessi un ludico passatempo per vincere la noia (rimando ai redneck di Night of the Living Dead).

In questo contesto, Falanga cala una co-protagonista quasi kinghiana (penso alla bimba di Firestarter) dotata di una sorta di potere parapsicologo in grado di controllare e indirizzare i rabbiosi (vago rimando a L'Invasione degli Ultracorpi). La piccola sembra inoltre aver sviluppato una resistenza al morbo. Un vero e proprio portatore sano che, a livello subliminale, rievoca le problematiche del periodo di covid-19 (a cui forse si ricollega anche la decisione di strutturare la storia su un arco temporale di due anni). Quest'ultimo riferimento è peraltro sottolineato dall'egoismo generale che sottende alle scelte dei singoli (protagonista compreso).  Nessuno, in una situazione emergenziale, sembra valutare l'interesse collettivo focalizzandosi, piuttosto, sui propri fabbisogni calpestando tutto e tutti.

Pesa sul ritmo e sulla capacità di rapire l'attenzione dei lettori, ad avviso di questo recensore, la decisione di non ricorrere ai dialoghi. Falanga narra, riassume gli eventi, fa luce sul passato con un stile quasi saggistico, piuttosto che mettere in scena gli accadimenti. Fanno eccezione alcuni spostamenti da un quartiere all'altro e alcune avventure che hanno in comune l'assoluta assenza di spirito di solidarietà verso chi non è riconosciuto quale proprio simile. Il sospetto, i giudizi sommari e la pratica della tortura completano il quadro.

Punto di forza dovrebbe essere la scenografia urbana. L'autore intende omaggiare Potenza e, per questo, cita quartieri, vie, negozi e quanto possa essere utile a innescare nella mente dei lettori una sovrapposizione tra quotidianità e “apocalisse zombi”. La cosa è destinata a funzionare su chi effettivamente conosca le zone citate, ma si presta meno a solleticare la fantasia dei “forestieri”. Si ha infatti l'impressione che si dia per scontato che il lettore conosca Potenza, aspetto questo tutt'altro che ovvio. In altre parole, mancano delle pennellate che possano suggerire la fatiscenza o la decadenza dei luoghi, descrivendone le peculiarità e quanto prima li caratterizzasse, dando invece campo a una  visione d'insieme sprovvista di quell'emotività in grado di trasmettere il quid in più necessario a lasciare traccia nella memoria.

Sul versante formale si notano qualche refuso e alcuni periodi che, forse, sarebbe stato preferibile alleggerire. Niente di grave, sia chiaro. La lettura rimane sufficientemente scorrevole.

Dunque un'opera più cinematografica che letteraria, con dei limiti dovuti soprattutto a un plot ultra collaudato che innovativo certo non è. Evidente la passione di Falanga per una certa tipologia di cinema anni settanta e ottanta, quei cult che hanno in maestri quali George A. Romero e John Carpenter le maggiori figure di riferimento. Un po' di tamarraggine nel delineare il protagonista avrebbe elevato la storia, così come avrebbe potuto aiutarla un approfondimento sui motivi a fondamento dell'epidemia. Da non perdere per i cittadini di Potenza anche perché Paura nella Città dei Rabbiosi è stato definito "il primo horror zombie ambientato in Basilicata".

 
L'autore ALESSANDRO FALANGA a dx,
a sx la sua antologia BOLIDI.
 
"La chiave di tutto era Speranza; grazie al suo potere avrebbe potuto creare un varco in quel recinto e scappare, anche se questo avrebbe messo a rischio l'intera specie umana ma, in quel momento, a Luca non interessava ciò che sarebbe potuto capitare nel resto della nazione."

domenica 21 aprile 2024

Recensione Narrativa: INVASIONE di Massimo Gardella.

Autore: Massimo Gardella.
Anno: 2023.
Genere: Fantascienza.
Editore: Delos Digital.
Pagine: 192.
Prezzo: 16,00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.  
Facciamo oggi la conoscenza di Massimo Gardella, milanese classe 1973 noto soprattutto in veste di traduttore di Alan Moore e di Gene Wolfe. Maurizio Cometto lo seleziona per tenere a battesimo la neonata collana “Frattali” della Delos Digital, puntando su un romanzo meno originale di quanto potrebbe apparire a un primo contatto. Gardella torna alla sci-fi dopo circa quindici anni, da quando nel 2009 dette alle stampe Il Quadrato di Blaum. Lo fa cercando di cucire tra loro mainstream e narrativa di intrattenimento, con uno stile leggero e fluido sotto il quale si cela un contenuto sociologico. Il fantastico infatti, inizialmente, resta ai margini della vicenda, fungendo da trait d'union di una serie di storie di vita comune in cui i protagonisti sono, per lo più, dei perdenti. Al centro dell'interesse è il comune vivere di individui che persistono a fare la loro vita nonostante a orizzonte troneggino delle misteriose astronavi discese dallo spazio. L'autore porta avanti la narrazione attraverso una suddivisione del romanzo in una serie di racconti tra loro non collegati, che spostano, di storia in storia, il periodo di riferimento secondo una scansione temporale progressiva così da aggiungere dettagli maggiori sulla bizzarra fenomenologia che avvolge l'intero pianeta. Si tratta, a parte lo spiazzante finale, di nove mesi avviati dall'arrivo delle astronavi e conclusi dalla partenza delle medesime, aprendo la via a un mondo destinato a estinguersi. Così la storia si apre con un safari in Kenya finito nel sangue, sul modello di film quali Prey – La Caccia è Aperta (2007); si prosegue con un bandito incapace di ricucire il rapporto di fiducia con la madre e che decide di compiere un'ultima rapina buttando alle ortiche la chance offertagli dalla riconquisata salute; quindi è la volta di un ragazzino che scopre di disegnare il medesimo soggetto tratteggiato da tutti i compagni di classe; troviamo poi un ubriacone che perde il lavoro e nonostante questo non fa niente per porre fine alla sua parabola decadente, seguito dalla storia di un vedovo costretto ad ascoltare i ricatti dei figli che vorrebbero venderne le proprietà nonostante navighino in buone acque, fino ad arrivare a una fotografa di animali alle prese con la dipartita di tutte le creature della Terra. Al di là delle varie sfumature, il tema resta sempre lo stesso ovvero le reazioni umane al cospetto dello straordinario.

Gardella prende le mosse dall'esperienza covid, da cui mutua le iniziali reazioni dei governi del mondo chiamati a far fronte a una fenomenologia a dir poco straordinaria, per inserirsi nel solco dei romanzi alla The War of the Worlds (“La Guerra dei Mondi”, 1897) ma con un'impostazione pessimista. Il ritmo è piuttosto lento e cadenzato da una struttura che, ogni volta, interrompe la curiosità dei lettori per resettare il tutto e riprendere la questione da una diversa prospettiva. C'è da riconoscere a Gardella di esser riuscito, per tale via, a rendere credibile la componente fantastica, al punto da farla apparire come un qualcosa di verosimile incastonando la vicenda in un quadro di insieme ordinario. A ogni passaggio, inoltre, vengono forniti dettagli nuovi che, a poco a poco, riconducono la narrazione verso un fantastico (quasi di valenza religiosa) destinato a scardinare il mainstream. I personaggi sono molto caratterizzati, forse troppo visto che vengono abbandonati dopo appena un capitolo, portando - in alcune parti del testo - i lettori a sorvolare sul loro passato. Ecco che viene plasmata una struttura corale che procede lasciando il tema principale sullo sfondo. Al centro della narrazione, in apparenza, sono le storie di uomini, per lo più ai margini della società, e le loro reazioni (disinteressate) al cospetto dell'evento straordinario. A parte l'estraniamento iniziale, dovuto alla presenza delle trentasette astronavi dislocate in altrettanti punti del mondo, l'uomo sembra abituarsi a tutto cosi' da tornare al suo rapporto irrispettoso con la vita (forse questo sarà il motivo della decisione finale adottata dagli alieni). Si continua ad andare a scuola, i cantieri edili proseguono nel loro lavoro, i criminali persistono a delinquere, i turisti fanno selfie usando le astronavi di sfondo e la polizia controlla le auto sottoponendo gli autisti all'etilometro. Gardella guarda in modo evidente a Independence Day, da cui prende la componente visiva delle astronavi, ma sono percepibili rimandi anche a Wyndham, Machen (il riferimento va a The Terror) e Schatzing, oltre al mito del Diluvio Universale. Gigantesche astronavi, avvolte da nubi, restano sospese nel cielo, nell'immobilità più assoluta, protette da archi magnetici che rendono impossibile ogni forma di interazione (stanno forse studiando l'uomo, valutandone la salvezza piuttosto che la condanna?). Dopo aver rilasciato uno spray verde che guarisce gli umani da ogni male, attendono qualcosa che nessuno riesce a comprendere (probabilmente la riconoscenza e la redenzione dell'uomo). L'Organizzazione Mondiale per la Sanità, inizialmente, reagisce istituendo lockdown e rendendo obbligatori tamponi e lascia passare. Giornalisti e trasmissioni tv analizzano la questione, suggerendo l'imminenza di una “ripartenza”. La cittadinanza risponde con fogli riportanti la scritta “andrà tutto bene”. Non manca chi, convinto della sussistenza di un complotto, cerchi una via per arrivare alle astronavi, così come i militari studiano soluzioni per respingere gli alieni che, alla lunga, iniziano a scocciare. Intanto gli animali prendono a ribellarsi all'uomo, interrompendo la normale catena alimentare per instaurare tra loro una pace di valenza biblica che porta alla formazione di veri e propri greggi variegati che si muovono verso le astronavi (atteggiamento che porterà alla loro salvezza). I cetacei perdono l'orientamento nei mari, i pesci guizzano ammassandosi sotto le astronavi senza che nessun biologo giunga a fornire una spiegazione. Gardella strizza più di un occhio a Der Schwarm (“Il Quinto Giorno”, 2004) di Frank Schatzing, da cui vengono riprese parti essenziali della storia (quasi tutta la parte del condizionamento animale). L'epilogo, piuttosto a sorpresa e in modo “pacifico”, volge in direzione dei romanzi apocalittici tipo “The Last Man” (“L'Ultimo Uomo”, 1826) di Mary Shelley, con un finale cattivissimo dove si suggerisce la pratica del cannibalismo in una terra futura, a distanza di trentanni dalla ripartenza delle astronavi, dove l'infertilità degli uomini è divenuta la condanna inflitta dall'alto dei cieli. A differenza degli animali, l'uomo non riesce a vivere in pace e, rimasto solo, persiste a compiere omicidi e guerre. Dal mondo del cinema, dunque, si torna alle pietre miliari della narrativa apocalittica ottocentesca rappresentata da testi quali Le Dernier Homme (1805) di Jean Baptiste Cousin de Grainville. Dunque un romanzo che definirei, nonostante tutto, classico, sebbene sviluppato con piglio realista nell'intento (riuscito) di fornire ai lettori un'illusoria percezione ottenuta attraverso una narrazione concentrata, più che sul sense of wonder, sulle quotidiane attività del comune vivere. 

Sorta dunque di metafora attraverso la quale Gardella condanna l'umanita' (bambini esclusi) all'estinzione per l'incapacita' di far tesoro degli insegnamenti ricevuti. Lo spray verde che tutto guarisce (rimando alla vittoria sul covid) e la permanenza delle astronavi (rimando alla parusia) non riescono a cambiare le abitudini sbagliate dell'uomo ancora acciecato dall'egoismo e incapace di sfuttare la seconda chance che gli e' stata offerta. Del resto basti vedere come dopo una pandemia si sia ritornati sulle vecchie vie, dando luogo a guerre e tornando a minacciare l'impiego delle armi nucleari.

Interessante. Imperdibile per i fan del genere "invasione extraterrestre".

 
L'autore Massimo Gardella.