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lunedì 24 aprile 2023

INTERVISTA A FAUSTO MARCHI

FAUSTO MARCHI AI NOSTRI MICROFONI. A cura di Matteo Mancini

 


A distanza di due anni, torniamo a incontrare l'amico di penna FAUSTO MARCHI, autore tra gli altri de La Vestale di Dagon (2018) e Rime Gotiche (2021). L'occasione ci è propizia per presentare e spendere alcune considerazioni sulla sua ultima fatica: il giallo Il Bacio del Crisantemo, uscito il febbraio scorso per la Susil Edizioni.


M.M.: Carissimo Fausto, ben tornato. Ho appena finito di leggere Il Bacio del Crisantemo e, avendo già letto alcune tue precedenti opere, l'ho trovato una perfetta sintesi di tutti i tuoi interessi. Il weird, la passione per l'arte pittorica, l'infatuazione per le sirene e i miti legati al culto di Dagon si ripropongono all'ennesima potenza, accompagnati da un pizzico di erotismo e dalle tue classiche “eroine” borderline. Nell'occasione, tuttavia, mi è sembrato di intuire uno spiccato omaggio a un ulteriore genere che ti è caro: l'hard boiled. Che ci dici al riguardo e quali sono i tuoi autori preferiti di questo genere?


F.M.: Ciao Matteo; prima di tutto ti ringrazio per l’eccellente analisi strutturale di mio ultimo thriller: veramente un notevole lavoro che rivela la padronanza della materia e la tua professionalità. Dunque, nel romanzo ricompaiano, come da te giustamente evidenziato, alcune tematiche a me care come la pittura decadente e simbolista, i soggetti lovecraftiani, il mare in tempesta, la sensualità femminile oscura e tentatrice; ma, in questo caso, invece di un horror, abbiamo di fronte un giallo, o meglio un thriller; non si tratta però del classico “giallo deduttivo” all’inglese, stile Agatha Christie tanto per intenderci, bensì un “giallo all’italiana” con chiari rimandi al genere “hard boiled” in voga negli Stati Uniti nel trentennio inizio Anni Trenta fine Anni Cinquanta. Si tratta di un filone nel quale chi indaga è, nella maggior parte dei casi, un detective non professionista oppure un normale cittadino coinvolto, suo malgrado, in una serie di avvenimenti criminosi dei quali deve far luce. I personaggi, in questo caso, sono dei “duri”, un po’ misogini, forti bevitori, generalmente in aperto contrasto con i metodi della polizia e via dicendo. Capostipiti di questo genere sono stati Dashiell Hammett e Raymond Chandler, poi Mickey Spillane, Henry Kane e Richard Prather, i quali ne hanno esasperato i toni, incrementando la violenza e aggiungendo una buona dose di sesso.


M.M.: Come è arrivata la scelta di pubblicare con Susil Edizioni e che percorso editoriale ha fatto Il Bacio del Crisantemo?


F.M.: Inizialmente ho inviato i file del romanzo, insieme alla sinossi e una breve mia biografia a tutte le maggiori case editrici e poi anche alle cosiddette “medie”; dalle prime non ho avuto alcuna risposta - probabilmente per i motivi che poi spiegherò nella domanda numero undici -, dalle seconde, invece, ho ricevuto qualche confutazione, peraltro negativa o evasiva, per cui ho dovuto rivolgermi alle piccole case. Di quest’ultime la Susil, la quale mi aveva già pubblicato Rime Gotiche, si è sempre distinta per l’ottima grafica, la professionalità e la correttezza, cosa che mi ha convito ad affidarmi di nuovo a essa.


M.M.: Nei primissimi capitoli del romanzo dedichi uno spaccato ad alcuni quartieri capitolini, un po' sulla scia di opere come L'Arte del Vagabondaggio di Arthur Machen. So tuttavia che ti sei ispirato anche a testi francesi per questi passaggi. Quanto ti affascina il vagare per le vie urbane, cercando di intravedere quei dettagli che sfuggono ai comuni cittadini sempre più assorbiti dalla frenesia di tutti i giorni? C'è un po' di te nel protagonista?


F.M.: Certamente un esteta come me, amante del Decadentismo e del Simbolismo, ha nel suo codice genetico il desiderio di vagare per la metropoli alla ricerca di luoghi insoliti, fuori dal cosiddetto “circuito” turistico; d’altronde, il personaggio del “flaneur” è un termine francese che il grande poeta Charles Baudelaire rese noto. Il girovagare senza fretta, in modo quasi ozioso, è diverso dalla visita progettata e finalizzata verso un determinato monumento o museo; il filosofo Walter Benjamin analizzò con cura questo comportamento, che ritroviamo anche nello scritto dello svizzero Robert Walser “La passeggiata” e, se non erro, nella descrizione di Lisbona fatta da Fernando Pessoa.



M.M.: Già ne La Vestale di Dagon ti eri divertito a immaginare una contaminazione tra il mondo di Lovecraft e l'Italia. Qua cerchi di fare lo stesso, pur velando il tutto ricollegando i riferimenti a idoli pagani di derivazione fenicia e siriaca. Che ci dici del quartiere al centro del mistero, dove ha sede l'antiquario da cui fuoriescono il quadro e il coltello sacrificale su cui lavoreranno i due protagonisti della storia? E' un quartiere di tua invenzione letteraria?


F.M.: Certo, si tratta di un quartiere di pura invenzione, ma con descrizioni anche storiche e artistiche che gli ho fornito per farlo apparire il più possibile autentico. D’altronde anche Lovecraft nella Maschera di Innsmouth e in altri racconti - tra i quali L’orrore di Dunwich - ha fornito precise descrizioni delle cittadine e dei luoghi, cosicché appaiano vere. Un quartiere fatiscente di Roma di mia invenzione mi è sembrato il luogo adatto per ambientare l’inizio del romanzo, un luogo ove avvengono i due delitti, ma poi il thriller si snoda nella Roma autentica, quella reale, con i suoi ristoranti, i suoi musei, i suoi monumenti, il suo traffico e i suoivizi, nei quali la coprotagonista Coppelia si muove molto bene.



M.M.: Il giallo e il mondo della pittura. Da dove hai preso l'idea del pittore maledetto del testo, il russo Ivan Ostrosky, che cela indizi nelle sue opere per condurre i critici a mettere mano su un tesoro sepolto?


F.M.: Beh, in effetti c’è un pittore russo, realmente vissuto a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, al quale mi sono ispirato per descrivere Ivan Ostrosky, si tratta di Nicholas Kalmakoff; costui, di nobile famiglia russa, nacque però in Italia, a Nervi, poi comunque si trasferì a San Pietroburgo, ove rimase fino alla Rivoluzione. In quella città venne in contatto con il gruppo “Mir Isskoustva”, un movimento artistico russo vicino al simbolismo e all’art noveau. Kalmakoff disegnò alcune scenografie per la Salomè di Wilde, ma queste opere erano troppo sensuali e realistiche per cui ebbe guai con la polizia. In quel periodo incominciò anche a interessarsi alla demologia e frequentò alcune sette eterodosse come gli “Skopzi” e i “Chlysty”, setta quest’ultima alla quale sembra appartenesse anche Rasputin. Molto visionario si convinse profondamente dell’esistenza del diavolo e lo raffigurò in molte sue opere; inoltre, per lui, la femmina era l’essenza del Maligno e la bellezza il suo tramite. Nel 1924 si trasferì in Francia ove visse sempre più in ristrettezze economiche, fino addirittura in un ospizio dei poveri, ove morì, in preda alla follia, nel 1955, solo e dimenticato. Indubbiamente, uno di quei personaggi che mi attraggono in maniera morbosa. Di lui ho inserito un paio di riproduzioni dei suoi dipinti.

 


M.M.: La struttura de Il Bacio del Crisantemo è molto prossima al cosiddetto sottogenere del whodunit e l'ho trovata affine alle strutture dei gialli argentiani degli anni settanta, quelli dove la polizia resta ai margini della vicenda e due personaggi improvvisati, come la Nicolodi e Hemmings di Profondo Rosso, tirano le fila delle indagini. Cosa puoi dirci al riguardo e quali sono state le tue fonti di ispirazione?


F.M.: Come tu affermi in effetti nei thriller di Dario Argento l’apporto della polizia è minimo e ridotto a puro corollario dell’indagine che, volente o nolente, il protagonista conduce per conto proprio; anche nel genere hard boilled statunitense degli Anni 50 e 60 l’investigazione è portata avanti da un detective solitario, il quale il più delle volte non collabora con le forze dell’ordine o, addirittura, è in contrasto con queste ultime. Io mi sono districato tra questi due generi nello scrivere il thriller, il quale giostra anche sull’inquietante mistero del quadro e sulla psiche contorta dei personaggi femminili.



M.M.: Come già ne La Vestale di Dagon, si nota un tuo culto per il cibo esotico e particolare, qua addirittura per gli alcolici, i cocktail e le specialità messicane. Non a caso dedichi molti momenti alla descrizione culinaria. È una scelta legata a una tua passione per la cucina oppure risponde ad altri motivi, magari a un tentativo di rallentare le descrizioni e far respirare la vicenda con inserti distesi sulla scia degli insegnamenti lasciati da un regista del calibro di Alfred Hitchcock?


F.M.: No, non c’è alcuno escamotage finalizzato ad allungare il romanzo; sono sempre stato attratto dalla cucina raffinata e dall’enologia. A casa ho una discreta collezione di vini rossi italiani, ma anche francesi, cileni, spagnoli, sudafricani e mi diletto nel preparare piatti elaborati. La cucina francese, per la sua decadente raffinatezza mi ha sempre affascinato e a Pasqua di quest’anno ho proposto alcune specialità d’oltralpe. Per quanto riguarda i cocktail, quest’ultimi, indubbiamente, si riallacciano al discorso del giallo “hard boilled”, ma devo aggiungere che mi hanno sempre attratto per l’ingegnoso mix di sapori ed è il mio modo preferito di bere superalcolici. E poi sono uno snob senza attenuanti: quando fumavo (ho smesso trenta anni fa) acquistavo solo sigarette di classe come le Dunhill o le Silk Cut, oppure tipo “orientale”, cioè quella a sezione ovale e prive di filtro, con il pacchetto a “cofanetto”, come le Serraglio, le Turmac o le Macedonia, che ormai, con l’appiattimento della globalizzazione, non si trovano più; per quanto riguarda i profumi cerco ancora marche “retro” come Habit Rouge, Lancetti Uomo , Arden for Men, tanto per citarne alcuni…mi piacerebbe Canasta di Jacques Fath ma è quasi introvabile, anzi ne esiste uno negli USA ma costa 370 euro! Se fossi ricco non acquisterei mai una Jaguar, bensì una Daimler, che è identica alla Jaguar ma più di élite, anche se ormai è stata inglobata nella più celebre casa automobilistica. Per finire sono un appassionato della cosiddetta “rasatura tradizionale”, infatti uso i classici rasoi di sicurezza tipo “Gillette” a monolama cambiabile, adopero saponi da barba aromatici da montare nella ciotola con il pennello e after-shave ricercati. In effetti mi atteggio a un dandy decadente!



M.M.: Ti sei inoltre ispirato a certi vezzi della letteratura gialla di inizio Novecento. Penso a tutte quelle storie incentrate su figure di detective, quali Sherlock Holmes di Conan Doyle o il principe Zaleski di Matthew P. Shiel, che ricorrono a droghe e nonostante questo sono acuti indagatori. Qua abbiamo una coprotagonista che fuma oppio ed eroina. Una scelta piuttosto coraggiosa alla luce del perbenismo bigotto dei tempi moderni. Come giustifichi questa tua mossa controcorrente?


F.M.: Caro Matteo, a me le donne “borderline” mi hanno sempre morbosamente attratto; per dirla alla Vasco Rossi direi “donne in cerca di guai” perché incasinate in situazioni estreme che loro stesse hanno generato. Quando militavo nell’Ordo Templi Orientis (che ho lasciato successivamente non essendo in linea con le loro tematiche) ne ho conosciute parecchie: belle, seducenti, coperte di tatuaggi, con piercing anche sui genitali, ma vere e proprie mine vaganti! La donna può essere via di salvezza o fonte di perdizione, ma i miei personaggi maschili incontrano sempre le prime, anche se non ne vengono coinvolti. Conobbi tanti anni fa una giovane che aveva lavorato, qui a Roma, in uno studio sadomaso, una tipa molto affascinante che ricordava vagamente la Valentina di Crepax e che ispirò il personaggio di Rosaspina del mio primo romanzo di scavo psicologico “La casa del gufo” che tu non hai letto. Anche la Coppelia del thriller si rifà a lei, però solo parzialmente.


M.M.: Noto la particolare scelta dei nomi dei personaggi, tutti piuttosto ricercati tra nomi libanesi e altri legati a opere di Clement Philibert Lèo Delibes. Lo stesso protagonista, che è uno scrittore a caccia del suo best seller, si chiama Fulvio Georgiev ed è di origine est-europea, una scelta quantomai curiosa che sembra rispondere a una qualche ragione. C'è un motivo particolare per queste scelte?


F.M.: Sì, certamente. Il mondo bizantino mi ha sempre attratto e affascinato - lo hai anche notato nell’accurata analisi delle mie sillogi liriche “Rime gotiche” - per cui le ex provincie “levantine” dell’Impero, quel coacervo di culture e di raffinatezze esercitano su di me un fascino irresistibile. Per quanto riguarda il personaggio di Fulvio Georgiev ci sono precise corrispondenze con me, perché anch’io sono ortodosso e non cattolico. Aderii all’Ortodossia durante gli studi universitari, quando ero sentimentalmente legato a una ragazza greca che studiava in Italia.



M.M.: Il Bacio del Crisantemo è il tuo terzo romanzo, probabilmente quello più personale e caratterizzato. Hai infatti speso molte energie per delineare i profili comportamentali e psicologici dei vari personaggi, ognuno ben distinto dagli altri. Come reputi, da questo punto di vista, Il Bacio del Crisantemo rispetto ai precedenti due?


F.M.: In effetti lo scavo psicologico dei personaggi c’è anche nel mio primo romanzo La casa del gufo῎, che, come scritto prima, tu non hai avuto occasione di leggere. In quel romanzo, che non è un horror e neppure un thriller bensì la narrazione di un’ossessione fetish/erotica che il personaggio principale si porta dietro dai tempi dell’adolescenza, c’è la descrizione di un flaneur῎ il cui girovagare per le vie di Roma lo metterà, dopo un fortuito incontro con una giovane, bella e perversa, di fronte a un passato che ritorna. Ne La vestale di Dagon῞ la descrizione è principalmente fisica, incentrata nelle figure della donna matura ῞devota῎ alla setta e nell’inquietante sirenide Lavinia, figlia del gestore della trattoria. Nel thriller ῞Il bacio del crisantemo῞ ho cercato di rappresentare un personaggio come Fulvio Georgiev, lo scrittore, freddo e distaccato, un po’ cinico, investigatore suo malgrado, in contrasto con la sensuale e affascinante Coppelia, vera ragazza ῞borderline῞, piena di contraddizioni, ma dotata anche di notevole intelligenza, che aiuterà lui nella ricerca dell’assassino del suo amico Bruno.

M.M.: Passiamo al Fausto Marchi lettore. A livello di autori contemporanei, compresi gli emergenti italiani, c'è qualche scrittore che ti ha colpito e di cui sei rimasto favorevolmente impressionato? Come pensi di inserirti in questo difficile mondo dove persino autori di importazione pluripremiati all'estero faticano a vendere 300 copie?


F.M.: Dunque, per quanto riguarda la prima parte della tua domanda ti rispondo che ho letto con interesse scrittori di gialli o di thriller del calibro di Donato Carrisi, Jacopo de Michelis, Ilaria Tuti (quest’ultima a mio parere piuttosto sopravvalutata) e Giorgio Faletti (prematuramente scomparso), ma quest’ultimo solo per la sua prima opera “Io uccido”, dopo diventa troppo ripetitivo e con una prosa fumettistica. Questo per gli italiani, invece, per gli “stranieri” ho terminato ultimamente “Lovecraft, contro il mondo, contro la vita” e precedentemente “Estensione del dominio della lotta” e “Piattaforma” del francese Michel Houellebecq, uno, secondo me, dei più interessanti e validi autori contemporanei. La seconda tua domanda tocca un tasto triste e dolente dell’editoria italiana; infatti, ormai le case editrici nostrane tendono a dare fiducia oltre che a scrittori già affermati (come è ovvio), solo a esordienti che abbiano “visibilità” mediatica, cioè se sei uno sportivo, un giornalista, un attore che inventa un racconto, hai facilità a trovare chi te lo pubblica, anche se hai scarse qualità di scrittore, tanto in quei casi ci pensano i “ghost writers” a correggere il testo. Per i nuovi autori sconosciuti l’unico ripiego sono le piccole case editrici o le autopubblicazioni, che faticano nella distribuzione presso le librerie. Questo giustifica e spiega il basso livello delle vendite degli esordienti perché, può sembrare strano, ma online acquistano i tuoi libri solo parenti o amici, mentre in libreria, specie se appare il famoso “totem” pubblicitario, anche chi non ti conosce è incuriosito dalla copertina e dalla sinossi e ti compra il romanzo.



M.M.: Che ne pensi della piega che ha preso la letteratura del terrore del nuovo secolo? C'è qualche scrittore che apprezzi in particolare, oppure preferisci restare legato ai grandi classici di metà Novecento?


F.M.: Diciamo che, per me, l’epoca d’oro della letteratura horror va dalla fine del secolo XIX a circa metà del secolo XX, cioè dalla fine del 1700 alla Seconda Guerra Mondiale, dopodiché si perde quella nota di mistero e, soprattutto, vengono a mancare i miti classici di tale genere (vampiri, licantropi, mostro di Frankenstein) e prevalgono altri come gli zombie; ma anche quando i primi persistono ne sono snaturati, basti pensare a film recenti su bande di vampiri che combattono contro bande di licantropi o vampiri teenager! Anche esulando da tali temi, romanzi come quelli di King o di Anne Rice non mi attraggono, ecco perché ho sempre apprezzato la serie dei “Racconti di Dracula” che trattava l’horror in un modo oserei dire romantico.



M.M.: So che sei già all'opera per il prossimo romanzo. Troveremo ancora i personaggi de Il Bacio del Crisantemo, puoi anticiparci qualcosa?


F.M: A questa tua domanda posso rispondere con certezza: sì, almeno per quanto riguarda Fulvio Georgiev e il commissario Venanzi, però compariranno anche nuovi personaggi; si tratta di una serie che ho in mente simile a quella del film “L’uomo ombra” con William Powel e Myrna Loy, cioè proseguita con “Dopo l’uomo ombra”, “Si riparla dell’uomo ombra” e via dicendo, solo che qui i titoli riguarderanno i crisantemi.



M.M.: Hai ulteriori progetti futuri?


F.M.: Beh, crisantemi a parte, sto ultimando due racconti gotici in stile “Racconti di Dracula”, poi un romanzo erotico e ho in mente un altro thriller che si snodi nel sinistro mondo delle sette sataniche, ove erotismo e blasfemia si mescolano una cupa trama. Ho anche un’idea fissa: cioè quella di cimentarmi con un sottogenere del romanzo poliziesco, cioè il cosiddetto ῞enigma della camera chiusa῎, per cui sto leggendo maestri del calibro di Gaston Leroux, Dickson Carr, Anthony Berkeley e Hake Talbot, per istruirmi.

Un saluto all'amico Fausto, che attendiamo a nuove fatiche.

domenica 23 aprile 2023

Recensione Narrativa I MAGHI DEL BRIVIDO della serie Alfred Hitchcock presenta

 
 
Autore: AA.VV. (a cura di Alfred Hitchcock) 
Curatore: Alfred Hitchcock & Robert Arthur.
Titolo Originale: Spellbinders in Suspense. 
Anno: 1967. 
Genere:  Antologia Giallo / Horror. 
Editore: Rizzoli / Amica (1980-1990). 
Pagine: 278. 
Prezzo: Fuori catalogo


Commento a cura di Matteo Mancini.
Spellbinders in Suspense, da noi più semplicemente “I Maghi del Brivido”, è una delle tante antologie messe in commercio sotto la firma “Alfred Hitchcock”. Un modo come un altro per sponsorizzarne l'uscita e tentare di incrementarne le vendite. Hitchcock, in realtà, si limita a donare una paginetta di prefazione dove parla della suspense (vera protagonista della selezione), lasciando di fatto (ma non in apparenza) al fidato Robert Arthur il compito di mettere assieme il lotto assortito di racconti.

Pubblicata in origine nel 1967, Spellbinders in Suspense è giunta alle nostre latitudini tredici anni dopo grazie a Rizzoli, che ne ha pubblicato una seconda edizione nel 1988 e una terza nel 1990 data in omaggio, quale supplemento al numero 5 del periodico Amica del 29 gennaio 1990.

Ci troviamo al cospetto di tredici racconti, di autori anglo-americani, pubblicati tra il 1924 e il 1965 e aventi in comune il gusto per il mystery. Prevale di gran lunga la componente gialla, talvolta miscelata all'umorismo, ma vi sono anche un paio di racconti del terrore e alcuni di azione che hanno acquistato nel corso degli anni particolare importanza.

Almeno tre i racconti famosi, così come si nota la presenza di assoluti maestri del genere quali Agatha Christie, Sax Rohmer, Edgar Wallace, Robert Bloch e Daphne du Maurier.

Brilla tra tutti il racconto The Birds (1952) portato alla notorietà dalla trasposizione cinematografica diretta nel 1963 da Alfred Hitchcock. Si tratta di un celebre racconto, in precedenza già apparso in Italia in cinque pubblicazioni a partire dall'apparizione nel 1954 in appendice ai romanzi Urania. Lo firma l'inglese Daphne du Maurier che guarda da una parte a The Terror (1917) di Arthur Machen, dall'altra a The War of the Worlds (1938) di Herbert G. Wells e per tali vie spiana la strada al nascente filone zombie che sarà avviato da George A. Romero nel 1968. “Gli Uccelli” costituisce una metafora sull'inadeguatezza delle istituzioni a far fronte a problematiche improvvise. A fungere da spunto è la pazzia degli uccelli, forse suscitata dalle tempeste del nord, ma si ipotizzano anche soluzioni batteriologiche ordite dai russi contro l'occidente. Si respira, in altri termini, una vera e propria rivolta animale verso l'uomo e la sua inclinazione guerrafondaia (si vedano i cannoneggiamenti dal mare della marina militare, i tentativi dei caccia di far fronte alla vicenda e l'insistenza con cui si chiede l'intervento delle forze armate). Gli stessi attacchi delle sule e dei gabbiani ricordano i bombardamenti degli stukas tedeschi. “Allora li vide. I gabbiani. Laggiù, che cavalcavano le onde. Ciò che in un primo momento aveva creduto che fossero le creste bianche delle onde, erano gabbiani. Centinaia, migliaia, decine di migliaia... Si sollevavano e ricadevano nei solchi del mare, con la testa in direzione del vento, in tutto simili a una potente flotta all'ancora che attende l'alta marea. A est, e a ovest, c'erano gabbiani. Si stendevano a perdita d'occhio, in formazioni compatte, riga su riga. Se il mare fosse stato calmo, avrebbero coperto la baia come una nuvola bianca, testa contro testa, corpo contro corpo. Solo il vento dell'est, fustigando il mare e suscitando i cavalloni, li nascondeva a chi li guardava dalla costa.
Ambientato nella campagna inglese, suggerisce una contaminazione estesa anche sul resto del mondo fungendo da ideale prologo di un survival tutto da scrivere. Non a caso il protagonista si barrica in casa anticipando il corrispettivo de La Notte dei Morti Viventi. Finale aperto in cui tutto è lasciato alla libera interpretazione del lettore. Un'autentica perla del terrore.

Non meno noto è Yours Truly, Jack the Ripper (1943), Cordialmente, Jack lo Squartatore, di un altro scrittore portato all'apice da Hitchcock: Robert Bloch. L'autore di Psyco, fornisce qua un'altra prova incentrata su una serie di omicidi, chiamando in causa nientemeno che Jack lo Squartatore. Bloch tornerà sulla questione col romanzo Night of the Ripper (1984), che sarà ambientato proprio nel quartiere di Whitechapel all'epoca dei delitti. Qua, invece, sceglie una via fantastica ed esoterica strutturata sull'idea che Jack lo Squartatore sia una sorta di alchimista che abbia trovato nell'assassinio la via per mantenersi giovane. Braccato da un improbabile ambasciatore britannico, il killer sarebbe sbarcato in incognito a Chicago (città in cui Bloch ambienterà il celebre American Gothic) e ucciderebbe donne a cadenze regolari e secondo schemi rituali. Poco importa se sono trascorsi oltre cinquant'anni dalla catena omicida di partenza. Secondo il suo cacciatore, infatti, l'assassino avrebbe compiuto una lunga scia di delitti in giro per il mondo, spostandosi di volta in volta da un posto all'altro. 
Si dice che in cambio dell'offerta di sangue, le divinità infernali concedono benefici, se l'offerta di sangue viene fatta quando la luna e le stelle si trovano nella giusta posizione e con le cerimonie appropriate.” Basato su un'ottima premessa e su descrizioni ambientali che rievocano le atmosfere di Whitechapel, il racconto si perde in un finale dove Bloch forza la storia con un colpo di coda all'insegna della sorpresa. Anche questo racconto era già apparso in due precedenti antologie.

Un altro celebre elaborato, più volte trasposto al cinema ed evidente ispirazione per la narrativa dello scrittore fantascientifico Robert Sheckley, è The Most Dangerous Game (1924) dello sceneggiatore pulp (due nomination agli Oscar) Richard Connell. Tradotto come "La Preda Pericolosa" (ma anche come “La Partita più Pericolosa”, “La Selvaggina più Pericolosa”, “La Preda Umana” e ”Lo Sport più Pericoloso”) e già proposto in Italia in quattro precedenti uscite, tra cui l'antologia 25 Racconti del Terrore (Vietati alla Tv), si tratta di un racconto che fonde l'orrore gotico con quello marinaresco e l'azione, anticipando di molti anni pellicole quali Rambo II e soprattutto Predator. Per l'anno di uscita, è un piccolo capolavoro d'azione che risente delle atmosfere di romanzi come Dracula. Un celebre cacciatore in viaggio verso i mari del sud si ritrova, naufrago, su un'isola dove trova ad accoglierlo un generale russo di nome Zaroff. Quest'ultimo è l'unico abitante dell'isola, se si eccettua il suo maggiordomo muto. Zaroff ha costruito sull'isola una reggia dove si diletta nel suo passatempo preferito, la caccia alla preda più pericolosa: l'uomo. Ha infatti escogitato una maniera per fare incagliare le imbarcazioni di passaggio al cospetto dell'isola, così da costringere i marinai ad approdare sulla terra ferma e qui cacciarli, non prima di averli forniti di armi e aver dato tempo loro di nascondersi. Insomma, un antesignano di serial killer quali Robert Hansen e Ivan Milat. Braccato dal generale, il protagonista venderà cara la pelle con trappole e soluzioni in largo anticipo sulla successiva esperienza vietnamita.

Un altro racconto famoso, trasposto nel 1960 nella serie televisiva Alfred Hitchcock Presenta (con le interpretazioni di Steve McQueen e Peter Lorre) ma soprattutto ispirazione per l'ultimo episodio del film Four Rooms (1995) diretto da Quentin Tarantino, è Man from South (1948) dello scrittore e sceneggiatore inglese Roald Dahl. Si tratta di un altro nome importante, sceneggiatore di Agente 007 – Si vive solo due volte (1967) e soprattutto autore di romanzi quali La Fabbrica di Cioccolato, Il GGG e Le Streghe poi portati al cinema rispettivamente da Tim Burton, Steven Spielberg e Robert Zemeckis.
Con L'Uomo del Sud Dahl offre ai lettori un divertissement sulla febbre del gioco d'azzardo. In un'isola caraibica, un uomo attempato sfida un giovane americano a una bizzarra scommessa. Se il giovane riuscirà ad accendere per dieci volte di fila il proprio acciarino senza alcun flop, l'altro si impegnerà a cedergli a titolo gratuito la sua Cadillac. Caso contrario il giovane subirà l'amputazione del mignolo. Bel ritmo e ottimi dialoghi, con un finale sarcastico che sarà modificato da Tarantino.

Spiccano inoltre per qualità due racconti incentrati sulla magia occulta e su quella da show. Il curatore dell'antologia Robert Arthur, autore di diverse sceneggiature della serie Ai Confini della Realtà e Alfred Hitchcock Presenta, regala col suo Eyewitness (1939), Testimone Oculare, il racconto più adrenalinico dell'antologia. Un mentalista ante litteram fornisce l'aiuto decisivo per permettere alla polizia di arrestare un attore di Hollywood che ha approfittato di un blackout cittadino per uccidere e occultare il cadavere della moglie. Notevole seconda parte, giocata sulla pressione psicologica messa in atto dal mentalista a carico del principale sospettato, con uno studio sul linguaggio corporeo di quest'ultimo utilizzato per individuare il luogo di occultamento del cadavere e far cadere in trappola il killer. Bella la parte finale all'interno di un villaggio cinematografico, tra set western e ricostruzioni di ambientazioni egizie. “Esiste sempre un testimone oculare” afferma il mentalista: l'assassino.

Un altro mago da palco protagonista lo troviamo nel racconto Black Magic (1938), Magia Nera, scritto da Sax Rohmer (l'ideatore del Fu Manchu). Si tratta di un elaborato estremamente interessante, in quanto al centro dell'indagine vi è un personaggio palesemente costruito su Aleister Crowley (qua chiamato Servius Jerome). Si parla infatti di un truffatore (“uno dei più astuti criminali viventi”) espulso dalla Sicilia, dopo la morte di alcuni suoi accoliti avvenuta in un tempio (“di Adone”) dedicato a una religione di ideazione del manigoldo (il riferimento va a Cefalù e all'Abbazia di Thelema). “In cambio di somme molto considerevoli, iniziava le sue vittime a strani riti. La rovina e, in tre casi, la morte aveva segnato il suo passaggio in Europa.” Jerome è un seduttore che calibra ogni azione sugli altri. Nella fattispecie ha adescato la figlia di un milionario, convincendola di volerla sposare. In realtà ha messo in piedi una farsa al fine di estorcere denaro alla famiglia della giovane così da non sposarla in cambio di soldi. Sax Rohmer, che con Crowley aveva fatto parte dell'Ordine Esoterico della Golden Dawn, si allinea a quanto fatto in precedenza da colleghi quali Somerset Maugham (The Magician, 1908) e Dennis Wheatley (The Devil Rides Out, 1935) per fornire un'immagine laida e subdola di Crowley.
È la magia la grande protagonista della storia, in una sorta di scontro tra operatore occulto e illusionista da spettacolo (tale Bazarada). Prevalerà il secondo, nonostante le apparenze iniziali, con un colpo di scena finale di grande effetto. “La magia è il potere di controllare il prossimo.”


Sceglie la strada del divertimento Percival Wilde col suo P.Moran, Diamond Hunter (1947). Pur essendo lo scrittore meno noto del lotto, Wilde fornisce un'esilarante parodia del genere, utilizzando quale protagonista un imbranato indagatore che si vanta di aver preso 60/100 alla seconda lezione per divenire detective. Il disgraziato proverà a venire a capo del mistero legato alla scomparsa di un lotto di diamanti dall'abitazione di un facoltoso collezionista. Quest'ultimo, intenzionato a recuperare il maltolto, ha congelato lo stato dei luoghi così da consentire a chi di dovere di capire dove siano finiti i diamanti, dando per scontato che nessuno dei suoi ospiti della sera appena trascorsa
(tutti collezionisti) li abbia occultati su sé stesso. Sarà la giovane fidanzata dell'indagatore, grazie ad acute capacità di osservazione e alla presenza di oggetti estranei rivenuti a terra, a risolvere l'arcano. Prima di ciò però andrà in scena la distruzione di molti degli oggetti di valore del proprietario della casa, con l'improvvisato indagatore che si dirà, ogni volta, certo di aver compreso il mistero citando uno scrittore di volta in volta diverso e specialista del giallo. Siamo nell'ambito del giallo comico.

Pur se gradevoli da leggere, piacciono meno gli altri cinque soggetti, senz'altro meno dotati sul versante della tensione. The Man Who Knew How (1933) di Dorothy Sayers è probabilmente il migliore ed è giocato sulla suggestione che è capace di sfociare in una vera e propria paranoia. La convinzione che un misterioso individuo conosciuto in treno sia l'autore di una serie di decessi, archiviati quali morti naturali dovute ad arresto cardiaco, trasforma una banale persona in assassino. Al centro della convinzione vi è uno strano scambio di battute avuto con il soggetto stesso (un burlone che si diletta nel sconcertare il prossimo), che, nel corso di un bizzarro scambio di battute, si è detto certo di aver ideato una modalità di assassinio in grado di sfuggire alle indagini degli inquirenti. La Sayers gioca sul fatto che un'idea, una volta penetrata nella mente di una persona, può divenire così catalizzante da indurre la stessa a pensare che ogni cosa gravi attorno a tale idea, così da tramutarsi in un'ossessione. “È davvero curioso come una particolare serie di circostanze, quando ha richiamato la nostra attenzione, sembri ossessionarci. Abbiamo l'appendicite: immediatamente, i giornali si riempiono di articoli dedicati a uomini politici che soffrono di appendicite, e a persone che ne muoiono...

The Chinese Puzzle Box di Agatha Christie mette in luce le abilità del celebre Hercule Poirot, indagatore protagonista di tanti romanzi di culto (citiamo Assassinio sull'Orient Express). L'indagatore è chiamato a offrire il suo aiuto a una damigella che afferma di essere ricattata da un estorsore. Niente di più facile per il nostro. Farà in modo di liberare dal giogo la giovane, ma i motivi che hanno spinto la donna a rivolgersi all'indagatore nascondono un'altra verità che non sfugge all'occhio attento dell'uomo. Piuttosto simile è The Treasure Hunt (1965) del maestro Edgar Wallace che, tuttavia, propone un indagatore decisamente provocatore e manipolatore. Odiato dai truffatori finiti in galera a seguito delle sue ricostruzioni, l'indagatore di Wallace riesce a risolvere il caso che gli è stato assegnato (la scomparsa di una donna) utilizzando a proprio vantaggio i propositi di un bandito che vorrebbe assassinarlo per vendetta e sottrargli il leggendario gruzzolo di denaro che, secondo le voci di corridoio, l'investigatore occulterebbe in un posto segreto. Una storia, dunque, dove la caratterizzazione e l'acume del protagonista assumono valenza superiore rispetto al valore della storia.

Puzzle for Poppy (1946) di Patrick Quentin è il classico giallo con al centro un animale domestico (qua un cane). Il timore di una tutrice circa il rischio che l'animale, un San Bernardo destinatario dell'eredità della padrona deceduta, possa venire ucciso dagli altri potenziali eredi trova conferma nei fatti. Un'attrice e suo marito, vicini di casa della donna, riusciranno a salvare il cane e a far scattare le manette per tentato omicidio, associazione a delinquere e detenzione illecita di sostanze tossiche agli aggressori. Questi ultimi, convinti di aver avvelenato il mangiare del San Bernardo sulla base di una semplice deduzione, finiranno per attentare alla vita della tutrice, perché non hano tenuto conto al fatto che la signora tiene più all'animale che a sé stessa. Racconto un po' ironico che segue la struttura del whodunit, tra una girandola di sospettati ed errori di valutazione determinanti ai fini della salvezza dell'animale.

Fiacco Treasure Trove (1928) di Tennyson Jesse che non è neppure un giallo. Il rinvenimento di un pugno di monete, dissotterrate da un terreno agricolo, è motivo di litigio tra due contadini che si sono sempre considerati fratelli, finché i soldi non si sono messi di mezzo. Lo scontro è così acceso da portare all'assassinio di uno dei litiganti. Parabola sulla valenza diabolica del denaro, a cui si ricollega un episodio biblico. Recuperato il malloppo, il narratore avverte uno strano flusso proveniente dalla monete. Si tratta di oggetti discoidali che riportano delle effigi romane, sono d'argento e... sono proprio trenta denari! Che sia il compenso di Giuda?

Dunque un'antologia vecchia, con racconti che hanno quasi cento anni e che, letta oggi, appare un po' superata e prevedibile. Molti racconti sono stati antologizzati più volte. Per l'epoca, tuttavia, era sicuramente una buona lettura e tuttora si presta per essere regalata a un giovane lettore che si appresta per addentrarsi nell'infinito mondo della narrativa mystery. Gradevole da leggere.

mercoledì 12 aprile 2023

Recensione Narrativa: IL BACIO DEL CRISANTEMO di Fausto Marchi.

Autore: Fausto Marchi.
Anno: 2023.
Genere:  Giallo.
Editore: Susil Edizioni.
Pagine: 200.
Prezzo: 18.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Terzo romanzo dello scrittore romano Fausto Marchi, ex adepto dell'Ordo Templis Orientis, che abbiamo già incontrato in occasione delle recensioni dell'horror lovecraftiano La Vestale di Dagon (2018) e della raccolta di tre sillogi di liriche intitolate Rime Gotiche (2021). Fausto Marchi è inoltre un nostro amico di penna intervistato, in esclusiva qui sul blog, nel corso del marzo 2021.

A distanza di due anni, lo ritroviamo in rampa di lancio quale autore del giallo ibridato da più generi che ha dato alle stampe, nel febbraio del 2023, col titolo Il Bacio del Crisantemo. Duecento pagine che hanno trovato nella Susil Edizioni lo sbocco per il mercato editoriale.

Marchi riparte laddove era giunto La Vestale di Dagon, di cui vengono meno le componenti erotiche, blasfeme e per certi versi horror, ma si confermano le ambientazioni, l'amore per sirene e altre creature marine rappresentate dall'estro pittorico di qualche artista maledetto, i piccoli ristoranti periferici in cui si degustano specialità ittiche e, soprattutto, l'ombra e la minaccia di un culto innominabile figlio della veneazione di divinità degli abissi acquatici. Si torna dunque a Roma, in quartieri più o meno ideati dalla fantasia dell'autore e legati ad antiche storie preromane, in cui si narra di idoli di derivazione fenicia e siriaca dedicati a Dagon e ad Atargatis. Si ripresentano quindi gli echi di Howard P. Lovecraft, ma anche l'evidente passione per le creature fantastiche del mare (sirene, kraken, piovre e via dicendo) e soprattutto torna a spiccare la passione per la pittura dark. Quadri, sculture e coltelli rituali sono gli elementi che conferiscono linfa al mistero su cui si troveranno a indagare due comuni cittadini che uniranno le forze per motivi diversi. Il protagonista, uno scrittore di romanzi gialli che viene costantemente pressato dal suo editore, cerca di trovare l'assassino di un caro amico, muovendosi sui pochi indizi dallo stesso rivelategli poche ore prima della misteriosa morte. L'altra, una giovane ragazza dai modi sbarazzini e dall'atteggiamento psicologico borderline nonché più volte finita nei guai per spaccio di sostanze stupefacenti e commercio internazionale di opere d'arte, si unisce all'indagine in quanto convinta dell'esistenza di un rebus che possa portarla a scoprire tre statuette di incommensurato valore legate a culti pagani. Al centro dell'intreccio, infatti, vi sono una serie di opere di un pittore russo, che potremmo definire bohémien e maledetto, per i suoi modi anticonformisti, la passione per l'occultismo, l'uso smodato di alcool e oppio, il gusto per il bizzarro, le frequentazioni in locali equivoci e soprattutto un odio smodato verso la società perbenista di inizio novecento. Proprio attorno a questo personaggio, Ivan Ostrosky il suo nome, si dipana un intrigo che dal fantastico lovecraftiano si sviluppa verso altri lidi, quelli del vero e proprio giallo all'italiana.

Tutto ha inizio con un omicidio, di cui il lettore viene informato a fatto già compiuto (il romanzo inizia durante un funerale). Marchi gestisce il soggetto guardando da un lato alla narrativa hard boiled dei pulp americani degli anni trenta legati alla produzione di Mike Spillane e Dashiell Hammett, dall'altro alla cultura decadentista francese, senza dimenticare l'organizzazione di storia sullo stile dei gialli di Dario Argento, quest'ultima fondamentale nella costruzione e nella presentazione del prodotto. Dalla prima corrente arrivano i dialoghi sporchi di alcuni personaggi, il vero e proprio culto per l'alcool, a cui spesso i protagonisti ricorrono degustando cocktail la cui realizzazione viene spiegata al dettaglio; sempre legato all'hard boiled è la scelta di lasciare in un ruolo marginale la polizia, rappresentata da un burbero commissario che finisce costantemente superato dagli indagatori amatoriali. L'anima decadentista, invece, viene incarnata da una coprotagonista esperta d'arte (echi di Huysmans) che, un po' come Sherlock Holmes, ricorre all'oppio e all'eroina da fumare pur dimostrandosi sveglia e intelligente nei momenti apicali della vicenda. Un personaggio quest'ultimo ambiguo, su cui, fino alla fine, Marchi lascia un velo di sospetto, nella sua costruzione sullo stile del cosiddetto whodunit. Il tutto, come abbiamo anticipato, viene tenuto unito da un'organizzazione di storia che sposa uno schema prettamente argentiano, caratterizzato da un continuo oscillare tra momenti di tensione e altri di rilassamento, con due soggetti che ricordano per il loro rapporto Daria Nicolodi e David Hemmings nel film Profondo Rosso. Anche qua abbiamo infatti un operatore dell'ingegno, nella fattispecie uno scrittore, che indaga per conto proprio scavalcando la polizia e mantenendosi con i pochi proventi che gli arrivano dai romanzi pubblicati. Su tale canovaccio, Marchi monta un ulteriore elemento di sviluppo della vicenda ovvero quello della caccia a un tesoro nascosto, seguendo uno stilema che da Stevenson, il riferimento va a Treasure Island (“L'Isola del Tesoro”, 1883), si muove verso quegli spaghetti western legati all'idea di mappe più o meno immaginarie riprodotte e spalmante su diversi supporti (nella fattispecie quadri e manici di coltelli cerimoniali), quasi a voler innescare un gioco dagli esiti tragici e burloneschi che strizza l'occhio alla vicenda dei falsi d'autore di Modigliani e, al contempo, propone un antiquario perverso che rievoca il Kazanian di Inferno (1980) di Dario Argento.

Da sottolineare infine alcuni capitoli in cui Marchi parla dei viaggi appiedati del suo protagonista per le vie di Roma, dei pellegrinaggi senza meta che ricordano molto da vicino L'Arte del Vagabondaggio (1924) di Arthur Machen, con quartieri reali che appaiono sotto una diversa ottica grazie a particolari che sfuggono ai passanti impegnati nella frenesia della vita di tutti i giorni.

L'approccio è quello del giallo cinematografico. Il Bacio del Crisantemo, infatti, ben potrebbe essere trasposto, anzi sembra proprio essere la traduzione narrativa di una sceneggiatura per il cinema o la fiction televisiva, giocando su contenuti non violenti o spinti. I dialoghi, infatti, sono molto presenti, così come il gusto per l'immagine.

Veniamo ora ai difetti o, comunque, agli aspetti che potrebbero far storcere il naso a qualche lettore. Sebbene il romanzo goda di uno stile di scrittura molto agile e flessibile, peraltro indirizzato a un pubblico di qualsiasi età, si notano molti piccoli refusi, che non inficiano la lettura ma denotano alcune disattenzioni e che saranno eliminati nella seconda edizione. Tra queste vi è l'indicazione della presenza di una sicura (modello semi-automatica) su un revolver di marca Colt (che credo proprio esserne sprovvisto) o il vezzo di alimentare un gatto con del latte (prodotto solitamente intollerante a un felino) riscaldato e, per giunta, ben zuccherato (lo zucchero è un prodotto da evitare!!!).

Il ritmo è buono, ma forse troppo spesso rallentato. Marchi, infatti, lavora soprattutto sulle caratterizzazioni dei personaggi coinvolti nella vicenda. I suoi "attori" non sono dei semplici fantocci ma hanno, ognuno di loro, caratteristiche fisiche, comportamentali e psicologiche assai diverse. Vi è persino chi è affetto da malformazioni che lo portano a sviluppare veri e propri deliri paranoici. Marchi centra in pieno l'obiettivo di creare personaggi credibili, delineando degli evidenti stacchi psicologici tra un individuo e l'altro; uno sforzo, tuttavia, su cui tende a insistere troppo. In altre parole, vi sono scene simili, in cui vediamo i personaggi farsi la doccia (un'attività che qua è pressoché continua), prepararsi cocktail, amoreggiare tra loro o degustare cibi più o meno esotici. Un vezzo questo che rievoca certe lungaggini che hanno portato più di un critico a puntare l'indice su un romanzo come The Night Land ("La Terra dell'Eterna Notte", 1912) di William H. Hodgson accusato di eccessiva verve descrittiva.

L'epilogo, infine, è un evidente omaggio al giallo delle edicole degli anni cinquanta e sessanta, modalità poi ripresa dai thriller cinematografici italiani del ventennio successivo, con il protagonista che spiega all'assassino come abbia capito il mistero, mentre questo finge di essere innocente salvo sbottare nel momento della rivelazione finale.


Il Bacio del Crisantemo è dunque un giallo che prende le mosse dal weird per piegare all'hard boiled all'insegna di quegli intrecci, penso a romanzi come Attento alle Rosse, Berty (1968) della serie I Gialli dell'F.B.I. a firma George Simeon (pseudonimo di Pino Belli, più noto con lo pseudonimo Max Dave), In The Frame (pubblicato nella serie I Gialli Mondadori col titolo "Una Tela Rosso Fuoco", 1976) di Dick Francis o il racconto presente nell'antologia The Dark Side (Einaudi, 2006) intitolato Herbert in Motion (1996) di Ian Rankin, che ruotano attorno a indagini su quadri rubati, falsi d'autore e che, per questo, si legano alla passione per l'arte, delineando un vero e proprio sotto filone del giallo. Dunque un romanzo particolare, forse non superiore a La Vestale di Dagon ma, indubbiamente, più originale e personalizzato, con un coinvolgimento del lettore che resta per tutto il corso della lettura garantito.
 
 
"Tu sei trasgressiva per natura, un'autentica borderline; le situazioni torbide ti attraggono come il polline per le api; anzi, aggiungo che tante cose le fai per puro divertimento, senza una reale necessità economica."