Mi chiamo Matteo Mancini, sono nato a Pisa nel 1981 e abito nell'indipendentista Tirrenia. Sono un grande appassionato di B-Movie (dallo spaghetti western, passando per il "poliziottesco" e proseguendo con thriller e horror). Tra le mie tante passioni le più forti sono la narrativa specie del genere fantastico scuola weird tales e la scrittura. Nella foto mi vedete, al centro, con a dx Antonio Tentori e la "giallista" Cristiana Astori, e alla mia sx Mr.B-Movie Dainelli e Ivo Gazzarrini.
Elenco
- Cinema
- Ippica
- Narrativa
- Pubblicazioni Personali
domenica 30 gennaio 2011
I Libri letti nell'anno 2010
venerdì 28 gennaio 2011
Recensione Narrativa: L'orrore del Buio (AA.VV.)

L’ORRORE DEL BUIO
Autore: AA. VV.
Curatore: Karl Edward Wagner
Anno di uscita: 1985
Casa editrice: Newton
Pagine: 233
Commento
Karl Edward Wagner, noto e validissimo scrittore horror con la passione per Robert E. Howard, si cala nell’infausto ruolo di selezionatore di racconti. Nell’occasione raccoglie quelli che ritiene i migliori horror dell’annata 1984, a prescindere da una qualsiasi comunanza di argomenti o di stile.
Abbiamo infatti testi splatter (pochi per la verità), altri di atmosfera e persino alcuni comico/grotteschi.Vengono così proposti diciotto racconti di diciassette autori diversi (due testi sono di John Gordon), alcuni dei quali famosissimi come Stephen King e Ramsey Campbell, altri piuttosto noti e spesso presenti in questo tipo di antologie come Dennis Etchison, David J. Schow e Charles Grant, infine un trio di scrittori secondari (credo che non si offendi nessuno se si definiscono in tal modo scrittori del calibro di Gardner Dozois, David Langford e John Gordon) e un ampio gruppo di sconosciuti molti dei quali con una sola pubblicazione tradotta in italiano (Daniel W. Barber, Fred Chappell, Jovan Panich, Vincent McHardy, John Brizzolara, Leslie Halliwell, Charles Wagner, Roger Johnson, James Hamesath).
Ne deriva così un insieme molto eterogeneo che susciterà la curiosità del lettore più appassionato e sempre bramoso di conoscere nuove penne. Purtroppo lo spirito magico che governa la speranza inizia presto a evaporare.Karl E. Wagner osa nel mettere in campo un manipolo di giovani scommesse, forse perché limitato da un budget che non gli permetteva di pescare tra gli scrittori di maggior blasone, ma ne viene fuori un’antologia che perde l’azzardo del suo curatore. Al vecchio Stephen King, con “La scorciatoia della signora Todd” (inserito anche nell’antologia “Scheletri”), tocca il compito di “tirare la carretta” con uno dei racconti più qualitativi dell’antologia (ma la concorrenza, come abbiamo anticipato, era tutt’altro che competitiva). King propone una storia che rievoca ricordi lovecraftiani con una signora (la Todd di cui al titolo) specializzata nel percorrere delle scorciatoie lungo sentieri bizzarri che sfuggono alle regole della realtà e che le permettono di ringiovanire.
Il racconto di King, pur essendo tra i migliori, è “superato” da l’unico vero gioiello (seppur humor) dell’intera raccolta, cioè “La cosa nella camera da letto” per la firma del gallese David Langford. Vincitore di vari Premi Hugo (principale Premio internazionale di narrativa fantascientifica), Langford propone uno dei suoi classici racconti parodistici. “La cosa nella camera da letto” infatti è una folle e divertentissima parodia delle detective story con indagatore dell’occulto protagonista. Nella fattispecie viene messo in scena un indagatore che, all’interno di un bar, racconta agli astanti una delle sue ultime avventure. Ingaggiato per risolvere l’enigma di un fantasma che funesta le notti delle clienti di un albergo, il detective si troverà costretto a procurarsi vestiti da donna e a truccarsi in modo consono per stimolare la presenza dell’ectoplasma che pare manifestarsi solo in presenza di donne attraenti. Il “nostro”, però, scoprirà, a sue spese, di avere a che fare non con lo spirito di un defunto, ma con una parte di corpo che un cliente ha perso all’interno della stanza, perché rimasto incastrato in una porta; una parte di corpo che si muove come un verme e che pare fluttuare per la stanza in cerca di orifizi in cui rifugiarsi. Davvero una delle storie più folli che mi sia capitato di leggere…
Si distingue positivamente anche “Non crescere mai” di John Gordon, una storia più tragica che horror in cui un bambino, orfano di padre (che si è suicidato per i continui dissidi con la moglie) e con una madre che si disinteressa completamente di lui, si confessa davanti alla tomba di una bambina morta cento anni prima, parlando dei suoi problemi in famiglia e svelandole di aver ingurgitato una dose letale di barbiturici.
Leggermente inferiori, ma comunque in grado di offrire una lettura più che gradevole, seppur tutt’altro che trascendentale, “Zona di confine”, “Fari mortali” e “Lo spaventapasseri” tutti e tre di autori sconosciuti e cioè John Brizzolara, Charles Wagner (per questi due si tratta del loro unico racconto tradotto in lingua italiana) e Roger Johnson.
Il primo, forse il migliore della terna per la sua capacità di suscitare una crescente tensione, parla di una pattuglia della polizia di frontiera americana alle prese con strane presenze nella notte di Ognissanti. I due agenti sono convinti di veder fuggire tra le rocce dei canyon centinaia di clandestini; in realtà, una volta illuminata a dovere l’aria, scopriranno di aver avuto davanti solo arbusti secchi o forse la realtà era un’altra e si erano trovati sommersi in un gruppo di fantasmi di uomini morti nel tentativo di varcare la frontiera…
Sulla falsa riga di “Zona di confine” è “Fari Mortali”. Il racconto di Wagner (nessuna parentela con il curatore), come quello di Brizzolara, è ambientato di notte e ripropone un’ambientazione road movie con l’inserimento di fantasmi che si aggirano sulla Statale. Nella fattispecie abbiamo due fanali abbaglianti, posti su un auto invisibile, che seguono le auto che percorrono la Statale 24 per illuminare gli interno degli abitacoli. Si tratta dei fari dell’auto di un ragazzo deceduto qualche anno prima, mentre vagava accecato dall’ira sperando di sorprendere la sua ex ragazza in compagnia del nuovo fidanzato.
Meno votato alla tensione, ma con dei momenti interessanti è il terzo dei racconti sopracitati, il quale porta in causa niente meno che dei monoliti - alla Stonehenge - attorno ai quali graviterebbe una maledizione. Al centro del racconto c’è uno spaventapasseri, piantato proprio vicino alle pietre, che si anima nelle notti di luna piena e carbonizza coloro che decidano di sfidare l’area definita la “Porta dell’inferno”. Un temerario paga a sue spese la sua irriverenza nei confronti dell’occulto.
Interessante sotto il profilo onirico, nonostante sia tutt’altro che originale, è “Storie Misteriose” di Fred Chappell (autore che vanta altre due pubblicazioni con racconti sempre di ispirazione lovecraftiana). Chappell ricrea atmosfere lovecraftiane e lo fa esplicitamente, visto che il suo protagonista viene presentato come un amico di Lovecraft che cerca di escogitare un metodo per spostarsi nello spazio e nel tempo sfruttando le formule matematiche. L’uomo è spinto dal bisogno di gettare luce sulle origini del mondo e sui giganti che dominavano il passato e che potrebbero ritornare in gran segreto per imporre la loro egemonia. Durante l’esperimento, lo scienziato viene catapultato in Antardide, mentre altri, entrati nella sua stanza, assistono sbigottiti ai fatti. A seguito della scoperta lo scienziato muore, mentre Lovecraft e il poeta Crane (confidente dello scienziato) troveranno la morte negli anni successivi braccati da demoni onniscienti liberati a causa dell’esperimento.
Gli altri undici racconti sono l’uno più deludente dell’altro. Si va dal seppur gradevole e kinghiano “La fine del mondo” di James Hamesath, in cui una coppia di coniugi viene importunata dal gestore di un distributore che vuole convincerli a vendere il figlio agli indiani in cambio della pioggia (bello l’epilogo con i genitori che rifiutano ma rimangono coinvolti in un incidente stradale, in cui perde la vita il figlio, subito seguito da un temporale), ai racconti via via sempre più scadenti in quanto noiosi (pallosissimi, scusatemi il termine, i racconti di Grant e Schow su cui tornerò in seguito) oppure pieni zeppi di luoghi comuni (“Mani dalle lunghe dita” di Leslie Halliwell che tratta il tema della stregoneria senza un briciolo di inventiva rispetto alla montagna di racconti ottocenteschi e del primo novecento sul tema) o finalizzati a forzatissimi colpi di scena finali, peraltro intuibili già a metà racconto perché, altrimenti, la storia non avrebbe avuto altra ragione di esistere (“La tigre nella neve” di Daniel Barber o “Il cane” di Gordon o ancora “Invito a cena” di Dozois). La palma del peggiore va, in stretta fotografia col racconto di Schow, ad “Angoscia per i ricordi” di Vincent McHardy che costruisce una storia, peraltro non facile da seguire (perché costruita su una serie di dialoghi, con flashback poco sensati che si inseriscono tra un dialogo e un altro) che crolla nelle ultime quattro righe con un finale posticcio che cozza con tutto il resto.
Una parola più nel dettaglio per i racconti dei blasonati, e a mio avviso un po’ troppo sopravvalutati, Ramsey Campbell, Dennis Etchison, Charles Grant e David J. Schow qui tutti abbondantemente sotto la sufficienza e con racconti decisamente banali.
Campbell presenta una storia, “Attento all’uccellino” (titolo italiano orrendo), che pare esser stata scritta di getto, tanto da non avere una vera e propria fine e risultare piuttosto strampalata. Abbiamo uno scrittore che indaga su degli strani episodi che si verificherebbero all’interno di un pub, fino a scoprire che nei sotterranei del locale ci sono dei morti che si rianimano quando qualcuno legge le scritte slave che tappezzano le mura del bagno pubblico (!?).
Se il racconto di Campbell, nonostante un soggetto debolissimo, rievoca, in alcuni frangenti, le giuste atmosfere, sono noiosi e squilibrati nella gestione i racconti degli altri tre.Etchison (con “Quattro chiacchiere al buio”) ripropone il tema dello scrittore amatoriale in stato di depressione che riceve la visita del suo scrittore preferito. La particolarità del soggetto sta nel fatto che lo scrittore in questione, oltre a essere un abile autore di romanzi, è un assassino di scrittori amatoriali (!?) che cerca di cogliere spunti utili per i suoi romanzi incentrati sull’orrore (soluzione banale).
Troppo diluiti i racconti di Grant (“Hai paura del buio?”) e di Schow (“Prossimamente, in un cinema sotto casa”) che si perdono in trame intricate (soprattutto il secondo) relative a un orrore astratto (quello di Grant può fare effetto su un pubblico di adolescenti, visto che parla di un gruppo di bambini che giocano a nascondino nel buio); il secondo racconto, addirittura, è un autentico delirio con un personaggio che finisce per vedere scarafaggi dappertutto fino all’assurdo epilogo (che di fatto non è un epilogo, perché la storia si tronca d’improvviso senza una fine vera e propria).
In definitiva “L’Orrore del buio” è un’antologia che, a parte qualche racconto, si legge molto bene ed è di pronto e veloce consumo. Purtroppo, ha un taglio troppo commerciale con racconti che, quasi nella loro interezza, gravitano attorno a un orrore che ha in Matheson il suo principale ispiratore (elementi irrazionali e poco verosimili che si inseriscono nel contesto reale, senza alcuna magia esoterica o metaforica).
Non è di sicuro la peggiore antologia che mi sia capitato di leggere, ma per essere un’opera che ambisce a raccogliere i migliori racconti horror scritti nel 1984 mi sembra che il risultato finale sia piuttosto deludente. Di sicuro fiacche le storie presentate dagli scrittori di maggior grido (a parte King, gli altri crollano). Voto: 5+
mercoledì 19 gennaio 2011
SULLE RIVE DEL CREPUSCOLO (GDS Edizioni, Milano) la nuova antologia horror di MATTEO MANCINI

E' uscita in questi giorni la mia seconda antologia dedicata ai racconti macabri o con atmosfere horror, ma non solo... Tra i 17 racconti (molti dei quali inediti), infatti, c'è spazio anche per qualche testo fantascientifico e qualcun altro surreale.
Il libro è formato da 110 pagine e cerca di proseguire il discorso iniziato con il precedente "LA LUNGA ASCESA DAL MARE DELLE TENEBRE" (sempre edito da GDS Edizioni, Milano, 2010).
Sul sito della casa editrice potrete leggere gratuitamente le prime 20 pagine dell'antologia.
Presto le indicazioni relative al prezzo (dovrebbe aggirarsi sui 10 euro) e ai link per l'acquisto.
Questi i racconti inseriti:
1) IL TESORO PERDUTO (fantasy inedito). Un gruppo di cavalieri è alla ricerca del Graal, ma l'unico cavaliere sopravvissuto troverà ad attenderlo qualcosa che lo deluderà.
2) IL RITORNO DEL GATTO NERO (omaggio sia al gatto nero di Poe che a quello di Fulci). Un assassino è ossessionato da un gatto nero che acquisisce un significato metaforico ben determinato.
Il racconto si è classificato al primo posto nel concorso indetto da GDS Edizioni e compare in questa antologia in una nuovissima e curata versione.
3) RIEN NE VA PLUS, LES JEUX SONT FAITS (thriller onirico molto visionario. E' un inedito). Decrepito accetta una scommessa che sa di non poter vincere, ma la visione di un mazzo di euro lo porta a giocare l'ultima cosa che gli resta da impegnare.
4) DUE CORPI IN UN'ANIMA (sci-fi con venature erotiche finalista nell'EROTICA prima edizione della Ferrara Edizioni). Giovane autista offre un passaggio a una ragazza un po' troppo provocante. Tra i due sembra scoccare un'attrazione fatale, ma qualcuno li spia dall'interno di un casolare abbandonato dove i due finiranno per avere un rapporto intimo.
5) L'ASTRO CHE INCENDIò IL FIRMAMENTO (sci-fi, mai uscito su carta stampata). Ragazzo abbandonato dalla fidanzata affida a una stella cadente il suo desiderio più forte: ritornare tra le braccia della sua amata. Purtroppo, però, quello che ha visto non è una normale stella cadente...
6) IL LIBRO DALLE RIFINITURE D'ORO (fantastico, inedito). Noto professionista fissato con le procedure e i formalismi si ritrova proiettato in un mondo surreale dove tutto gli ricorda l'infanzia e la fantasia perduta.
7) LA CREATURA CHE VENERAVA LA LUCE ROSSA (fantastico, inedito). Bambina intrappolata dal regime nazista, viene liberata dagli invasori, ma alla liberazione seguirà la genesi di un mostro...
8) SOTTO LE STELLE DI ORIONE (horror selezionato dalla rivista Nugae per un numero in omaggio a Lovecraft). Poliziotto scozzese indaga su una catena di scomparse e omicidi avvenuti nella Scozia del Nord. Dietro a tutto sembrerebbe esserci il chupacabra e una serie di indizi che legano le opere di Stonhenge, Nazca, Giza...
9) L'ALCHIMISTA. (Horror finalista nel Vamp II edizione della Ferrara Edizione). Damigella della Francia dell'800 si reca nel castello di un giovane straniero dedito all'alchimia. Nel maniero la giovane si troverà imprigionata in un tempio eretto in onore di Baphomet e del diavolo.
10) FAR WEST (western grottesco). Sindaco fugge con i soldi dei contribuenti, mentre lo sceriffo e i giornalisti accusano del furto un pugno di ladri di polli, condannandoli a morte.
11) ANELLO DI TUFO (fantastico in onore a una determinata giostra di rilievo nazionale. Finalista al premio Letteraria). Gruppo di particolari guerrieri si sfidano in una piazza per contendersi un premio costituito da un drappo.
12) E VENNE IL GIORNO IN CUI IL FUOCO DIVENNE PIOGGIA (sci-fi post atomico, inedito). Giovane ragazza abbandona il bunker per recarsi nella casa dell'infanzia, sfidando i satelliti che cadono dal cielo in fiamme. La giovane cerca una prova che attesti una scoperta del padre. Si dice, infatti, che l'uomo abbia realizzato una macchina capace di trasformare in musica le persone e renderle così immortali.
13) L'OCCHIO è IL PADRE DEI DESIDERI (drammatico con venature erotiche, selezionato per l'antologia "Ossessioni d'amore" di mysecretdiary). Giovane donna spia le coppie che frequentano l'hotel che si affaccia sull'altro lato della strada rispetto alla sua camera. La giovane cerca di rubare quella felicità che vede brillare negli occhi dei giovani e che a lei sembra esser preclusa da un fatto passato.
14) VIOLAZIONI DI LEGGE (sci-fi, inedito). In una città del futuro, dove tutto è dominato dalla burocrazia, un ribelle collezionista di auto degli anni '80 cerca di prestare soccorso a una donna disperata lanciandosi in una folle corsa all'ospedale.
15) LA MORTE CORRE SU QUATTRO TESTE. Poliziotto indaga su una serie di sparizioni. Vuol dimostrare che la ragione non può mai esser derogata dall'imponderabile.
Esiste anche un'altra versione del racconto, forse migliore di questa, che sarà pubblicata in una prossima antologia di autori vari.
16) TERRIBILI LUCERTOLE (finalista in un concorso organizzato da DEL BUCCHIA EDITORE). Detective privato cerca di ricostruire la fine di una nave scomparsa nel nulla, avvalendosi di un diario di una sensitiva che sembra essersi messa in contatto con uno dei marinai scomparsi. L'uomo sembra esser finito in una dimensione parallela dominata dai dinosauri.
17) LA MISTERIOSA SCOMPARSA DEL PITTORE INDOVINO (horror inedito). Pittore cerca di donare ai suoi quadri un qualcosa di trascendente, finché uno sconosciuto non gli venderà un quadro molto particolare...
mercoledì 15 dicembre 2010
Recensione film: "Le Colt Cantarono la morte e fu... Tempo di Massacro (Lucio Fulci)

Produzione: Italia 1966
Produttore: Oreste Coltellacci, Ugo Santalucia e Lucio Fulci.
Regia: Lucio Fulci
Soggetto e Sceneggiatura: Fernando Di Leo.
Interpreti Principali: Franco Nero, Nino Castelnuovo, George Hilton, Giuseppe Addobbati (John McDouglas), Tchang Yu, Janos Bartha, Romano Puppo.Musiche: Lallo Gori
Durata 90 min.
Giudizio: ***
La trama
Tom Cobett (Nero) viene richiamato al paese di origine da Carrdine, un vecchio amico di famiglia (Bartha), per essere messo a conoscenza di una notizia segreta. Giunto in paese, Tom scopre che un signorotto locale (Castelnuovo) e suo padre (Addobbati) hanno messo sotto il loro totale controllo la città, ma non riesce a parlare con Carradine perché lo stesso viene assassinato da una banda di criminali. Aiutato dal fratello (Hilton), un pistolero con la passione per la tequila, Tom riuscirà a liberare il paese dall’oppressione e a conoscere quel segreto per cui era stato contattato.
Commento
Film di discreto successo (20° classificato nella graduatoria dei film più visti del ‘66) assai importante per il genere e soprattutto per la carriera di un regista che avrebbe fatto la storia del cinema di genere nostrano. I critici dell’epoca individuarono la caratteristica preponderante del film nell’alto tasso di violenza sadica, anche se, tengo a precisare, non raggiunge mai i livelli di “Django”. Visto con gli occhi di oggi giorno, infatti, “Tempo di massacro” non è un western violentissimo; lo stesso regista girerà nel 1975 un western molto più crudo e cupo dal titolo “I quattro dell’apocalisse”, nonostante ciò fu oggetto di censure e di scelte commerciali che portarono alcune case di produzione spagnole a declinare l’offerta di collaborazione per la produzione del film. Dietro alla mdp troviamo Lucio Fulci, un regista straordinario oggi ricordato, un po’ in modo stretto perché capace di girare anche capolavori impegnati quali “Beatrice Cenci”, per i suoi horror di fine anni ’70 primi anni ’80 capaci di concorrere con i capolavori del suo “avversario” di sempre, cioè Dario Argento, con perle del calibro de “L’Aldilà”, “Zombi 2”, “Paura nella città dei morti viventi” e “La squartatore di New York”. Memorabili, al riguardo, gli scontri tra i due registi che si placarono solo poco prima della morte di Fulci (quando Argento produsse l’horror “M.D.C. – Maschera di cera”, poi girato da Sergio Stivaletti per l’improvvisa dipartita del nostro) e che iniziarono prima superficialmente, per la scelta di Fulci di cavalcare il successo ottenuto da Argento presentando dei thriller dai titoli contenenti nomi di animali (“Una lucertola dalla pelle di donna”, “Non si sevizia un paperino”) e poi con delle vere e proprie dispute legali con Argento – distributore del film “Zombi” di George Romero – che accusò Fulci di plagio in occasione dell’uscita di “Zombi 2” (film, in realtà, totalmente diverso da quello di Romero).Al di là di quanto sopra ricordato, nel 1966 Fulci era poco più di un regista di film comici (molti dei film di Franco e Ciccio e prima di Totò sono stati portati in scena proprio da Fulci) e di testi di canzonette popolari, come “Ventiquattromila baci” di Adriano Celentano, che mai si era cimentato con il cinema d’azione o con opere cruente di cui poi sarebbe diventato un maestro come dimostrano il giallo “Sette note in nero” o il fantasy bizzarro “Conquest” o il terrificante noir “Luca il contrabbandiere”. Nonostante i successi ottenuti al botteghino per merito della comicità dell’accoppiata Franco e Ciccio, la volontà del regista di staccarsi da un filone commerciale che non gli permetteva di dare lustro al suo genio visionario divenne un qualcosa di sempre più ossessiva. Così Fulci decise di autoprodurre un progetto che gli permettesse di confrontarsi con un qualcosa di diverso. La scelta ricadde sul western, perché all’epoca era l’unico genere che offriva una qualche garanzia di successo, e su una sceneggiatura di quel Fernando Di Leo di cui abbiamo già a lungo parlato. “Tempo di massacro”, poi rinominato “Le colt cantarono la morte” perché il titolo era già stato registrato per l’uscita di un romanzo, è dunque il primo film in cui Fulci sperimenta quel gusto per la violenza che lui stesso non perdeva occasione di definire “artaudiano”, citando Antonin Artaud. Tuttavia siamo alle prese con un Fulci ancora embrionale, che si approccia a un cinema che non aveva mai fatto e su cui tornerà solo qualche anno dopo, preferendo girare un altro pugno di film comici prima di approdare, nel 1969, al thriller con “Una sull’altra” subito seguito da due capolavori, “Non si sevizia un paperino” e “Una lucertola con la pelle di donna”, in cui si assiste al Fulci più puro. In “Tempo di massacro” la regia non porta ancora le stigmate del regista, mancano quasi del tutto quelle manie che il “terrorista dei generi”, così definito per la sua caratteristica di deflagrare un genere predeterminato introducendovi elementi atipici, palesava nei suoi film (l’indugiare sugli occhi dei protagonisti, l’ossessione per il tempo che scorre, l’uso abbondante dello zoom, l’amore per la nebbia e via dicendo). Tuttavia, al di là di quanto detto, emerge in modo chiaro e netto un innegabile gusto per quel macabro che, nel corso degli anni, diventerà un vero e proprio marchio di fabbrica della filmografia di Fulci portandolo a essere considerato il padrino del gore italiano. Un ulteriore punto in comune tra “Tempo di massacro” e i successivi lavori di Fulci, soprattutto gli horror, si riscontra nella scelta di proporre un prologo, che precede i credit, caratterizzato da una crudeltà che anticipa i contenuti del film. Nella circostanza si parte con una sequenza tanto disturbante da rendere necessario l’intervento della censura che ha eliminato parte della scena. Abbiamo infatti un gruppo di pastori tedeschi lanciati, in un lungo inseguimento in un bosco, alle spalle di un messicano che finisce sbranato e divorato dagli stessi, con la telecamera che indugia sulla pozzanghera in cui cade la vittima mentre l’acqua si colora di rosso. Una sequenza per l’epoca terribile e mai vista in un western. Come già anticipato, a battezzare il debutto di Fulci nel western, e più in particolare nel cinema di genere, è la sceneggiatura di Di Leo. Lo sceneggiatore, e poi regista pugliese, sforna un soggetto non trascendentale ma ben sviluppato (si parla di un figlio illegittimo che torna, suo malgrado, a rivendicare ciò che gli spetta, suscitando le ire del fratellastro). Rispetto ad altre sceneggiature di Di Leo, lo script è meno impegnato e non sfoggia quei magnifici dialoghi che caratterizzavano i suoi primi western; a fare la differenza, quindi, è lo sviluppo e le caratterizzazioni dei personaggi. Riuscitissimi i personaggi interpretati da Nino Castelnuovo e George Hilton, grazie anche alle ottime interpretazioni dei due attori. Il primo è un bullo che, armato di frusta, compie ogni sorta di nefandezza (fino a ordinare l’uccisione di due bambini e a far crocefiggere un uomo di fiducia del padre su due pali di legno); memorabile, al riguardo, il duello con le fruste tra Castelnuovo e Franco Nero con quest’ultimo ridotto a una piaga, con il volto sfigurato dalle frustate. Più guascone il personaggio di Hilton: un ubriacone che va pazzo per la tequila e che gioca con le piattole, ma anche letale come pochi con la colt che usa solo dopo aver attirato l’attenzione dei rivali proferendo la battuta “Hey, gentleman?”Molto simpatico, anche se già riproposto da Di Leo in altri film, il becchino del paese che qui si contraddistingue per esser un cinese (con immancabile “erre moscia”) amante delle citazioni di Confucio rielaborate in una visione personalizzata e adattata ai tempi moderni. Paradossalmente a essere debole è la caratterizzazione del personaggio protagonista che ha poco o nulla di diverso rispetto alla massa dei pistoleri dello spaghetti western. Il ritmo, seppur calando nella parte centrale, è discreto, grazie a un’attenta regia di Fulci che offre il meglio di sé nella mattanza finale (bella la scena con Nero che sale le scale e la mdp che riprende in primo piano gli stivali che salgono i gradini), dove Hilton e Nero si lanciano le pistole a vicenda scambiandosi i bersagli. Bello l’epilogo dalle atmosfere horror, in parte citato in “Non si sevizia un paperino”.Le interpretazioni, come anticipato, sono buone. Star del cast artistico, per l’epoca, era un Nino Castelnuovo reduce da film di Vittorio De Sica, Nanni Loy e Visconti e soprattutto dalla mini serie tv “I promessi sposi” dove, con grande successo di critica e pubblico, aveva impersonificato Renzo. Castelnuovo, da uomo più pagato del cast, fu inviato a scegliere quale ruolo intendesse accettare; curiosamente optò per il figlio crudele, in quanto stufo di ricoprire ruoli da bravo ragazzo. Nonostante i precedenti trascorsi in film di autore o con soggetti classici, la performance dell’attore lombardo, in una delle sue rare prove in un film di genere - lo rivedremo nel western “Un esercito di cinque uomini” del 1969 e nel thriller dai contenuti erotici “Nude per l’assassino” del 1975 di Andrea Bianchi – si rivelerà molto positiva e mostrerà l’alta attitudine di Castelnuovo nel ricoprire personalità molto diverse tra loro.Per il ruolo di co-protagonista, invece, fu scelto, dopo svariati provini, l’uruguayano e all’epoca sconosciuto George Hilton. Il film per Hilton ebbe un grande impatto positivo e lo lanciò nel cinema italiano. Pagato con poco più di due milioni di lire, Hilton vide crescere l’interesse attorno a sé proprio grazie a questo film, al punto da diventare uno degli attori più richiesti per lo spaghetti western (erediterà persino da Gianni Garko il ruolo di Sartana, con il film “C’è Sartana… vendi la pistola e comprati la bara”) e poi per il thriller (celebri le sue partecipazioni nei primi thriller di Sergio Martino, tra i quali vale la pena di ricordare “Lo strano vizio della signora Wardh”, “Tutti i colori del buio” e “La coda dello scorpione”). La prova di Hilton, nonostante le continue liti con Fulci, è a dir poco maiuscola, addirittura azzarderei a definirla la sua migliore interpretazione di sempre. Nei panni di protagonista, invece, dopo la rinuncia di George Martin, saltato insieme ai produttori spagnoli che rinunciarono al film perché giudicato troppo violento, fu scelto Franco Nero. Decisiva, al riguardo, fu la sorprendente prova offerta dall’attore in “Django”. Franco Nero però non fornisce una prova convincente e, di sicuro, si vede rubare la scena da Castelnuovo e soprattutto da un Hilton in grossa vena. Completano il cast alcuni caratteristici storici del cinema italiano, tra cui un Romano Puppo con un ruolo un po’ più ampio del solito.Ottima la confezione, sia per quel che concerne la fotografia di Riccardo Pallottini, le scenografie e la colonna sonora di Lallo Gori. Eccezionale e trascinante la main theme “A man alone” cantata da Sergio Endrigo, capace di inserirsi in prima posizione nella hit parade giapponese.
Per gli amanti delle citazioni:
1) “Confucio oggi direbbe: in cielo sarà ripagato chi seppellisce i morti gratuitamente in terra, ma Confucio non viveva in questa città. I morti sono tanti che se li seppellissi gratis finirei con il morire anche io. Confucio quindi mi vorrà perdonare se ai Carradine l’eterno riposo costerà tre dollari a testa”
martedì 30 novembre 2010
Recensione: "La signora dalla maschera d'oro" - G.Buzi

Autore: Giovanni Buzi
Anno di uscita: 2009
Casa editrice: Il foglio letterario
Pagine: 176
Prezzo: 15.00
Commento
Romanzo piuttosto atipico per l’ottima collana “Fantastico e altri orrori” delle edizioni il Foglio. Nell’occasione, infatti, il duo Lupi-Spasaro abbandona ogni tematica fantastica e presenta un thriller crudo (si parla di cannibalismo e di una setta pagana) dalle fortissime contaminazioni erotiche.
La storia verte su un truculento assassinio perpetrato, sui monti vicino Viterbo, all'interno di un convento dove vengono celebrati riti orgiastici. Le vittime vengono adescate, in una chat per incontri a sfondo sessuale, da una misteriosa e bellissima ragazza che indossa una maschera color oro.
Autore del libro è Giovanni Buzi, scrittore scomparso alcuni mesi fa e che si contraddistingueva per un grande coraggio (per rendersene conto, basta vedere chi sono i componenti della setta) e un talento visivo sopra alla media, tanto da vedersi accostato a maestri del calibro di Clive Barker.Nella circostanza Buzi abbandona l’horror, anche se le atmosfere che dipinge sono quelle tipiche del racconto dell’orrore, e affonda deciso nell’erotico.“La signora dalla maschera d’oro”, infatti, offre il meglio di sé proprio quando Buzi spinge sul pedale dell’erotismo (e lo fa subito con il primo capitolo), con un’attitudine al genere che ha quasi del fenomenale. Non mancano alcuni difetti (l’eccessivo impiego di alcune parole volgari, a esempio, a mio avviso stona con la cura del testo che lo scrittore è stato capace di offrire), a ogni buon conto la parte erotica è senz’altro ottima.Meno brillante, invece, è l’anima thriller del romanzo, a causa del fatto che Buzi scopre subito le carte in tavola facendo capire chi siano gli adepti della setta. Al lettore, quindi, non resta che domandarsi chi sia “la signora dalla maschera d’oro” poiché ogni altra cosa è già stata svelata. Anche dal punto di vista dell’identità della protagonista femminile le cose non vanno meglio. Il lettore, difatti, viene spinto a credere di trovarsi al cospetto di una sorta di dea diabolica dagli occhi felini, ma alla fine il mistero si risolverà con una soluzione decisamente terrena.Elegantissime le descrizioni ambientali, piuttosto noiosette e ripetitive, invece, quelle in cui vengono descritte le ricerche via internet eseguite dal gruppetto di amici.In conclusione un romanzo che scorre via bene, ma che alterna eccellenti momenti con altri fiacchi. Indicato a chi apprezza narrativa erotica. Voto: 7
mercoledì 10 novembre 2010
Recensione cinematografica: DEMO per futuro progetto dedicato allo spaghetti western

Produzione: Italia-Spagna-Germania, 1964
Regia: Sergio Leone (Bob Robertson).
Soggetto: Sergio Leone d Duccio Tessari
Sceneggiatura di Sergio Leone, Duccio Tessari, Fernando Di Leo, Tonino Valerii, Jaime C. Gil, Victor A. Catena.
Interpreti Principali: Clint Eastwood, Gian Maria Volonté (John Wells), José Calvo, Marianne Koch, Sieghardt Rupp, Margarita Lozano, Antonio Prieto, Josef Egger, Bruno Carotenuto (Carol Brown), Mario Brega (Richard Stuyvesant)
Durata 100 min.
Giudizio: ****1/2
La trama
Un pistolero americano (Eastwood), in sella a un mulo, arriva in un paesino di frontiera messicano in cui due bande si contendono il controllo della città. Una, la più animalesca, è comandata da Ramon (Volonté), un delinquente abile nell’utilizzo del fucile; l’altra, la più borghese, è guidata da una donna autoritaria (Lozano) che tiene sotto scacco figli e marito e si rivolge allo straniero con la frase “sono una donna abbastanza ricca per apprezzare gli uomini che si possono comprare”.Il pistolero, aiutato da un locandiere (Calvo) e dal becchino del paese (Egger), sfrutta l’occasione per mettere le due fazioni l’una contro, strappando soldi in cambio di informazioni relative a circostanze dallo stesso messe in scena.
Il commento
Come abbiamo visto in sede di introduzione, nonostante quanto si dica in giro (ovviamente non sui libri o alle rassegne di settore), “Per un pugno di dollari” non è il primo western italiano in senso assoluto. Tuttavia è innegabile sostenere che si tratti del film pilota del futuro “Spaghetti western”. Al di là del soggetto, che come vedremo è tutt’altro che originale, a fare la differenza tra questo film e i precedenti, sia italiani che europei, è la regia e la sfumatura malinconica, condita da un’ironia cinica e da scene intrise di una violenza fino a quel momento aliena al panorama western. In altri termini, rispetto ai western americani e ai primi western europei che cercavano di ripercorrere i sentieri tracciati da registi come John Ford o John Sturges, tanto per citare i più rappresentativi, qui si assiste a un qualcosa di rivoluzionario e molto coraggioso che va a scardinare i limiti in cui si era sempre mosso il genere, per dar vita a un prodotto diverso. L’impostazione di Leone fu quindi una sorta di azzardo che sulle prime non piacque a molte persone, anche per via del flop al botteghino ottenuto dal regista nel 1961 con il peplum “Il colosso di Rodi” (opera di suo debutto). Diversi attori, tra i quali Rory Calhoun (protagonista de “Il colosso di Rodi”) e Mimmo Palmara (preferì lavorare sul set de “Le pistole non discutono”), rifiutarono di partecipare al progetto; i produttori, Arrigo Colombo e Giorgio Papi, destinarono a Leone un budget limitato concentrando i loro sforzi sul western “Le pistole non discutono” che Mario Caiano stava girando in contemporanea a Leone e che veniva considerato il western di punta della Jolly Film (casa che distribuiva anche “Per un pugno di dollari”). Lo stesso Leone (che per ragioni commerciali si firma Bob Robertson, anglicizzando il nome d’arte del padre, Roberto Roberti, anch’esso regista negli anni ’20), terminato il film, non immaginava come avrebbe reagito il pubblico, tanto che alla prima uscita, temendo che la pellicola potesse esser ritirata dal circuito cinematografico per scarso successo, decise di acquistare una cinquantina di biglietti per fare in modo che il film potesse restare il più a lungo in programmazione. “Per un pugno di dollari”, in sostanza, nasce come un’avventura lavorativa che riunisce un manipolo di giovani autori che in seguito sarebbero diventati i maggiori rappresentanti del genere e che direttamente o indirettamente hanno contribuito al successo del film.Come abbiamo già anticipato, il soggetto non è originale. Leone, su consiglio pressante del futuro regista de “Lo chiamavano Trinità”, cioè Enzo Barboni - all’epoca operatore di macchina - e si dice anche di Sergio Corbucci fu invitato a vedere il film “La sfida del Samurai” uscito in Italia nel 1963 per la regia di Akira Kurosawa. Barboni si diceva convinto che il soggetto del film giapponese sarebbe potuto diventare un eccellente base per un western, un genere che in Italia tutti sognavano di realizzare a partire dallo stesso Leone ma che in pochi si azzardavano a proporre. La visione del film fu così elettrizzante per Leone che, memore del successo ottenuto in Italia da “I magnifici sette” anch’esso ispirato da un’opera di Kurosawa (“I sette samurai”), decise subito di lavorare sul soggetto, badando però a non stravolgere la trama. È in questa fase di scrittura che intervengono tre autori che metteranno una forte impronta nella cinematografia di genere italiana, cioè Duccio Tessari, Fernando Di Leo e Tonino Valerii (che collaborerà anche come aiuto regista) all’epoca rispettivamente di 38, 32, 30 anni.Tessari, in modo particolare, intervenne anche sul soggetto, conferendogli quel taglio ironico-farsesco (stupendi, al riguardo, il finale - con il becchino che prende le misure per preparare le bare, mentre lo straniero se ne va lasciandosi alle spalle un’infinità di cadaveri – e la scena del cimitero con il locandiere che, in risposta alla disposizione da parte dello straniero di due cadaveri messi ai lati di una tomba per farli sembrare vivi, commenta: “e inoltre non mi piace che tu li abbia sistemati proprio lì, c’è sepolto l’unico morto di polmonite di questo maledetto paese!”) che sarà dallo stesso portato alle estreme conseguenze con il suo successivo “Una pistola per Ringo” e che caratterizzerà, salvo qualche eccezione, tutta la sua produzione. Senz’altro determinante, in chiave drammatica, è l’apporto di Fernando Di Leo che da questo film in poi metterà il c.d. zampino in molti capolavori del genere quali “Navajo Joe”, “Django”, “I lunghi giorni della vendetta”, “Le colt cantarono la morte” fino a debuttare alla regia dando la vita a dei noir che sarebbero diventati autentici gioielli della cinematografia mondiale (“Milano calibro 9”, “La mala ordina”, “Il boss”). Gli sceneggiatori, inoltre, sono stati molto bravi a presentare nel corso della narrazione tutti quegli elementi che si riveleranno determinanti nel magistrale finale. Viene infatti mostrato a circa metà film la passione e la cura ossessiva con cui Ramon spara col suo fucile, mirando sempre al cuore di un’armatura che utilizza come bersaglio. Viene anche proposto un quesito, che vede protagonista e antagonista non concordare tra di loro circa la maggiore efficacia del fucile sulla pistola in un ipotetico duello tra due uomini diversamente armati, che troverà risposta proprio nell’epilogo. Quindi, in definitiva, nonostante un budget limitatissimo che impedisce di utilizzare scenografie diverse da quelle del minuscolo paese teatro dei fatti, gli sceneggiatori riescono a intessere una storia che cattura dal primo all’ultimo minuto lo spettatore, grazie a dialoghi ben studiati e di effetto.Ma il pregio del cast tecnico non si limita a questo poker di professionisti, ma può contare almeno altri due grandi personaggi del nostro cinema: Ennio Morricone che, dopo quasi un decennio di gavetta nel mondo del cinema, esplode in modo prepotente proprio con questa opera confezionando una colonna sonora che sarebbe diventata intramontabile; e Massimo Dallamano, sottovalutato ma già esperto addetto alla fotografia, che riuscirà a imporsi, prima di trovare la morte in un tragico incidente stradale, anche alla regia con perle quali il poliziesco con elementi thrilling “La polizia chiede aiuto” e il giallo “Cosa avete fatto a Solange?”.Premesse queste importanti e dovute segnalazioni, veniamo alla regia di Sergio Leone. La prima cosa che salta alla mente è il ritmo e la cura dei dettagli, con primissimi piani (sugli occhi, sulle pistole, sugli speroni, sulle gocce di sudore) e zoomate che, fino a quel momento, non si erano mai viste nei prodotti hollywoodiani. Un’altra trovata del regista è costituita dalla proposizione di inquadrature dove viene ripreso un duello senza mai staccare la telecamera (aspetto invece caratteristico dei film americani). Il genio di Leone, però, va alla grande sensibilità di saper sfruttare le musiche di Morricone per combinare sequenze intrise di una poetica leggendaria, in questo viene anche aiutato dall’eccellente montaggio di Roberto Cinquini e dall’ottimo lavoro eseguito dietro alla macchina da presa da un altro professionista che poi debutterà nella regia e offrirà il meglio di sé nel poliziottesco (“Squadra volante” e “Mark il poliziotto” i suoi masterpiece): Stelvio Massi.Il film parte subito in quarta con dialoghi che fanno dell’ironia la loro arma vincente e con un personaggio protagonista totalmente sopra le righe e guascone. Un personaggio che non è un vero e proprio eroe (è un materialista che non mantiene la parola data), anzi è una canaglia dal passato misterioso e sofferto che lo porta, in qualche momento, a simpatizzare per i più deboli come dimostra il momento in cui libera la donna, interpretata dalla Koch, tenuta segregata dalla banda di messicani rispondendo alla sua domanda “perché fate tutto questo per noi?” con la frase “è una storia troppo lunga da raccontare”. Ma non è solo l’ironia a catturare l’attenzione dello spettatore, bensì i duelli e le sparatorie che si aprono dopo appena 4 minuti con un memorabile duello uno contro quattro, con il protagonista che ordina al becchino di preparare tre casse (correggendosi dopo la sparatoria con la frase: “volevo dire quattro casse”) prima di andare a provocare i quattro bulli locali che lo avevano importunato al suo arrivo in paese. Farà scuola, al riguardo, la scelta registica di Leone di riprendere il tutto posizionando la telecamera di lato alla fondina da cui Eastwood estrarrà la sua colt.Nel film sono poi presenti almeno altre tre sequenze memorabili. La prima è l’imboscata che i messicani, travestiti da Yankee, organizzano ai danni dei soldati messicani sul Rio Bravo. Sequenza che diventerà una specie di firma di Leone e che, in un modo o nell’altro, tenderà a riproporre un po’ in tutti i film in modo particolare in “Il buono, il brutto e il cattivo” e “Giù la testa”. Particolarmente interessante, poi, soprattutto sotto il profilo della fotografia (Dallamano non ricorre a filtri, ma sfrutta il fuoco come elemento per far luce sugli attori) è lo sterminio dei Baxter, con la casa che va completamente a fuoco e il protagonista che osserva l’esecuzione dei Baxter dall’interno di una bara, sputando commenti al vetriolo (“Ferma, non voglio perdermi lo spettacolo” dice al becchino che lo sta trasportando fuori paese, per sottrarlo alla banda di messicani che lo sta cercando per ucciderlo). È infine straordinario l’epilogo con Eastwood che, in mezzo ai fumi dell’esplosione di un carico di dinamite e con una soundtrack da brivido, avanza sfidando il narcisismo dell’antagonista (“Beh che ti succede, Ramon, ti trema la mano o forse hai paura. Al cuore Ramon, se vuoi uccidere un uomo devi colpirlo al cuore. Sono parole tue, no? Al cuore, Ramon, al cuore…altrimenti non riuscirai a fermarmi!”), rialzandosi a ogni colpo di fucile sparato dal messicano grazie a una lastra metallica che lo protegge dai colpi e che tiene nascosta sotto il poncho. Innovativo inoltre il ricorso alla soggettiva finale, con mdp che oscilla a simulare gli ultimi istanti di vita di un uomo sul punto ormai di morire. Questo espediente, da Leone in poi, diventerà un marchio di fabbrica del cinema italiano di genere in generale e più in particolare del thriller e dell’horror, con registi come Dario Argento e Lucio Fulci che ne diventeranno i principali specialisti.Un’ultima segnalazione merita anche la scena con le mdp che cerca Eastwood nascosto sotto l’asse di legno su cui si muove un Ramon inferocito che lo cerca per ucciderlo (escamotage che sarà citato miriade di volte, come avvenuto di recente nell’ultimo film di Tarantino “Bastardi senza gloria”, quando un gerarca nazista cerca un manipolo di ebrei nascosti nella casa di un contadino francese).Veniamo al cast artistico. Nei panni del protagonista troviamo un giovanissimo Clint Eastwood, all’epoca conosciuto solo per aver ricoperto ruoli di protagonista per film wesrtern destinati al circuito televisivo americano. Eastwood fu indicato a Leone da un agente, dopo che vari autori avevano rifiutato il ruolo. Al regista non convinceva (dirà in seguito: “Eastwood aveva due espressioni, con il cappello o senza cappello”), ma il suo onorario era basso e visto il budget non si sarebbe potuto fare altrimenti. Per il doppiaggio dell’attore viene scelta l’ottima voce dell’attore Enrico Maria Salerno e la professionalità di Salerno ha senz’altro contribuito a impreziosire la granitica interpretazione dell’attore Californiano, comunque il linea con la freddezza del suo personaggio. Peraltro questa figura del pistolero straniero che vaga con un poncho marrone e un cigarillo e alla cui base c’era anche il titolo originario del film “Il magnifico straniero”, poi modificato con il meno pertinente “Per un pugno di dollari”, sarà mantenuta anche per i due western successivi di Leone; inoltre fungerà da ispirazione per il primo western che - nel 1973 - vedrà dietro alla mdp proprio Clint Eastwood ovvero l’eccezionale “Lo straniero senza nome”, opera che citerà lo spaghetti western e più in particolare “Per un pugno di dollari” (abbiamo uno straniero apparso dal niente che crea scompiglio in città) e “Django il bastardo” di Sergio Garrone (da cui riprende l’elemento del pistolero morto che ritorna in una forma spettrale per vendicarsi). Notevole, invece, Gian Maria Volonté. Volonté, chiamato all’ultimo a sostituire Mimmo Palmara, all’epoca era un promettente attore sia teatrale che di cinema di critica sociale. In entrambi casi, il fato ha voluto che i problemi nell’ingaggio degli attori abbiano avuto un peso che anziché rivelarsi negativo si è rivelato un autentica manna dal cielo. Infatti, a partire da questo film, sia Eastwood che Volonté riusciranno nella loro carriera a ritirare un’infinità di premi e riconoscimenti.Completano il cast un gruppo di caratteristi italiani, spagnoli e tedeschi non di grande valore artistico, ma comunque funzionali alla causa. Tra questi mi preme ricordare il simpatico Josef Egger (sarà riconfermato nel successivo “Per qualche dollaro in più”), nei panni del becchino del paese (eccellente il doppiaggio), il grande Mario Brega, mitico attore feticcio di Leone, e José Calvo che ritroveremo anche in altri western quali “I giorni dell’ira” ma anche in film di Dino Risi e Luigi Comicini.Per concludere, “Un pugno di dollari” introduce tutti quegli elementi che faranno la fortuna dello spaghetti western ossia la violenza (vedere le torture cui vengono sottoposti il protagonista e il locandiere, con pestaggi e bruciature di sigaro), l’ironia e quel tocco poetico e malinconico che Hollywood raramente è riuscita a eguagliare.
Le citazioni:
1) “Devo ancora trovare un paese dove non c siano padroni”
2) “Fate male a ridere. Al mio mulo non piace la gente che ride, ha subito l’impressione che si rida di lui, ma se mi promettete di chiedergli scusa, con un paio di calci in bocca ve la caverete”
3) “Quando uno che ha quella faccia fa quel mestiere, vuol dire due cose: che è veloce ma anche intelligente, quindi troppo pericoloso per voi”
4) “La vita di un uomo, da queste parti, è spesso legata al filo di un’informazione”
5) “Quando un uomo con una pistola incontra l’uomo con il fucile, l’uomo con la pistola è un uomo morto”.