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martedì 18 luglio 2023

Recensione Narrativa: HORROR ACADEMY a cura di Alessandro Manzetti.

Curatore: Alessandro Manzetti.
Edizione: Collection a serie limitata.
Anno: 2021.
Genere:  Antologia AA.VV. Horror / Giallo / Dramma.
Editore: Independent Legions.
Pagine: 228.
Prezzo: 16.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Prima antologia di un lodevole progetto lanciato dall'Academy letteraria di Alessandro Manzetti. Il boss dell'Independent Legions ha infatti avviato da anni e in veste di mentore un percorso di studi di scrittura creativa e di approfondimento narrativo (non solo dedicato al genere horror) rivolto ad aspiranti scrittori o a chi è in cerca di affinarsi. Dunque una sorta di diploma non riconosciuto in ambiente didattico, ma di prestigio in ambito editoriale. L'antologia Horror Academy è il primo sbocco di tale progetto e si preannuncia, per noi lettori, come una serie di opere in cui pescare aspiranti nuovi maestri. Manzetti, soggetto alquanto influente anche oltreoceano (due volte vincitore del Bram Stoker Award) e legato a un'infinità di contatti con scrittori e curatori internazionali, ha pensato bene di presentare i suoi pupilli affiancando agli stessi un gruppo, di volta in volta diverso, di maestri internazionali. Ne viene fuori un'iniziativa più unica che rara, a dir poco lodevole e ideale trampolino di lancio per autori nostrali sconosciuti al grande pubblico ma dal talento sempre più stimolato dai corsi di Manzetti. Un'occasione straordinaria e un grosso motivo di soddisfazione per le nuove leve dell'horror italico, al punto da vedere il proprio nome stampato in compagnia di più di un nume tutelare del settore.

Questa prima antologia (la seconda è già uscita), infatti, annovera dieci “nuove proposte”, tra cui spiccano nomi di autori già letti e conosciuti quali Andrea Berneschi, il recensore Enrico Graglia e Anna Silvia Armenise, a cui si affiancano otto maestri del settore, tra cui guru assoluti quali Ramsey Campbell, Richard Christian Matheson, David Schow e John Skipp.


L'antologia, venduta in modalità collection e con copie numerate, è a serie limitata, essendo state pubblicate solo 299 copie (motivo in più per acquistarla). È al momento ancora disponibile, peraltro al modesto prezzo di 16,90 euro, presso il sito della casa editrice. Il livello generale è più che sufficiente. Salvo un paio di gioielli e un pugno di racconti buoni, si assesta su un livello medio molto omogeneo dove la cura dello stile tende a prevalere sui contenuti. Una caratteristica questa che si percepisce molto di più nella lettura dei racconti degli scrittori dell'accademia di Manzetti. Confrontando i due gruppi di racconti, infatti, si percepisce un leziosimo (spesso oltre limite) che ammorba le storie degli allievi del deus ex machina dell'Independent. In buona sostanza, si evidenzia una sorta di approccio orientato a offrire un esercizio di stile al lettore o a scuoterlo pizzicandogli le corde emotive, piuttosto che a intrattenerlo sul versante del soggetto. Domina, inoltre, un'impostazione votata al drammatico, piuttosto che al sense of wonder o al mystery. Manzetti sembra aver voluto far emergere dal subconscio dei suoi allievi un orrore interno, vuoi che sia dovuto a un abbandono patito per la morte di una compagna, piuttosto che a una separazione violenta generata da un suicidio o ancora a uno stupro patito in infanzia o agli abusi inflitti da un marito padre-padrone. È dunque l'orrore sociale, talvolta (meno di quanto si possa pensare) filtrato sotto la deformante lente del fantastico, a guidare le penne della scuderia Manzetti. Seguono logiche diverse i racconti dei Maestri, salvo le storie di Skipp e Schow che appaiono in linea a quelle degli aspiranti scrittori. Sono infatti storie più classiche, lontane da quell'hardcore horror o extreme horror caro all'editore, in cui si cercano di riscrivere figure archetipiche come il licantropo o lo zombi e in cui si riconoscono molti omaggi alla narrativa di Edgar Allan Poe. Ecco che Horror Academy viene ad acquisire un taglio adatto a tutte le tipologie di lettori, con concessioni al giallo e al dramma sociale piuttosto che al fantastico di natura soprannaturale (comunque presente).


ANALISI NEL DETTAGLIO

Andiamo ora a vedere nel dettaglio i racconti.

Personalmente, mi sono piaciuti in modo particolare quattro racconti, tutte griffe da haute couture. Ramsey Campbell, autore di due racconti (uno in comunione con Nicola Lombardi), calamita l'interesse di questo recensore. In un Pallido Mattino di Pioggia, un survival apocalittico scritto a quattro mani col “nostro” Nicola Lombardi, conquista la perla del miglior racconto dell'antologia. Cadenzato dal tradizionale ritmo blando e dai toni crescenti dello specialista di Liverpool, è una storia costruita con maestria, in cui i dettagli del malessere e delle anomalie rispetto alla comune quotidianità si infiltrano, quasi impercettibili, nella storia contribuendo a mettere a fuoco una realtà alienante destinata a subire una metamorfosi irreversibile di valenza darwinesca. Campbell e Lombardi non fanno altro che mascherare, con la loro avventura, un ammodernamento de La Notte dei Morti Viventi di Romero. Si tratta di una delle poche storie strutturate dell'antologia, ovvero di un elaborato che va oltre il semplice evento/scorcio per affacciarsi su una realtà in divenire. La storia si apre occhieggiando a Il Vecchio Crudele dello stesso Campbell (lo trovate nell'antologia dell'Independent Legion I Figli del Buio), da cui vengono riprese l'inquietante e claustrofobica metafora sulla vecchiaia nonché l'ambientazione all'interno di un ospizio. Da qui la storia si espande e invade il campo dell'orrore di matrice mostruosa e cosmica. È infatti in corso una bizzarra invasione, con le immancabili tv che forniscono iniziali informazioni su base ipotetica, che sembra plasmata guardando, oltre a Romero, un po' a Cell di Stephen King e un po' al meno noto Schegge d'Inferno di Rich Hawkins (lo potete leggere in Splatterpunk Fighting Back sempre della Independent Legions). Il finale in crescendo e gli indizi sparsi all'interno della storia rendono il racconto molto buono, riscattando il ritmo lento e blando di apertura. Un gioiellino, poco da dire.

Molto riuscito è anche l'altro racconto di Campbell, ovvero Lo Spettacolo Continua. Testo molto più criptico e sfumato, che guarda al passato con nostalgia e, al tempo stesso, omaggia con grande senso della claustrofobia Edgar Allan Poe (penso al finale de Il Gatto Nero). Un commerciante, ossessionato di subire furti per mano di sconosciuti, sfonda il magazzino che ha sul retro del proprio locale. È infatti convinto che dall'interno di quel luogo qualche “topo di appartamento” abbia trovato la maniera per mettere a segno i furti che funestano il quartiere. Si troverà per tale via preda di un incubo labirintico, tra ricordi e suggestioni che tornano a galla dall'infanzia e soprattutto in balia di un orrore alimentato dai giochi di luce e dai rumori. Eccezionale la descrizione dello stato dei luoghi, con un cinema fatiscente che, nell'oscurità, torna a respirare sotto un letto di polvere e di ragnatele che gli conferiscono l'aspetto di un cadavere mummificato. L'epilogo, assai ambiguo, offre ampi spazi di interpretazione al lettore, squarci ipotetici che si aprono in favore di conclusioni molto diverse tra loro (dalla ghost story alla follia, passando per un incubo alimentato dall'aver sgolato qualche gallone di troppo di un alcool a basso prezzo).

Segue logiche molto diverse e più immediate Richard Christian Matheson. I racconti di questo figlio d'arte sono fucilate, ben rese da periodi brevi e immediati. Non fa eccezione Il Film. Il ritmo, rispetto a Campbell, diviene vorticoso, mentre si contrae la lunghezza della storia. Come per Lo Spettacolo Continua, il momento apicale del soggetto si consuma in un cinema dall'aria dismessa. Questa volta siamo in pieno deserto, in un contesto che suggerisce lo scoppio di una qualche guerra nucleare. Atmosfere alla Mad Max, tra punkettoni e scoppiati di ogni specie che vagano per strade polverose guidando bolidi imbottiti di anfetamine e alcool. Matheson impressiona per la capacità di scioccare, col suo stile asciutto e conciso. Il suo è un distopico caratterizzato da poche pennellate che rendono percettibile l'immagine di un mondo futuro flagellato da malattie epidemiche, abuso di droghe e presenza di hippie che hanno del tutto cancellato la civiltà a noi conosciuta. Tutto questo preoccupa un gruppo di pseudo militari reazionari che intendono ripulire il marcio che soffoca la Terra. Ecco che entra in gioco il cinema, un luogo di depurazione e di pulizia sociale, visto quale strumento di eliminazione. Interessante il parallelismo che viene a delinearsi tra la sala cinematografica e le docce di eliminazione dei campi di concentramento nazisti. Matheson non specifica niente, ma è impossibile non costruire questo macabro il parallelo.

Un altro racconto di alto valore è L'Assassino Evanescente di Jonathan Maberry, un giallo che nulla ha a che fare col genere horror e che, forse, appare un po' fuori luogo per il progetto. A parte questo, si tratta di un racconto che sarebbe piaciuto molto ad Alfred Hitchcock, perfetto per le antologie dallo stesso presentate negli anni settanta. Protagonista è nientemeno che monsieur Dupin, il celebre indagatore nato dalla fantasia di Edgar Allan Poe (ispiratore, tra gli altri, dello Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle). Maberry punta tutto su caratterizzazioni e dialoghi, a dir poco esilaranti, andando a ricostruire a ritroso, dalla “semplice” analisi della scena del crimine, un omicidio avvenuto nella Parigi dell'ottocento tra lo sbigottimento dell'inetta polizia e dell'immancabile amico che assiste alle mirabolanti doti analitiche dell'indagatore. Ecco che un cruento delitto, avvenuto nell'ufficio di un antiquario interessato all'arte orientale, viene risolto, quantomeno per quel che riguarda la dinamica. Interessanti le argomentazioni iniziali in cui Dupin spiega la sua posizione sul paranormale e, in particolare, sulla sua certezza circa l'inesistenza dei fantasmi. Piacerà moltissimo ai cultori di Agatha Christie ed Edgar Wallace.

Questo, a mio avviso, è il top dell'antologia. Gli altri racconti, per contenuti (non per stile o ricercatezza linguistica), si assestano a livelli di qualità inferiore.

Tra gli italiani, probabilmente il migliore, colpisce per capacità narrative ed eleganza espositiva Graffiti di Liana Africa; un dramma storico ambientato a Siena, caratterizzato dalla sensibilità tipicamente femminile (il senso di libertà tarpato), dove la protagonista si ritrova rinchiusa in manicomio per volere di un marito despota. Lessico e costruzione dei periodi da prima classe per un soggetto che, forse, avrebbe reso meglio al servizio di un dramma. Africa sembra quasi aver modificato l'epilogo per far virare il tutto verso un horror in odore di revenge per interposta persona. L'idea del fantasma/amico immaginario è inflazionata e fa perdere punti al racconto. La scrittrice, comunque, è da tenere d'occhio, poiché la padronanza linguistica è magistrale.

Voglio Farti una Sorpresa di Andrea Berneschi (con cui ho avuto il piacere di dividere il palco della Serra Trema, anni fa) soffre di “problemi” simili. Anche qua una buona prima parte, seppure meno elegante, in cui si rievoca l'infanzia dei lettori anni ottanta. Una gruppo di ragazzini inganna il tempo intrattenendosi con una serie di giochi che, una trentina di anni fa, si facevano per la strada, tra soldatini e macchinine, mentre i genitori passano il tempo in cucina a gustarsi i telefilm d'epoca (Dallas). Sono anni in cui i ragazzini si ritrovano per le scale dei condomini e per i cortili. Un'epoca ormai svanita, divorata da internet, cellulari e computer. In questo contesto si inserisce il tentativo di invasione, se tale effettivamente è (e non un'allucinazione), di alieni che assumono le sembianze dei genitori. Ecco che Berneschi cade nel cliché abusato, pur riuscendo a colpire i giusti punti nella prima parte.

Piace per capacità di regalare brividi Paolo Bertoglio col surreale Il Signore dei Venti, un racconto che mi ha ricordato certi elaborati del pellerossa Owl Goingback (penso a Sigillato con un Bacio, consultabile all'interno dell'antologia Tribal Screams). Una bizzarra entità ectoplasmatica, padrona dei venti caldi, si desta dalle mura di una casa abbandonata dirimpettaia a quella del protagonista e intrattiene con questo uno strano rapporto di collaborazione. L'essere, capace di materializzarsi in una forma aberrante, è in realtà un portale aperto su un'altra dimensione, un luogo dove tornano a muoversi coloro che sono trapassati e dove il protagonista sogna di ritrovare la compagna di vita. Elaborato breve, non certo un capolavoro ma dotato di quel sense of wonder che latita nell'antologia.

Non troppo dissimile, per l'epilogo, Sa Reula – Il Ballo dei Morti di Andrea Mungiello, una storia intrisa di malinconia e rimpianti che si chiude all'insegna di un orrore che assume valenza di speranza. Un mix tra certi racconti di Arthur Machen (“I Bambini Felici”) e Philip Fracassi (“Morte, Il Mio Migliore Amico”) con una danza macabra finale che ricorda i temi della tradizione pittorica del basso medioevo.

Dolore del distacco insuperabile anche per il serial killer che, nella speranza di ricostruire il corpo della compagna deceduta per cause naturali, compie mattanze in Il Verde Esatto di Niccolò Ratto. Gioca sulla componente poetica dei primi corteggiamenti e del desiderio di vedere sbocciare un'amicizia nell'amore dei sogni Enrico Graglia col suo Infernòt, una sorta di contro-fiaba dall'epilogo crudele dove l'orrore è puramente correlato alla cattiveria umana.

Cerca la via della filosofia e soprattutto del parallelismo tra istinto omicida e dipendenze dall'alcool (e droghe) Josh Malerman, che ricorre in via metaforica all'archetipo del licantropo per il suo Un'Ultima Trasformazione. Buone alcune dissertazioni, in cui si cerca di responsabilizzare le condotte umane così da evidenziare il libero arbitrio che domina ogni decisione, a prescindere da attitudini e inclinazioni. Finale cruento e ben calibrato, ma costruzione generale filacciosa e tirata per le lunghe. Ricorda molto la frase "questa è l'ultima" che caratterizza i buoni auspici di chi si dichiara prossimo a liberarsi da una dipendenza.

John Skipp e il suo Clown Depresso sposano, piuttosto che l'orrore, il dramma esistenziale. Un disgraziato, costretto a racimolare i soldi per tirare a campare interpretando il ruolo di clown in circhi squallidi di infimo livello, viene adescato da uno spacciatore dai denti marci che gli propone la cessione di una partita di spinelli. È una trappola, un inganno ordito da una prostituta che intende esorcizzare il suo incubo più grande, utilizzando come valvola di sfogo il povero protagonista. Violento, ma entro i limiti, costituisce un chiaro esempio di quello che potremmo definire uno splatterpunk; una storia tra ultimi, tra degrado, follia e paranoia.

Gioca sul thriller onirico Andrea Guido Silvi, salvo aggiungere un poco convincente finale di matrice horror. Il suo Il Mangiagranchi parte in quarta. Una ragazza completamente nuda fugge tra i canneti, di notte, tra fango e pozze d'acqua. Un serial killer, alle sue spalle, le sta dando la caccia munito di fiocina. Inizio molto promettente su cui si struttura un intreccio tra sogno premonitore e precognizione di fatti che, in realtà, capitano ad altri. Regolamento di conti finale con un serial killer che uccide e depezza le vittime per alimentare i granchi della sua riserva (!?). Finale horror, di matrice fantastica, poco giustificato, con la vendetta che si personifica nella forma di un ragazza che si trasforma (incomprensibilmente) in una sorta di mega granchio.

Buio, Lampo di Anna Silvia Armenise gioca sui ribaltamenti dei ruoli alla The Others, chiamando in causa magia voodoo (si parla di Baron Samedì) e irruzioni in abitazioni viste da una prospettiva distorta. Stile molto elegante, tensione crescente sulla scia de Lo Spettacolo Continua di Campbell, ma soggetto poco innovativo ed epilogo già visto. Un buon esercizio di stile.

Salvatore Vivenzio con L'Eredità cadenza in modo angoscioso un racconto sul male di vivere, con dei cimeli (una vecchia radio che non funziona più, un occhio di vetro e una pistola nazista) appartenuti al nonno suicida che condurranno alla pazzia il protagonista, sempre più isolato, non supportato dalla moglie e disoccupato. Da approfondire i riferimenti a una realtà ulteriore (o è solo follia?), che manda messaggi da un mondo che non si vede e che, forse, si manifesta attraverso occhi di vetro e vecchie radio.

Orme è una revenge story dai tratti onirici che Sergio Mastrillo conduce con taglio volutamente frammentato. Una vittima di pedofilia, ormai cresciuta, trova la via per vendicarsi del prete che ha abusato di lui. Parte finale ambientata in Finlandia, con un omicidio simbolico a dimostrazione della morte dell'animo del protagonista, ormai incapace di amare. C'è qualcosa da registrare.

Fai Correre il Sangue Dove Vuole è un omaggio di Manzetti a Dracula di Bram Stoker. Mina Harker, evidentemente, non è stata liberata dal sortilegio del Conte e va in caccia di giovani da vampirizzare. Lo stile, come spesso avviene con Manzetti, prevale sui contenuti della storia che si dimentica presto (non ce ne voglia).

Il Lungo Velo Nero di David Schow lo abbiamo già analizzato in occasione della recensione de I Figli del Buio ed è, anch'esso, una storia legata al dramma (tra tradimenti amorosi e regolamenti di conti).

 

CONCLUSIONE

Che dire alla fine: Vale l'acquisto? La risposta è "si", poiché è un progetto editoriale unico che fa bene e sprona gli aspiranti scrittori italiani interessati al fantastico, dando loro un'occasione da raccontare ai nipotini. Il prezzo e la cura, sia a livello editoriale che di editing, sono molto buoni. Il livello medio dei racconti è più sufficiente, con punte di eccellenza. Manca, ad avviso del sottoscritto, un approccio al genere votato all'intrattenimento dei lettori. A parte alcune storie dei Maestri (Campbell, Matheson e Maberry), Manzetti, che qua accantona truculenze e violenze estreme, pare più interessato all'eleganza della prosa dei suoi allievi e a una forma di orrore che nasce dall'interiorità, alimentato da disagi, disturbi e cattive relazioni interpersonali col prossimo. Manca quasi del tutto l'impluso a meravigliare il lettore con quel tocco, a esempio, che rese epica una rivista come weird tales. La domanda, in fondo, per comprendere l'alchimia che rende indimenticabile un racconto è sempre la stessa, per banale quanto possa sembrare: perché leggiamo narrativa horror? Qualcuno potrebbe dire per sentirci attorcigliare le budella e provare quei brividi che, specie in estate, possono salvarci dall'apatia oppure perché intendiamo esorcizzare le nostre paure o, ancora, perché vogliamo divertirci sognando per interposta persona quanto non ci permetteremmo mai di fare in prima persona (per citare un vecchio saggio criminologico di Robert Simon). Personalmente, la risposta che più mi piace e che credo più calzante per comprendere le ragioni di un genere, il macabro, che fa storcere il naso a psicologi e puritani passa dall'impulso a evadere dalla realtà e da quanto possiamo vedere e vivere nella scialba esistenza che ci costringe ogni giorno a sguazzare, alla stregua di pesciolini intrappolati in una sfera di cristallo, per il divertimento di Divinità che sfuggono al nostro limitato senso della vista. E' dunque il sense of wonder, a mio avviso, a tracciare la linea di confine oltre la quale tendere con l'immaginazione. Raccontami quanto già io non conosca. Non ho bisogno che tu mi ricordi le bassezze e le tristezza di questa vita. Imbocca la via del meraviglioso, di un mondo altro che incrocia il suo cammino col nostro, alterandolo e dando testimonianza di un qualcosa che non siamo in grado di comprendere e che, per usare un'espressione alla Protagora, non è a misura di uomo eppure può a noi manifestarsi in un'ottica distorta e parziale. Te che sei benedetto dall'estro della scrittura, fammi sognare e non mi ricordare che siamo banali e arroganti formiche che pretendono prove e dimostrazioni per aprire la nostra mente, abbarbicate su relativi schemi mentali legati a strutture sociali frutto di periodi storici. Non mi ricordare che a noi interessa solo vivere alla giornata, scorgendo nella vita e negli aspetti materali che la caratterizzano il nostro unico e primario interesse. Non mi ribadire che siamo così ottusi da ricercare in noi stessi o in quanto possiamo toccare le fonti dell'orrore più assoluto, dimenticandoci che è invece l'ignoto e l'incomprensibile il mare magnum in cui dovremo imparare, se la vita ha davvero un senso, a saper nuotare... prese di Cthulhu permettendo, poiché i veri Giganti sono altri, non certo chi sguazza sulla superfice dell'apparenza, e perché l'unica cosa certa è che siamo semplici creature di passaggio nel mondo della materia. 

Il curatore Alessandro Manzetti

Il lupo ha convinto l'uomo che sia più profondo il proibito di quanto invece è accettato.”

mercoledì 21 giugno 2023

Recensione Narrativa: SPLATTERPUNK FIGHTING BACK a cura di Jack Bantry e Kit Power.



Autore: AA.VV..
Titolo Originale: Splatterpunk Fighting Back.
Anno: 2017.
Genere:  Antologia Hardcore / Extreme Horror.
Editore: Independent Legions (2019).
Pagine: 180.
Prezzo: 13.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Antologia vincitrice dello Splatterpunk Award 2018 prontamente sdoganata alle nostre latitudini da Alessandro Manzetti per la “sua” Independent Legions.

Jack Bantry e Kit Power sono i curatori del progetto che propone undici racconti appositamente scritti nel 2017 da altrettanti autori. I nomi dei coinvolti, a parte Tim Curran (più volte proposto dalla Dunwich Edizioni), diranno poco persino ai cultori dell'horror estremo che, tuttavia, mantiene i connotati garantiti dalle firme più celebrate.

Splatterpunk Fighting Back allude, nel suo titolo, a un ritorno di un sottogenere, quello dello splatterpunk, nato e superato sul finire degli anni ottanta. Si sta parlando di un contenitore horror caratterizzato da violenza, contenuti forti e, al tempo stesso, interessati alla denuncia sociale, al portare in scena reietti ed emarginati per una volta veri protagonisti della storia. I “nuovi interpreti” schierati dal duo di curatori sembrano tuttavia tradire i manifesti iniziali codificati dai vari Skipp e Spector. Degli undici racconti, probabilmente, solo un paio rispondono a certe logiche. Per il resto siamo sulle coordinate dell'extreme horror, con molti esempi di hardcore horror. I contenuti sono abbassati di registro, prossimi a una tipologia di narrativa che intende insistere sul dettaglio macabro, prediligendo forme linguistiche immediate che non celano sottotracce o messaggi filosofico/esistenziali di fondo. Alla fine, la sensazione è quella di leggere una narrativa di consumo destinata a dimenticarsi presto. Ciò detto, come in ogni antologia, non mancano racconti capaci di scuotere il lettore.


La perla del miglior racconto va a Schegge di Inferno di Rich Hawkins. Mai titolo fu più appropriato di questo. Potenza pittorica ai massimi livelli, tanto da far venire alla mente certi pannelli dei trittici infernali di Bosch. Hawkins, pur omaggiando il culto degli antichi di Lovecraft, ricorda Clive Barker in diverse parti del racconto che, purtroppo, manca di unità. La storia è estremamente frammentaria, dando l'impressione di essere una scheggia di un'opera più complessa. Una madre va alla ricerca del figlio in un mondo che è stato improvvisamente flagellato da un'epidemia di follia generata da imprecisate creature che solcano i cieli. Sfumato, evanescente, offre scene extreme molto truculente. I mostri sono gli uomini stessi, nonostante non se ne rendano conto. Il mostro è il prodotto di un'evoluzione non percepibile dai limitati sensi umani. Il male, alla stregua di un cancro, proviene dall'interno, deforma i tessuti e rende cannibali gli uomini incapaci di ricordare il loro passato. Le vittime designate di tale inferno sono i bambini, gli unici a non essere ancora colpiti dalla contaminazione per poter così essere sacrificati per il sostentamento degli uomini. Hawkins cela contenuti freudiani e perturbanti, proponendo un'originale apocalisse con dei "morti viventi" letteralmente esplosi dall'interno. Evocativo.


In parte simile (bambini sacrificati), ma meno potente sul versante pittorico, è Il Prezzo da Pagare, fulmineo contributo di due pagine e mezzo prestato da John Boden. Il mondo è popolato da strani esattori che pretendono dai contribuenti, rigorosamente rinchiusi nelle proprie abitazioni, il versamento delle tasse. La descrizione dell'esattore di Boden suggerisce la presenza di creature demoniache o extraterrestri che passano per cibarsi dei tributi loro garantiti, tributi di carne umana.


Molto interessante e visionario è Terapia di Morte di Bracken MacLeod, forse l'autore più titolato dell'antologia (finalista al Bram Stoker Award e allo Shirley Jackson Award). Strutturato su un doppio binario che convergerà in un'unica storia, si tratta di una delle poche storie che possono effettivamente definirsi splatterpunk. La componente extreme (non parlerei qua di hardcore) diviene funzionale alla storia e non centrale come avviene per molte delle altre. Le distinzioni sociali, l'onnipotenza dei danarosi e il modo in cui gli stessi passano per impuniti presentando semplicemente un biglietto da visita alle forze dell'ordine delineano una storia dai contenuti superiori e più calibrati rispetto agli altri incubi. Notevole l'idea di portare alla distruzione una famiglia modello, formata da un uomo e una donna che vivono in simbiosi e che hanno la sventura di trovare sulla loro strada un imprenditore annoiato che ha deciso di vincere l'apatia, uccidendo in modo subdolo il prossimo (tema ancora attuale, si veda il recente episodio della strage automobilistica provocata dai ragazzi alla guida di una Lamborghini). Bella la parte del viaggio nel tempo suscitato da una sorta di santone imbroglione, tuttavia capace di far emergere il peggio dai suoi clienti, in cui l'imprenditore (ri)scopre il gusto di uccidere. Buono.


Oltre ai citati tre racconti, a mio avviso i migliori dell'antologia, si scende di svariati gradini. Appaiono ben costruiti ma con poca inventiva Il Problema di Darla (titolo italiano orrendo per il suo suggerire interrogativi peccaminosi) e La Casa dei Macellai. Entrambi gli elaborati hanno una forte matrice cinematografica e un epilogo senza speranza in cui forze ultraterrene banchettano con i protagonisti impossibilitati a far fronte al cospetto di simili esseri. Nel primo racconto, di Kristopher Rufty, una bambina chiede aiuto a un poliziotto, affermando che un mostro fuoriuscito dall'armadio le ha ucciso i genitori. Rufty miscela con una dose di tensione crescente (punto di forza) la tematica del baubau a quella degli esseri demoniaci richiamati inavvertitamente nella nostra dimensione dall'utilizzo per gioco di tavolette ouija. W. D. Gagliani e Dave Benton, col secondo racconto, propongono un survival dall'intensa azione che omaggia pellicole quali Non Aprite quella Porta. Una ragazza, smarritasi nel bosco, riceve un passaggio dalla persona sbagliata. Esseri deformi, vecchi cannibali, depezzamenti di corpi trucidati e infine una progenie, ancor più malata e inumana nonché dai tratti del bigfoot, chiamata a soverchiare gli equilibri tra bene e male.


Scelgono la via iperbolica Tim Curran e Matt Shaw. Entrambi gli scrittori, strizzando l'occhiolino a Il Naso di Gogol, immaginano storie con personaggi sprovvisti di parti del corpo capaci di muoversi per conto autonomo e di compiere vendette. Più interessante l'elaborato (Melvin) folle e memorabile di Shaw. Uno sfigato viene respinto in discoteca dalla bellona di turno, che lo reputa un verginello incapace di accenderle la libido. Il giovane, tuttavia, ha un reparto riproduttivo molto particolare capace di allungarsi come nessun altro. Hardcore horror che guarda a Il Demone sotto la Pelle di Cronenberg, andando oltre il confine in cui il regista canadese si era fermato. Il corpo alieno, qua, sarà l'elemento caratterizzante del sesso maschile e il suo percorso sarà così assurdo da dar vita a uno stupro senza precedenti (che difficilmente si scorderà). Incisivo il finale utile a ripristinare il senso di giustizia violato. Più politicamente corretto Curran (Arto Fantasma), con un uomo perseguitato dal suo braccio amputato che non ne vuol sapere di restare distaccato dal corpo di origine. Se Shaw gioca sul (surreale) divertimento, Curran, strizzando più di un occhio a La Bestia dalle Cinque Dita di William Fryer Harvey, crea ribrezzo con le sue dettagliate descrizioni dei processi putrefattivi cui va incontro il braccio. Finale prevedibile ma d'effetto.


Piacciono meno (al sottoscritto) e per motivi diversi i restanti quattro racconti. Nuotano di Notte di Adam Millard è un racconto speculare (ma meno originale) a quello di Matt Shaw. Millard riscrive e modernizza (perdendo tutto il fascino) il mito della sirena. Le ambientazioni si spostano dagli oceani e dai canti che risuonano nelle notti frustate dalla nebbia ai biechi pub di periferia, dove vecchi segaioli (nello specifico significato del termine) si dilettano senza freni inibitori nell'assistere a spettacoli canori di avvenenti soubrette. Una di queste decide di adescare un insolito cliente. Diviso in due parti nette, il racconto, pur delineando situazioni piuttosto convenzionali per il new horror (soprattutto quello cinematografico), cala notevolmente alla distanza culminando in un'orgia gore cannibalica. Meglio, su questo versante, Molly di Glenn Rolfe, un racconto che risulta addirittura finalista agli splatterpunk Awards 2018, nella categoria best short fiction. Un piazzamento d'onore che dovrebbe fare del racconto la perla dell'antologia. Purtroppo, sarà un problema di questo recensore, è tra i meno convincenti sotto il profilo del terrore. Perfetto per una rivista di racconti pornografici, cerca di rialzare il livello mostrando le perversioni e le follie dei clienti facoltosi di un hotel a cinque stelle (Hilton). “Prostitute, tossici, gente davvero merdosa, ma almeno se ne stavano per conto proprio. Ti facevi gli affari tuoi, e quelli si facevano i loro. Lo stesso non poteva dirsi degli uomini d'affari e delle donne che frequentavano l'elegante hotel di Oakman. Era un mondo di stronzi boriosi.” La lettura offre la sensazione di assistere a uno di quei gialli borghesi di fine anni '60 di Umberto Lenzi. Rolfe è di gran lunga più bravo nel giocare sull'erotico, assai spinto (compresi rapporti saffici), ma si rivela inconsistente sul versante horror. In azione abbiamo un'avvenente e prosperosa ninfomane che viaggia accompagnata da una bambola assassina (stile da Chucky) e che, alla stregua di una mantide religiosa, elimina tutti coloro con cui intrattiene rapporti sessuali. Scritto bene, ma destinato a evaporare dalla memoria.

Punta sulla blasfemia Duncan Ralston con La Passione dei Robertson. Buona tecnica narrativa e ottima ricostruzione scenografica, degna di uno scrittore da mainstream alla Stephen King. Convince molto meno, invece, il sottotesto che sembra fungere da apologia dell'ateismo. Una coppia di coniugi fanatici religiosi pensa bene di rapire il titolare di un negozio di ferramenta per redimerlo dal peccato rendendolo partecipe, poche ore dopo del Natale, della passione di Cristo. Torture story a tutti gli effetti (vaghi ed evitabili i rimandi erotici), con una pazzesca e grottesca crocifissione dagli esiti nefasti e beffardi. Convince poco la conclusione essoterica (con due “s”) e banale, secondo la quale sarebbe inopportuno venerare un Dio che costringe gli uomini a superare prove all'insegna della sofferenza e del dolore.

Dalle parti della blasfemia si muove anche Solo gli Angeli lo Sanno di George Daniel Lea, un racconto grandguignol che potrebbe piacere agli appassionati di sperimentalismi. La forma si antepone alla sostanza, appesantendo la narrazione in vista di immagini scioccanti che cercano di rinnovare il binomio dolore ed eccitazione elevandolo al rango di credo.


Che dire alla fine? Splatterpunk Fighting Back è un'antologia di intrattenimento di facile lettura, capace di divertire chi ami il filone più truculento del genere. I racconti, a parte quello di Lea, sono tutti veloci e scorrevoli. Mancano messaggi forti di fondo, così come tende a essere evanescente (salvo un paio di eccezioni) il sense of wonder in favore di un presunto realismo che diviene spesso surreale. Magia, occultismo e visioni trascendenti sono evitate se non, addirittura, rinnegate o ribaltate, in favore di mostri prodotto della deformità (spirituale) umana. Il male, in questa concezione moderna, non viene neppure più dalla società, ma è connaturato e dormiente nella natura umana, un qualcosa che si alimenta e cresce nel profondo io divenendo un'estensione (che sia un pene, un braccio o un'esplosione di organi piuttosto che una proiezione cerebrale provocata dallo stimolo di certi piaceri e aspettative represse) dell'immagine impeccabile percepibile a colpo d'occhio nella vita di tutti i giorni. Si lascia leggere, ma vietato parlare di capolavoro del genere.

 
La copertina originale.
 
"Se Dio era là per salvarlo, allora perché ha permesso ai Robertson di rapirlo, in primo luogo? E se un Dio sottopone qualcuno a una simile tortura solo per impartirgli una lezione, allora che diavolo di malato, sadico, depravato abbiamo pregato, in tutti questi anni? Non un dio a cui vorrei trovarmi davanti in attesa del giudizio, questo è dannatamente certo.”

lunedì 12 giugno 2023

Recensione Narrativa: LA SANGUINARIA DAMA DELLA MAGIONE OSCURA E ORRORE! di Maurizio Bianciotto.

Autore: Maurizio Bianciotto.
Anno: 2023.
Genere:  Horror.
Editore: Mannarino Edizioni.
Pagine: 100.
Prezzo: 10.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Torna sulle nostre pagine l'amico Maurizio Bianciotto di cui abbiamo recensito Trilogia dell'Incubo e Trilogia dell'Incubo II usciti in ebook per la Santi Editore. A distanza di quattro anni dal precedente confronto con la narrativa horror, lo scrittore torinese sfida il mercato con La Sanguinaria Dama della Magione Oscura e Orrore. Si tratta di un dittico di cento pagine che la Mannarino Editore di Brescia ha fatto uscire in formato cartaceo, permettendo a Bianciotto di giungere per la prima volta nelle librerie.

In vendita alla modesta somma di 10 euro, si tratta di un libro che raccoglie due racconti in linea ai contenuti, alle scenografie e allo stile di quelli presenti nelle sopracitate trilogie. L'impostazione è quella del racconto horror di ambientazione storica, tra il 1910 e il 1930, con contestualizzazione geografica est europea. Vampiri e licantropi vengono riproposti in una visione filtrata da echi lovecraftiani.

La Sanguinaria Dama della Magione Oscura, ambientato nel fascinoso quartiere di Mala Strana di Praga, è la storia di una vampiressa misteriosamente raffigurata in un quadro, di cui poco si sa, che di notte riesce a fuoriuscire per andare a caccia di vittime. Un po' Il Ritratto di Dorian Gray e soprattutto Il Modello Pickman, ma vengono alla memoria anche racconti di Luigi Capuana, Nikolaj Gogol e Manly Wellman, può essere incluso in quel sottogenere incentrato sulla relazione tra realtà e dimensione parallela costituita da un'interazione tra quanto avviene nel mondo da noi battuto e quanto si riflette, in simultanea, in un quadro; un'opera quest'ultima in continuo divenire. Ben scritto, come sempre sono i racconti dell'autore, sconta un'impostazione troppo telefonata in cui già è scritto, fin dall'inizio, il finale. Cala, rispetto ad altre storie, la carica erotica, mentre si confermano le ambientazioni fascinose e le indubbie qualità nel tracciare scene (epilogo soprattutto) che rievocano i più fortunati film delle produzioni Hammer.Da segnalare l'omaggio concesso espressamente al celebre Trattato sulle Apparizioni degli Spiriti e sui Vampiri o gli Spettri dell'Ungheria e della Moravia di Augustin Calmet per parlare di vampiri e di modalità attraverso i quali ucciderli.

Di gran lunga superiore e terrorizzante Orrore, una sorta di riscrittura della figura del licantropo con un Conte decaduto, la cui moglie è deceduta anni prima nel partorire il figlio, che tiene intrappolato in una stanza della sua magione un mostro che dice essere suo discendente. Bianciotto, pur non essendo innovativo, costruisce un clima di tensione da grande maestro del genere. La sensazione è quella di leggere un'avventura pubblicata, a suo tempo, su Weird Tales. La costruzione è tale da tenere il lettore incollato alla pagina, in vista di un finale catartico che giunge solo dopo che la tragedia si è compiuta. In azione vi è un essere per metà umano e per metà riconducibile a un qualche essere alieno richiamato da una serie di rituali riconnessi al celeberrimo Necronomicon. Notevole per tecnica e stile, avrebbe beneficiato di un tocco più innovativo nella descrizione del mostro. Bianciotto guarda a The Hound (1924) di Lovecraft, con un essere dai tratti lupeschi che vuole uccidere il marito di sua madre. Il mistero, un po' come per la storia del quadro del primo racconto, permane anche alla fine, lasciando al lettore la possibilità di sguinzagliare la fantasia per completare quei tasselli lasciati volutamente mancanti dall'autore.

In conclusione, siamo alle prese con una lettura veloce, che piacerà ai puristi dell'horror di inizio novecento e che conferma le indubbie doti dell'autore. Elegante la confezione editoriale.

martedì 9 maggio 2023

Intervista a MAURIZIO BIANCIOTTO.


MAURIZIO BIANCIOTTO, UNO SCRITTORE DI INTRATTENIMENTO DI ALTRI TEMPI, AI NOSTRI MICROFONI. A cura di Matteo Mancini



Siamo lieti di presentare un'intervista inedita allo scrittore Maurizio Bianciotto, torinese classe 1970 che abbiamo conosciuto grazie alla lettura delle due antologie del terrore intitolate Trilogia dell'Incubo e Trilogia dell'Incubo 2 pubblicate da Santi Editore in versione ebook.

Si tratta di uno scrittore di altri tempi, di quelli che, fino agli anni settanta, si proponevano di scrivere per le edicole, affrontando ogni tipologia di genere che fosse destinato alle masse. Racconti di ogni genere in grado di destreggiarsi dall'horror al western, dal poliziesco all'heroic fantasy, e ancora dal poliziesco al bellico o alla fantascienza, con una sola costante: il senso dell'intrattenimento e il ritmo.

Bianciotto è un erede di questa scuola di narrativa e lo lascia intendere dalla sua sterminata produzione concentrata soprattutto nell'arco di due anni: la stagione 2018/19. Undici pubblicazioni, per lo più brevi, che spaziano dal western all'horror e da cui emerge una grande passione per la storia degli ultimi due secoli trascorsi, oltre che per l'erotismo e per un orrore legato alla tradizione cinematografica degli anni sessanta.

Dotato di uno stile maturo e senza fronzoli, Bianciotto è una penna emergente perfetta per chi voglia passare qualche ora di coinvolgimento senza doversi spremere le maningi su filosofeggianti pretese autoriali. Le storie di Bianciotto ha un taglio cinematografico, mirano all'essenziale e a catturare l'attenzione dello spettatore.

Lasciamo ora spazio alla sua voce.


M.M: Chi è Maurizio Bianciotto e cosa fai nella vita di tutti i giorni?

M.B.: Maurizio Bianciotto è stato fino al 2013 un commerciante, uno dei tanti travolti dalla crisi. Adesso mi dedico unicamente alla scrittura e a qualche viaggio, ma purtroppo è da un bel po' che non prendo un aereo e me ne vado a Praga o Budapest. Spero di rimediare al più presto



M.M.: Sappiamo che sei un cultore del cinema di genere, italiano ed est europeo. Come è nata la tua passione e quali sono i tuoi registi/autori, se ce ne sono, di riferimento?

M.B.: Sì, il cinema è sempre stato la mia passione. Fin da bambino guardavo i filmoni hollywoodiani che mi entusiasmavano. Ti parlo proprio dei classici con Kirk Douglas, Glenn Ford, Charlton Heston, ecc. Crescendo ho cominciato a interessarmi anche ai Western italiani, ai Peplum, al nostro Horror Gotico ed è diventata una passione travolgente. Comunque seguo ancora anche i classici americani di una volta. In dvd ho centinaia di film come BEN HUR, QUO VADIS, KHARTOUM, ecc. Sono capolavori immortali. Parlando invece del cinema dell'Est Europa, diciamo che si ricollega sempre alla passione per la Storia, proprio quella con la "S" maiuscola. Nei paesi dell'Est quando erano comunisti vi era tutta una produzione di film storico nazionalisti altamente spettacolari. Certo erano tutte pellicole che presentavano gli eroi del passato come eroi protocomunisti, gente che aveva collaborato all'edificazione del Socialismo senza saperlo ma, tolto questo aspetto di regime, erano forse film ancora più sfarzosi di quelli americani. Tieni conto che per una ricostruzione storica sulla battaglia di Stalingrado un regista russo poteva contare su di un numero di mezzi e comparse infinitamente superiore a quelli di cui potevano disporre gli americani, a esempio, per IL GIORNO PIÙ LUNGO.


M.M.: Come ti sei avvicinato alla scrittura ?

M.B.: Devo dire che fin da piccolo ho sempre avuto il pallino di scribacchiare, di mettere su carta brevi novelle Western o di avventura o belliche. Ricordo che una delle mie prime storie era stato un racconto di guerra, ambientato tra i mercenari in un paese africano immaginario, dal titolo UN GIORNO DA LEONI. Era la storia di un piccolo avamposto di mercenari europei assediato dai ribelli africani. Nel finale i mercenari venivano spazzati via. Se lo ritrovassi da qualche parte potrebbe essere interessante, rivederlo e magari proporlo a un editore. Era pure violentuccio. Lo scrissi a 13 anni, quindi sì, possiamo dire che mi sono avvicinato presto alla scrittura.


M.M.: Se tu ti dovessi descrivere a un aspirante lettore, come definiresti le tue opere? Potrebbe essere utile fare un parallelo con qualche scrittore noto? A chi ti senti più vicino?

M.B.: Mi definirei un modesto scribacchino che spera solo di fare divertire il lettore. Non mi sento di fare un paragone con qualche scrittore famoso, perché credo che i miei racconti, anche quelli più riusciti, siamo sempre e comunque l'opera di un mestierante. Se vogliamo, mi sento vicino a quei narratori caduti nel dimenticatoio che scrivevano i RACCONTI DI DRACULA, ecco a loro sì. Bravi professionisti di cui ci ricordiamo in pochi.




M.M.: Sfogliando le pagine di amazon, dove sono in vendita tutti i tuoi lavori, notiamo che hai una preferenza quasi esclusiva per il formato ebook. C'è un motivo particolare? Come è nata la collaborazione con Santi Editore?

M.B: Beh, non è che io abbia una preferenza per il formato ebook. Purtroppo non ho trovato editori che pubblicassero i miei lavori in cartaceo. La collaborazione con Santi Editore, di cui non sono per niente soddisfatto, nasce grazie all'interessamento di un amico che aveva pubblicato un paio di racconti con loro. Comunque si tratta di un editore che non revisiona e che stampa errori e refusi. Assolutamente da evitare.


M.M.: Dai romanzi emerge una vera e propria passione per la storia, tanto che si ha l'impressione che tu vada a realizzare con una certa cura uno studio sui periodi, i costumi, gli usi locali e i riferimenti a eventi realmente successi tanto che, non a caso, tendi a utilizzare personaggi realmente esistiti. Cosa ci dici al riguardo, circa il tuo rapporto con la grande storia?

M.B: Allora, è innegabile che io abbia una grande passione per la Storia. Anzi, la mia ambizione sarebbe stata quella di scrivere essenzialmente saggi storici. Tuttavia, per quanto la Storia mi appassioni, ho scoperto di non avere la pazienza per scrivere dei veri saggi andando a documentarmi sui dati tecnici di guerre e rivoluzioni, tipo "quanto produceva l'industria bellica tedesca nel 1940" oppure "quante riserve di cibo aveva la Gran Bretagna nel 1939". Mi rendo conto che sono dati importanti per scrivere dei saggi completi, ma la passione per l'economia e la statistica non ce l'ho. Così ho preferito scrivere romanzi e racconti dove c'è una certa accuratezza per armi, uniformi, date storiche, ma dove al tempo stesso sono più importanti l'azione, i personaggi, i dialoghi. Insomma quello che può interessare ad un pubblico di massa.


M.M.: Debutti in narrativa nel maggio 2018 e procedi, per sei mesi, con una pubblicazione ogni trenta giorni. Hai un cassetto pieno di storie oppure sei molto prolifico e le scrivi a richiesta? Come nascono le tue storie e che schemi di scrittura segui?

M.B.: È vero che ho scritto diversi racconti di ogni tipo per Santi quasi di getto, ma questo credo dipenda solo dal fatto che il signor Guido Santi in quel periodo fosse interessato a pubblicare molto. Mi dicevano che serviva il racconto Western e lo scrivevo. Chiedevo se interessava una raccolta horror e lui la pubblicava. Ora però sono anni che si è bloccato e non mi pare pubblichi più molto. In effetti questa cosa è strana, è passato da un periodo in cui pubblicava a cottimo (senza revisionare mai nulla), a quello attuale in cui sembra che fare l'editore non gli interessi più. Credo che dovresti interpellare lui e porgli la domanda direttamente. Ma probabilmente il perché non lo saprà neanche lui.


M.M: Il genere western è quello che ti ha tenuto a battesimo e ti ha inizialmente caratterizzato. Dopo Un Proiettile a Testa, hai dato seguito con Le Amazzoni di Fort Benton - È Tornato Madigan, Fatevi il Segno della Croce e Little Bighorn, Dove Nacque la Leggenda, cui sono seguiti nel 2019 E un Uomo Venne per Uccidere e L'Urlo di Guerra degli Apaches. Cosa ci puoi dire di queste sei storie, in ordine ai dietro le quinte, alle fonti di ispirazione e alle loro particolarità contenutistiche?

M.B: Riguardo ai miei romanzi western, UN PROIETTILE A TESTA e È TORNATO MADIGAN FATEVI IL SEGNO DELLA CROCE, sono del tutto ispirati al western spaghetti e in particolare al personaggio di SARTANA. Mi sembrava divertente, tanto tempo dopo la fine del nostro western, riproporre su carta personaggi e situazioni che avevano avuto tanto successo un tempo. LITTLE BIGHORN DOVE NACQUE LA LEGGENDA, LE AMAZZONI DI FORT BENTON e L'URLO DI GUERRA DEGLI APACHES sono invece ispirati all'epica hollywoodiana dei film tipo LA STRAGE DEL SETTIMO CAVALLEGGERI, IL TENENTE DINAMITE, ecc. Tutti film dove, per convenzione, il pellerossa è il cattivo. Devo dire che i miei tre racconti, pur essendo stereotipati, riconoscono ai pellerossa il diritto di battersi per la loro terra. Però sai, si tratta di racconti scritti in fretta, revisionati malamente ed almeno in uno ho fatto qualche errore storico. Adesso però sto riprendendoli, li revisiono, li miglioro e magari li ripropongo a un altro editore. E UN UOMO VENNE PER UCCIDERE è un altro omaggio al western italiano. Se vogliamo ha punti di contatto col film OGGI A ME, DOMANI A TE. Devo confessarti che è forse il mio peggior racconto in assoluto ma anche quello l'ho revisionato e riscritto e forse qualcosa di buono è venuto fuori.


M.M.: Il genere western ha ancora oggi successo tra il pubblico di lettori?

M.B: Non mi pare che il genere western abbia successo tra i lettori, perlomeno qui in Italia. I miei racconti in ogni caso sono andati malissimo.

 

M.M.: Dopo aver bagnato le polveri con i western, già nel 2018, ti sei confrontato con l'heroic fantasy (I Giorni della Spada) e l'horror (Trilogia dell'Incubo). Per quale di questi generi ti senti più portato e che difficoltà diverse incontri quando ti devi confrontare con ognuno di questi.

M.B.: I GIORNI DELLA SPADA è un romanzo heroic fantasy forse nemmeno male anche se un po' buttato lì. Ma ripeto ci voleva un editore che curasse di più i libri. Il mio primo horror è TRILOGIA DELL'INCUBO, dove forse ho dato il meglio nell'ambito della narrativa del brivido. Invece tu non sei d'accordo e trovi decisamente superiore TRILOGIA DELL'INCUBO 2. Eppure ti assicuro che mentre la scrivevo mi sembrava proprio di lavorare a un'opera di recupero, dove cercavo di riciclare idee di qua e di là. Eppure tu dici, e io ti ringrazio, che L'ECCENTRICO SIR WILLIAMS e I VAMPIRI DI CERNO GORA sono due gioiellini... chissà, questo vorrà forse dire che non siamo mai buoni giudici di noi stessi e il parere degli altri è quello che conta. Ti dirò, sia per il fantasy che per l'horror l'approccio non è stato particolarmente laborioso. In fondo, ho visto centinaia di film e letto decine di libri e romanzi e racconti horror e fantasy, per cui tutto sommato nessuna difficoltà particolare. Purtroppo il fatto di affrontare con disinvoltura ogni genere della narrativa popolare è anche un mio limite. Secondo me il vero scrittore si specializza in qualcosa e magari ci ottiene risultati eccellenti. Invece io scrivo un po' di tutto, ma senza eccellere in niente. Ma va bene così, dopotutto sono solo un artigiano della scrittura.


M.M.: I Giorni della Spada, romanzo di circa duecento pagine, è stato accostato all'universo Mattel Masters of the Universe della saga He-Man, ma, al tempo stesso, è stato giudicato un romanzo storicizzato. Che puoi dirci al riguardo? Che tipo di storia è?

M.B.: I GIORNI DELLA SPADA è un romanzo alla Conan il Barbaro, ma con protagonista una donna. Sì, in una recensione è stato definito un romanzo "storicizzato" e francamente non so ancora bene che cosa intendesse l'autore della recensione. Credo di averti inviato un pdf del romanzo. La storia di una guerriera barbara che deve difendersi da un re a cui lei aveva cavato un occhio in passato e che ora vuole vendicarsi. In mezzo battaglie, carneficine, intrighi, personaggi ambigui che si rivelano buoni e altri che sono cattivi ma con un loro codice d'onore. Insomma nulla di nuovo sotto la luce del sole. Forse c'è qualche bella scena d'azione e qualche dialogo carino.


M.M.: Sempre nel 2019 esce quello che è, forse, il tuo romanzo di maggior successo: Berlino 1945: Quando Esplose L'Ultima Granata. Giungi così al genere bellico ambientato nella seconda guerra mondiale e sul fronte nazista, una passione che avevi già lasciato trapelare in alcuni tuoi racconti horror. Sia in SS Campo 5 che in I Vampiri di Cerna Gora (rispettivamente inseriti in Trilogia dell'Incubo e Trilogia dell'Incubo 2) avevi introdotto nella tua produzione il genere bellico, trovando il modo di miscelarlo all'immaginario zombie. Cosa ci puoi dire di queste tre storie?

M.B.: Allora BERLINO 1945-QUANDO ESPLOSE L'ULTIMA GRANATA, pur coi limiti di un libro edito da Guido Santi (che implica errorini, refusi, ecc), non è effettivamente male. Una cronaca della battaglia di Berlino e degli ultimi giorni di Adolf Hitler viziata forse da una prospettiva un po' filosovietica, ma tutto sommato fedele ai fatti storici. Accanto a personaggi tedeschi e russi inventati per il romanzo vi sono parecchi personaggi realmente esistiti come Stalin, Evan Braun, Hitler, Bormann, il maresciallo Zukov e altri. Per la struttura del romanzo ho cercato di ispirarmi ai film di guerra sovietici degli anni '60, la maggior parte dei quali mai usciti da noi. Lo schema è: una scena di battaglia, in cui compaiono personaggi inventati per il romanzo, una scena dove si vede lo stato maggiore tedesco, coi personaggi storici, un'altra scena di massa, una scena dove si vede lo stato maggiore russo e così via di seguito. Uno stile che potremmo definire finto documentaristico e che i russi, riferendosi ai film, chiamavano KINOEPOPEIA, Epopea Cinematografica. Diciamo che io ho voluto adattare l'epopea cinematografica alla forma letteraria. Parlando dei due racconti SS CAMPO 5 PROTOCOLLO APOCALISSE e I VAMPIRI DI CERNO GORA ho cercato di inserire dei fatti rigorosamente storici in un contesto horror. Nel primo racconto appaiono gli zombie e nel secondo una sorta di zombie vampiri. Come hai giustamente detto, nei racconti appaiono le reali figure di Himmler e del croato Ante Pavelic e qui ho voluto un po' mettere a confronto l'horror finto, quello degli zombi e dei vampiri, all'orrore vero che Himmler attuò coi campi di sterminio. Nel caso di Ante Pavelic, io ho romanzato il fatto, ma gli ustascia gli consegnavano davvero chili di occhi cavati ai serbi ed esposti al mercato alimentare di Zagabria. Fu testimone dell'episodio il nostro Curzio Malaparte che non era uno tenero, ma la cosa lo fece rabbrividire. Sai, qui voglio anche un po' dire "signori, divertiamoci pure con le vicende di un plotone tedesco che su una montagna jugoslava viene annientato dai Vampiri, ma teniamo conto che questa è fantasia, roba da non prendere sul serio, mentre Ante Pavelic davvero faceva cavare gli occhi ai prigionieri e questo è un fatto tanto agghiacciante quanto reale. Teniamo conto che la realtà è sempre peggio della fantasia ".

 

M.M.: Nei tuoi racconti horror, spesso e volentieri, trapela una certa attrazione per l'erotico, spesso miscelato alla tematica del vampirismo. Lo dimostri soprattutto ne Il Ritratto della Contessa e ne La Diva dell'Hard, storie che rimandano la memoria alle leggende legate al mito di Erzsebet Bathory e in cui dai sfogo alle tue conoscenze sul mondo dell'Est Europa. Qual'è la tua idea sull'erotico applicato alla narrativa di genere e che tipo di legami hai con l'Ungheria, la Russia e la Repubblica Ceka?

M.B: Sì, nelle storie LA DIVA DELL'HARD e IL RITRATTO DELLA CONTESSA trapela un certo erotismo, unito però soprattutto nel primo racconto a una grande tristezza. Secondo me LA DIVA DELL'HARD, al di là della convenzione horror, è essenzialmente un racconto sulla mancanza d'amore. O meglio su come diventa triste la vita se non siamo amati da chi vorremmo. Perché uno dei problemi grandi, diciamo pure enormi, dell'esistenza, non è tanto essere amati, perché puoi anche trovare una donna che ti ami, ma essere amati da chi vorresti tu. Credo che fonte di ispirazione del racconto sia anche un fatto che mi capitò parecchi anni fa. Vidi un catalogo di ragazze est europee che cercavano marito italiano e lo stesso giorno mi capitò sottomano un catalogo di attrici est europee di film hard. L'ultima delle attrici hard era più bella della più bella che cercava marito e lì mi scattò qualcosa nella testa. Mi dissi: "A me piacciono queste dell'hard, le altre sono insignificanti. Secondo me non piacciono manco a chi eventualmente se le sposa". E da lì vennero fuori considerazioni sempre più pessimiste che sfociarono in quella frase che tu hai scritto quando hai fatto la recensione: "per un uomo comune è impossibile avere una donna stupenda. Potrà averla pagando ma solo per il tempo della prestazione sessuale". E questo viene fuori nel racconto quando la Vampira vuole sì divertirsi sessualmente col protagonista, ma per poi morderlo e nutrirsi del suo sangue. Una preda e nient'altro. Lui invece è disperato, perché si era innamorato e anche se alla fine riuscirà a distruggerla e a sopravvivere in questo non ci sarà gioia né riscatto. Lei viene definitivamente distrutta ma lui proseguirà una vita all'insegna della disperazione e della solitudine. In definitiva un racconto tristissimo. IL RITRATTO DELLA CONTESSA, dopotutto, è meno cupo. Il protagonista è un simpaticone che alla fine della vicenda salverà la pelle e proverà sì nostalgia per la contessa ma nel suo vissuto non ci sono traumi ed eccessiva solitudine, solo un po' di rimpianto. Io trovo che per l'andamento classico con ville misteriose, lampi, apparizioni ecc, IL RITRATTO DELLA CONTESSA sia superiore a LA DIVA DELL'HARD. Diciamo che con Repubblica Ceca e Ungheria ormai ho rapporti essenzialmente di turismo. Con la Russia è diverso, il rapporto riguarda una predilezione per la loro cultura, la loro lingua e molte altre cose. È un discorso complesso che richiederebbe un'intervista a parte.


M.M.: Dal 2019 alla recentissima uscita rappresentata dall'horror La Sanguinaria Dama della Magione Oscura e Orrore! (febbraio 2023) risulta una pausa produttiva di quattro anni. Sei stato davvero inattivo? Quali sono i motivi?

M.B.: Sì, è vero. Per diversi anni sono rimasto inattivo. Inattivo nel senso che non pubblicavo nulla, anche se continuavo a scrivere. È dipeso dal fatto che non trovavo nessun editore interessato ai miei lavori.


M.M.: La Sanguinaria Dama della Magione Oscura e Orrore!, uscito lo scorso febbraio, segna il tuo debutto nell'editoria cartacea e il tuo passaggio a Mannarino Editore. Come è nato questo sodalizio e che tipo di libro deve attendersi chi dovesse essere intenzionato ad acquistarlo? Mi pare di capire che si tratti di un dittico di storie, giusto?

M.B.: Il volume edito da Mannarino Editore e contenente i due racconti LA SANGUINARIA DAMA DELLA MAGIONE OSCURA e ORRORE è il mio primo libro cartaceo. Diciamo che l'editore si è mostrato interessato ai miei racconti e ha deciso di pubblicarli. Speriamo che gli interessino anche i prossimi che gli manderò. Si tratta per l'appunto di un dittico di storie horror gotiche dalle tematiche parecchio differenti dalle due TRILOGIE DELL'INCUBO. Ho cercato di mantenermi nei parametri di un horror classico ispirandomi a Bram Stoker, C. A. Smith e pure Lovecraft. Anzi, nel finale del secondo racconto c'è un esplicito richiamo al Necronomicon. Tra l'altro pare che il libro sia in concorso per il premio PICCOLA EDITORIA DI QUALITÀ e su questo ti terrò informato.


M.M: Vista la tua eccezionale poliedricità e la predilezione per l'azione, hai mai pensato a scrivere un giallo, un poliziesco e, perché no, un fantascientifico?

M.B.: Beh, un poliziesco ed un giallo li potrei anche scrivere. Il fantascientifico no, è una tematica da cui mi sento abbastanza distante. Ma non si può mai dire.

 

M.M.: Tra gli estimatori della tua produzione c'è lo sceneggiatore, tra gli altri di Lucio Fulci, Dardano Sacchetti. Cosa ti ha detto?

M.B.: Dardano Sacchetti ha letto TRILOGIA DELL'INCUBO 2 IL RITORNO e ha detto che secondo lui il migliore racconto è il primo, I VAMPIRI DI CERNO GORA, anche se trova il finale un po' troppo sbrigativo rispetto al resto della storia. L'ECCENTRICO SIR WILLIAMS secondo lui è un horror classico abbastanza buono anche se in parte guastato dall'ambientazione londinese. Secondo lui, se avessi ambientato tutto il racconto in Africa durante la campagna del Sudan ci avrei guadagnato in originalità. LA DIVA DELL'HARD lo aveva trovato molto originale con un curioso connubio tra horror e pornografia. Ha detto che il racconto sarebbe piaciuto a Fulci che forse me lo avrebbe comperato per farne un film, perché le storie di sesso lo intrigavano parecchio. Inutile dirti che l'apprezzamento di Dardano Sacchetti mi ha fatto un immenso piacere.


M.M: Chiudo l'intervista con una domanda aperta a cui puoi rispondere come meglio credi. Il classico argomento a piacere.

M.B: Eccoci arrivati alla fine. La domanda a piacere è: come mi piacerebbe essere ricordato. Posto che qualcuno si ricordi dei miei lavori, mi piacerebbe che in una discussione tra specialisti, ad un certo punto uno dica: «Comunque, parlando di racconti horror bizzarri e originali, c'era un tale Maurizio Bianciotto che ha scritto delle cose senz'altro minori, ma che avevano un loro perché.» L'interlocutore risponde: «Vero, verissimo. Storie come LYCANTHROPUS e LA DIVA DELL'HARD non erano per niente male. A proposito, ma Maurizio Bianciotto che fine ha fatto?.» L'altro scuote la testa: «Pare che due anni fa sia partito per l'Ungheria in compagnia di una bellissima escort e da allora se ne sono perse completamente le tracce.» Ecco come vorrei essere ricordato. 
 

Grazie, Matteo, per l'interessamento al mio lavoro. Spero che le risposte al questionario aiutino il lettore a farsi un'idea di me e del mio lavoro. Mi scuso se ci fossero degli errori dovuti proprio alla tastiera.

Ringraziando Maurizio per la pazienza e le risposta che ci ha reso, gli porgiamo i nostri migliori auguri per il prosieguo della sua attività di narratore e intrattenitore di successo.

Recensione Narrativa: CECITA' di José Saramago.

Autore: José Saramago.
Titolo Originale: Ensaio Sobre a Cegueira.
Anno: 1995.
Genere:  Distopico.
Editore: Feltrinelli.
Pagine: 288.
Prezzo: 12.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Romanzo mainstream decisivo per far conseguire allo scrittore portoghese José Saramago il prestigioso Premio Nobel per la Letteratura consegnatogli nel 1998.

Nato nel lontano 1922, Saramago arriva alla stesura del testo con quasi cinquant'anni di carriera alle spalle e continue lotte ideologiche, politiche e religiose. Ex oppositore del dittatore Salazar, aderente al partito comunista portoghese in epoca di censura, ha indirettamente suscitato una marea di polemiche da parte del Vaticano, quando gli è stato riconosciuto il Nobel, soprattutto a causa del suo Il Vangelo secondo Gesù Cristo (1991). Dichiaratamente ateo, in polemica con lo stato di Israele per la questione palestinese e con i vignettisti satirici anti-islamici, Saramago è il classico profilo dell'artista fuori dal sistema, che combatte contro i centri del potere. Una sorta di George A. Romero della letteratura. Completa Cecità nel 1995, andando a colpire molto duramente la sensibilità dei lettori mainstream che pure lo hanno compreso, accettato ed elevato.

Cecità è un romanzo che, per i contenuti, ricorre agli stilemi della narrativa e della cinematografia di genere impegnata sul versante sociale. Crudo, sprovvisto di filtri, colpisce senza remore o timori di censura. Un'improvvisa epidemia di cecità, che arriva senza che se ne comprenda le ragioni, si diffonde nel mondo. Saramago conduce la vicenda dal punto di vista di un manipolo di personaggi, seguendoli come se fosse un operatore munito di telecamera a mano. Il morbo, chiamato “mal bianco” in quanto chi ne diventa vittima perde la vista rimanendo schermato da un lattiginoso schermo bianco, colpisce tutti senza alcuna possibilità di cura. Saramago depersonalizza i suoi personaggi e con loro il contesto in cui avvengono i fatti. Nessuno viene chiamato per nome, sostituito da nomignoli circostanziali (“la ragazza dagli occhiali scuri”, “il vecchio con la benda nera sull'occhio”, “il ragazzino strabico” etc), così come non viene menzionata la città o lo stato e l'epoca in cui avvengono i fatti. Il male arriva improvviso, durante l'attesa a un semaforo stradale, con un automobilista che inizia a gridare di esser diventato cieco. L'imponderabile filtra così nella quotidianità conducendo il mondo nelle maglie dell'incubo. Questo è Cecità, un incubo ai confini dell'horror. Saramago mette in campo la sua sfiducia nelle istituzioni (per fortuna la realtà ha dimostrato reazioni diverse, basti vedere le lodi indirizzate a medici, infermieri e forze dell'ordine in epoca covid) e fa emergere l'animo egoista e prevaricante dell'uomo. Per contenere il morbo, il governo non fa altro che deportare (è il caso di dire) i contaminati all'interno di strutture dismesse dove vengono lasciati a loro stessi, senza assistenze o cure. Forniti di cibo e acqua, i contaminati dovranno organizzarsi tra loro per poter sopravvivere. Non avranno alcuna informazione su quanto avvenga all'esterno, isolati pertanto in un microcosmo dove tutto è consentito e lecito. Saramago rimanda la memoria ai campi di concentramento nazisti, grazie agli altoparlanti che, a orari specifici, ricorderanno ai nuovi arrivati le norme della struttura, avvertendo che chiunque cerchi di sottrarsi alle regole finirà per essere soggetto al fuoco militare. Ecco che i lazzaretti di Saramago diventano veri e propri lager, con tanto di kapò. L'orrore, il tanfo pestilenziale e l'incapacità di far fronte ai bisogni fisiologici insorgono già dopo poche pagine, all'aumentare degli internati, divisi in modo promiscuo all'interno di un ex manicomio. Tra questi vi è una donna che, per amore del marito, ha finto di diventare cieca, così da poterlo seguire. Sarà grazie a lei che il lettore potrà vedere e capire quel che succede nella struttura. Saramago forza con tale personaggio la logica del testo, tanto che sarà l'unico a non perdere la vista (senza che ne venga fornita ragione). Abbandonati agli eventi, gli internati finiranno vittima degli abusi di alcuni di questi, abili a conquistare una posizione di dominio grazie alle armi clandestinamente portate all'interno (simbolo delle istituzioni e di controllo sociale). Saramago sembra fare il verso a Il Signore delle Mosche di un altro Premio Nobel per la letteratura (Golding), tanto che soggetti chiamati a collaborare per far fronte a esigenze comuni finiranno per lottare tra loro (è anche la logica dei film di George A. Romero). La brama di imprimere il proprio potere sul prossimo, l'impulso di impossessarsi a discapito altrui di cibo, oggetti di valore e di denaro, anche quando ormai non servono più a niente (evidente critica al sistema capitalistico e al consumismo), oltre che l'immancabile desiderio del sesso visto quale impulso unicamente carnale e non supportato dai sentimenti saranno tentazioni che porteranno a una spirale di violenza e di nefandezze continue, in un ambiente sempre più degradato da escrementi, sporcizie e isolamento. Saramago non risparmia niente al “povero” lettore. L'orrore degli stupri, della perdita della dignità umana e dello smarrimento della capacità di autodeterminarsi, giungendo persino a giustificare l'omicidio sono fattori che portano a cambiare le regole del comune vivere, alla maniera di una mano che strappa dal volto di un demone la maschera della civiltà. Eppure, nel pessimismo dell'autore sopravvive la fiammella dell'altruismo. La speranza dell'autore è rappresentata dall'unico personaggio benedetto dalla vista, una donna tanto matura da perdonare il tradimento del marito e a sacrificarsi per il bene comune di un manipolo di soggetti sconosciuti. Così, mentre il morbo indonda la città, colpendo anche i militari, i “nostri” riusciranno a evadere dalla struttura, grazie a un incendio. Riconquistata la libertà, dopo pochi giorni dall'internamento, si troveranno sperduti in una città abbandonata, priva di elettricità, servizi e civiltà. Saramago riproduce scenari che saranno ripresi dai romanzi di nuovo secolo ascrivibili al sottogerenere della cosiddetta apocalisse zombie. Individui barcollanti, escrementi per le vie, sporcizia, negozi saccheggiati, carcasse a cielo aperto, cadaveri dilaniati dai cani, uomini che sbranano animali crudi e un lontano centro commerciale da andare a visitare. Gli echi di George A. Romero giungono così a penetrare in un'opera che consentirà al suo rivoluzionario autore di andare a mettere le mani sul Premio Nobel. La speranza di riconquistare la felicità perduta, quella felicità fatta di quotidianità, sembra naufragare definitivamente nella visione dell'interno di una Chiesa, dove qualcuno ha bendato tutte le immagini dei santi, suggerendo che anche Dio è diventato cieco. Un'ipotesi che getta ancora più nella disperazione coloro che confidavano in un miracolo.

Saramago delinea per tali vie i tratti di un vero e proprio survival d'autore, dove vi è anche spazio per l'azione e la tensione. Si veda, a esempio, la discesa della protagonista nei sotterranei del centro commerciale dove, a un secondo passaggio, scoprirà di aver provocato un tentativo di emulazione di una serie di ciechi che, nel seguirne le mosse, hanno trovato la morte facendo del posto la loro catacomba.

L'epilogo, liberatorio, stona un po' col registro del testo e cerca di virare il tutto sul piano della metafora. La cecità, infatti, sarebbe quella interiore e non la “fisica”. L'uomo è cieco senza sapere di esserlo. È cieco nel suo attaccamento ai bisogni materiali, alla sua scarsa propensione al sacro (lo stesso Saramago era ateo) e ha perso il riferimento delle piccole cose, quelle date per scontate eppure fondamentali per guidarne le azioni. La cecità diventa allora sinonimo di indifferenza alle altrui sofferenze e occasione di fare di esse il trampolino per le proprie presunte fortune (si veda il furto iniziale dell'auto).

Da un punto di vista stilistico, Cecità sconta un ritmo non proprio adrenalinico. Saramago cadenza i fatti prendendo il tempo che reputa necessario, con un occhio a un'ironia a volte fastidiosa (ricorre spesso ai modi di dire). Sviluppa i vari personaggi e utilizza una punteggiatura non convenzionale (soprattutto nell'introduzione dei dialoghi), causando qualche problema alla lettura. Niente di particolarmente complesso, tuttavia.

A differenza de La Peste (1947) di Albert Camus, che potremmo definire strutturato su un soggetto più realistico ed elaborato sul piano medico-scientifico al fine di intavolare un più aulico discorso sul piano filosofico/esistenziale, Cecità è un romanzo di maggiore impronta sociologica che, per scenari e immagini proposte, si avvicina alla letteratura di genere. Al di là degli ottimi spunti (di certo non innovativi), sono sorpreso che il testo sia stato premiato ed elevato a capolavoro da un pubblico benpensante che, per una volta, ha premiato un registro da extreme horror. Un genere, quest'ultimo, sottovalutato dall'alto olimpo della critica che gestisce la letteratura mondiale, eppure, spesso e volentieri, anticipatore dei grandi temi toccati dalle penne considerate più illuminate.

 
José Saramago
l'autore.
 
"Secondo me, non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che non vedono. Ciechi che, pur vedendo, non vedono. "