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martedì 1 agosto 2023

Recensione Narrativa: INVERNO GIALLO '75/'76. A cura di Ellery Queen

Autore: AA.VV.
Serie: Ellery Queen Presenta.
Anno: 1975.
Genere: Giallo.
Editore: Mondadori.
Pagine: 352.
Prezzo: Fuori catalogo.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Arriva l'estate e con lei non può mancare la lettura di almeno una raccolta proposta dal nome collettivo Ellery Queen per la collana Inverno Giallo (anche se sarebbe stato più logico recensire un'Estate Gialla) della Mondadori. Recuperata su una bancarella estiva di libri gialli per una manciata di monete d'euro, analizziamo oggi Inverno Giallo '75/'76. Tredici racconti più tre novelle (chiamarle romanzi, come indica la copertina, ci sembra un po' troppo) per un totale di sedici soggetti. Storie ricomprese tra il 1931 e il 1966, anni della loro pubblicazione; dunque un'antologia legata particolarmente alle riviste pulp della prima metà del novecento. Nonostante il titolo della raccolta è bene fin da subito evidenziare come di gialli non ve ne siano in realtà molti. Siamo piuttosto alle prese con un'antologia di crime novel, totalmente avulsa dal fantastico che in altri numeri della serie tende a fare capolino, dove spesso è gradita compagna l'ironia e la beffa. Solo sette storie, dunque meno della metà, sono dei gialli in senso stretto. Il livello generale è più che apprezzabile, sebbene vi siano cinque buoni racconti capaci di distinguersi dalla massa, oltre ad altri quattro interessanti lasciando il resto a fare da completamento con solo un pugno di racconti poco convincenti.

Bella la scelta dei nomi coinvolti, una rosa che invoglia indubbiamente all'acquisto il lettore esperto e che mette insieme anche curiosi accostamenti come la triade composta da Herbert G. Wells, Orson Welles e Philip Wylie; ovvero il celebre autore di fantascienza inglese, il regista che organizzò negli Stati Uniti uno spettacolo radiofonico su un romanzo del primo determinando un'isteria di massa che portò a numerosi suicidi di gente convinta che fossero atterrati sul suolo americano gli UFO e lo sceneggiatore hollywoodiano chiamato ad adattare negli anni '30 i romanzi di fantascienza del primo. Figurano inoltre nomi monumentali nella storia del giallo quali il belga Georges Simenon, che presta per l'occasione un racconto della serie Maigret, l'ideatore del personaggio di Perry Mason (Erle Stanley Gardner), il maestro del racconto giallo Cornell Woorlich, il maestro dei misteri delle camere chiuse John Dickson Carr e ancora il fulminante amante degli enigmi Ellery Queen, il pluripremiato J.B Priestley e molti altri meno famosi in Italia con la curiosa partecipazione dei sopracitati Orson Welles e Herbert G. Wells.

Andiamo dunque nel dettaglio, partendo proprio dai racconti gialli.

DETTAGLIO

Struttura da whodunit, forse l'unico costruito in tal maniera, per The Blizzard Murder Case (“Delitto in una Notte di Tormenta”, 1937) dell'autore sci-fi Philip Wylie, nome pubblicato anche sulla collana Urania (“Attacco alla Terra”, 1991) ma soprattutto firma del romanzo (“Gladiator”, 1930) che avrebbe poi ispirato l'ideazione di Superman e di una serie di sceneggiature, tra fantascienza e horror, adattate per l'industria cinematografica hollywoodiana. Tra i film sceneggiati si ricordano, su soggetto di Herbert G. Wells, L'Isola delle Anime Perdute (1930) e L'Uomo Invisibile (1933) senza dimenticare l'adattamento del romanzo più famoso di Wylie, When Worlds Collide (“Quando i Mondi si Scontrano”, 1933), portato in scena da Rudolph Matè nel 1951 (vinse l'Oscar per i migliori effetti speciali).

Per l'occasione, Wylie accantona la fantascienza per strutturare, sulla distanza delle cinquanta pagine, un vero e proprio giallo dall'intreccio complesso. Tre soci discutono sull'opportunità di lanciarsi o meno in un affare in Sud America. Una divergenza di opinioni porta due, dei tre, a litigare furiosamente. Poche ore dopo, uno dei due soci viene trovato accoltellato nel proprio appartamento, mentre un secondo è improvvisamente fuggito su un treno dopo aver fatto i bagagli in fretta e furia, lasciando il terzo compagno di affari implicato nell'omicidio. La polizia, infatti, trova nella schiena del morto un coltello dalla punta scheggiata che è di proprietà proprio dell'indiziato. Bloccato dalla polizia senza troppi complimenti, l'uomo viene rilasciato quando gli agenti, dopo aver cercato di seguire le tracce del fuggitivo - ritenuto colpevole dall'indiziato - rinvengono il cadavere dello stesso davanti alla casa di villeggiatura della vittima iniziale. Attenzione, però... Niente è come sembra. Apprezzabile il tentativo di rimescolare le carte operato dall'autore che lavora sulla scena del delitto, delinea un movente più che sufficiente e scombina i piani, facendo ricadere i sospetti su più soggetti. Interessanti alcune trovate, quali il congelamento di un cadavere per non far capire quando sia intervenuta la morte, oppure la messa in scena operata dal killer e i continui colpi a sorpresa che rivoluzionano la ricostruzione del delitto. Purtroppo Wylie semplifica un po' le cose e sottovaluta sia il lavoro della polizia che dei medici legali. La sua soluzione non collima alla perfezione né con l'esame dei cadaveri (impossibile non accorgersi che un uomo sia morto, piuttosto che per una fucilata esplosa post-mortem, per una coltellata) né con lo studio della scena del delitto (impossibile non accorgersi che un uomo ucciso da una pugnalata è stato trascinato su un pavimento; così come appare superficiale la totale omissione circa la verifica delle macchie di sangue presenti sulla scena del delitto che si scopriranno appartenere a soggetti diversi). A ogni modo, al di là dei difetti (tra i quali il coinvolgimento di una complice che fa il doppio gioco), Delitto in una Notte di Tormenta è un giallo che tiene viva l'attenzione e, alla fine, si lascia apprezzare tra i migliori dell'antologia.


Si va sul sicuro anche con Erle Stanley Gardner, il papà letterario del celeberrimo Perry Mason (il più famoso avvocato nella storia della letteratura), che con A Man is Missing (“Un Uomo è Scomparso”, 1946) mette in scena un curioso giallo a metà strada tra intrigo e avventura. Giocato su una distanza più lunga rispetto alla media delle altre storie (poco meno di cinquanta pagine), è una storia che consente all'autore di mettere in mostra (in chiave ironica e dissacrante) i contrasti tra i boriosi detective della polizia cittadina e i più alla mano sceriffi di montagna. Da una parte l'arroganza dei professionisti che arrivano dalla cultura cittadina, dall'altra la praticità del mestiere di chi è abituato alla vita provinciale e che ben conosce i luoghi. Non a caso sarà proprio lo sceriffo, dopo essersi avvalso di una guida di montagna, a smontare la frettolosa ricostruzione del collega di città e a ribaltare la tesi dello stesso, facendo venire a galla la verità relativa alla scomparsa di un uomo e alla morte di una vittima incastrata dal primo al solo scopo di frodare l'assicurazione. Tutto il mistero sarà risolto dalla “semplice” analisi della scena del delitto, tra incongruenze, incompatibilità temporali e una messa in scena viziata dalla mancata conoscenza, da parte del killer (e degli agenti della città), degli usi tipici di chi è un abituale frequentatore della montagna. Siamo infatti alle prese con una messa in scena, tesa a cercare la conferma da parte delle autorità per delineare un omicidio compiuto da un assassino scomparso nel nulla al fine di intascare la polizza sulla vita.

Bel gioco a incastri, con una prima parte dal retrogusto western. Una spedizione di sei elementi, tra uomini e donne, procede lungo i tortuosi meandri montani, in sella ai cavalli, per giungere alla baracca ritratta da una foto scattata da un uomo scomparso nel nulla e che viene presentato dalla moglie alle autorità come un soggetto affetto da amnesie provocate da un incidente stradale. Attenzione però a non farsi abbindolare: niente è come sembra.


Un altro nome che non può deludere è quello del belga Georges Simenon che schiera nientemeno che il suo personaggio più famoso: il commissario Maigret, qua alle prese con un doppio caso. “Il nostro” deve dividere l'impegno non solo con due casi, uno strano suicidio avvenuto in diretta telefonica con la polizia e i raggiri di un truffatore internazionale, ma anche con uno sfortunato collega a cui vorrebbe sottrarre il caso del suicidio temendo però di offenderlo. Ecco che prende piede Maigret et L'Inspecteur Malgracieux (“Maigret e l'Ispettore Scontroso”, 1947). Eccellente la cornice, con squarci ambientati nella centrale operativa del commissariato di Parigi, tra telefoni che squillano e spie che si accendono di continuo sui quadranti per segnalare le emergenze in città. Simenon parte da una strana chiamata alla polizia, in cui si sente esplodere un colpo di pistola. Tutto farebbe pensare a un assurdo suicidio della stessa persona che ha chiamato la Centrale. Sulla scena del delitto, infatti, gli agenti rivengono a mezzo metro dal cadavere la pistola della vittima, così come il colpo è stato esploso a contatto dell'orecchio. Sull'arma però non vengono rilevate tracce particolari, la pistola sembra esser stata ripulita da un panno. Inoltre all'interno della canna vengono rilevate delle strane rigature che fanno pensare all'impiego di un silenziatore non rinvenuto sulla scena. Cosa è successo? Parte l'indagine, che coinvolge la moglie della vittima e la sua sorella. Autopsie, polizze assicurative e un fatto simile avvenuto qualche mese prima sono le vie che consentono a Maigret di risolvere il mistero, lasciando tutti i meriti al collega. Buona narrazione, ottimi sviluppi, ma movente ed epilogo inflazionati che fanno perdere qualcosa al racconto a cui anteponiamo i due sopracitati.


Si scende di livello, pur restando alle prese con un racconto interessante, con The Dwelling Place of the Proud (“Il Mistero di Kademein, ”1966) di Charles B. Child, facente parte del ciclo dell'ispettore Chafik J. Chafik. La particolarità del racconto sta nella sua ambientazione esotica. Siamo nel mondo arabo, alla periferia di Bagdad, dove una strana epidemia di decessi e di malori colpisce i fedeli che si recano per pregare al santuario di Kademein. Le indagini e l'intervento del medico legale permettono di isolare delle tracce di curaro rilevate nel corpo delle vittime. Chafik riuscirà a svelare l'arcano di una storia che, in verità, paga qualcosa sul piano dell'intreccio. Mancano infatti i sospettati utili a disorientare il lettore. Chi sia dietro la macchinazione diviene così intuitivo fin da subito. Claude Vernon Frost, nome anagrafico dietro lo pseudonimo Child, dimostra comunque di conoscere a mena dito i luoghi, facendo delle scenografie l'arma vincente della storia. Riporta espressioni arabe, descrive ambienti e usi locali grazie all'esperienza acquisita sul campo, quando durante la seconda guerra mondiale aveva collaborato con la polizia irachena quale membro del controspionaggio britannico. Alla fine viene fuori un giallo diverso dal solito, con un curioso stratagemma utilizzato da un padre disperato e in ira con Allah.


Convincono assai meno i restanti tre gialli. Cat of Dreams (“Il Gatto Immaginario”, 1958) di Frances e Richard Lockridge (marito e moglie noti per la serie di gialli dedicati alla coppia Mr and Mrs North) non massimizza gli ingredienti impiegati nell'intreccio. Il ritrovamento di un cadavere di un uomo rimasto coinvolto, senza riportare condanne, in due incidenti stradali dagli esiti nefasti per terzi induce la polizia a sospettare il coinvolgimento del marito della donna morta, mesi prima, nell'auto dell'uomo. Il cadavere, infatti, viene ritrovato nei pressi dell'abitazione del sospettato l'indomani dell'assoluzione in tribunale della vittima. C'è tuttavia un particolare che induce a far pensare il detective incaricato del caso. La figlia dell'uomo, una bambina dotata di fervida immaginazione, ha riferito di aver visto, nella notte e in orario compatibile col decesso, un uomo grasso e goffo fuggire nella strada seguito da un gatto dagli occhi rossi. L'eventuale ritrovamento nella zona di un gatto con gli occhi rossi avvalerebbe la dichiarazione della piccola... ma potrebbe mai esistere un gatto con gli occhi rossi? La risposta è sì. Gli occhi di un siamese, di notte, se illuminati dai fanali delle auto diventano rossi. Chi è allora l'assassino? Semplice, il parente della vittima dell'altro sinistro, un qualcuno che ha pensato bene di sfruttare la situazione per far ricadere la colpa sull'altro potenziale soggetto interessato alla vendetta. Un racconto dunque che non va oltre il simpatico e che da la sensazione di non essere stato cadenzato dal giusto appeal.

Frettoloso e legato ai modi di dire, quale via attraverso la quale risolvere il mistero, è il testo firmato Ellery Queen, protagonista anche della storia. Money Talks (“La Paura della Signora Alfredo”, 1950) propone un tentativo di estorsione ai danni di una madre che intende celare il fatto di avere una figlia illegittima. Gialletto tutto giocato sulla provenienza della donna (Inghilterra) e sul vocabolario tipico degli inglesi evidentemente difforme rispetto agli autoctoni americani. Sarà proprio questa diversità di lessico a incastrare l'estorsore. Simpatico e nulla più.


Confusionario e con soluzioni demenziali Murder in a Nudist Camp (“Morte in un Campo di Nudisti”, 1966), un goffo tentativo di spacciare per giallo un racconto di denuncia del bigottismo americano e, al tempo stesso, di proporre un'apologia del naturismo. Uno strano guardone scruta, abbarbicato sull'impalcatura di un cartellone autostradale, all'interno di una spiaggia di nudisti. I frequentatori della spiaggia temono di poter esser ricattati e decidono così di mettere in piedi un assurdo show per indurre l'osservatore a chiamare la polizia: mettono infatti in scena un artificioso omicidio, a base di pistole giocattolo e salsa di pomodoro. La polizia sopraggiungerà davvero sul campo, ma non per denunciare il voyeur. Tra i nudisti, infatti, vi è un rapinatore che, per crearsi un alibi, ha pensato bene di mostrarsi come suo solito con la barba lunga, sebbene si sia raso da giorni per farsi così registrare dalle telecamere e sviare i sospetti. L'autore Allen Kim Lang, tra i meno noti e titolati dell'antologia, gestisce male la vicenda.



Qui finisce il giallo e prende piede il crime, talvolta ai limiti della comicità talaltra all'insegna della tensione.

La palma del migliore va a Cornell Woolrich che, col suo Momentum (“Il Treno per l'Inferno”, 1940), confeziona il miglior racconto in assoluto dell'antologia. Certo, non siamo dalle parti del giallo, bensì di un racconto drammatico alimentato dal bisogno di denaro e dall'impulso che fa dell'occasione l'uomo ladro. Un creditore a corto di soldi pensa bene di sottrarre i soldi dalla cassetta di sicurezza del suo debitore, un imprenditore che è fallito in modo artificioso per non pagare gli stipendi dei lavoratori. Appostato fuori dall'abitazione, l'uomo scorge la combinazione di sicurezza e pensa di mettere a frutto la scoperta. Un dispositivo, tuttavia, allarma il proprietario della casa che sorprende il ladro e inizia ad apostrofarlo, avendolo riconosciuto come un suo ex lavoratore. Preso dalla frenesia e dalla paura di esser arrestato, l'intruso spara al suo debitore e fugge con i soldi e la pistola recuperata nella cassaforte. È l'inizio di una paranoia che mina la tranquillità e la calma del fuggiasco, incapace di controllarsi e di raccapezzarsi nella sua nuova veste di pericoloso spree killer. Convinto di essere braccato dalla polizia, abbatte chiunque pensa possa arrestarlo, finendo per inscenare un'improbabile fuga con una moglie all'oscuro dei misfatti. Grande tensione, eccelso ritmo, per una storia che crea angoscia al lettore. Woolrich si dimostra un maestro del racconto breve (molte le sue antologie uscite in Italia, addirittura se ne contano diciotto pubblicate dalla Mondadori) e lo è fino in fondo, proponendo un epilogo beffardo che rende inutile e ingiustificata fin dall'inizio l'intera azione del protagonista. Eccelso racconto, poco altro da aggiungere.


The Old Doll's House (“La Casa della Vecchia Signora”, 1933), dello sceneggiatore e giornalista americano Damon Runyon, è una gangster story newyorkese (l'autore era un aderente al nascente sotto-filone hardboiled dalla cui opera venne tratta la serie televisiva Damon Runyon Theater) che vede tre bulli locali tentare di fare la pelle a un potenziale nuovo concorrente sul mercato dei loschi affari. L'agguato non va a buon fine e si ritorce, di lì a poco, proprio contro i tre aggressori, crivellati dai proiettili di una mitragliatrice in un bar della città da un killer identificato solo da un paio di scavezzacollo presi a sommarie informazioni dalla polizia. Il diversivo della storia, che le permette di guadagnare quel pizzico (giusto in pizzico) in più di favore, è costituito dalla caratterizzazione di una anziana possidente che si ritrova in casa il bandito in fuga dall'agguato ma, nonostante questo, non fa una piega essendo ben felice di intavolare un colloquio con lui. La donna, infatti, riferisce di non aver più visto entrare un ragazzo nella propria casa sebbene, dai tempi in cui il padre sbatté fuori dall'abitazione il suo giovane fidanzato, abbia lasciato aperta la porta d'ingresso. Il giovane infatti morì dal freddo, a causa della scenata del padre della donna, inducendo la stessa ad assumere l'impegno di rendere la casa un luogo di ricovero per chiunque fosse in difficoltà. Sarà proprio l'anziana signora, ritirata dalla vita civile, a salvare l'accusato dalla giusta condanna del tribunale. Testimonierà infatti che alle ore 00.00 dell'orologio del suo salotto il giovane era in sua compagnia. Una dichiarazione che renderà incompatibile la presenza dell'accusato sul luogo del delitto e farà cadere l'accusa sorretta dalle dichiarazioni dei due inaffidabili proposti dalla polizia. C'è un particolare però su cui nessuno punterà il dito: l'orologio della casa della donna è fermo sulle 00.00 da quando il fidanzato di un tempo fu buttato fuori casa...! Epilogo simpatico, ma intreccio debole per un mezzo giallo seppure ottimamente narrato.


Assai più incisivo il discreto The Dove and the Hawk (“La Colomba e il Falco”, 1966) di Anthony Gilbert, pseudonimo maschile di una scrittrice inglese (Lucy Beatrice Malleson) specializzata in crime story. Tornano le divergenze di opinioni in famiglia. Una zitella in carriera rifiuta l'amore che la sorellastra, rimasta sotto la sua curatela in quanto orfana e ancora minorenne, prova per un giocatore di azzardo specializzato nelle corse dei cavalli. Ogni tentativo di far ragionare la giovane non va a buon fine, costringendo la donna ad accettare, suo malgrado, l'imminente matrimonio. Poco prima dell'evento, tuttavia, emerge un ulteriore fattore. Durante un meeting di gran premi in un ippodromo, la zitella, senza farsi notare dal futuro cognato, ascolta un dialogo tra quest'ultimo e un amante. Dal colloquio emerge il vero fine dell'uomo: recuperare l'ingente patrimonio della futura moglie, sfruttandone l'ingenuità. Scatta così la decisione della donna di manomettere l'auto del pretendente sposo, così da provocarne un sinistro mortale che, puntualmente, si verifica. C'è un particolare però... sull'auto la vittima non era sola...e neppure in compagnia dell'amante, ma di quel qualcuno che la donna avrebbe voluto proteggere. Epilogo crudele, ma calzante. Buono, seppure non un giallo, con interessanti riferimenti all'eleganza dei cavalli e alla possibilità di far soldi con le scommesse (una prospettiva che, secondo il narratore, allontana dalla possibilità di una vita regolare gli scansafatiche).


Poliziesco a discreta dose di tensione The Killer is Loose (“Una Pistola per una Vendetta”, 1953) dei fratelli canadesi John e Ward Hawkins, due firme del circuito televisivo americano. Una storia che evidenzia la matrice cinematografica che contraddistingue la produzione degli Hawkins, conosciuti soprattutto per aver sceneggiato svariati episodi di celebri serial western quali Bonanza e Ai Confini dell'Arizona, per i quali hanno rispettivamente scritto quaranta e diciannove episodi, oltre che Rawhide. Non a caso questo Una Pistola per una Vendetta è un vero e proprio western urbano, molto interessante per l'anno di uscita sebbene oggi inflazionato nei contenuti. Gli Hawkins lavorano sulle caratterizzazioni dei personaggi e propongono i continui litigi tra una giovane moglie incinta e il marito poliziotto. La prima vorrebbe che il secondo abbandonasse la carriera per scegliere un impiego a minor tasso di rischio. Ad aggravare la situazione si aggiunge l'evasione di un rapinatore a cui il protagonista, per errore durante un'irruzione in appartamento, ha ucciso la moglie. Il malvivente, secondo le dichiarazioni rese dai compagni di cella, ha un solo obiettivo: ripagare con la medesima moneta chi lo ha sbattuto in carcere.

Racconto cadenzato dai ritmi giusti, accattivante e coinvolgente con una struttura a tensione crescente, grazie a un manigoldo che elude tutti i tentativi di arrestarlo. Adrenalinico il finale, con uccisioni a sangue freddo, travestimenti e pedinamenti al caradiopalma, per un racconto che aveva tutto per essere trasposto al cinema, cosa peraltro avvenuta nel 1956 con il mitico Joseph Cotten nei panni del poliziotto protagonista e la regia di Budd Boetticher (regista famoso per una serie di western a basso costo nonché autore del soggetto de Gli Avvoltoi hanno Fame interpretato da Clint Eastwood). Per l'epoca molto interessante, oggi decisamente inflazionato.


Non mancano i racconti ai limiti del comico. Tra questi spicca la satira/grottesca in odore di guerra fredda di Orson Welles. Il celebre regista e attore (cito solo Il Quarto Potere) offre un curioso contributo col suo Diplomatic Crisis (“Crisi Diplomatica”, 1956). Il ministro del gabinetto francese ospita presso i suoi uffici una delegazione di diplomatici sovietici. Invitato dalla moglie a rendere indimenticabile la cena somministrando uno speciale tartufo proveniente dal Cile, inizia a temere che l'alimento sia, in realtà, un potenziale veleno. Ossessionato da tale convinzione, supportata dal cuoco personale che confessa di essere un comunista, decide di somministrare un pezzo di tartufo al cane di casa, ormai già malandato, così da verificare la letalità del cibo. L'esame è superato a pieni voti, tanto che il tartufo viene somministrato durante la cena con grande apprezzamento dei sovietici. C'è un particolare però... prima del dolce, arriva la notizia che il cane è morto. Ha inizio un terrore assoluto, che non può consentire ai francesi di rivelare il dramma ai russi. Prendono così piede tutti i possibili scenari internazionali connessi alla morte dell'intera delegazione. Un incubo che porta ad allarmare medici e ambulanze, senza interrogarsi però su quale sia stata la ragione della morte dell'animale... Un Welles che, come nel suo celebre scherzo radiofonico del 1938 avente a oggetto La Guerra dei Mondi, si diletta nei possibili scenari da isteria collettiva non supportata dagli effettivi dati. Carino, ma non certo un giallo.


Sulla medesima linea si assesta A Deal in Ostriches (“Un Affare di Struzzi”) del quasi omonimo Herbert G. Wells, l'autore de La Guerra dei Mondi su cui ebbe da scherzare Welles, che propone un divertissement che ruota attorno alla sceneggiata di un damerino indiano, in viaggio in crociera, che grida e protesta perché uno struzzo, poi mischiatosi ad altri quattro esemplari, gli ha strappato con una beccata il diamante che aveva incastonato nel turbante ingoiandolo nello stomaco. Ha così inizio una discussione giuridica circa la titolarità dell'oggetto, a cui segue una vera e propria corsa per acquistare tutti gli struzzi del lotto. Curiosamente la spunta, per una somma di gran lunga inferiore al valore del gioiello, un euroasiatico che viene puntualmente bersagliato dalle accuse dell'indiano. La notizia, intanto, vola di bocca in bocca. Tutti i viaggiatori della nave vengono a conoscenza del fatto, anche perché i cinque struzzi vengono caricati sull'imbarcazione. L'acquirente, che confessa di essere un giocatore d'azzardo, propone di mettere all'asta quattro dei cinque struzzi, facendo però notare che nessuno dovrà essere ucciso prima dello sbarco. Prende così piede un enorme truffa, giostrata da due furbacchioni che si sono finti nemici e concorrenti.


Ilarità e azione contraddistinguono Young Man on a Bicycle (“Un Giovanotto in Bicicletta”, 1955) di Victor Canning, scrittore portato al cinema da Alfred Hitchcock per il film che ne chiuse la carriera (Complotto di Famiglia, 1976) nonché pubblicato in Italia da Sonzogno, Editrice Nord, Mondadori e Rizzoli. Un Giovanotto in Bicicletta è una crime novel votata alla commedia, che vede in azione un ladro e truffatore gentiluomo che sembra ispirarsi sia alla filosofia di Robin Hood che a quella di Arsenio Lupin. Esperto in travestimenti, grande affabulatore e romantico intrattenitore di donne anziane, Paul Ashcroft prende possesso di una villa spacciandosi per invitato del Conte che ne è proprietario. Si gode così una vacanza a scrocco in terra francese, conosce la donna che diventerà sua moglie e, nel frattempo, recupera 100.000 franchi organizzando furti in abitazione al fine di ottenere dei riscatti spacciandosi quale intermediario tra la persona offesa dal reato e il sedicente autore dei colpi che lui afferma di aver riconosciuto. Strano benefattore, distribuisce buona parte dei proventi per aiutare i più bisognosi a cui si presenta sotto le spoglie di un vecchio aristocratico. Alla fine verrà scoperto, persino dal presunto ladro che si spacciava di conoscere, ma, grazie all'arte del travestimento, riuscirà a darsi alla fuga insieme all'amata, così da lanciarsi verso una vita onesta (così almeno dice). Crime novel simpatica all'insegna della commedia, dopo i racconti di Woolrich e Gardner è la migliore storia dell'antologia.


The Other Hangman (“L'Altro Giustiziere”, 1940) del celebre maestro dei “gialli delle camere chiuse” John Dickson Carr è una storia, tutta in flashback, di un grave errore giudiziario. D'ambientazione western, propone la messa a morte mediante impiccagione di un manigoldo rinvenuto ubriaco e con le mani sporche sangue in prossimità di un omicidio. L'uomo non è sicuro di aver commesso l'omicidio che gli viene imputato, tuttavia la giuria non ha dubbi a mandarlo sul patibolo. Una torrentizia pioggia sembra salvarlo dalla morte. Le tavole si ingrossano e la botola non riesce ad aprirsi. Intanto, arriva anche la confessione del vero assassino: una donna sfruttata e derisa sia dalla vittima che da colui che si pensava potesse essere l'assassino. La pena viene così annullata, ma l'uomo viene comunque trovato impiccato nella sua prigione. È stato il boia a ucciderlo, perché autorizzato specificatamente dai giudici e in possesso di tutte quelle qualità per rendere valida ed effettiva l'esecuzione. Le autorità non potranno fare altro che riconoscergli il dovuto di 50 dollari e nascondere l'errore giudiziario, così da rendere perfetto il delitto del boia, nientemeno che il padre del vero assassino.


Chiudiamo la recensione col racconto che apre l'antologia, probabilmente il peggiore del lotto: What a Life! (“Che Vita”, 1931) del drammaturgo inglese John B. Priestley. Racconto con vene umoristiche senza capo ne coda (sembra un estratto di un qualcosa di molto più ampio), tutto giocato sulle caratterizzazioni dei personaggi e sugli errori di valutazione in cui si potrebbe cadere nel giudicare le persone sulla base delle apparenze. Narrazione interamente incentrata all'interno di un Hotel poco frequentato, con alcuni ospiti che si annoiano e che reputano priva di emozioni la vita del vecchio cameriere che somministra gli aperitivi. Usciti dal locale per una serata frizzantina, il lettore, rimasto in compagnia del cameriere, diviene testimone di una realtà altra. L'uomo, infatti, è in ansia per l'imminente parto della figlia e chiede notizie per via telefonica. Intanto, la moglie, da cui si è separato da anni, fa irruzione nell'albergo per pretendere informazioni sulla figlia, un assalto che viene prontamente rintuzzato. Uscita la consorte, il cameriere si trova a dover fronteggiare un manigoldo che intende estorcergli dei favori facendo leva sulla precedente e misteriosa vita del vecchio. Scopriamo così che l'uomo è stato un bandito. Ecco che la calma piatta ammirata dai clienti viene accantonata. Emerge la vera anima da lupo, una cattiveria sepolta sotto la parvenza di pecora. Senza ricorrere ad armi o atti violenti, il cameriere induce alla fuga il bandito, paventando scenari poco incoraggianti nel caso di spiate o tentativi di arrecare danno alla sua vita civilizzata. Cacciati i due indesiderati ospiti, il cameriere torna a essere l'apatico vecchietto che somministra aperitivi ai clienti, ivi compresi i due soggetti di inizio racconto nel frattempo rientrati dopo la serata brava. Tutto qui; di giallo manco a parlarne, sebbene l'autore sia tutt'altro che uno sprovveduto. Negli anni '30 infatti era stato un autore all'apice del successo, vincitore del James Tait Black Memorial Prize nel 1929 succedendo, tra gli altri, a Walter de la Mare, e precedendo i successi dei Maestri Aldous Huxley, Oliver Onions, John Le Carré, William Golding e James G. Ballard.

CONCLUSIONE

Dunque un'antologia capace di intrattenere, perfetta per una lettura sotto l'ombrellone. Poche le delusioni, altrettanto pochi i vertici di tensione, molti gli spunti interessanti. Per il prezzo, vale sicuramente la lettura.

Frederick Dannay (a dx) e Manfred Bennington Lee (a sx)
meglio noti con lo pseudonimo collettivo ELLERY QUEEN.

"Il delitto, come una palla di neve che rotoli da un pendio, aumenta la propria quantità di moto di mano in mano che procede." (Cornell Wolrich)

venerdì 28 luglio 2023

Recensione Narrativa: IL CUSTODE DELLA POLVERE di Joseph Payne Brennan.



 
Autore: John Payne Brennan.
Anno: 2022.
Genere:  Antologia Horror.
Editore: Dagon Press.
Pagine: 198.
Prezzo: 15.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Prima antologia assoluta interamente dedicata allo scrittore weird Joseph Payne Brennan, già apparso in Italia nel corso degli anni in una dozzina di antologie collettive.

Prevalentemente poeta, Brennan pubblicò qualcosa come diciotto raccolte di racconti, specializzandosi soprattutto nell'orrore e nel soprannaturale, senza disdegnare poliziesco e western. Fu cultore di Edgar Allan Poe, studioso di Howard P. Lovecraft, fondatore di riviste macabre, corrispondente di scrittori quali Donald Wandrei, Manly Wade Wellman, Frank Belknap Long e autore di qualcosa come quattrocento racconti e due romanzi. Come si può intuire da questo scarno profilo, fu soprattutto uno scrittore pulp, un intrattenitore popolare capace di rimodulare quanto già apparso sulla scena per proporlo in modo accattivante e coinvolgente.

Lanciato dalla morente Weird Tales, seppe costruirsi un'aura di culto grazie ad August Derleth e ai successivi riconoscimenti firmati da Maestri di primo piano quali Stephen King e Thomas Ligotti (che lo ha descritto quale "il miglior poeta che il weird abbia mai avuto"). Una dimostrazione di stima resa non certo per cortesia, visto che lo stesso King, nel 1980, offrì una propria introduzione a un'antologia di Brennan presentandolo ai lettori come uno dei suoi Maestri.

Pietro Guarriello, con la sua Dagon Press, nel 2022 pensa bene di saggiare il terreno degli appassionati, predisponendo (anche in vista di un secondo volume non ancora apparso sul mercato editoriale) una raccolta non originale che riunisca i quattro racconti pubblicati dall'autore sulla mitica Weird Tales a sei ulteriori storie riconducibili, più o meno in modo evidente, alla narrativa di Howard P. Lovecraft. Ne viene fuori un libro snello, corredato da una piccola introduzione e postfazione di Brennan nonché da un saggio riassuntivo dello stesso Guarriello sulla biografia e sulla produzione dell'autore. Il risultato finale è all'altezza delle aspettative. Il Custode della Polvere (2022) infatti è un'antologia che non delude l'appassionato di pulp e di weird dei tempi d'oro. Certo, pensare di trovare racconti dotati di eccezionale originalità sarebbe un errore. Brennan è un narratore, piuttosto che un autore che traccia nuove strade. Ripropone grandi classici, ma lo fa senza tradirne i contenuti e soprattutto le atmosfere. Il lettore si trova alle prese con storie dal ritmo crescente, dove i mostri si palesano e dove l'orrore arriva sempre dall'esterno dell'uomo. Salvo qualche rara eccezione (The Green Parrot o The Calamander Chest) la paura non è sfumata, ma viene determinata da creature, spesso e volentieri aliene, frutto di evocazioni demoniache oppure vomitate dagli abissi dell'oceano per un qualche fenomeno naturale (uno tsunami, una tempesta o un movimento tellurico). Di fronte all'inesplicabile l'uomo non può far altro che fuggire, sebbene non manchino tentativi di lotta e contrasto che vanno a buon fine debellando il male. È un orrore dunque “mostruoso” che non di rado affonda le mani nel sovrannaturale, chiamando in causa saperi connessi agli antichi indiani di America (le ambientazioni sono tutte statunitensi) o legati a culti preesistenti alla venuta dell'uomo. Netto l'amore per i contesti ambientali a sfondo naturalistico. I sentieri di campagna, i boschi, le paludi o i villaggi abbarbicati sulla costa e battuti dalle onde dell'oceano sono gli scenari che dominano e incastonano le avventure dello scrittore che, per il resto, cerca di stimolare il senso dell'olfatto. Olezzi, odori nauseabondi e marcescenza accompagnano molte storie, anticipando al lettore l'entrata in azione del male.

La resa narrativa è veloce, snella, con una particolare visionarietà cinematografica. Non c'è dunque da restare sorpresi se le storie di Brennan abbiano colpito molti lettori statunitensi fino a intaccare la fantasia degli scrittori della seconda parte del novecento. Sono storie che divertono gli appassionati, tengono sulle corde e offrono finali convincenti nello stile di quella narrativa orrorifica d'estrazione pulp di inizio novecento.

 

NEL DETTAGLIO

Tra i testi proposti spicca Slime (“Viscidume”, 1953), un vero e proprio precursore di beast movie quali Lo Squalo o il “nostro” Shark Rosso nell'Oceano. Una primordiale creatura degli abissi, dalla forma sfuggevole (“sembrava un grande cappuccio svolazzante, e poi una viscida pozzanghera nera di limo vivo e fluente che scorreva a velocità incredibile”), si ritrova sbattuta sulla terraferma a seguito di movimenti tellurici e del maremoto interconnesso. Rintanata in una palude, si adatta all'ambiente e prende a dar sfogo alla sua fama insaziabile, ingurgitando piccoli mammiferi finché, in seguito, non finisce per aggredire e assorbire viandanti e cacciatori sprovveduti. La polizia e l'esercito, allarmati da testimoni e da cittadini, iniziano a indagare sul mistero legato alla scomparsa di una serie di individui. Vengono pertanto organizzate pattuglie e trappole che portano alla lotta finale col mostro, così da evitare che riprenda la via del mare.La luce sarà l'arma con cui fronteggiare l'occulto. Brennan cadenza all'insegna dell'intrattenimento e del sense of wonder, tenendo sempre viva l'attenzione del lettore. L'epilogo con i lanciafiamme modernizza i richiami all'orrore cosmico di matrice lovecraftiana per aprire la via a Hollywood e ai B-movie da drive-in. Non a caso il racconto funse da ispirazione per Blob Il Fluido che Uccide (1958) ma, soprattutto, per una serie di pellicole che esploderanno negli anni settanta dopo il successo del beast movie di Steven Spielberg.


Più convenzionali, ma comunque efficaci per i loro contenuti necrofili e nauseabondi, sono i più maturi Forringer's Fortune (“Il Tesoro di Forringer”, 1975) e Jendick's Swamp (“La Palude dei Jendick, 1987). Il primo è un dichiarato omaggio a Howard P. Lovecraft, che viene espressamente nominato nel testo, ma anche a The Body Snatcher di Robert L. Stevenson. Si assiste alle azioni di trafugamento salme di un vecchio gestore di un banco dei pegni, che si muove sfruttando misteriosi cunicoli sotterranei che si snodano per miglia sotto la città, fino a condurre al cimitero del posto. Interessante, sulla scia del racconto di Stevenson, il legame che si viene a intrecciare tra questo viscido e sporco personaggio e il protagonista, in qualche modo attratto dall'uomo. L'obiettivo del profanatore è dichiaratamente illecito. Intende infatti sottrarre gioielli e oggetti di lusso sepolti con le salme, un tema già affrontato da un'altra prospettiva da Brennan col racconto che da il titolo all'antologia e che è anch'esso presente nel lotto. Qua Brennan si supera per il senso dell'orrore e per le continue allusioni al mondo dell'occultismo. Il profanatore è uno studioso di testi vietati tanto che Brennan snocciola titoli legati alla stregoneria e alle arti occulte. Sono questi riferimenti e questa padronanza della materia che legano il protagonista all'uomo. Forringer's Fortune è un testo marcio, nauseabondo, con i protagonisti che “nuotano” tra topi e ossari. Il finale ricorda vagamente il Modello Pickman di Howard P. Lovecraft per la volontà, tipica di Brennan, di mettere in scena l'orrore nella forma di un “mostro” alieno e tentacolare che proviene dall'altrove (forse dagli abissi marini).

Non troppo dissimile è Jendick's Swamp che modifica le ambientazioni riportandole nell'ambito dei boschi e delle paludi. Uno scrittore di racconti e uno sceriffo brancolano in un'area limacciosa alla ricerca della villa di una famiglia di degenerati spariti nel nulla. La magione, fatiscente, appare sul crinale di una collina attorniata dagli alberi e dagli acquitrini. È crollata su sé stessa e sembra non rivelare segni di vita. Un forte olezzo si diffonde dalle stanze, non a sufficienza da dissuadere i due indagatori dall'analisi del luogo. Cannibalismo, sacrifici umani, depezzamenti e un essere ultracentenario sorretto dagli influssi malefici di un demone (Iththaqua) capace di materializzare in cielo mostrando, tra le nubi di una tempesta, il suo volto costituiscono gli ingredienti di un racconto del terrore di buona fattura. Da notare un omaggio, non so quanto voluto, al Malpertuis di Jean Ray, nella parte in cui si dice che una divinità sopravvive solo se c'è qualcuno che ancora le dedica preghiere e in lei crede. Menzione speciale anche per il pittore Francisco Goya, espressamente citato da Brennan.


Buono è “l'urbano” On the Elevator (“Nell'Ascensore”, 1953) che si ricollega al precedente Slime. Ancora una volta Brennan sposa l'idea dell'orrore senza forma che proviene dal mare, spostando il tutto in città. L'orrore bestiale si miscela a un qualcosa che, per struttura narrativa e forma dei personaggi, si approssima al giallo. Un essere avvolto da un impermeabile, durante una notte di tregenda, penetra all'interno di un albergo. Il portiere, troppo indaffarato per accorgersene, nota solo un soggetto barcollante, forse un vecchio ubriaco, chiamare e penetrare all'interno dell'ascensore. È l'inizio di un incubo che non avrà risposta, con la polizia chiamata a risolvere il mistero di un omicidio perpetrato in modalità bestiali da un killer sparito nel nulla.


Vette di horror soprannaturale di discreta fattura sono garantite da The Willow Platform (“La Piattaforma di Salice”, 1973), un racconto che omaggia la narrativa “naturalistica” alla Algernon Blackwood, tanto che si cita persino la figura del “wendigo” (oltre il rimando ai salici). Un vagabondo rinviene all'interno di un rudere contadino un grimorio di evocazione demoniaca che porta alla materializzazione di un elementale sospeso oltre la terza dimensione. Brennan parla di viaggi astrali, evocazioni, esseri mostruosi che si muovono in una fitta vegetazione di salici. L'epilogo, pressoché identico al più breve e meno efficace The Seventh Incantation (“Il Settimo Incantesimo, 1963), porta alla morte dello sprovveduto che cerca di misurarsi con l'occulto senza avere le competenze per gestirne gli effetti collaterali.


The Keeper of the Dust (“Il Custode della Polvere”, 1962) tratta un altro grande classico: l'ira dei demoni chiamati a difendere le tombe egizie profanate da irrispettosi occidentali. Un tombarolo, di rientro dall'Egitto, trova stranamente il suo appartamento avvolto dalle polveri e dalla sabbia. In poco tempo, si ritrova prigioniero di una realtà altra, dove un demone dal corpo di bambino deforme si materializza per punirlo per aver sottratto uno scarabeo da una tomba di una mummia. Ottima la ricostruzione scenografica e la lenta spirale onirica che conduce al claustrofobico epilogo.


Sono sorretti da un minor senso dell'orrore trascendentale le altre storie. The North Knoll (“Il Poggio a Nord”, 1964) parla di un genius loci che presidia una collinetta nell'aperta campagna e aggredisce chi entra nei confini della sua area. The Green Parrot (“Il Pappagallo Verde”, 1952) è una classica ghost story di inizio carriera, con un viandante (uno scrittore che si è concesso una pausa) che si imbatte, imboccando un viottolo campestre preso come scorciatoia, in una vecchietta che insegue uno strano pappagallo verde sfuggitole dalla voliera. Intenzionato ad aiutare la donna, l'uomo rischia di perdersi nei sentieri boschivi e di farsi sorprendere dal freddo glaciale. Rientrato presso la locanda in cui è solito cenare, lo scrittore viene informato di essersi imbattuto in due fantasmi. Esercizio di stile, nulla più.

Più curioso e riuscito è The Calamander Chest (“Il Baule di Calamandra”, 1954), l'ultimo racconto di Brennan per Weird Tales. Il Baule di Calamandra è un classico racconto che giostra su un oggetto maledetto acquistato a basso prezzo in un antiquariato. Curiosa, e poi rubata da Stephen King (racconto The Moving Finger, 1990), l'idea del dito adunco che fuoriesce misteriosamente dal baule e ipnotizza l'acquirente sparendo ogni volta all'interno dell'oggetto senza che, all'apertura del mobile, sia visibile alcunché di strano. Sviluppo di storia stereotipato (i tentativi di disfarsi del baule non hanno esito positivo), ma ben gestito fino all'inevitabile finale.

CONCLUSIONI

Dunque un lotto di racconti che sapranno deliziare il palato dei fan delle storie più popolari alla weird tales ovvero testi che trattano il soprannaturale con una resa stilistica alleggerita da virtuosismi o preziosismi letterari.

La confezione della Dagon Press, non immune da refusi, è più che buona e messa in commercio a prezzo ghiotto. All'interno trovate inserite anche le locandine dei volumi in cui sono uscite le prime versioni dei dieci racconti proposti. Gradimento assicurato

 
 
Joseph Payne Brennan

"H. stava manipolando forze maligne, entità che probabilmente esistevano quando la terra era ancora giovane. La natura ha sperimentato con molte forme di vita - e non tutte appartenevano necessariamente al piano fisico. Probabilmente alcune di quelle... cose... sono esistite e sono scomparse, e gli elementi esili di cui erano composte non hanno lasciato tracce... forze primitive che, in un certo senso, esistono ancora in un altro tempo, si potrebbe dire in un'altra dimensione."

martedì 18 luglio 2023

Recensione Narrativa: HORROR ACADEMY a cura di Alessandro Manzetti.

Curatore: Alessandro Manzetti.
Edizione: Collection a serie limitata.
Anno: 2021.
Genere:  Antologia AA.VV. Horror / Giallo / Dramma.
Editore: Independent Legions.
Pagine: 228.
Prezzo: 16.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Prima antologia di un lodevole progetto lanciato dall'Academy letteraria di Alessandro Manzetti. Il boss dell'Independent Legions ha infatti avviato da anni e in veste di mentore un percorso di studi di scrittura creativa e di approfondimento narrativo (non solo dedicato al genere horror) rivolto ad aspiranti scrittori o a chi è in cerca di affinarsi. Dunque una sorta di diploma non riconosciuto in ambiente didattico, ma di prestigio in ambito editoriale. L'antologia Horror Academy è il primo sbocco di tale progetto e si preannuncia, per noi lettori, come una serie di opere in cui pescare aspiranti nuovi maestri. Manzetti, soggetto alquanto influente anche oltreoceano (due volte vincitore del Bram Stoker Award) e legato a un'infinità di contatti con scrittori e curatori internazionali, ha pensato bene di presentare i suoi pupilli affiancando agli stessi un gruppo, di volta in volta diverso, di maestri internazionali. Ne viene fuori un'iniziativa più unica che rara, a dir poco lodevole e ideale trampolino di lancio per autori nostrali sconosciuti al grande pubblico ma dal talento sempre più stimolato dai corsi di Manzetti. Un'occasione straordinaria e un grosso motivo di soddisfazione per le nuove leve dell'horror italico, al punto da vedere il proprio nome stampato in compagnia di più di un nume tutelare del settore.

Questa prima antologia (la seconda è già uscita), infatti, annovera dieci “nuove proposte”, tra cui spiccano nomi di autori già letti e conosciuti quali Andrea Berneschi, il recensore Enrico Graglia e Anna Silvia Armenise, a cui si affiancano otto maestri del settore, tra cui guru assoluti quali Ramsey Campbell, Richard Christian Matheson, David Schow e John Skipp.


L'antologia, venduta in modalità collection e con copie numerate, è a serie limitata, essendo state pubblicate solo 299 copie (motivo in più per acquistarla). È al momento ancora disponibile, peraltro al modesto prezzo di 16,90 euro, presso il sito della casa editrice. Il livello generale è più che sufficiente. Salvo un paio di gioielli e un pugno di racconti buoni, si assesta su un livello medio molto omogeneo dove la cura dello stile tende a prevalere sui contenuti. Una caratteristica questa che si percepisce molto di più nella lettura dei racconti degli scrittori dell'accademia di Manzetti. Confrontando i due gruppi di racconti, infatti, si percepisce un leziosimo (spesso oltre limite) che ammorba le storie degli allievi del deus ex machina dell'Independent. In buona sostanza, si evidenzia una sorta di approccio orientato a offrire un esercizio di stile al lettore o a scuoterlo pizzicandogli le corde emotive, piuttosto che a intrattenerlo sul versante del soggetto. Domina, inoltre, un'impostazione votata al drammatico, piuttosto che al sense of wonder o al mystery. Manzetti sembra aver voluto far emergere dal subconscio dei suoi allievi un orrore interno, vuoi che sia dovuto a un abbandono patito per la morte di una compagna, piuttosto che a una separazione violenta generata da un suicidio o ancora a uno stupro patito in infanzia o agli abusi inflitti da un marito padre-padrone. È dunque l'orrore sociale, talvolta (meno di quanto si possa pensare) filtrato sotto la deformante lente del fantastico, a guidare le penne della scuderia Manzetti. Seguono logiche diverse i racconti dei Maestri, salvo le storie di Skipp e Schow che appaiono in linea a quelle degli aspiranti scrittori. Sono infatti storie più classiche, lontane da quell'hardcore horror o extreme horror caro all'editore, in cui si cercano di riscrivere figure archetipiche come il licantropo o lo zombi e in cui si riconoscono molti omaggi alla narrativa di Edgar Allan Poe. Ecco che Horror Academy viene ad acquisire un taglio adatto a tutte le tipologie di lettori, con concessioni al giallo e al dramma sociale piuttosto che al fantastico di natura soprannaturale (comunque presente).


ANALISI NEL DETTAGLIO

Andiamo ora a vedere nel dettaglio i racconti.

Personalmente, mi sono piaciuti in modo particolare quattro racconti, tutte griffe da haute couture. Ramsey Campbell, autore di due racconti (uno in comunione con Nicola Lombardi), calamita l'interesse di questo recensore. In un Pallido Mattino di Pioggia, un survival apocalittico scritto a quattro mani col “nostro” Nicola Lombardi, conquista la perla del miglior racconto dell'antologia. Cadenzato dal tradizionale ritmo blando e dai toni crescenti dello specialista di Liverpool, è una storia costruita con maestria, in cui i dettagli del malessere e delle anomalie rispetto alla comune quotidianità si infiltrano, quasi impercettibili, nella storia contribuendo a mettere a fuoco una realtà alienante destinata a subire una metamorfosi irreversibile di valenza darwinesca. Campbell e Lombardi non fanno altro che mascherare, con la loro avventura, un ammodernamento de La Notte dei Morti Viventi di Romero. Si tratta di una delle poche storie strutturate dell'antologia, ovvero di un elaborato che va oltre il semplice evento/scorcio per affacciarsi su una realtà in divenire. La storia si apre occhieggiando a Il Vecchio Crudele dello stesso Campbell (lo trovate nell'antologia dell'Independent Legion I Figli del Buio), da cui vengono riprese l'inquietante e claustrofobica metafora sulla vecchiaia nonché l'ambientazione all'interno di un ospizio. Da qui la storia si espande e invade il campo dell'orrore di matrice mostruosa e cosmica. È infatti in corso una bizzarra invasione, con le immancabili tv che forniscono iniziali informazioni su base ipotetica, che sembra plasmata guardando, oltre a Romero, un po' a Cell di Stephen King e un po' al meno noto Schegge d'Inferno di Rich Hawkins (lo potete leggere in Splatterpunk Fighting Back sempre della Independent Legions). Il finale in crescendo e gli indizi sparsi all'interno della storia rendono il racconto molto buono, riscattando il ritmo lento e blando di apertura. Un gioiellino, poco da dire.

Molto riuscito è anche l'altro racconto di Campbell, ovvero Lo Spettacolo Continua. Testo molto più criptico e sfumato, che guarda al passato con nostalgia e, al tempo stesso, omaggia con grande senso della claustrofobia Edgar Allan Poe (penso al finale de Il Gatto Nero). Un commerciante, ossessionato di subire furti per mano di sconosciuti, sfonda il magazzino che ha sul retro del proprio locale. È infatti convinto che dall'interno di quel luogo qualche “topo di appartamento” abbia trovato la maniera per mettere a segno i furti che funestano il quartiere. Si troverà per tale via preda di un incubo labirintico, tra ricordi e suggestioni che tornano a galla dall'infanzia e soprattutto in balia di un orrore alimentato dai giochi di luce e dai rumori. Eccezionale la descrizione dello stato dei luoghi, con un cinema fatiscente che, nell'oscurità, torna a respirare sotto un letto di polvere e di ragnatele che gli conferiscono l'aspetto di un cadavere mummificato. L'epilogo, assai ambiguo, offre ampi spazi di interpretazione al lettore, squarci ipotetici che si aprono in favore di conclusioni molto diverse tra loro (dalla ghost story alla follia, passando per un incubo alimentato dall'aver sgolato qualche gallone di troppo di un alcool a basso prezzo).

Segue logiche molto diverse e più immediate Richard Christian Matheson. I racconti di questo figlio d'arte sono fucilate, ben rese da periodi brevi e immediati. Non fa eccezione Il Film. Il ritmo, rispetto a Campbell, diviene vorticoso, mentre si contrae la lunghezza della storia. Come per Lo Spettacolo Continua, il momento apicale del soggetto si consuma in un cinema dall'aria dismessa. Questa volta siamo in pieno deserto, in un contesto che suggerisce lo scoppio di una qualche guerra nucleare. Atmosfere alla Mad Max, tra punkettoni e scoppiati di ogni specie che vagano per strade polverose guidando bolidi imbottiti di anfetamine e alcool. Matheson impressiona per la capacità di scioccare, col suo stile asciutto e conciso. Il suo è un distopico caratterizzato da poche pennellate che rendono percettibile l'immagine di un mondo futuro flagellato da malattie epidemiche, abuso di droghe e presenza di hippie che hanno del tutto cancellato la civiltà a noi conosciuta. Tutto questo preoccupa un gruppo di pseudo militari reazionari che intendono ripulire il marcio che soffoca la Terra. Ecco che entra in gioco il cinema, un luogo di depurazione e di pulizia sociale, visto quale strumento di eliminazione. Interessante il parallelismo che viene a delinearsi tra la sala cinematografica e le docce di eliminazione dei campi di concentramento nazisti. Matheson non specifica niente, ma è impossibile non costruire questo macabro il parallelo.

Un altro racconto di alto valore è L'Assassino Evanescente di Jonathan Maberry, un giallo che nulla ha a che fare col genere horror e che, forse, appare un po' fuori luogo per il progetto. A parte questo, si tratta di un racconto che sarebbe piaciuto molto ad Alfred Hitchcock, perfetto per le antologie dallo stesso presentate negli anni settanta. Protagonista è nientemeno che monsieur Dupin, il celebre indagatore nato dalla fantasia di Edgar Allan Poe (ispiratore, tra gli altri, dello Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle). Maberry punta tutto su caratterizzazioni e dialoghi, a dir poco esilaranti, andando a ricostruire a ritroso, dalla “semplice” analisi della scena del crimine, un omicidio avvenuto nella Parigi dell'ottocento tra lo sbigottimento dell'inetta polizia e dell'immancabile amico che assiste alle mirabolanti doti analitiche dell'indagatore. Ecco che un cruento delitto, avvenuto nell'ufficio di un antiquario interessato all'arte orientale, viene risolto, quantomeno per quel che riguarda la dinamica. Interessanti le argomentazioni iniziali in cui Dupin spiega la sua posizione sul paranormale e, in particolare, sulla sua certezza circa l'inesistenza dei fantasmi. Piacerà moltissimo ai cultori di Agatha Christie ed Edgar Wallace.

Questo, a mio avviso, è il top dell'antologia. Gli altri racconti, per contenuti (non per stile o ricercatezza linguistica), si assestano a livelli di qualità inferiore.

Tra gli italiani, probabilmente il migliore, colpisce per capacità narrative ed eleganza espositiva Graffiti di Liana Africa; un dramma storico ambientato a Siena, caratterizzato dalla sensibilità tipicamente femminile (il senso di libertà tarpato), dove la protagonista si ritrova rinchiusa in manicomio per volere di un marito despota. Lessico e costruzione dei periodi da prima classe per un soggetto che, forse, avrebbe reso meglio al servizio di un dramma. Africa sembra quasi aver modificato l'epilogo per far virare il tutto verso un horror in odore di revenge per interposta persona. L'idea del fantasma/amico immaginario è inflazionata e fa perdere punti al racconto. La scrittrice, comunque, è da tenere d'occhio, poiché la padronanza linguistica è magistrale.

Voglio Farti una Sorpresa di Andrea Berneschi (con cui ho avuto il piacere di dividere il palco della Serra Trema, anni fa) soffre di “problemi” simili. Anche qua una buona prima parte, seppure meno elegante, in cui si rievoca l'infanzia dei lettori anni ottanta. Una gruppo di ragazzini inganna il tempo intrattenendosi con una serie di giochi che, una trentina di anni fa, si facevano per la strada, tra soldatini e macchinine, mentre i genitori passano il tempo in cucina a gustarsi i telefilm d'epoca (Dallas). Sono anni in cui i ragazzini si ritrovano per le scale dei condomini e per i cortili. Un'epoca ormai svanita, divorata da internet, cellulari e computer. In questo contesto si inserisce il tentativo di invasione, se tale effettivamente è (e non un'allucinazione), di alieni che assumono le sembianze dei genitori. Ecco che Berneschi cade nel cliché abusato, pur riuscendo a colpire i giusti punti nella prima parte.

Piace per capacità di regalare brividi Paolo Bertoglio col surreale Il Signore dei Venti, un racconto che mi ha ricordato certi elaborati del pellerossa Owl Goingback (penso a Sigillato con un Bacio, consultabile all'interno dell'antologia Tribal Screams). Una bizzarra entità ectoplasmatica, padrona dei venti caldi, si desta dalle mura di una casa abbandonata dirimpettaia a quella del protagonista e intrattiene con questo uno strano rapporto di collaborazione. L'essere, capace di materializzarsi in una forma aberrante, è in realtà un portale aperto su un'altra dimensione, un luogo dove tornano a muoversi coloro che sono trapassati e dove il protagonista sogna di ritrovare la compagna di vita. Elaborato breve, non certo un capolavoro ma dotato di quel sense of wonder che latita nell'antologia.

Non troppo dissimile, per l'epilogo, Sa Reula – Il Ballo dei Morti di Andrea Mungiello, una storia intrisa di malinconia e rimpianti che si chiude all'insegna di un orrore che assume valenza di speranza. Un mix tra certi racconti di Arthur Machen (“I Bambini Felici”) e Philip Fracassi (“Morte, Il Mio Migliore Amico”) con una danza macabra finale che ricorda i temi della tradizione pittorica del basso medioevo.

Dolore del distacco insuperabile anche per il serial killer che, nella speranza di ricostruire il corpo della compagna deceduta per cause naturali, compie mattanze in Il Verde Esatto di Niccolò Ratto. Gioca sulla componente poetica dei primi corteggiamenti e del desiderio di vedere sbocciare un'amicizia nell'amore dei sogni Enrico Graglia col suo Infernòt, una sorta di contro-fiaba dall'epilogo crudele dove l'orrore è puramente correlato alla cattiveria umana.

Cerca la via della filosofia e soprattutto del parallelismo tra istinto omicida e dipendenze dall'alcool (e droghe) Josh Malerman, che ricorre in via metaforica all'archetipo del licantropo per il suo Un'Ultima Trasformazione. Buone alcune dissertazioni, in cui si cerca di responsabilizzare le condotte umane così da evidenziare il libero arbitrio che domina ogni decisione, a prescindere da attitudini e inclinazioni. Finale cruento e ben calibrato, ma costruzione generale filacciosa e tirata per le lunghe. Ricorda molto la frase "questa è l'ultima" che caratterizza i buoni auspici di chi si dichiara prossimo a liberarsi da una dipendenza.

John Skipp e il suo Clown Depresso sposano, piuttosto che l'orrore, il dramma esistenziale. Un disgraziato, costretto a racimolare i soldi per tirare a campare interpretando il ruolo di clown in circhi squallidi di infimo livello, viene adescato da uno spacciatore dai denti marci che gli propone la cessione di una partita di spinelli. È una trappola, un inganno ordito da una prostituta che intende esorcizzare il suo incubo più grande, utilizzando come valvola di sfogo il povero protagonista. Violento, ma entro i limiti, costituisce un chiaro esempio di quello che potremmo definire uno splatterpunk; una storia tra ultimi, tra degrado, follia e paranoia.

Gioca sul thriller onirico Andrea Guido Silvi, salvo aggiungere un poco convincente finale di matrice horror. Il suo Il Mangiagranchi parte in quarta. Una ragazza completamente nuda fugge tra i canneti, di notte, tra fango e pozze d'acqua. Un serial killer, alle sue spalle, le sta dando la caccia munito di fiocina. Inizio molto promettente su cui si struttura un intreccio tra sogno premonitore e precognizione di fatti che, in realtà, capitano ad altri. Regolamento di conti finale con un serial killer che uccide e depezza le vittime per alimentare i granchi della sua riserva (!?). Finale horror, di matrice fantastica, poco giustificato, con la vendetta che si personifica nella forma di un ragazza che si trasforma (incomprensibilmente) in una sorta di mega granchio.

Buio, Lampo di Anna Silvia Armenise gioca sui ribaltamenti dei ruoli alla The Others, chiamando in causa magia voodoo (si parla di Baron Samedì) e irruzioni in abitazioni viste da una prospettiva distorta. Stile molto elegante, tensione crescente sulla scia de Lo Spettacolo Continua di Campbell, ma soggetto poco innovativo ed epilogo già visto. Un buon esercizio di stile.

Salvatore Vivenzio con L'Eredità cadenza in modo angoscioso un racconto sul male di vivere, con dei cimeli (una vecchia radio che non funziona più, un occhio di vetro e una pistola nazista) appartenuti al nonno suicida che condurranno alla pazzia il protagonista, sempre più isolato, non supportato dalla moglie e disoccupato. Da approfondire i riferimenti a una realtà ulteriore (o è solo follia?), che manda messaggi da un mondo che non si vede e che, forse, si manifesta attraverso occhi di vetro e vecchie radio.

Orme è una revenge story dai tratti onirici che Sergio Mastrillo conduce con taglio volutamente frammentato. Una vittima di pedofilia, ormai cresciuta, trova la via per vendicarsi del prete che ha abusato di lui. Parte finale ambientata in Finlandia, con un omicidio simbolico a dimostrazione della morte dell'animo del protagonista, ormai incapace di amare. C'è qualcosa da registrare.

Fai Correre il Sangue Dove Vuole è un omaggio di Manzetti a Dracula di Bram Stoker. Mina Harker, evidentemente, non è stata liberata dal sortilegio del Conte e va in caccia di giovani da vampirizzare. Lo stile, come spesso avviene con Manzetti, prevale sui contenuti della storia che si dimentica presto (non ce ne voglia).

Il Lungo Velo Nero di David Schow lo abbiamo già analizzato in occasione della recensione de I Figli del Buio ed è, anch'esso, una storia legata al dramma (tra tradimenti amorosi e regolamenti di conti).

 

CONCLUSIONE

Che dire alla fine: Vale l'acquisto? La risposta è "si", poiché è un progetto editoriale unico che fa bene e sprona gli aspiranti scrittori italiani interessati al fantastico, dando loro un'occasione da raccontare ai nipotini. Il prezzo e la cura, sia a livello editoriale che di editing, sono molto buoni. Il livello medio dei racconti è più sufficiente, con punte di eccellenza. Manca, ad avviso del sottoscritto, un approccio al genere votato all'intrattenimento dei lettori. A parte alcune storie dei Maestri (Campbell, Matheson e Maberry), Manzetti, che qua accantona truculenze e violenze estreme, pare più interessato all'eleganza della prosa dei suoi allievi e a una forma di orrore che nasce dall'interiorità, alimentato da disagi, disturbi e cattive relazioni interpersonali col prossimo. Manca quasi del tutto l'impluso a meravigliare il lettore con quel tocco, a esempio, che rese epica una rivista come weird tales. La domanda, in fondo, per comprendere l'alchimia che rende indimenticabile un racconto è sempre la stessa, per banale quanto possa sembrare: perché leggiamo narrativa horror? Qualcuno potrebbe dire per sentirci attorcigliare le budella e provare quei brividi che, specie in estate, possono salvarci dall'apatia oppure perché intendiamo esorcizzare le nostre paure o, ancora, perché vogliamo divertirci sognando per interposta persona quanto non ci permetteremmo mai di fare in prima persona (per citare un vecchio saggio criminologico di Robert Simon). Personalmente, la risposta che più mi piace e che credo più calzante per comprendere le ragioni di un genere, il macabro, che fa storcere il naso a psicologi e puritani passa dall'impulso a evadere dalla realtà e da quanto possiamo vedere e vivere nella scialba esistenza che ci costringe ogni giorno a sguazzare, alla stregua di pesciolini intrappolati in una sfera di cristallo, per il divertimento di Divinità che sfuggono al nostro limitato senso della vista. E' dunque il sense of wonder, a mio avviso, a tracciare la linea di confine oltre la quale tendere con l'immaginazione. Raccontami quanto già io non conosca. Non ho bisogno che tu mi ricordi le bassezze e le tristezza di questa vita. Imbocca la via del meraviglioso, di un mondo altro che incrocia il suo cammino col nostro, alterandolo e dando testimonianza di un qualcosa che non siamo in grado di comprendere e che, per usare un'espressione alla Protagora, non è a misura di uomo eppure può a noi manifestarsi in un'ottica distorta e parziale. Te che sei benedetto dall'estro della scrittura, fammi sognare e non mi ricordare che siamo banali e arroganti formiche che pretendono prove e dimostrazioni per aprire la nostra mente, abbarbicate su relativi schemi mentali legati a strutture sociali frutto di periodi storici. Non mi ricordare che a noi interessa solo vivere alla giornata, scorgendo nella vita e negli aspetti materali che la caratterizzano il nostro unico e primario interesse. Non mi ribadire che siamo così ottusi da ricercare in noi stessi o in quanto possiamo toccare le fonti dell'orrore più assoluto, dimenticandoci che è invece l'ignoto e l'incomprensibile il mare magnum in cui dovremo imparare, se la vita ha davvero un senso, a saper nuotare... prese di Cthulhu permettendo, poiché i veri Giganti sono altri, non certo chi sguazza sulla superfice dell'apparenza, e perché l'unica cosa certa è che siamo semplici creature di passaggio nel mondo della materia. 

Il curatore Alessandro Manzetti

Il lupo ha convinto l'uomo che sia più profondo il proibito di quanto invece è accettato.”