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mercoledì 16 luglio 2025

Recensione Narrativa: IL GUARDIANO DELL'ABISSO di Emiliano Federico Caruso.

Autore: Emiliano Federico Caruso.
Anno: 2024.
Genere: Horror.
Editore: Dagon Press.
Pagine: 190.
Prezzo: 9.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini

Perla nascosta nel catalogo Dagon Press, collana Narrativa Lovecraftiana, firmata dal giornalista romano Emiliano Federico Caruso. Abbiamo conosciuto Caruso in Weird Volume I dove ci aveva favorevolmente impressionato. Giornalista e narratore molto prolifico: dichiara di scrivere venti racconti all'anno. Ha condotto reportage in buona parte dell'Europa, recandosi persino a Pripjat, nei pressi delle centrale nucleare di Chernobyl. Collaboratore de Il Fatto Quotidiano, non nasconde la sua passione per il weird delle origini. Qua si conferma con una prova di carattere internazionale sotto tutti i punti di vista che, certamente, sarebbe piaciuta a Lovecraft. Notevole la struttura del testo, una vera e propria antologia circolare composta da tre racconti e da un quarto che funge da collante all'intera vicenda. Ne viene fuori un'opera dal taglio cinematografico/fumettistico, che ricorda certe soluzioni cinematografiche degli anni '60 messe al servizio di film a episodi, grazie al fortissimo fil rouge (echi di Dylan Dog) che si presta a essere sviluppato per dare seguito a una vera e propria serie. Il volume, peraltro, è corredato da moltissime illustrazioni pertinenti al testo che, oltre ad abbellire la fisionomia di Lovecraft dandogli un taglio da personaggio dei fumetti, aiutano a tratteggiare l'estro onirico e fascinoso dell'autore.

L'ìdea base è quella di un Howard P. Lovecraft passato a miglior vita e isolato – non poteva essere altrimenti – in un limbo tra realtà e finzione. È lui il Guardiano dell'Abisso che da il titolo al libro (e al racconto che funge da collante) ed è chiamato, per sua scelta, a proteggere il mondo degli uomini dal parto della sua mente e da quella degli artisti del macabro che, con le loro opere (narrative, cinematografiche e pittoriche), partoriscono mostri che travalicano la dimensione della fantasia per apprestarsi a irrompere nella realtà tramite il piano del limbo.

Caruso sposta dunque la componente soprannaturale dal contesto cosmico/fantascientifico di Lovecraft e da quello infernale proprio di altri autori di matrice cristana a un livello prettamente umano e svincolato da religioni. I mostri sono prodotto della mente degli uomini e solo quando vengono partoriti da soggetti particolarmente sensibili acquisiscono consistenza fisica.

Così vediamo HPL intervenire, aiutato da un'assistente alquanto particolare, per porre rimedio alle conseguenze connesse alla produzione artistica. Lui stesso deve ricorrere alla penna per depotenziare le creature, attraverso la realizzazione di opere di fantasia, per poi ucciderle in prima persona sul piano del limbo. Con tale geniale e originale escamotage, Caruso passa da un racconto all'altro omaggiando non solo Lovecraft (The Case of Charles Dexter Ward), ma anche Ambrose Bierce (The Damned Thing, 1898), Stephen King (The Outsider, 2018), Bram Stoker (Dracula, 1897), Ramsey Campbell (The Inhabitant of the Lake), Clive Barker (Hellraiser, 1986, con una specie di soluzione che richiama la scatola di Lemarchand, ma anche The Book of Blood), Arthur Machen (The Inmost Light) e lo fa con un'eleganza e un gusto pittorico sorprendente che arriva a richiamare alla memoria visioni di Zdzislaw Beksinki (palazzi ciclopici) e di Arnold Boecklin (L'Isola dei Morti).

A parte qualche incongruenza nel primo elaborato (il villain mutila il corpo del protagonista andando contro al suo reale interesse, che era quello di impossessarsi di quel corpo), intitolato Scritto sulla Carne, i racconti sono ben bilanciati e sviluppati ad ampio respiro. Il male trapela fin dall'inizio ma esplode solo nella parte finale, facendolo sempre con ampio dispiego di “effetti speciali”. Caruso è un maestro di sense of wonder, riesce sempre a creare scenari mozzafiato sia che si muova in contesti fantastici (l'altro mondo), sia che si trovi in Scozia o tra i canyon dell'India. Il primo racconto, probabilmente il più complesso ed esoterico in virtù dei costanti rimandi a grimori quali il De Vermiis Misteriis, il Necronomicon e il Cultes des Goules, fonde le tematiche lovecraftiane a Dracula (non morto che riposa nei sotterranei di una villa, manovrando segugi) e a Machen (essenza vitale dell'uomo racchiusa in un involucro – il filatterio - con possibilità di conquistare l'immortalità e proseguire nello studio).

Più votato all'azione cinematografica L'Incubo senza Nome, dove si passa dall'interno di una villa a scenografie esterne in pieno contesto naturalistico. Al centro dell'intreccio vi è il tentativo di riavviare una miniera d'argento improvvisamente abbandonata. Da notare, come già fatto nel primo racconto, l'abitudine dell'autore a fornire dettagli per tutto il corso del testo, soffermandosi su elementi che poi acquisiranno rilevanza all'epilogo. Nella fattispecie, dopo una serie di ritrovamenti,  l'analisi del territorio porterà alla scoperta di un predatore trasparente ricoperto da una bava corrosiva. Contesto scenografico straordinario e mozzafiato, tra Boecklin (tempio che sorge su un isola rocciosa) e The Inhabitant of the Lake di Ramsey Campbell. Sviluppo cadenzato dall'attesa, con un ambiente boschivo circostante che rende opprimente l'intera narrazione fino al regolamento di conti finali, dove subentreranno Ambrose Bierce, Alien e il King della parte finale di The Outsider. Un gioiellino a tutti gli effetti.

Ci spostiamo nei canyon indiani – anche se si ha più la sensazione di essere sull''Himalaya con vaghi rimandi a Parasite Planet di Stanley Weinbaum – con Oltre le Mura di Kanath. Caruso utilizza lo stereotipo lovecraftiano dello studioso di religioni (già al centro del primo racconto) e di folklore locale, che parte all'avventura un po' come il protagonista di The Novel of the Black Seal di Machen. Accompagnato da un soggetto, che poi si ricollegherà ai personaggi del primo racconto dell'antologia così da dare una circolarità al testo, il professore si muoverà alla caccia di una civiltà perduta (ovviamente dedita al culto di divinità cosmiche) finendo per liberare inavvertitamente, dalle profondità della terra, una creatura tentacolare vorace di carne umana. Ben costruito e ben gestito, anche se meno qualitativo dei precedenti (sia chiaro, resta un grandissimo racconto).

Il finale del volume è dedicato alla traccia pilota, così come avvenuto per l'inizio, con Lovecraft che spiega il suo ruolo e rivela come si struttura il mondo ovvero attraverso una serie di dimensioni sovrapposte (il Piano abissale o della fantasia, il Piano del Limbo dove si muove il Lovecraft dell'antologia e il Piano della Realtà) e intercomunicanti, dove gli esseri possono passare da una dimensione all'altra attraverso specifici portali (idea base anche della serie The Lost Level di Brian Keene). I mostri sarebbero parti del piano abissale, esseri da esorcizzare attraverso gli stessi racconti che li generano e da eliminare nel piano del limbo prima che passino nel piano della realtà.

Sicuramente, tra i migliori volumi del catalogo Dagon Press. Piacerà a tutti gli ortodossi di Lovecraft e della letteratura del terrore di inizio novecento. Caruso è un grande scrittore weird, forse ancora troppo sconosciuto rispetto ad altri che non gli sono certo superiori. Buono il prezzo, ottima la confezione. Per Pietro Guarriello, editore della casa editrice, diciamo: di più, nin zò”.

L'autore Emiliano F. Caruso.

 

Ogni tanto, diciamo una dozzina di volte per generazione, nasce un artista dalla fantasia così forte che le sue creazioni possono lasciare il piano abissale dove nascono, attraversare questo limbo dove ci troviamo ora, e arrivare sino al piano della realtà. Hai presente tutti quei casi dove, nel mondo reale, le persone credono di vedere fate, demoni, sirene o altro? Non sono visioni, ma creature reali, che grazie alla fantasia degli artisti hanno attraversato i piani dimensionali.

venerdì 11 luglio 2025

Recensioni Cinematografiche: JURASSIC WORLD - LA RINASCITA di Gareth Edwards.

Produzione: Patrick Crowley e Frank Marshall.
Soggetto e Sceneggiatura: David Koepp.
Regia: Gareth Edwards.
Fotografia: John Mathieson.
Colonna Sonora: Alexandre Desplat.

Interpreti Principali: Scarlet Johansson, Mahershala Ali, Jonathan Bailey, Rupert Friend, Manuel Garcia-Rulfo...
Durata: 133 min.

Commento Matteo Mancini.

Settimo capitolo della saga Jurassic Park / Jurassic World, colossale prodotto commerciale nato nel 1993, dalla penna dello scrittore Michael Crichton, sotto l'egida di Steven Spielberg, firma sui primi due capitoli e produttore esecutivo degli altri. Il settimo capitolo è all'insegna delle origini della serie. Torna alla sceneggiatura David Koepp, sceneggiatore dei primi due capitoli e regista di un certo successo (si pensi agli adattamenti da Richard Matheson, Stir of Echoes – Echi Mortali, o da Stephen King, Secret Window). Koepp apporta esperienza e garantisce di evitare scivoloni troppo marcati. Stiamo parlando di uno degli autori più autorevoli di Hollywood nell'ambito dei cosiddetti blockbuster, con alle spalle successi quali La Morte ti fa Bella (1992) di Robert Zemeckis, Carlito's Way (1993), Mission Impossible (1996) e Omicidio in Diretta (1998) di Brian De Palma, Panic Room (2002) di David Fincher, Spider-Man (2002) di Sam Raimi, Angeli e Demoni (2009) e Inferno (2016) di Ron Howard, La Guerra dei Mondi (2005) e Indiana Jones e Il Regno del Teschio di Cristallo (2008) di Steven Spielberg. Dunque uno sceneggiatore molto ambito dai migliori registi di intrattenimento di Hollywood, con una capacità di muoversi anche nelle maglie del B-Movie, come testimoniano pellicole come Arma non Convenzionale (1990) di Craig Baxley o L'Uomo Ombra (1994) di Russel Mulcahy. Dunque una perfetta alchimia tra gusto per i prodotti commerciali di serie A e la graffiante serie B di impronta pulp.

Steven Spielberg, la cui presenza occulta edulcora il prodotto dagli effetti splatter (che qua sarebbero stati indicati), gli affida il compito di rilanciare un franchise andato in declino con i vari Jurassic World – Il Regno Distrutto (2018) e Jurassic World – Il Dominio (2022), obiettivamente i più coraggiosi per scrittura dell'intera serie ma anche i meno riusciti.

Koepp riparte dalle origini senza inventare niente e senza cercare innovazioni narrative. Si punta tutto sulla semplicità. Predispone un soggetto classicissimo che prevede una missione, affidata a un manipolo di mercenari, di andata e ritorno da un'isola off limits infestata dai dinosauri (sull'esempio de Il Mondo Perduto). Curioso vedere come Koepp azzeri quanto costruito dai due precedenti capitoli. Non vi è possibilità di interazione tra uomini e dinosauri. Viene spiegato che i grandi rettili periscono alle latitudini diverse dall'equatore segnando, di fatto, una dichiarazione di fallimento da parte dei produttori dei due capitoli precedenti che avevano lavorato in direzione opposta, col tentativo (centrato) di rianimare il “giocattolone” ritornando alle origini. Ne esce fuori un copione non troppo dissimile a quello di Jurassic Park III (2001) che si muove sulle coordinate tracciate da film come Kong - Skull Island (2017) di Jordan Vogt-Roberts. Koepp caratterizza alcuni personaggi principali: la militare Zora Bennett (una sexy Scarlett Johansson in un ruolo da eroina sui modelli delle varie Sigourney Weaver, Rhona Mitra, Kate Beckinsale e Mila Jovovich), lo scienziato “socialista” Henry Loomis (affidato al simpatico Jonathan Bailey), il cinico ed egoista Martin Krebs (Rupert Friend) e un gruppetto costituito da una famigliola che si ritrova nel punto sbagliato al momento sbagliato. Fungono da completamento altri personaggi meno caratterizzati, tra i quali il caposquadra Mahershala Ali, duplice vincitore del premio oscar. Niente di pindarico. I personaggi sono stereotipati, ma funzionali al luna park orchestrato da Gareth Edwards, regista abituato a muoversi tra animatronics e robot giganti (qua, per fortuna, non c'è solo computer grafica) dopo l'esperienza maturata sul set di Godzilla (2014). Un finale in vena di perbenismo melenso e una critica ipocrita (visto i nomi dei soggetti coinvolti in produzione) al sistema capitalistico al soldo delle grandi multinazionali farmaceutiche cercano di dare un fondo e un peso specifico al background di una vicenda che, in realtà, è una grande avventura cadenzata da una tensione pressoché onnipresente e sorretta da effetti speciali quanto mai pazzeschi. Eccezionale, tra l'altro, la cura nei dettagli, dai peli che si notano tra le zampe di un titanosauro al dettaglio di un occhio di Mososauro che guarda dall'interno dell'acqua la preda che si muove oltre la superficie.

A parte un paio di momenti riservati alla caratterizzazione dei personaggi (con i dialoghi a tenere banco), Edwards punta tutto sul ritmo e sulle citazioni cinematografiche che sono davvero copiose. Tanti gli omaggi a Spielberg. Tutta la prima parte è un tributo sbandierato a Jaws, con tanto di scene e battute ricalcate (la Johansson a prua col fucile pronto a sparare sul Mosasauro, i movimenti di macchina scelti da Edwards che segue l'imbarcazione lanciata sulla scia del rettile, il mosasauro che addenta un componente dell'equipaggio e si allontana tenendolo in bocca a pelo d'acqua come lo squalo con Quint). Omaggi poi per L'Orca Assassina (il mosasauro che salta sulla barca, la tipa che scivola verso l'acqua alla maniera di Bo Derek), il primo Jurassic Park (il prologo; lo striscione iniziale che cade dall'alto; la scena con gli uccelli modificati ricalcata su quella con i Raptor nella cucina del primo capitolo; quella con i titanosauri ricalcata sulla prima apparizione dei brontosauri nel primo capitolo), Il Mondo Perduto (scena del T-Rex che “slingua” incagliato tra due rocce), Jurassic World (presenza di dinosauri modificati geneticamente), Alien (il mostro modificato geneticamente che debutta in questo capitolo ha una testa modellata sulla creatura di Giger), Skull Island (elicottero abbattuto dal mostro modificato geneticamente), Paradise Beach (un parasaurolophus mezzo decomposto su cui hanno banchettato altri dinosauri) e addirittura Gremlins (con un cucciolo di dinosauro tenuto nello zainetto da una ragazzina) e Predator (scena dell'elicottero incagliato tra gli alberi con le medagliette dei militari penzolanti). Infinita la sfilata dei dinosauri, credo mai così numerosi, con grandi ritorni (favolose le sequenze col T-REX e quelle con gli Spinasauri, qua tutte e due le razze provette nuotatrici!?) e gradite novità, tra le quali spicca il Quetzalcoatlus che nidifica in una sorta di tempio rimando al dio serpente piumato atzeco. Gestito alla perfezione anche il Mosasauro, mai così convincente nella serie e presentato come una sorta di balenottera azzurra.

Insomma, siamo alle prese con un vero e proprio lunapark che farà impazzire grandi e piccini affezionati alla serie, risollevando un franchise che era in declino. Il limite del progetto è costituito da un copione fin troppo collaudato, che niente azzarda restando costantemente in comfort zone. La sceneggiatura è essenziale. Niente di più che sufficiente. Spiccano la regia, una certa ironia nei dialoghi (brava la Johansson, che combina fisicità a un certo approccio scanzonato aiutato da un umorismo in vena di freddure british) e soprattutto degli effetti speciali da oscar (penso che sia stata messa una seria ipoteca sul prestigioso premio). La musica convince quando va a riprendere il vecchio sound di John Williams, qua arrangiato in più mood.

Che altro aggiungere? Penso si possa definire il migliore tra i Jurassic World, secondo solo a Jurassic Park e, probabilmente anche per essere uscito ventiquattro anni dopo, a Jurassic Park 3 (meno convincente, però, nel soggetto rispetto al lavork di Koepp).

Eloquente il responso del botteghino che lo ha già proiettato, dopo la prima settimana di presenza nelle sale, al primo posto per incassi stagionali nella prima settimana di permanenza nelle sale con un introito che ha già superato il budget del film. E se il buon giorno si vede dal mattino, è plausibile attendersi l'incasso più elevato della stagione cinematografica. Non male, per una serie in crisi. Posso testimoniare, a fine proiezione, gli applausi del pubblico rimasto soddisfatto dalla visione. Operazione rinascita riuscita.

domenica 6 luglio 2025

Recensioni Cinematografiche: F1 (2025) di Joseph Kosinski.


Produzione: Lewis Hamilton, Brad Pitt, Jerry Bruckheimer, + 4.
Sceneggiatura: Eheren Kruger.
Regia: Joseph Kosinski.
Montaggio: Stephen Mirrione.
Fotografia: Claudio Miranda.
Colonna Sonora: Hans Zimmer.

Interpreti Principali: Brad Pitt, Damson Idris, Kerry Condom, Javier Bardem, Kim Bodnia...
Durata: 156 min.

Commento Matteo Mancini.

Quando nel 2001 Sylvester Stallone tentò di scrivere e produrre un film sul mondo della Formula 1, la FIA – federazione di riferimento del circus – non raggiunse l'accordo desiderato. Stallone fu costretto a ripiegare sul campionato CART, all'epoca molto più in voga e seguito di oggi (vi si laurearono campioni piloti quali Jacques Villeneuve e Juan Pablo Montoya, che poi arrivarono in F1 con grossi successi, e altri come Cristiano Da Matta e, prima di lui, Michael Andretti che tentarono con minor fortuna il medesimo percorso o chi, come Alex Zanardi, si alternò tra le due formule). Il film diretto dal finlandese Renny Harlin, che aveva già lavorato con Stallone alla regia di Cliffhanger (1993), fu un flop al botteghino, pur se interpretato e sceneggiato da Sly, con attori quali l'aggressiva Gina Gershon (interprete successivamente di Donatella Versace nel film biografico dedicato alla stilista) e il tedesco Til Schweiger, che poi entrerà nell'immaginario collettivo degli amanti di film di genere per il ruolo di Hugo Stiglitz in Bastardi senza Gloria (2009). Sorprende, a distanza di ventiquattro anni e a fronte del fallimento di un progetto pressoché identico, verificare il grosso successo riscontrato da F1 (2025) di Joseph Kosinski. Le due sceneggiature, non esenti da momenti trash (soprattutto in Driven, penso all'inseguimento stile Delitto in F1 con le monoposto che scorrazzano per la pubblica via) ed esagerazioni (macchine che volano oltre le recinzioni della pista), sono pressoché costruite su un medesimo soggetto e ciò rivaluta, gioco forza, il lavoro di Stallone. Abbiamo un vecchio pilota, fuori dal giro da anni (Brad Pitt), richiamato nel circus da un compagno di squadra degli anni '90 per far crescere un talentuoso pilota ancora da “registrare”. Se nel film di Stallone il rookie (con tanto di assistenza manageriale del fratello mutuata da F1) era impegnato per la vittoria del mondiale, nel film di Kosinski la scuderia, a metà campionato, è a secco di punti e deve, pena chiusura dei battenti, vincere almeno una corsa (obiettivo, sulla carta, impossibile). Questo il soggetto, praticamente ricalcato su Driven, realizzato da una produzione che coinvolge sette produttori trainati dal nome di culto Jerry Bruckheimer (produttore in auge da metà anni '70, con alle spalle produzioni di film quali American Gigolò, Top Gun, Flashdance, Beverly Hills Cop, Armageddon, Pearl Harbor, Pirati dei Caraibi, Top Gun: Maverick e molti altri ancora). 

Driven, il film da riscoprire.

Kosinski cerca il realismo visivo e lo ottiene, forte di un talento nelle scene d'azione già dimostrato in Oblivion (2013) e Top Gun: Maverick (2023). Vengono utilizzate macchine da presa di piccole dimensioni, montate sui caschi e sui musetti delle auto, così da variegare le inquadrature e cercare sempre l'effetto mozzafiato. Si tratta, tuttavia, di un realismo del tutto stralciato dall'inverosimiglianza della sceneggiatura. Ehren Kruger, candidato all'oscar per lo script di Top Gun: Maverick, sembra ritornare ai minimi storici delle tre nomination (di cui una vincente) ai razzie award ottenute dai vari Transformers di Michael Bay da lui sceneggiati. E' pur vero che le battute sono divertenti e regalano sorrisi, ma lo sviluppo delle corse e le strategie sembrano arrivare da film comici degni delle genialate confusionarie di Oronzo Canà. A corto di soluzioni tecniche, Brad Pitt (il cui personaggio monta su una f1, a distanza di trent'anni, adattandosi alla vettura in appena una sessione di prove), di cui viene mostrato un passato ricalcato sulla tragedia di Martin Donnelly (con tanto delle reali immagini dell'incidente, che ne concluse la carriera, montate nel film come si era soliti fare nei lowbudget italiani di avventura di fine anni '70 ovvero spacciandole per finzione filmica), chiama via radio la tattica caos, proponendo scorrettezze su scorrettezze. Si badi bene che i dialoghi radio, in F1, vengono sentiti da tutte le squadre, mentre nel film sono limitati all'ascolto della squadra in modo da rendere possibili le follie, di volta in volta, proposte. Kruger pare divertirsi nel dileggiare la F1. Prende spunto dall'episodio del crashgate avvenuto nel 2008 a Singapore, quando Briatore concordò con Piquet jr di provocare un incidente al fine di favorire Fernando Alonso, che poi vinse la prova. Il crashgate, episodio isolato e macchia nella carriera di Briatore, in F1 diviene la norma. Eppure l'episodio costò il licenziamento in tronco del General Manager della Renault, con richiesta di risarcimento per danno all'immagine alla casa produttrice francese. Nel film invece tutto viene preso come una simpatica furberia da avallare, tanto che lo stesso Alonso (in un passaggio sicuramente esilarante, dal punto di vista dell'auto ironia) si congratula con Pitt dicendogli: “Bel lavoro!”. La cosa che sorprende è che, a differenza di Driven, dietro alla produzione c'è la F.I.A., nota per i suoi atteggiamenti castranti dello spettacolo e per una pignoleria che arriva a sacrificare lo spettacolo a favore del rispetto fiscale delle regole con pregiudizio dei contatti e dei duelli rusticani. Qua, invece, la federazione legittima un prodotto stile corse anni '70, con scorrettezze di ogni tipo che rimandano anche all'episodio in cui Fernando Alonso ritardò l'uscita dal pit stop per danneggiare un avversario (all'epoca il compagno di squadra Hamilton). In aggiunta, se Stallone cercava di essere costruttivo e formativo al cospetto del giovane pilota da svezzare, il personaggio di Brad Pitt è l'esatto contrario, tutto costruito sulle furbizie e le scorrettezze a danno del fair play. Il finale del film è ricopiato da Driven, con le due Apx che insidiano in simultanea il battistrada (ovviamente Lewis Hamilton) finché una delle due non ha un incidente e l'altra riesce a prevalere.

Sempre da Driven arriva il coinvolgimento dei reali piloti e manager del movimento. Kosinski schiera le F1 della stagione 2024 e reali piloti e manager, con sequenze che rimandano persino a L'Allenatore nel Pallone 2 (si compari la sequenza con Banfi a Pressing e quella imbarazzante con Vasseur, Zack Brown e il responsabile della Apx che dialogano sulle scorrettezze della squadra).

 

L'incidente mostrato nel film del giovane Hayes (Brad Pitt)
non è stato ricreato sul set, ma è stato ripreso da un incidente avvenuto davvero 
nel 1990, in Spagna, quando Martin Donnelly, su 
Lotus, fu sbalzato fuori dall'autovettura riportando gravi ferite che
ne decretarono la fine della carriera. 

Insomma, un grande spettacolo visivo, che non annoia neppure per un minuto. Kosinski da il massimo alla regia e lo aiuta il magistrale montaggio del premio oscar (miglior montaggio con Traffic) Stephen Mirrione, un professionista che vanta due ulteriori nomination all'oscar (Babel, 2017, e Revenant, 2016) oltre che qualcosa come sei nomination Bafta. Il montaggio è l'arma di forza della pellicola, supportato da adeguati effetti sonori e da un'incalzante colonna sonora di Hans Zimmer. Dunque una grande prova tecnica, funzionale a essere esaltata dalla visione in sala, purtroppo messa al servizio di un copione mediocre e non all'altezza delle aspettative di un appassionato di F1. Kruger, un passato anche nell'horror (sue le sceneggiature di Scream 3, The Ring, The Ring 2, The Skelton Key e di Dumbo di Tim Burton), non sembra conoscere molto il mondo delle corse. Dimenticate, a esempio, la cura e l'epicità di Rush di Ron Howard o di Le Mans 66. I brividi emotivi di queste pellicole vengono sostituiti dai brividi effimeri dell'adrenalina pura che inchiodano nella visione, ma nulla lasciano usciti dal cinema. Kruger gioca tutto su sportellate, scorrettezze e furbizie infantili che, se proposte nella realtà, porterebbero alla radiazione del pilota e della squadra per gravi condotte antisportive (si veda l'episodio di Michael Schumacher nelle prove di Montecarlo). Al netto di tali problematiche, siamo comunque alle prese con un film che diverte e intrattiene, a condizione di staccare il cervello. Brad Pitt (solito personaggio spaccone) ruba la scena a tutti, sebbene non sfigurino gli altri (soprattutto Kerry Condom e Damson Idris). Male l'inserimento degli stralci di cronaca, da parte dei commentatori (nella versione italiana) di TV8, che si esprimono con frasi scollegate di circostanza sulla medesima lunghezza d'onda dei commenti tipici dei videogiochi tematici.

Sorprende in negativo inoltre il coinvolgimento dei personaggi del circus (tra i produttori e consulenti Lewis Hamilton), praticamente tutti presenti (come avveniva anche in Driven) che si prestano a offrire un brutto spot pubblicitario del mondo della F1 reso in una forma carnevalesca.

Per concludere, F1 è un film divertente, capace di intrattenere ma, allo stesso tempo, appare fin da adesso sopravvalutato e per certi versi (non certo quelli visivi) peggiore di Driven, non da ultimo per essere uscito oltre venti anni dopo senza la capacità di innovarsi in scrittura.

Joseph Kosinski e Brad Pitt discutono sul set.

giovedì 3 luglio 2025

Recenesione Narrativa: NOTTE HORROR 90 a cura di Christian Sartirana.

Curatore: Christian Sartirana.
Anno: 2025.
Genere:  Antologia AA.VV. Horror.
Editore: Acheron Books.
Pagine: 356.
Prezzo: 16.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Le bollenti notti di estate tornano a mitigarsi con i brividi di Notte Horror. Christian Sartirana, deus ex machina del progetto griffato Acheron Books, raddoppia gli sforzi e, dopo l'eccellente Notte Horror '80, estrae dal cilindro Notte Horror '90. Stesso format (racconti ambientati in Italia, negli anni di riferimento), ma più polpa. Oltre la metà degli autori della prima antologia vengono confermati. Se ne va Claudio Vastano, sostituito da un nome altrettanto importante nel circuito del weird: Francesco Corigliano (non farà meglio). Scende in pista in prima persona anche il curatore Sartirana (buona prova), confermatissimi Simone Corà, Marco Crescizz, Andrea Cavaletto e lo scrittore di casa Germano “Hell” Greco, oltre alla scoperta del progetto Stefania Toniolo, a cui si aggiungono Michela Mosca e Paolo Prevedoni. I racconti passano da dodici a quindici, per un incremento complessivo di circa cinquanta pagine, a fronte di un prezzo di vendita congelato sulle 16 euro.

Il tema sono i film horror degli anni novanta, una decade non così ricca di capolavori, se messa a confronto col florido periodo degli anni '80. Come ogni cosa, tuttavia, non mancano eccezioni, quali l'eccezionale omaggio lovecraftiano, girato da John Carpenter, Il Seme della Follia, o la folle contaminazione tra noir, pulp e grand guignol Dal Tramonto all'Alba, ma anche i piccoli gioielli The Night Flier e Punto di non Ritorno, fino alle conferma di Clive Barker con Cabal e Candyman e al grande ritorno del genio Wes Craven col film simbolo della decade: lo slasher irriverente Scream. E poi ancora... i grotteschi Dellamorte Dellamore o L'Armata delle Tenebre, per chiudere con la saga Tremors. Tutti ingredienti recepiti dagli autori del lotto e confluiti, in modo più o meno originale, nell'antologia.

Personalmente, ma il curatore non è d'accordo col sottoscritto, il risultato finale è meno convincente del primo volume. Troppi autori si dimenticano di quello che era stato il punto di forza del progetto ovvero il suo svincolarsi dalle trame originali dei film e il suo indugiare sulla situazione italiana, in una sorta di omaggio a un epoca passata, forse rimpianta e, di certo, migliore della presente. La Guerra del Golfo, i pomeriggi in sala giochi a giocare con i videogames, le console sempre più all'avanguardia, le Notti Magiche di Italia '90, l'ascesa di Silvio Berlusconi, la Guerra nei Balcani, il processo al Mostro di Firenze, la scia di sangue dei delitti dell'Uno Bianca e molto altro ancora che non viene neppure accennato. Sono davvero pochi gli autori che riescono ad allinearsi ai cliché del primo volume (dove si parlava di Chernobyl, Aids, successi sportivi, giochi tipico dell'epoca e vhs). Tra questi vi è sicuramente Simone Corà, una vera e propria garanzia in questi progetti. Il classe 1982 assimila il substrato di Tremors per delineare un revenge dal sapore kinghiano. Una Mano Lava l'Altra, questo il titolo, è geniale per il suo giocare con la tematica “mani pulite” combinando la storia della politica nazionale (vaghi accenni a Di Pietro), ai riferimenti alla musica e calare il tutto in un piccolo caso di provincia, tra bustarelle, sindaci corrotti e desideri di vendetta che animano un ragazzino che scopre di avere strani poteri (un po' alla Carrie). Body horror, riferimenti che arrivano dal King di Incubi & Deliri (1993), penso al racconto The Moving Finger, e soprattutto azione continua, per una storia all'altezza del primo Notte Horror grazie al suo ammiccare senza copiare e agli interessanti dialoghi, con omaggi a un'epoca cadenzata dalle note del leader bello e dannato dei Nirvana Kurt Cobain.


Si conferma di alto livello anche Marco Crescizz, che apprende appieno la lezione di Quentin Tarantino, delineando una storia dal gusto pulp/crime story che, d'improvviso, affonda nel delirio gore più puro con putti killer, vampiri di howardiana memoria (penso a The Horror from the Mound) e centauri. Il titolo Una Faccenda di Piedi, Pistole e Polpette evoca certi film italiani anni '70, si veda Storia di Karatè, Pugni e Fagioli (1973), ma lo fa con attinenza al testo. Personalmente gli preferisco All'Inferno, I Paradisi che era presente nel primo volume, anche se è bene evidenziare che si tratta di due racconti di registro profondamente diverso, aspetto che eleva ulteriormente la versatilità di Marco Crescizz, autore di primissimo ordine, che meriterebbe il salto di categoria.


È molto valido, sebbene meno pulp e più teen horror, Il Signore dei Muri del “padrone di casa” Christian Sartirana. Si torna di nuovo nella provincia, buttando uno sguardo nel passato dell'autore, che evoca – se non ricordo male – i luoghi delle vacanze estive, a Caltanisetta. Lo spunto, molto lato, è Candyman anche se Sartirana, a differenza di Corà e Crescizz, sposa una dimensione più “aristocratica” e delicata dell'horror, trattando la storia in punta di dita senza sensazionalismi e con maggiore attenzione alla psicologia dei personaggi. Il soggetto è abbastanza originale, con qualche eco – non dichiarato - a La Sindrome di Stendahl (1996) di Dario Argento. Ambientazione siciliana, esaltata da dialoghi scritti in stile Camilleri (una soluzione, questa, adottata da diversi autori). Ci caliamo nel mondo dei writers rappresentato da adolescenti che si contendono le aree di una Caltanisetta decadente, marcando i muri dei quartiere con graffiti di riconoscimento come se si fosse nel Bronx. Un giorno ne appare uno del tutto nuovo, firmato da un entità che intende riscrivere la sfera di influenza sulle varie zone proponendosi quale nuovo leader. Bella la parte finale dove l'incubo, seppure suffuso, irrompe nella quotidianità dei ragazzi del posto. Deliziose anche le descrizioni dei murales.


Mi è piaciuto inoltre Un Buono Affare di Stefano Palumbo, scrittore finalista al Rill, che dichiara di prendere spunto da L'Avvocato del Diavolo (finale), quando invece il riferimento piuttosto evidente è Videodrome (1983). La persuasione televisiva, la dipendenza dai soldi e le difficoltà di far fronte ai disagi familiari, nella fattispecie riconducibili a genitori vecchi e malati che assorbono il tempo libero, mina la già flebile integrità psichica della protagonista. Storia in stile Ai Confini della realtà, impreziosita da una buona ricostruzione del periodo (i cartomanti alla televisione, il rito dell'estrazione del lotto sulla Rai e le televendite continue), tra i migliori in questo. Ottimo coinvolgimento del lettore.


Questi sono i miei quattro racconti preferiti, sicuramente al livello della prima antologia. Interessante, ma meno accattivante, Lo Schifo di Andrea Cavaletto, che riscrive Punto di non Ritorno in un'ottica intimista e introspettiva assai lontana dal weird. Due vigili del fuoco e un'agente di polizia irrompono nell'appartamento di una donna con gravi disagi psichici. Assai realistica la descrizione dell'ambiente degradato, tra cumuli di rifiuti e olezzo asfissiante, per quella che diventa una caduta nei sensi di colpa e nei rimorsi che caratterizzano i “sani” di mente. Mi ha ricordato il racconto Hoarder (Accumulatore) di Kealan P. Burke, inserito nell'antologia Shivers (Cut-Up Edizioni, 2018).


Decisamente più attinente al film di riferimento Francesco Corigliano, con La Collina di Tantalo. Le atmosfere sono quelle giuste, tuttavia, la sensazione, è che il racconto avrebbe beneficiato di uno sviluppo su una distanza più lunga e che, pertanto, resti incompleto. La costruzione ricalca quella de Il Seme della Follia, ma dimenticatevi i colpi di scena e gli sviluppi imprevedibili. Tutto procede in modo piuttosto telefonato pur chiudendosi in un epilogo interessante. Alla fine è una buona prova di stile. Resta forse un po' troppo enigmatico in alcuni snodi.


Simpatico il parodiistico Max vs la Legione dei Dannati di Daniele Daccò, un survival che gioca su una storia metacinematografica ambientata in una videoteca. Più Romero che Sam Raimi (L'Armata delle Tenebre), debole l'innesco.


A mio avviso, il livello cala con gli altri racconti, comunque ben presentati, ottimamente scritti ed editati. Furto con Squarto di Giulia Reverberi sembra guardare più a L'Isola del Dottor Moreau che a La Casa Nera. Lento nello sviluppo iniziale e non troppo calato nelle atmosfere anni '90, regala qualche buon momento di tensione nella seconda parte, in cui un gruppo di ladri si imbatte nella casa di un collezionista alquanto originale.


Paolo Prevedoni offre una gradita lezione nel costruire uno scambio di battute sul ruolo della narrativa horror e sulla natura dello scrittore nell'epoca moderna, presentando un evidente omaggio a Scream. Il suo Urla in Val Padana, pur se ben ben gestito sotto un profilo tecnico, è impersonale e sfuma in un epilogo deludente. La soluzione meta-narrativa non basta a salvarlo sul piano del soggetto molto in odore Panic Room.


Si conferma su livelli apprezzabili Stefania Toniolo, che comunque gioca su un soggetto meno potente di quello di Notte Horror '80, con Death Trap – Trappola Mortale. Anche qua ci sono marcati echi a Carrie, per un soggetto non troppo dissimile a quello di Corà, sebbene gestito (a livello di sviluppo trama) in modo peggiore e meno originale. Costruita su un'ottima prima parte, la storia tende a sgonfiarsi nella fase finale scivolando in un epilogo non proprio imprevedibile che sa di rivisto. Qualche vago eco al racconto The Keeper's Companion (“Il Custode”) dello svedese John Lindqvist (lo trovate nell'antologia Shining in the Dark della Independent Legions). Curioso notare come le storie della Toniolo abbiano sempre un'impronta maschile, spesso incentrate su giochi e gadget capaci di suscitare gli interessi maschili. Nella fattispecie tutto ruota attorno a un gioco su CD-ROM da fare girare sul Pc e che trasla la finzione nella realtà.


Valido, a tratti, il distopico Dita Lunghe di Germano Hell Greco, un body horror per nulla legato al periodo di riferimento (anni '90) e decisamente sbilanciato verso una dimensione fantascientifica. Coraggioso in alcuni spaccati erotici che toccano l'incesto. Anche in questo caso, avevo preferito il racconto di Notte Horror '80.


Violazioni di proprietà privata al centro del convenzionalissimo Puntata Pilota di Michela Mosca, un vero e proprio mockumentary su carta col solito manipolo di ragazzotti che pensano di fare un video-servizio all'interno di un vecchio manicomio abbandonato. Della serie Blair Witch Project (1999) che incontra Session 9 (2001). Scritto bene e da una buona penna, tende però a dimenticarsi, una volta letto, per il suo essere privo di distintività. Definirlo inflazionato è dir poco.


Non sfruttano la portata delle opere di riferimento Comincia per Emme, Serena Morte e Camionista Notturno dei vari Stefano Cucinotta, Fabiana Barletta e Demis Zampelli, che si limitano alla superficie delle loro ispirazioni (rispettivamente Cabal, Dellamorte Dellamore e The Night Flier) guardando alla componente prettamente horror piuttosto che ai contenuti di denuncia che caratterizzano i film omaggiati.

Cucinotta delinea una storia di tortura e vendetta, stile torture porn, senza scavare nel profondo dell'inquietudine e del senso di insoddisfazione che connaturava il protagonista di Barker. C'è qualche vago riferimento alla natura del diverso nel racconto della Barletta, che si concentra sulla parte meno interessante del film di Soavi (l'inizio) pur riuscendo a divertire in svariati punti (è il migliore tra tre). Zampelli sostituisce il Cessna di King con un camion agghindato allo stesso modo del racconto e con tante scene pressoché copiate dal racconto. Il suo è comunque uno dei migliori elaborati per il ritmo ma, al tempo stesso, taglia del tutto la sostanza della storia di King banalizzando la ragione d'essere del racconto.


In conclusione, pur avendola apprezzata meno di Notte Horror '80 (che invece ho amato), Notte Horror 90 è comunque una validissima antologia che conferma l'ottimo momento dell'horror italiano ingiustamente definito underground da qualche critico con la puzza sotto il naso. Dico sempre che la qualità di un'antologia la si nota analizzando nel dettaglio i racconti meno riusciti. E bene, in questa occasione, c'è da dire che i racconti meno convincenti si assestano su livelli apprezzabili, per cui Sartirana può dirsi ben contento del risultato finale anche se dovrà tirare un po' le orecchie a chi, per pigrizia, si è adagiato sui cliché di riferimento o a chi si è dimenticato (o ha sottovaluto) il contesto socio-culturale del periodo storico scelto. Il prezzo di 16,00 euro è ghiotto.

Spero che Sartirana insista in queste operazioni con la prospettiva di scegliere il sicuro, con i “magici” anni '70 al ritmo della discomusic e del 4 a 3 tra Italia vs Germania, oppure accettare la sfida del nuovo secolo tra zombie che corrono, torture porn e nuove frontiere orientali. Non ci resta che aspettare. 

 

Il deus ex machina Christian Sartirana.

 "Abbiamo barattato la buona narrativa con i cinepanettoni e i telefilm,e  quando internet si diffonderà capillarmente la situazione non potrà che peggiorare. L'immaginazione ha bisogno di essere nutrita, signor Prevedoni, gli scrittori non hanno a disposizione gli effetti specialiche stanno spopolando al cinema. La letteratura deve evolversi in manira diversa."