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domenica 13 luglio 2014

Filosofia Greca in pillole, da Socrate in poi

SOCRATE. Eccoci giunti al mio filosofo preferito in assoluto, quanto meno del periodo greco. Nasce ad Atene nel 470 A.C. Non ha mai scritto niente in quanto preferiva il dialogo. Il suo pensiero ci giunge grazie alle opere dei suoi allievi, in particolare Platone e Aristotele, nonché da Senofonte. E' ricordato come un soldato privo di paure e soprattutto in grado di superare i disagi della guerra con la massima indifferenza.
Disinteressato a ogni forma di lusso, esteticamente di brutto aspetto e dall'apparenza di un buffone, vestiva in modo dismesso ed era spesso propenso a cadere in catalessi. A quest'ultimo riguardo sosteneva di avere un Demone interiore che lo consigliava nei momenti difficili. Non a caso affermava la superiorità dell'anima (intesa come l'essenza dell'Io ed essenza della persona umana) sui piaceri del corpo e sulle ricchezze materiali: "Non del corpo dovete aver cura, nè delle ricchezze né di alcun altra cosa, prima e più dell'animaCiò che veramente conta è la mente, l'anima e l'intelligenza. L'Io non si identifica con il corpo, infatti esso permane anche quando il corpo deperisce con la vecchiaia."

Apprezzato da tutti, forse anche troppo anche perché utilizzava un linguaggio da uomo del popolo, finì con l'essere ingiustamente accusato di empietà. "Sono troppi quelli che si sentono stupidi al suo confronto, e nessuno è più vendicativo di colui che si accorge di essere inferiore" dice giustamente un cittadino interrogandosi sulle ragioni dell'accusa. 
Socrate si difese energicamente durante il processo, celebri alcuni suoi monologhi: "Io invece non cesserò mai di stimolarvi, di perseuadervi, di rampognarvi uno per uno, di starvi addosso tutto il giorno, dovunque voi siate, come un tafano che punge ai fianchi una cavalla che vuol dormire, perché è questo che mi chiede il Dio Apollo. O cittadini, la cavalla di cui sto parlando è Atene, e se voi mi condannerete a morte non troverete tanto facilmente un altro tafano che potrà tenere sveglia la vostra coscienza!"
La giuria però non si fece convincere, a ogni buon conto, dopo aver letto il dispositivo di condanna, chiese all'imputato di proporre una pena alternativa alla condanna a morte. Socrate, in grande stile e per nulla disposto ad accettare compromessi, rispose in modo provocatorio: "Una pena alternativa? E cosa mai ho fatto per meritare una pena? Per tutta la vita ho trascurato gli interessi personali, la famiglia e la casa. Non ho mai aspirato a comandi militari, né a pubblici onori. Non mi sono immischiato in congiure. Non vorrei sbagliarmi, ma credo di aver diritto a un premio, quello di essere ospitato nel Pritaneo a spese dello Stato!" Fu così condannato a morte, condanna da cui non si sottrasse, nonostante le proposte di evasione, per coerenza filosofica: "E quali ragionamenti potrei ancora fare sulla virtù e sulla giustizia se dovessi infrangere le leggi?"

Socrate affermava di essere il più saggio degli uomini perché sapeva di non sapere. Era mosso da un impulso interiore che lo faceva sentire investito da una missione etica tesa a sviluppare le personalità che trovava sul suo cammino (si definiva un esaminatore di anime), tanto da rifiutare ogni forma di pagamento per i suoi insegnamenti. "Conosci te stesso, i tuoi limiti e le tue potenzialità" diceva agli allievi per richiamare la loro attenzione su loro stessi.
Il suo fine era quello di risvegliare le coscienze, rendere gli uomini consapevoli delle proprie idee e delle proprie azioni, attraverso un continuo autoesame, liberandoli così dai pregiudizi e dalle influenze esterne e ricercare quindi la verità in un modo razionale.

E' famoso soprattutto per la Maieutica ovvero l'arte di far partorire le menti, che Socrate contrapponeva alla retorica dei Sofisti anch'essi cultori del dialogo. In altre parole Socrate non si presentava come un depositario di una sua verità ma, a differenza dei Sofisti, non ne negava l'esistenza ("la verità esiste, solo che io non la conosco e quindi la ricerco"). Dunque un approccio flessibile, libero da forme e preconcetti. Si presentava agli occhi degli interlocutori convinti di una fede o di un ragionamento qualsiasi (i c.d. sapienti), dichiarandosi ignorante e bramoso di sapere e chiedeva continue precisazioni per farsi convincere. Alla fine della chiacchierata, però, evidenziava le contraddizioni e i punti di rottura della verità altrui e lasciava l'interlocutore spiazzato (e a volte ridicolizzato) al cospetto dei punti deboli del suo discorso. Se invece l'interlocutore si dichiarava ignorante, Socrate procedeva con un percorso inverso per giungere da certezze minori a certezze più complesse. Socrate voleva così dimostare l'importanza di discutere ogni insegnamento e ogni dottrina senza accettarle passivamente (c.d. lotta al principio di autorità).

Socrate

I SOCRATICI. Tra i vari discepoli del grande maestro, sette si distinsero per il loro pensiero, i loro nomi sono: Antistene, Aristippo, Euclide, Fedone, Platone, Eschine e Senofonte. Nonostante la comune fonte di origine questi filosofi si odiarono profondamente ritenendosi ciascuno di loro il solo depositario del pensiero del maestro. Vediamoli uno a uno.

ANTISTENE. Nato ad Atene nel 446 A.C., è il più estremo degli allievi di Socrate, al punto da rifiutare la vita esteriore concentrandosi invece solo su quella interiore e sul concetto della privazione totale dai piaceri. "La virtù consiste nel seguire la natura e perseguire la libertà interiore". Viveva per la strada avvolgendosi in un mantello che gli faceva da vestito e da coperta, sostenendo che "nessun uomo amante del denaro può essere buono". In altre parole, citando il film Fight Club, sposava la tesi secondo la quale "le cose che possiedi alla fine ti possiedono" e quindi riteneva necessario liberarsi da ogni bene in modo da lavorare sul proprio Io ("accontentarsi di poco per non subire la schiavitù dei piaceri").
Fondò la scuola cinica (il nome deriva dal luogo di ritrovo, il concetto richiama l'idea del cane randagio) basata soprattutto sull'astensione e sulla sofferenza come via per apprezzare ciò che ci sta intorno. I filosofi che ne fecero parte si disinteressarono alla politica, alla fisica, concentrandosi unicamente sull'etica poiché si definivano "cittadini del mondo". "Per far diventare più desiderabili i cibi, sfrutto il mio stesso appetito: mi astengo dal mangiare per un po' così che qualsiasi cibo io mi porti alla bocca diventa di grande pregio. Quando il mio corpo ha bisogno di amore, mi accoppio con una donna brutta, così che lei, proprio perché nessuno la desidera, mi possa accogliere con grandissima gioia "

Suo allievo principale fu Diogene di Sinope, nato nel 404 A.C., il quale viveva all'interno di una botte e andava in giro con una lanterna, anche in pieno giorno, urlando: "Io cerco l'uomo!". Anche lui aveva un mantello come abito e come letto. Era un teorizzatore della pratica della masturbazione che considerava più sbrigativa e quindi preferibile al sesso di coppia.
Per temprarsi era solito rotolarsi nella neve d'inverno e sdraiarsi sulla sabbia rovente d'estate.
Dotato di una forte ironia, si divertiva a mettere a disagio il prossimo. Una volta fu visto interrogare una statua, avvicinato da alcuni disse: "Mi alleno a chiedere invano!" Un'altra volta, assistendo a un'esercitazione di un arciere particolarmente maldestro, andò a sedersi accanto al bersaglio: "E' l'unico punto dove mi sento al sicuro!"

ARISTIPPO. A differenza di Antistene, Aristippo era uno snob individualista, nato in una famiglia ricca e aveva un pensiero quasi diametralmente opposto. A differenza di Socrate si faceva pagare per le sue lezioni, praticando prezzi diversi a seconda degli allievi, più questi erano bravi meno pagavano.
Era un teorizzatore della filosofia del presente e dell'edonismo, cioè sosteneva che bisogna esser capaci di saper vivere l'attimo che fugge attraversando i piaceri della vita senza restarne invischiati poiché la felicità umana risiede nel piacere. A tal proposito dichiarava di possedere un equilibrio interno tale da poter attraversare senza paura i mari della ricchezza, del potere e dell'eros.

Fondò la scuola Cirenaica, di cui fece parte Teodoro detto l'Ateo, il quale era persino più individualista e arrogante del suo maestro, visto che sosteneva l'importanza di conquistare il piacere rigettando falsi moralismi e persino ritenendo superfluo e ipocrita il valore dell'amicizia. "I saggi, in quanto autosufficienti, non avvertono il bisogno dell'amicizia."

Un altro componente della scuola era Egesia, che tuttavia si caratterizzava per un pessimismo di fondo talmente radicato da andare in giro a cercare di convincere i cittadini a suicidarsi, poiché il piacere, un po' come dirà Leopardi, è una pace troppo effimera sospesa tra una tempesta di dolori e un'altra.

EUCLIDE. E' l'allievo più giovane di Socrate. Si caratterizza per aver cercato di fondere la dottrina di Parmenide a quella del maestro. A suo avviso le cose di questo mondo hanno un valore intrinseco e uno soggettivo dato dai singoli soggetti; il primo valore è chiamato essere mentre il secondo apparenza. Il bene si può raggiungere avvicinandosi il più possibile all'essere. "Il bene è l'essere, il male il divenire."

Fondò la scuola Megarica che si caratterizzava per l'abitudine di intaurare i discorsi partendendo sempre da una domanda seguita dalla relativa risposta.

PLATONE. E' l'allievo più importante di Socrate. Conosciuto come Platone, si chiamava Aristocle per via del fisico da Marcantonio. Era nato nel 428 A.C., di origine aristocratica e di atteggiamenti austeri, si dice che nessuno l'abbia mai visto ridere.
Inizialmente interessato alla politica, se ne discostò perché perse ogni fiducia negli uomini politici. Seguì gli insegnamenti di Socrate e fondò la scuola Accademia, così chiamata perché posta nei giardini dedicati all'eroe Academo, con l'obiettivo di "formare una classe dirigente intellettualmente preparata".

Il pensiero di Platone si sostanzia nel culto della filosofia, vista come arte e forma di vita superiore da anteporre al tutto: "solo la retta filosofia rende possibile vedere la giustizia negli affari pubblici e privati."

E' famoso soprattutto per La Repubblica, opera in cui delinea quello che per lui dovrebbe essere lo Stato ideale ovvero una società retta da tre categorie di soggetti in rapporto gerarchico tra loro. La posizione di comando deve essere riservata ai filosofi ("perché hanno realizzato in sé la giustizia e possono così condurre gli altri a questa meta") che daranno gli ordini ai combattenti, mentre a tutti gli altri (coloro che sono portati alla ricerca del benessere individuale) spetterà lavorare. La classificazione deve essere meritoria e non per nascita: "Se tra i figli dei lavoratori dovesse esser presente un ragazzo con chiare tracce d'oro e d'argento, sarà compito dei filosofi elevarlo al rango dovuto, così come se tra i figli dei filosofi ci dovesse essere un ragazzo fatto di bronzo sarà compito degli stessi farlo retrocedere nelle categorie inferiori".

I soldati devono essere formati con un misto fatto di arte (musica e poesia) e arti marziali, poiché "una formazione basata unicamente sulla forza li renderebbe belve non pensanti incapaci di persuadere gli altri con la forza della parola."

Platone, che sarà poi accusato di essere un ispiratore dei regimi totalitari del novecento, indica come si devono allevare gli uomini, con una concezione tutt'altro che romantica. Vede le donne come delle fattrici da destinare agli "stalloni" più belli (gli accoppiamenti saranno i migliori con i migliori e i peggiori con i peggiori, usando dei sistemi di sorteggio pilotati per non suscitare le ire dei più sfortunati). I figli non saranno allevati dalle madri, ma saranno gestiti in comune (per sviluppare l'amore per lo Stato in luogo che alla famiglia) senza che i genitori possano riconoscerli.

Lo scopo dei Filosofi e dei Soldati non deve essere quello di raggiungere la felicità personale, bensì quella di garantire il benessere dell'intero Stato. Chi si trova in posizione di vertice non dovrà mai avere sostanze personali (altrimenti si dedicherebbe a queste), esse devono esser redistribuite al popolo a cui invece non spetteranno diritti politici (spetteranno solo ai soldati e ai filosofi): "La grande ricchezza e l'estrema povertà rendono l'uomo infelice, in quanto la prima produce pigrizia mentre la seconda moti rivoluzionari".

La giustizia sociale si avrà quando il coraggio (classe dei soldati) sarà al servizio della razionalità (filosofi) e mai del popolo. In virtù di tale massima, Platone ritiene, facendo ben attenzione a dire che i governanti devono essere dei buoni che agiscono nell'interesse collettivo, la Monarchia il miglior sistema politico possibile (con a capo un filosofo), seguito dall'Aristocrazia e mettendo all'ultimo posto la Democrazia.

Come lo Stato ha tre classi di cittadini, l'individuo ha tre anime, anche esse in rapporto gerarchico, rette dalla:
- Ragione: Serve a ragionare e che punta alla conoscenza del vero. E' tipica del filosofo.
- Passione: Rende l'uomo intrepido. E' tipica del combattente.
- Appetitiva: Spinge l'uomo alla ricerca del benessere individuale. E' tipica dei lavoratori.

Il Mito della Caverna: Parabola attraverso la quale Platone evidenzia come la conoscenza  effettiva (l'essere) sia sospesa tra l'apparenza e l'opinione che sono mero frutto della conoscenza sensibile. Quest'ultima differisce dalla conoscenza poiché non vede le cose come effettivamente sono, ma le immagina in forma sbiadita e confusa, appunto intermedia tra l'essere e il non essere. Il filosofo è uno dei pochi che è riuscito a liberarsi dalle catene e ha visto in faccia la verità. Spetta a lui illuminare coloro che ricercano falsi obiettivi (denaro, successo, potere), ovvero ombre di una realtà ben più vera e posta al di là delle apparenze. Una realtà parzialmente intuibile, dato che esiste una sorgente di luce (Dio) che ce la proietta.
"Uscire dalla caverna è giungere alla conoscenza delle Idee immutabili." Per spiegare questo Platone usa l'esempio di alcuni uomini cresciuti in una grotta e che ignorano del tutto cosa si trovi all'esterno, convincendosi così che la realtà effettiva sia quella da loro conosciuta e scoprendo poi, grazie alla fuga di uno di loro nel mondo esterno, che essa è ben diversa.

Teoria Gnoseologica di Platone: Secondo Platone chi commette il male lo fa perché non conosce il bene. Platone divide tra cose materiali (corpo) e cose immateriali (anima), il primo modo attraverso il quale percepiamo le cose è attraverso i sensi ma questo non è sufficiente per conoscere. Esiste una realtà empirica (fatta di corpi sottoposti al divenire) che è intuibile con i sensi, ed esiste una realtà iperurania (fatta di idee immutabili e permanente) che sta oltre il cielo e in cui risiede la verità delle cose. In questa seconda dimensione si trovano gli originali delle cose presenti, in forma duplicata, nella realtà empirica.
E' l'anima la protagonista, attraverso la ragione, della conoscenza vera, in quanto ha assimilato delle conoscenza prima di entrare nel corpo in cui è prigioniera e pertanto, se ben guidata, può andarle a ripescare.

I Livelli di conoscenza platonica: Platone fissa tre livelli di conoscenza plasmando la filosofia di Parmenide a quella di Eraclito:
1. La Scienza: rappresenta la perfetta comprensione dei concetti immutabili (l'essere, che è immutabile ed eterno ed è costituito dalle idee. Il bene è l'idea più importante di tutte perché è la causa di tutte le altre);
2. L'Opinione: consente di avere sul mondo sensibile giudizi diversi (divenire);
3. L'Ignoranza: che è propria di chi vive alla giornata senza chiedersi il perché delle cose (il non essere).

L'Amore Platonico: L'amore per Platone ha una scala di valori. Al primo posto c'è il bene assoluto quindi, in ordine di importanza, la vera conoscenza, la scienza, la giustizia, l'arte, l'amore spirituale e infine l'amore carnale. L'amore (del conoscere) è il mediatore che partendo dalla realtà sensibile ci conduce a quella ideale ed eterna, spingendo l'anima alla ricerca della verità ovvero al mondo delle idee.

La concezione platonica dell'anima: Platone sosteneva che l'anima era immortale (perché altrimenti non avrebbe senso di esistere) e che il corpo era una sorta di contenitore temporaneo dell'anima. A ogni morte l'anima sale o scende nella gerarchia delle vite (al primo posto c'è l'amante della sapienza e del bello) a seconda di quanto l'uomo si sia avvicinato alla verità o comunque abbia improntato la propria vita alla ricerca della stessa, mantenendo delle conoscenze che possono permetterle di ricercare la verità (fatta di idee).


Platone.

Continua...

sabato 12 luglio 2014

Recensione Biografie: CAVALLO PAZZO - Una vita oltre il limite (di Beppe Gabbiani)


Autore: Beppe Gabbiani.
Anno: 2008.
Genere: Autobiografia.
Editore: Edizioni Tip.Le.Co.
Pagine: 272.
Prezzo: 20 euro.

Commento Matteo Mancini.
Spassosissima autobiografia di una delle più lucenti promesse dell'automobilismo italiano dei primi anni '80, purtroppo mai esplosa come sarebbe stato lecito attendersi, complice un'esuberanza e un carattere troppo sincero per potersi affermare in certi ambienti. Un pilota capace nelle formule minori di mettersi spesso dietro campioni del calibro di Riccardo Patrese, Elio De Angelis, Stefan Bellof, Eddie Cheever, Kekè Rosberg, Stefan Johansson, Sigfried Stohr e Terry Fullerton, il rivale storico di Ayrton Senna, giunto anche per questo in Formula 1 ad appena ventuno anni e poi bruciato tanto da restare senza volante a soli ventisette anni (costretto poi a passare al gran turismo).

Per introdurre la recensione credo che niente potrebbe essere efficace quanto le parole dei due prefattori dell'opera, i quali inquadrano benissimo fin da subito il personaggio Gabbiani e allo stesso tempo il contenuto del libro. Paolo Gentilotti, coautore del testo in supporto a Gabbiani, scrive così: "Nessuno, o pochissimi, l'hanno preso sul serio. Dal nostro parlare è uscita sì una vita sempre al limite, spesso oltre il limite, fatta di eccessi e follie, motori sempre al massimo, donne strapazzate, vetture disintegrate, fughe dalla polizia, insubordinazioni, frenate estreme di fronte alla morte, ma anche la coscienza del privilegio, l'attenzione per l'amicizia, la capacità di non dividere il mondo in classi, di non sentirsi superiore a nessuno, se non nell'autostima delle capacità sportive."

Addirittura più appropriato è Marco Donnini il quale sostiene che "quella di Gabbiani non è un'autobiografia ma è soprattutto la cronaca pulsante di un'immensa sconfitta - di traguardi leggendari possibilissimi ma mai raggiunti - che però non pesa come una realizzazione mancata ma, al contrario, brilla per essere la coerentissima esplicazione della sua voglia d'essere se stesso fino in fondo. Costi quel che costi... Al giovane Gabbiani, nell'intimo, non gli importava granché di vincere. Voleva essere il più veloce del pianeta, della nebulosa e della galassia, questo si. Ma non per tutta la gara - sarebbe stato da tattici opportunisti - non per un campionato - sarebbe stato da ragionieri pitocchi - non per tutta una carriera, ma solo per il giro perfetto. Un attimo infinito, da fermare e consegnare all'ternità, subliminandolo faustianamente al prezzo dell'anima. Cercava l'impossibile filosofico senza manco pensarci. Forse nelle corse è stato l'unico a provarci davvero e strada facendo si è perduto. Ha gareggiato ovunque, comunque, contro chiunque e con qualunque mezzo, assommando prodezze, entusiasmi, antipatie, incidenti impressionanti, eccessi multiformi e fantasiosi, resurrezioni pasquali, mietiture pentecostali, redenzioni mancate e una marea di stronzate." 

Queste le premesse di un'autobiografia che mantiene di gran lunga le attese. Gabbiani, a differenza dell'autobiografia Dove Soffia sempre il Vento (eccellente, un vero e proprio capolavoro) del suo rivale Sigfried Stohr (edita da Fucina Editore), con cui condivide l'enorme talento non sfruttato in Formula 1, opta per un taglio più classico. Se Stohr ricorre alla filosofia e a passaggi classici per impreziosire il suo volume (risultato centrato in pieno), Gabbiani predilige la semplicità dispensando numerosi aneddoti soprattutto sui colleghi con cui ha duellato in pista, con tanto di descrizioni circa le manovre e le sensazioni provate in corsa.


Gabbiani su Osella, Formula 1, 1981.

Gabbiani parte dagli inizi, quando da bambino organizzava scherzi d'ogni tipo (compresi danneggiamenti vari) facendo ammattire i genitori, tanto per vincere la noia e con la fissa dell'adrenalina da stimolare in ogni modo. Non si contano i passaggi folli e incoscienti che hanno accompagnato il giovane Beppe nella sua giovinezza, come gettarsi a mosca cieca negli incroci in una sorta di moderna roulette russa. Al di là di queste pazzie (che proseguiranno in età adulta, con inseguimenti polizieschi e fughe per le vie americane e tedesche), però, il pilota ci racconta del suo atteggiamento psicologico, ovvero quello di un ragazzo che non mollava mai e che cercava sempre di migliorarsi. "Quando trovavo un compagno di giochi migliore di me in qualcosa, analizzavo dove sbagliavo e con tenacia quasi insospettabile facevo in modo di colmare le mie lacune, fino ad arrivare a superarlo." Approccio quest'ultimo che si rivelerà molto importante nella carriera sportiva del giovane.

Ed ecco che Gabbiani ripercorre tutta la sua vita, parlando di amici, duelli, incidenti e bravate dentro e fuori la pista. In particolare ricorda piloti che oggi non ci sono più (Elio De Angelis, Stefan Bellof suo compagno di squadra in F2, Michele Alboreto, Clay Regazzoni) e altri come Riccardo Patrese, Andrea De Cesaris, Derek Daly, Eddie Cheever, Emanuele Pirro, Kekè Rosberg, Teo Fabi, South, Gilles Villeneuve, Alessandro Nannini di cui racconta esperienze in comune che non potranno che far piacere agli appassionati.

Soprannominato, in modo consono, Cavallo Pazzo da Enzo Ferrari, per il suo modo irruento di correre, Gabbiani si renderà protagonista di un'interminabile sequela di successi alternati a incredibili incidenti e sceneggiate che lo porteranno, a poco a poco, a uscire dal giro ma anche a guadagnare le simpatie dei tifosi per la schiettezza, la generosità in pista e soprattutto per la dimostrazione di essere un uomo sincero. Capelli lunghi, jeans a tubo, cinturone e stivali da cowboy, atteggiamento costante di sfida e una passione smodata per le corse, in pista e fuori, con macchine su macchine distrutte, ma anche per le ragazze straniere in particolare le bionde (sposerà un'australiana e poi una irlandese).
"Per me non c'era via di mezzo: o primo o niente, o ero il più veloce o andavo a schiantarmi alla ricerca del tempo migliore, del sorpasso per me decisivo. Sono stato quel pilota che, anche se era in testa con mezzo giro di vantaggio, andava a cercare di staccare sempre un centimetro più avanti". Una filosofia che non era passata inossservata ai Presidenti Csai e Fia che nel 1975 non gli avevano concesso la licenza per correre in F3. "Dicevano che ero troppo esuberante, nessuno si prendeva la responsabilità di firmare il nullaosta"

Gabbiani su Maurer, Formula 2, 1982.

L'atteggiamento ostruzionistico della FIA non l'aveva però intralciato più di tanto. Divenuto presto uomo-mercato per l'incredibile velocità e per doti da campione dimostrate nelle formule inferiori, Gabbiani viene selezionato da Surtees per sostituire, in Formula 1, l'infortunato Vittorio Brambilla (finito in coma nella catasfrofica carambola di Monza letale allo svedese Ronnie Peterson). L'arrivo in F.1 sembra quello di un predestinato. Beppe ha soli ventuno anni e ha un atteggiamento da terribile canaglia. Al secondo Gp, a Montreal, si mette subito in mostra nelle qualifiche. Addirittura, sfruttando la pioggia, nelle prove libere del venerdì è il più veloce di tutti. "Tutti guardano increduli il mio nome in cima alla classifica." Riceve i complimenti da James Hunt e da Depailler, ma non si ferma. Si conferma su ottimi tempi nelle prime qualifiche, attirando le attenzioni di Alan Jones. "Bravo, sei andato molto forte" gli dirà l'australiano. Bellissimo il ricordo di Gabbiani che oggi scrive: "Cosa avrei dovuto rispondergli? Grazie tante, campione, è un onore solo il fatto che tu mi abbia rivolto la parola? Invece gli dico che si, ero andato piuttosto forte, ma che se avessi avuto le gomme nuove sarei stato più veloce di lui. Mi manda a cagare? No, scoppia a ridere e mi offre di brindare con lui."
Questo è Gabbiani, un ragazzino irriverente, convinto di sè, che osa oltremodo e finisce per raccogliere poco. Così il sabato spinge troppo e un errore lo mette fuori dai giochi a pochi minuti dal termine della sessione (quando stava per staccare un clamoroso sesto tempo in griglia). La pista, intanto, da bagnata diventa asciutta, e il povero Gabbiani si ritrova dal paradiso all'inferno. E' il primo dei non qualificati. La cosa lo manda su tutte le furie, non si presenta al warm up, disattende agli ordini del capo squadra. Surtees, avvicinato dai giornalisti inglesi, commenta: "Beppe ha talento, ma è un bambino viziato e ingestibile." Risultato finale? Gabbiani torna subito in F.2 dove dovrà vedersela con Marc Surer e Derek Warwick.

Un campione però non può sfuggire al suo destino ed ecco che il nostro ha una seconda opportunità. Nel 1981 firma con l'OSELLA ed è di nuovo in F.1. Le aspettative sono tante, ma la vettura è inadeguata. Gabbiani entra così in polemica con i vertici della squadra, addirittura non prende parte al G.P. di Las Vegas per protesta. A fine stagione viene sostituito dal povero Riccardo Paletti (di cui Gabbiani non dice niente nel testo) e se ne torna in F.2 perché vuol vincere il titolo. Ancora una volta però la fortuna non lo aiuta, un po' per eccessi di esuberanza, un po' per la presenza di avversari del calibro di Jonathan Palmer, Stefan Bellof (suo compagno di squadra) e Thackwell meglio attrezzati di lui. Vince però grandi gare come al Nuerburgring nel 1983. Così Gabbiani ricorda la corsa. "Alla partenza le miss tengono il cartello con numero e nome di ogni pilota. A me capita una giovanissima, splendida teutonica. Poco prima del via mi avvicino al mio ingegnere Peter Gethin. «Dille che se vinco, stasera mi piacerebbe accompagnarla a casa.» Lui si alza, va a riferire, intanto mi siedo nella vettura, la vedo che mi sorride e fa okay con la mano.
Parto e non ho tempo di pensarci. Nannini mi è nelle marmitte fin dall'inizio. All'ultimo giro, ho grossi problemi di tenuta nel curvone. Mi affianca nelle due curve che precedono il rettilineo, mi fa segno con le mani, come in una sorta di alfabeto muto, "in fondo, io, primo". Mi vien da ridere perché non sa che se lui è in quinta, io sono ancora in quarta. Cambio e vado via come una freccia. Ma l'esperienza in kart mi aveva insegnato che Sandro aveva in mente una staccata un po' bastarda all'ultima chicane, così anticipo la frenata di cinque metri, lui è costretto a frenare di colpo. Mi sorpassa si, ma con la macchina girata dalla parte opposta.
Sono così felice che faccio un intero giro d'onore, cioè 22 km fra ali ininterrote di gente. Mi fermo davanti a un gruppo di nostri emigrati. Spengo la macchina, mi alzo sul sedile, li saluto tutti. Ma mi viene anche la malagurata idea di fermarmi a fare il furbo davanti a un mucchio di qualche migliaio di tedeschi, per lo più tifosi di Bellof e di Danner, con le bandiere della Maurer (la mia ex squadra). Li mando a quel paese, loro reagiscono tirandomi dietro un milione di lattine di birra. Per fortuna la macchina riparte subito...
Godo come un pazzo anche alla premiazione, poi vado verso il motorhome per cambiarmi. Sulla porta c'è la tedeschina magnifica, quella della partenza, con il suo trolley, che mi dice: «Hai vinto e io sono qui.»
La giornata stava diventando più che memorabile, fosse che si presenta, piangendo, Fulvio Maria Ballabio, un mio amico pilota. Lui e il povero Guido Daccò si erano toccati in pista, Fulvio si era capottato. Mi dice, sempre piangendo e lamentandosi, che aveva paura di morire perché aveva picchiato la testa, che i dottori gli avevano detto che non era niente, ma non si fidava, voleva correre all'ospedale. Non lo posso abbandonare, lo faccio salire in macchina con me e la biondina che accompagno a Francoforte e saluto con un bacio davanti a casa. Alle 21 salgo con Ballabio sul volo Alitalia. Va beh, non si può pretendere proprio tutto."

Gabbiani su March BMW, Formula 2, 1983.

La mancata conquista del titolo nelle stagioni 1983 e 1984 (è quarto e terzo) porta Gabbiani a passare ai prototipi (squadra LANCIA, alla corte di Cesare Fiorio, con cui disputerà anche la 24 ore di Le Mans) e poi a rimanere accantonato per qualche anno, se si esclude un'esperienza poco fortunata in Giappone. Chiuderà la carriera nel Gran Turismo ottenendo assai meno di quanto avrebbe potuto.

Chiudo, come si conviene del resto a un'autobiografia, con le parole del diretto interessato: "Andavo sempre al 110% Non ho mai pensato all'aspetto economico. La mia massima soddisfazione è quella di esser stato, ventenne, tra i cinque-sei emergenti più forti al mondo, osservato e tenuto in grande osservazione. Poi mi sono lasciato trasportare dal mio carattere fiero e impulsivo, ho fatto anche qualche scelta sbagliata. I confini, le barriere, gli steccati, l'obbedienza cieca e assoluta: niente di questo fa per me. Mi sono sentito inferiore come mezzo, mai come pilota. Ho sempre preteso il massimo da me, provando e riprovando, sudando e andando sempre oltre; ho sempre analizzato gli avversari con attenzione, li osservavo mentre giravano. Alla fine ho sempre cercato di sommare tutto il meglio che mi sembrava di aver imparato alle mie qualità innate. Aggiungevo, cioè, quello che avevo in più degli altri. Perché avevo sempre un qualcosa più degli altri. Ne ero convinto."

Un volume dunque straconsigliato agli amanti delle storie dei piloti, divertente e divertito, ricco di aneddoti anche su altri piloti (comprese curiosità sulla vita privata, a tal riguardo c'è un ottimo capitolo dove Gabbiani parla delle famiglie di molti colleghi). Formato editoriale eccellente, oltre centotrenta le fotografie a colori poste al termine del volume. Lettura spassosa. Da avere in biblioteca se amate la F.1. E se per gli albi d'oro Gabbiani è un campione mancato, per gli sportivi è un campione indimenticabile.


giovedì 3 luglio 2014

Recensione Narrativa: ROSA ALCHEMICA (William Butler Yeats)


Autore: William Butler Yeats.
Anno: 1896.
Genere: Narrativa Fantastica di impronta Esoterica.
Editore: Se.
Pagine: 112.
Prezzo: 13.00 Euro.

Commento Matteo Mancini.
Autentico capolavoro del Premio Nobel irlandese William Butler Yeats, insignito con la massima onorificienza letteraria nel lontano 1923.
Poeta, drammaturgo, rivalutatore delle tradizioni folkloristiche celtiche, Yeats era soprattutto uno studioso di occultismo, grazie anche alle sue infiltrazioni in un mondo sotterraneo in cui imperversavano esperimenti esoterici incentrati soprattutto sull'elemento del simbolo e sul tentativo di entrare in contatto con altre dimensioni.

Rosa Alchemica viene così ad assumere una valenza quasi autobiografica, ricettacolo di analisi filosofiche/religiose filtrate e rese potentissime dall'impiego di archetipi e di simboli a cui il poeta irlandese ricorre in continuazione dando vita a un testo sospeso tra l'ipnotico e il delirante, pur trattandosi sempre di un delirio colto e calibrato a un fine aristocratico.

Il volume, concepito nella sua forma originaria nel 1896 (subirà delle leggere modifiche nel corso degli anni, essendo stato scritto da uno Yeats trentunenne), è composto da tre racconti di lunghezza molta contenuta, legati tra loro, un po' come farà Arthur Machen con il coevo I Tre Impostori. A differenza dello scrittore gallese, però, Yeats costruisce quello che potrebbe definirsi un romanzo vero e proprio.
Protagonista dei fatti è uno scrittore dedito allo studio dell'Alchimia e autore di saggi vertenti su tale materia. E' bene subito sottolineare come per alchimia debba intendersi non la semplice trasformazione di materiali grezzi in oro (questo infatti si intende da un punto di vista che potremmo definire essoterico), bensì una "trasmutazione della vita in arte e un grido di immenso desiderio per un mondo fatto di essenze; la trasmutazione del cuore stanco in spirito instancabile".
Lo studio di queste materie porta il protagonista, che vive isolato in una casa di Dublino immerso in bellezze e opere d'arte (sorta di guardiani del sapere interiore), a ricevere una visita inattesa. A bussargli la porta troverà un vecchio compagno di studi parigini che cercherà di convincerlo a entrare a far parte di un Ordine estoterico: l'Ordine della Rosa Alchimistica.
Sulle prime l'uomo cercherà di resistere al richiamo, perché si tratta di un individuo combattuto tra il desiderio di conoscenza e la paura per ciò che sta oltre il velo del conosciuto. Ecco che entra subito in campo l'elemento della bipolarità, presenza costante in tutta l'opera di Yeats. Il giovane, convinto di resistere poiché crede che "la grandezza di un uomo la si misuri nella capacità di crearsi una mente che rifletta ogni cosa con l'indifferente precisione di uno specchio" cede solo sotto l'influsso di un bizzarro incenso che il suo ospite libera nell'aria e che porta l'altro a cadere in un sogno ipnotico popolato da strane creature e da individui danzanti. Yeats, di seguito, mette in scena, con grande classe e in modo simbolico, una vera e propria orgia (mascherata da danza magica) che funge da iniziazione del protagonista ma che, come classico della narrativa fantastica/esoterica, lo porta ai confini della pazzia da cui potrà sottrarsi solo rifugiandosi nella fede religiosa. Importante spazio poi agli scaramantici che entreranno in campo vedendo nell'ordine un qualcosa di diabolico.

Ciò su cui Yeats si sofferma più volte, però, è l'idea fantastica (e alquanto fatalista) che l'uomo sia un veicolo di forze ultraterrene che si manifestano attraverso i mortali per interferire con lo sviluppo della storia. Così scrive Yeats: "Le anime incorporee che scendono a dimorare in queste forme vengono chiamate umori dagli uomini; e ogni grande cambiamento che si verifichi nel mondo è opera loro; ché come il mago o l'artista possono evocarle a piacimento, così esse, a loro volta, possono evocare e far sorgere dalla mente del mago o dell'artista, o da quella del pazzo o dell'uomo turpe, se sono demoni, qualsiasi forma vogliano, ed esprimersi attraverso la sua voce e i suoi gesti, e riversarsi nel mondo. Così si compirono tutti i grandi eventi: scesi dapprima come un debole sussurro nelle menti degli uomini ne modificarono poi i pensieri e le azioni finché i capelli che eran biondi diventarono corvini o capelli che erano corvini diventarono biondi, e imperi mossero i loro confini." Dunque un approccio a dir poco inquietante come inquietanti sono le pieghe che assumono i tre racconti, i quali possono qualificarsi come veri e propri racconti del terrore.
Yeats, nella sua poetica e nella sua costruzione criptica delle opere (fondata sul saggio uso del simbolo), crea angoscia e mette paura in un crescendo claustrofobico che porta a mozzare il fiato, con epiloghi che vedono sempre il protagonista costretto a fuggire da qualcosa di indefinito e a ripiegare in una certezza fideistica vista come una boa necessaria per scongiurare il rischio di ritrovarsi immersi in un oceano senza punti di riferimento.

Bellissime alcune descrizioni dei personaggi. Uno di questi è il protagonista de Le Tavole della Legge, secondo racconto dell'opera (incentrato sugli insegnamenti segreti ed eretici di Gioacchino da Fiore basati sulla superiorità dello Spirito Santo), il quale viene descritto come un individuo caratterizzato da una "natura che aveva metà del monaco e metà del soldato di ventura e che lo spingeva a volgere l'azione in sogno e il sogno in azione."  Yeats, nel suo pessimismo decadente, non perde tempo nel sottolineare come tali personaggi non possano che "non trovare, in questo mondo, né ordine, né scopo, né soddisfazione" con consequenziale privilegio conferito alla c.d. vita interiore rispetto a quella esteriore. Si tratta di un'altra tematica cara agli scrittori ermetici, i quali vedono nello studioso solitario l'unico individuo capace di penetrare certi misteri perché libero dalle tentazioni e dalle influenze esterne viste alla stregua di freni inibitori.

Sempre in questo racconto trapela l'amore di Yeats per le emozioni pure e per la bellezza in senso lato. "Era la bellezza che si concede solo a quei temperamenti che cercano sempre un'emozione pura, assoluta, e che hanno trovato la loro espressione più continua, se non la più perfetta, nelle leggende, nelle preghiere e nella musica dei popoli celtici."

Dunque, in sintesi e per quel che ho capito io, Rosa Alchemica vuole essere un monito contro approcci superficiali o ammaliati da dottrine o da mondi sospesi tra il sogno e l'incubo. Yeats tratteggia una feroce critica al materialismo imperante nella sua società (figuriamoci in quella di oggi) a cui contrappone la ricerca di una via filosofica esoterica (cioè limitata a pochi eletti puri di cuore) finalizzata a generare delle strong minds capaci di invertire il decadentismo in cui, ad avviso dell'autore, versa la società civile. Si tratta però di un cammino periocoloso, minato dal rischio della perdizione, dall'influenza di spiriti ultraterreni talvolta positivi talaltra demoniaci che possono condurre alla pazzia. Gli eletti, in uno slancio che accomuna Yeats ad altri maestri del calibro di William Blake e di Shelley, saranno coloro che comprenderanno che il "bene è esprimere sé stessi e che le forme storiche della morale sono convenzionali... e chi altri potrebbe comprendere questo se non gli artisti decadenti che, senza far distinzione tra lecito e illecito, vogliono ridestare a nuova vita la fantasia e rivelare la sostanza divina che è colore e musica e soavità?" L'artista e il mago, infatti, vengono visti da Yeats come soggetti che vivono in un perenne equilibrio tra conscio e inconscio, con la capacità di abbandonarsi in modo guidato al secondo grazie all'uso del simbolo, vero e proprio portale per accedere alla sostanza nascosta di Dio, al fine di fare da battistrada per tutti gli altri. L'autore irlandese ha dunque una concezione nobile dell'arte, da inquadrarsi come un qualcosa volto a costruire il progresso spirituale delle masse al pari, e forse di più, della religione. Ne deriva un contenuto che miscela paganesimo a cristianesimo, in un'angosciante lotta fatta di opposti e spiazzanti contrapposizioni, con passaggi che potremmo definire eretici messi in scena con una capacità e una poetica da lasciare basiti. Il male è quasi come un ostacolo da superare celato dietro a ogni passo di questo cammino dalle forme di un mantello di inquietanti misteri e di oscuri presagi di morte. Sotto quest'ultimo punto di vista è esemplare il racconto conclusivo, L'Adorazione dei Magi, in cui si ribaltano alcuni concetti di forte presa nelle coscienze collettive e legati a tematiche radicate nella cultura dell'uomo. Qua Yeats piazza il racconto più sinistro dell'opera, portando in scena creature mitologiche come l'Unicorno e altre di origine greco-romana e toccando corde emotive che fanno vibrare e tremare l'animo del lettore sensibile.

Volume difficile, destinato a un pubblico di un certo tenore e da leggere più volte per poter cercare di interpretarlo su più livelli. A tal riguardo l'edizione curata dalla Se S.r.l. dispone di un'accurata e interessante rilettura operata dal curatore Renato Oliva, il quale offre spunti di riflessione interessanti e complementari ai racconti inseriti nell'opera.

Provocante, provocato e graffiante con squarci destabilizzanti nell'onirico (ai limiti della psicosi), i veri maestri della narrativa fantastica passano da queste parti. Monumento.


domenica 22 giugno 2014

Festival di LA SERRA del 27 giugno 2014 + Recensione cinematografica: IL DIABOLICO DOTTOR SATANA - Gritos en la Noche (Regia di Jess Franco)





Regia e Sceneggiatura: Jess Franco.
Produttore: Sergio Newman e Marius Losoeur (Francia-Spagna)
Anno: 1963.
Interpreti principali: Howard Vernon, Conrado San Martin, Diana Lorys, Ricardo Valle,
Colonna Sonora: José Pagàn, Antonio Ramirez Angel.
Durata: 82 min.
Giudizio Mancini: ***1/2

Commento di Matteo Mancini
Antipasto in vista del Festival de LA SERRA, località sita in provincia di Pisa nei pressi di San Miniato, che si terrà venerdì e sabato prossimi venturi e che sarà dedicato a due registi culto come DARIO ARGENTO e JESS FRANCO. Nella serata di venerdì girandola di ospiti niente male, tra i quali ho l'onore di figurare anche io grazie all'invito dell'amico IVO GAZZARRINI (sceneggiatore di vari lungometraggi firmati IVAN ZUCCON e distribuiti sul mercato anglo-americano), con la scrittrice di gialli Mondadori CRISTIANA ASTORI, lo sceneggiatore ANTONIO TENTORI (tra l'altro fresco autore della sceneggiatura di Dracula 3D diretto da Dario Argento) e l'esperto cinefilo nonché regista e montatore PIERPAOLO DAINELLI che tutti gli appassionati ricorderanno per le sue splendide presentazioni lancio dei film proiettati nella rassegna I B-MOVIE DI TVR, storica emittente fiorentina. Potrebbe inoltre esserci una sorpresa da mille e una notte, SERGIO STIVALETTI (numero uno a livello nazionale, ma anche internazionale, per quel che riguarda il reparto effetti speciali e make up) infatti potrebbe essere presente alla manifestazione proprio venerdì. Nel corso delle serate saranno proiettati molteplici film di entrambi i registi, per Jess Franco l'orientamento dovrebbe essere costituito dal seguente lotto: Vampyros Lesbos, She Killed in Ecstasy, Paroxismus e Erotikiller - La Comtesse Noire,  riservista Il Conte Dracula (pellicola girata a TIRRENIA).

Prima però di analizzare e vedere questi film, gli ospiti e il sottoscritto parleranno della figura di Jess Franco, regista madrileno morto a Malaga qualche anno fa e insignito del Goya alla carriera dopo anni di critiche e censure. Regista fertilissimo, in virtù di oltre duecento film girati in una carriera cinquantennale, collaboratore di Orson Welles, con cui tentò di portare in scena il Don Chisciotte di Cervantes (pellicola mai conclusa) e infine maestro dell'horror caratterizzato da una forte impronta erotica. Personalmente lo ricordo anche come pioniere dello spaghetti western, in qualità di co-sceneggiatore di Joaquìn Romero Marchent e del mitico José Mallorquì, con Il Coyote (1954) e La Giustizia del Coyote (1954) poi seguiti da Zorro il Vendicatore (1961). Simpaticissimo, perseguitato dal Vaticano che riteneva blasfemi i suoi film e dal regime fascista ispanico che lo odiava per altri motivi (costringendolo, di fatto, a fare il globe trotter), fervente anarchico (atteggiamento caratteriale che lo portò ad allontanarsi da Towers, il produttore con cui fece i suoi migliori film grazie a buoni budget), esperto di musica Jazz e soprattutto umile al punto da sostenere di non amare nessuno dei suoi film, il cinema di Jess Franco si sintetizza in una frase dallo stesso riferita al presentatore livornese Ruffini: "Io penso che l'erotismo, l'espressionismo e l'onirismo vadano insieme meravigliosamente." Jess Franco è stato poi un grande conoscitore di narrativa fantastica e non solo di questa. Due, in particolare, gli scrittori più volte chiamati in causa dalla produzione del regista: SAX ROHMER (da cui ha estrepolato entrambi i personaggi più importanti dello scrittore anglo-irlandese ovvero Fu Manchu e Sumuru) e il MARCHESE DE SADE.
Sul punto sarà certamente d'aiuto un'altra scrittrice: la piemontese CRISTIANA ASTORI, che sicueramente parlerà dei suoi due gioiellini ispirati proprio alle figure di Jess Franco e Soledad Miranda (cioè l'attrice musa del regista, insieme alla moglie Lina Romay) nonché a Dario Argento. Sto parlando, chiaramente, dei due romanzi pubblicati circa un paio di anni fa sulla collana Mondadori intitolati Tutto quel Nero e Tutto quel Rosso.

A inizio articolo ho parlato di antipasto e allora spazio al vassoio contentente la prima prelibatezza che, di fatto, da avvio alla produzione del nostro. Gritos en la Noche ovvero Urla nella Notte, distribuito in Italia con il poco appropriato Il Diabolico Dottor Satana, è il film con cui Jess Franco approda al cinema fantastico dopo aver già diretto quattro pellicole sospese tra commedia e musicarello.
Franco scrive e dirige la pellicola tra il 1961 e il 1962 dando vita a uno dei primi importanti horror dell'Europa continentale. In questo Franco viene preceduto dal nostro Riccardo Freda, il quale con I Vampiri (1956) e L'Orribile Segreto del Dr. Hichcock (1962) aveva dato avvio a un filone, quello dell'horror gotico, e da Mario Bava che aveva impressionato tutti con La Maschera del Demonio (1960) interpretato dall'irlandese Barbara Steele (la dark lady per eccelenza). Di lì a poco irromperà poi un altro grande ovvero Antonio Margheriti che debutterà nel genere, firmandosi Anthony Matthews (in seguito adotterà lo pseudonimo Anthony Dawson) con Danza Macabra (1963).

Torniamo però alla pellicola, una piccola co-produzione franco-ispanica che segue la scia tracciata da Freda e Bava senza subire troppo sotto il profilo qualitativo. Franco, anche a causa dell'anno di lavorazione, gira in bianco e nero strizzando un occhiolino a Murnau (il riferimento va a Nosferatu), ma al contempo dando origine a una sceneggiatura moderna e coraggiosa per l'epoca. Siamo infatti alle prese con un horror che plasma vari sottogeneri, dando vita a un prodotto interessante. Franco attinge sia da Dracula che da Frankenstein e addiruttura da Lo Strano Caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde. E' proprio Stevenson l'autore a cui il regista sembra ispirarsi maggiormente. La storia infatti ha una costruzione da poliziesco/thriller, con un poliziotto (Conrado San Martin, lo ritroveremo in alcuni spaghetti western come All'Ombra di una Colt) che indaga sua una serie di donne scomparse. Protagonista dei rapimenti è un mad doctor, il dottor Orlof, interpretato dal glaciale svizzero Howard Vernon (il quale diventerà un attore feticcio del regista), che agisce coadiuvato da un gigante (Ricardo Valle) affetto da una lesione al cervello (è persino cieco) e che è una via di mezzo tra Dracula (infatti morde al collo le vittime) e Frankenstein (il volto è deturpato e le movenze sono impacciate). Quest'ultimo, tra l'altro, si scoprirà essere un ex assassino dichiarato morto dal professore, il quale lo ha invece soggiogato al suo volere per sfruttarne la forza. Il movente degli omicidi ha una connaturazione fantascientifica ispirata (si potrebbe dire copiata) piuttosto marcatamente dalla pellicola francese Occhi senza Volto (1960) di Georges Franju. Il Dottor Orlof, infatti, uccide le ragazze per prelevare la pelle necessaria a ricostruire il volto della figlia (Diana Lorys) rimasta sfigurata nel corso di un esperimento scientifico. La follia dell'uomo lo porterà a praticare incisioni (non mostrate nella versione da me visionata) a prigioniere ancora in vita, tenute legate a delle catene nelle segrete di una sorta di magione gotica. Lo script è molto quadrato, rispetto ad altri del regista, così come la regia è piuttosto convenzionale, con Franco che sembra voler richiamare alla memoria l'espressionismo tedesco (peraltro riuscendoci con alcune sequenze tese) nel tentativo di unirlo al nascente horror gotico italiano. Ne deriva un'ambientazione da primi del novecento, dove al posto delle auto ci sono carrozze trainate da cavalli, castelli, cripte e via dicendo.

L'erotismo è ancora assente e si sostanzia solo in alcuni atteggiamenti galanti di Vernon, il quale seduce ad arte le giovani prede con l'intento di usarle per i suoi biechi esperimenti. E' invece già presente quell'alone malinconico che accompagnerà buona parte della produzione di Jess Franco. Sia lo psicopatico di turno che il suo assistente sono personaggi tristi, quasi abbandonati al loro destino. Il primo cerca di ricostruire ciò che ha perduto costruendosi un sogno che non può far altro che tramutarsi in un incubo (arriva persino a uccidere la compagna); l'altro vaga come un automa fino a ribellarsi al suo padrone, quando troverà il cadavere dell'unica donna che lo ha trattato con amore, cercherà infine di portare in salvo la figlia di Orlof ma sarà abbattuto dalla polizia che invece pensa stia per compiere un altro omicidio. Momenti embrionali di poetica macabra di Franco, che poi da spazio all'intreccio poliziesco. A quest'ultimo riguardo Franco piazza una simpaticissima sequenza, piuttosto comica, con San Martin costretto a vedersela con un gruppo di testimoni convinti della propria idea circa il profilo fisico dell'assassino. Il problema è che i vari commenti sono spesso l'uno contrastante con l'altro, con l'addetto alla stesura dell'identikit costretto a modificare di continuo lo schizzo. Emerge inoltre una vaga vena sarcastica del regista, che meleggia la polizia facendo risolvere il caso grazie all'intervento di un ubriacone accanito di vino e alla fidanzata (sempre la Lorys che interpreta due ruoli) del protagonista, una curiosa che si mette a indagare per conto proprio fino a farsi rapire dal ricercato e a cui il poliziotto a fine film dirà: "Sei il miglior poliziotto che ci potrebbe essere..."

Come ho detto il titolo italiano, piuttosto furbo, è poco appropriato ed è ben diverso da quello originale. Il riferimento al Satana è connesso alla dichiarazione di un testimone che descriverà il rapitore seriale come "un uomo con gli occhi di Satana". La scelta invece de "Il Diabolico Dottore" vuole invece essere un omaggio a un regista amatissimo da Franco, ovvero Fritz Lang, il quale nel 1960 aveva girato Il Diabolico Dottor Mabuse.

Jess Franco sarà così legato al soggetto da riproporlo più volte e con risultati buoni come nel caso de I Violentatori della Notte (1988), horror in cui spingerà il piede sul versante dello splatter mettendo in scena forse il miglior cast artistico di tutta la sua produzione.

Dunque un inizio promettente che spianerà la strada a Jess Franco nel genere, dapprima con l'horror hitchcockiano Miss Muerte (1965), poi con la spy-story Le Carte Scoperte (1965), entrambi cosceneggiati con Jean-Claude Carrière, fino ad arrivare a sposare l'horror all'erotico a partire da Necronomicon (1966), titolo lovecraftiano ma poi sviluppato in modo assai personale, opera che lo porterà a legarsi al produttore inglese Harry Allan Towers con The Blood of Fu Manchu (1967).

Vi aspetto il 27 prossimo a La Serra: non mancate.

giovedì 19 giugno 2014

LE FIGLIE DI DANAO (Las Hijas de Danao) di FRAN KAPILLA


Regia e Sceneggiatura: Fran Kapilla.
Anno di uscita: 2013/14.

Produzione: Antonio Cabrera, Escarlata Godiri, José Ramon Barcelò e Benito Gonzàlez.
Fotografia: Salvador Blanco e Jorge Sacristan.
Interpreti principali: Paco Roma, Fran Millàn, Beatriz Rico, Susanna Pauw, Mònica Aragòn, Antonio Montiel e Erica Prior.
Genere: Thriller/Noir.

Testo di Matteo Mancini

Gradito ospite internazionale sulla pagine del mio blog, lo spagnolo Fran Kapilla debutta nel mondo del cinema con questo Las Hijas de Danao, primo lungometraggio dopo una breve esperienza di filmaker di cortometraggi intrapresa nel 2010 con la trilogia del Muro de Berlin, finanziata dal Consolato tedesco e proiettata oltre i confini iberici.
E' l'amico Davide Melini, con il quale Kapilla collaborerà in occasione del corto Deep Shock affidato alle abili mani del romano, ad avermi segnalato il regista. Appassionato di cinema di genere, lo spagnolo di origini di Malaga propone un thriller dal retrogusto noir con ambientazione teatrale e interamente prodotto da spagnoli (Cabrera-Godiri-Barcelò-Gonzàlez). L'opera è stata girata nel 2012 in Spagna (Malaga) e in Francia (Parigi), con sequenze ambientate all'Ópera de París,all'Avenida Champs Elysees, al Sacre Cor e a Montmartre.

La sceneggiatura, dello stesso Kapilla, ricorda un po' il soggetto base di Opera di Dario Argento, quanto meno per l'idea iniziale che vede il soprano principale subire una minaccia anonima da un pazzo. Il fatto innesca subito le indagini di due distinti detective che cercheranno di risolvere l'intrigo. Preciso subito che lo sviluppo del soggetto segue tracciati ben più vicini al poliziesco piuttosto che all'horror, ciò che comunque non manca è l'azione e la tensione.

Il budget sembra non essere affatto male, quanto meno dalla visione del trailer, si notano scenari sfarzosi, inoltre Kapilla ha inserito nella pellicola qualcosa come quarantadue musicisti, varie orchestre, tenori e direttori d'orchestra oltre a fare eseguire l’opera di Antonio Salieri (secolo XVIII). Dunque un grande dispendio di risorse che di certo impreziosiranno il lavoro finale.

Del resto non è un mistero il fatto che il film abbia ottenuto un grande successo al Festival del Cinema di Malaga nel 2013, dove però Kapilla giocava in casa, e all'“Academia de las Artes y Cine Español”. Il buon esito ha dunque convinto i distributori a far uscire la pellicola anche in Francia, dove uscirà in quel di Parigi a fine estate.

Un cenno sul cast artistico dove figurano nomi che ritroveremo nel corto dell'amico Davide Melini, mi riferisco al protagonista del film, l'emergente Paco Roma, e a Erica Prior, quest'ultima nota per essere la protagonista dell'horror Second Name (2002) di Paco Plaza. Presente inoltre un altro nome illustrissimo come il pittore Antonio Montiel (non poteva che interpretare un Direttore d'Orchestra), celebre per i suoi ritratti a personaggi quali Fidel Castro, la Regina d'Inghilterra, i Re di Spagna e alcuni Presidenti degli Stati Uniti e qua in veste di guest star in una delle sue rarissime apparizioni cinematografiche (un regalo di cui andare fieri per il regista). Gli altri attori sono un mix di giovani promesse e di professionisti provenienti dal circuito televisivo.

Dunque un prodotto da tenere d'occhio che si spera possa giungere anche nella nostra penisola, anche perché, voci di corridoio, vorrebbero Fran Kapilla prossimo a girare un lungometraggio in Italia, un'opera che potrebbe veder coinvolto anche l'amico Davide Melini. Naturalmente il sottoscritto resterà sulla porta in attesa che quest'ultima eventualità possa concretizzarsi.


Qua il trailer del film: https://www.youtube.com/watch?v=WZPk386Bnvo

Per ulteriori informazioni: www.lashijasdedanao.com / www.frankapilla.com

mercoledì 18 giugno 2014

Recensione Narrativa: LE BELLE E I MOSTRI di Paul Carter (alias Gualberto Titta)


Autore: Paul Carter (pseudonimo di Gualberto Titta).
Genere: Sci-Fi/Horror
Collana: I Racconti di Dracula.
Numero: 22.
Anno: 1961.
Editore: Edizioni Wamp.
Pagine: 130.


Commento di Matteo Mancini
Romanzo da collezionisti inserito nella prima edizione della storica collana de I Racconti di Dracula, celebre negli anni 60 e 70 per aver lanciato, unicamente alla parallela KKK - Classici dell'Orrore, molti autori italiani celati sotto pseudonimi inglesi. 

Il romanzo in questione, riproposto nel dicembre del 2011 dallo studioso Sergio Bissoli in una trilogia raccolta dalla Dagon Press intitolata I Racconti di Dracula Volume Terzo, è considerato una delle migliori opere di Paul Carter o meglio Gualberto Titta.

Scrittore pugliese classe 1906, Titta è stato un vero e proprio tutto fare. Professore di mestiere e scrittore per passione, scrive Bissoli in una presentazione a lui dedicata, con all'attivo oltre cento romanzi spalmati un po' in tutti i generi senza disdegnare la poesia, i fotoromanzi e le opere teatrali. Del resto è stato proprio dal teatro da cui Titta ha preso le mosse, dapprima come attore e poi come adattatore di opere letterarie e autore di testi tutti suoi con una certa predilezione per il cappa e spada. Figlio d'arte, il padre era titolare di una Compagnia d'arte drammatica, è altresì apparso, come comparsa, al cinema in film quali Totò Cerca Casa, I Giganti della Tessaglia (1960) di Riccardo Freda e Quando Dico che ti Amo (1967).

Seppur tradotto all'estero, il nome di Titta è tutt'oggi semisconosciuto in Italia, complice l'abitudine dell'autore di trincerarsi dietro una vera e propria selva di pseudonimi spesso legati alle ambientazioni esotiche dei suoi romanzi, che non ambientava mai in Italia. 

Le Belle e i Mostri viene definito da Bissoli "un uragano di situazioni inaspettate, di colpi di scena che si susseguono come una scarica di adrenalina sul lettore, travolto fin dalle prime pagine dagli sviluppi della vicenda." In realtà, a mio avviso, l'entusiasmo del qualificatissimo (e da me apprezzato) Bissoli  è forse un po' troppo gonfiato. Carter/Titta si rivela un eccellente narratore, capace di piazzare delle fiammate di tensione da narratore provetto e soprattutto di miscelare l'orrore con delle punte di ironia e di macabro sarcasmo difficilmente emulabili. Ciò nonostante si rivela poco abile nel mantenere un ritmo elevato, perdendosi troppo nella caratterizzazione dei personaggi e nella serie di intrecci amorosi che si susseguono nel corso d'opera, tra amori impossibili e altri caratterizzati dal proverbiale "vorrei ma non posso". A questo si aggiunge un soggetto poco originale, incentrato sulla canonica figura del mad doctor e su tematiche legate al celebre L'Isola del Dottor Moreau di Herbert G. Wells. Il fulcro della vicenda infatti ruota attorno a due scienziati che intendono creare un improbabile ibrido frutto dell'unione tra il mondo vegetale e quello umano, allo scopo di dar vita a un essere vivente in grado di trarre direttamente dalla terra l'elemento di sopravvivenza. Il movente è alquanto forzato, perché non vedo la ragione di dar vita a una creatura del genere ma Titta passa sopra all'eccezione giustificandola come un tentativo dei due (caratterizzati, chiaramente, con le canoniche personalità affette da deliri di onnipotenza) di vincere la morte a cui sarà destinata la razza umana nel lunghissimo termine. Ne derivano scomparse ed esperimenti, con indigeni e uomini del posto costretti a subire dolorose metamorfosi fisiche, anche se si scoprirà il tutto solo verso la fine. "Siamo pervenuti a creare un essere vivente che accoppierà la forza pensante dell'uomo d'oggi con l'aspetto e l'organismo proprio del mondo vegetale..." affermeranno i due scienziati nel delirante finale dove dovranno vedersela con lo sceriffo e un gruppo di europei giunti in loco per ragioni di studio.

La storia è piuttosto stanziale anche se a fare da sfondo ai fatti ci sono le bellissime scenografie australiane con Titta che ironizza giustificando così le scomparse degli indigeni: "Mi sembra un tantino assurdo cercare di trovare gli indigeni che cento cause possono aver cancellato dalla faccia della terra... Nemici personali... Incidenti di caccia... il mare... i pantani... i serpenti... i topi selvatici... i dingo. Evvia! Come se difettassero in Australia i mezzi naturali per sopprimere qualcuno!"

E' proprio la verve ironica a salvare il romanzo dalla noia, Titta regala alcuni passaggi esilaranti e divertenti come pochi altri. Bellissimo il capitolo iniziale dove mette in scena il naufragio di un cargo mercantile, filtrandolo dagli occhi e dai pensieri di un marinaio. Riporto, a tal riguardo, lo stralcio più divertente: "Roba da morire dal ridere! Invece, si sarebbe morti senza ridere affatto; ecco tutto. E il bastimento, gloriosa carcassa di ferraccio roso che aveva visto ben due guerre mondiali, avrebbe finalmente riposato sui fondali di duemila e passa metri di profondità col suo carico... E per i dieci uomini dell'equipaggio? La speranza. Ma una simile cambiale, senza l'avallo di una sfacciatissima fortuna, sarebbe stata protestata immancabilmente dalla banca della Triste Signora... 
Qualcosa lo urtò alle spalle; si girò. Una porta; la spessa e larga porta della sentina, tanto larga quanto lunga, galleggiava presso di lui. Vi si aggrappò... E rise, mentalmente ma rise. La porta della sentina, del gabinetto, della cloaca di bordo, alla quale il mare non era riuscito a togliere il puzzo trentennale dello sterco di generazioni di naviganti; ecco in quale modo la speranza di salvarsi si presentava a lui... La porta della latrina! Si, proprio da morir dal ridere!"

Non meno interessanti sono certe caratterizzazioni femminili con Titta che esprime un certo giudizio frizzantino sul gentil sesso che in questa opera ha un ruolo piuttosto forte, seppur sensuale. Ecco come ci presenta la protagonista della vicenda, instaurando un dialogo tra la stessa e lo zio: "Eh, non la conoscete! E' una testolina che quel che vuole, vuole! Guai a chi ci capita! Compiango l'uomo che si innamorerà di lei..."
Ecco che, punta nel vivo, la giovane risponde cercando di ribaltare la questione: "Perché, zio? Potrebbe darsi che anch'io mi innamorassi di lui: e allora?"
Titta a questo punto spara tutta la sua comicità dal retrogusto albionico: "Allora, cara, il mio compianto diventerebbe addirittura universale... Le presento mia nipote Barbara; una volontà da teutone in un involucro britannico."
Sempre sul punto è molto bello un altro passaggio che evidenzia il pensiero ironico dell'autore sul gentil sesso: "Cade in un grave errore il marito che voglia trasformare la propria moglie, creare in lei una volontà di sottomissione. Una donna deve poter dire «Faccio quello che voglio», perché sentendo tutto intero il peso delle responsabilità dei propri atti sia freanata a compierne dei... pericolosi."

Segnalo infine un altro passaggio che mi ha fatto troppo divertire. Uno dei protagonisti porta fuori da una casa andata a fuoco una giovane donna svenuta. Così l'uomo spiega alla poveretta quanto fatto non appena la stessa riprende conoscenza: "Se vi ho portata qui è perché vi ho trovata con indosso solo la vostra pelle, e in simili condizioni non vi potevo depositare nel soggiorno dove, oltre il dottor Murphy, quel tale Gilbert, Seymoor e i suoi uomini, avremmo dato spettacolo delle vostre grazie, e permettete che lo aggiunga, spettacolo d'eccezione, a tutta la vostra servità indigena. Cosa che, senza dubbio, non avreste gradito." Esilarante la risposta della giovane che supera i corteggiamenti impliciti del soccorritore con una simpatia travolgente: "Capisco. A un'edizione popolare ne avete preferita una privata..."

Dunque in conclusione siamo alle prese con una storia di fantascienza con venature horror e al contempo da romanzo rosa (Titta presta troppa cura alle relazioni amorose, curando soprattutto gli aspetti psicologici dei personaggi), ma che deve la propria forza alla vena ironica e sarcastica dell'autore. Le parti dominate dalla tensione sono poche, meglio la prima parte che la seconda. Troppo a corrente alternata, non mi pare eccelso ma Titta, quando vuole, sa scrivere assai bene e sa divertire con il suo umorismo british.

SPAGHETTI WESTERN Volume 2 - La Proliferazione del Genere (anno 1967) di Matteo Mancini


"QUELLA CHE POTREBBE DIVENTARE LA TRILOGIA PIU' ESAUSTIVA SUL WESTERN ALL'ITALIANA" (Ciak, ottobre 2012).

Così scriveva la rivista CIAK, uscita in edicola nel lontano ottobre 2012, in riferimento al primo volume della mini saga acquistato persino in SPAGNA e STATI UNITI (nonostante non tradotto in lingue diverse dall'italiano). Orbene, comunico ufficialmente l'uscita del secondo volume.

260 pagine circa, ottanta spaghetti western analizzati (praticamente tutti quelli usciti nel 1967 oltre a una scheda su tutti i western di FRANCO & CICCIO), il tutto preceduto dalla prefazione del californiano TOM BETTS, che ho l'onore di ospitare in un mio volume, e da una breve analisi sull'approdo dei nostri western nel nuovo continente e sull'iniziale atteggiamento ostruzionistico della critica locale e straniera.

Aneddotiì; Citazioni; Panoramiche sulle carriere di registi, attori, produttori, personale dei cast tecnici; Giudizi comparati tra critica di settore (Bruschini, Betts, Aguilar, Giusti, Lupi e altri), "critica generica" (Morandini, Farinotti), blogger italiani ed esteri e siti specializzati.

Il volume è disponibile sulle librerie internet e nelle migliori librerie di Italia al prezzo di 16,00 euro.

Chiudo con la citazione estrapolata da quello che ho considerato il miglior western dell'annata: FACCIA A FACCIA, di Sergio Sollima.

"LA GENTE PARLERA' MOLTO DI COME SIAMO STATI CAVALLERESCHI CON LE DONNE E POCO DI QUELLO CHE ABBIAMO RUBATO: E' COSI' CHE NASCONO LE LEGGENDE".