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sabato 24 marzo 2018

Recensione Narrativa: Lo Strano Caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde di Robert L. Stevenson.



Autore: Robert Louis Stevenson.
Anno: 1886.
Titolo Originale: The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde.
Genere: Fantastico - Mad Doctor.
Editore: Vari.
Pagine: 96..

A cura di Matteo Mancini.
Capolavoro assoluto, per contenuti, della narrativa fantastica. Un'opera capace di "debordare" dall'ambito fantastico per andare a ispirare la scienza che studia la mente, dalla psicanalisi freudiana alla moderna criminologia. E' proprio Robert Louis Stevenson che nel 1886, all'età di ventisei anni e tre anni dopo la stesura del celebre L'Isola del Tesoro, getta le basi della futura psicanalisi, anticipando sia la tripartizione di Freud indicata nel saggio L'io e l'Es (1922), sia la più moderna criminologia, proponendo (seppur in chiave irrealistica) il primo vero caso di quello che sarà definito un disturbo dissociativo dell'identità (chiamato in causa, tanto per citare un evento di cronaca nera a noi vicino, anche nel caso Franzoni).
"L'Uomo è un puro sistema di soggetti diversi, incongrui e indipendenti tra di loro" afferma il Dottor Jekyll, uno dei tre personaggi principali del romanzo di Stevenson. "L'uomo non è unico, ma duplice e il conflitto delle due nature ha luogo perché entrambe formano l'uomo... E' la maledizione dell'umanità che questi due alieni fardelli siano legati strettamente insieme, che nel ventre dilaniato della coscienza due gemelli contrapposti siano ingaggiati in una lotta senza respiro." L'errore che commette Jekyll è quello di cercare di superare la dualità separando le due nature piuttosto che sintetizzarle, per dirla alla Kant, come poi farà Freud in un idele "scontro" tra tesi e antitesi. Freud parlerà di Super io da una parte, ovvero l'insieme dei comportamenti cui tendere per influenza dalle regole morali e giuridiche di un dato periodo storico/sociale, ed Es dall'altra, vale a dire le pulsioni inconsce orientate alla soddisfazione del piacere. Una dualità che viene risolta dall'Io, cioè la parte conscia dell'individuo che media tra il Super Io e l'Es dando luogo a un comportamento compromissiorio tra le varie istanze contrapposte. Dunque vediamo come Stevenson intuisca per primo, possiamo dire, l'esistenza di un io inconscio in potenziale contrasto con quello conscio.
Nicoletta Della Casa Porta, nell'introduzione al romanzo, giustamente scrive che "la salvezza non può consistere nel privilegio assoluto accordato a questa o a quella componente in contrasto, ma solo dall'accettazione onesta e tollerante di tutte le parti, con l'obiettivo di convogliare le energie nel progetto di diventare se stessi." In Jekyll, ma non solo lui, viene a mancare l'Io freudiano. Senza scendere nella sinossi del romanzo, praticamente conosciuto da tutti, sia Jekyll che l'avvocato Utterson, colui che poi risolverà il caso e che è il vero protagonista della storia, incarnano il classico modello del rispettabile rampollo della borghesia vittoriana, personaggi che, a loro modo, rinunciano a plasmare una propria personalità per compiacere la società ed essere da questa riconosciuti quali personalità degne di rispetto. Se Utterson frena i propri istinti, le proprie passioni e i propri desideri per poter aderire perfettamente agli stilemi del cittadino modello, Jekyll contiene la propria parte oscura concedendosi scappatelle ed eccezioni alla regola ma sempre stando lontano dai riflettori (arriverà persino a godere dei delitti di Hyde perché protetto dalle diverse sembianze così da cancellarle all'occorenza e proteggersi dalle conseguenze). Stevenson evidenzia così, fin dall'inizio del romanzo, una forte critica all'ormai decadente società vittoriana, una società fatta di apparenza e convenzioni retta dal valore prioritario dell'esteriorità sovrordinata all'interiorità. Il mostruoso Mr. Hyde di Stevenson diviene dunque l'emblema dell'ipocrisia di fondo che l'autore fa emergere, denudandola dalla maschera della forma, per mostrarla nella sua vera essenza e sostanza ai lettori della sua epoca. Per dirla in altri termini, Mr Hyde è la parte inconscia di ogni uomo medio, vale a dire l'insieme dei desideri e impulsi scevri da ogni freno inibitorio.
The Strange Case of Dr. Jekyll & Mr. Hyde, oltre a ruotare sul tema del doppelganger sulla scia di opere quali Memorie e Confessioni di un Peccatore Giustificato (1822) di James Hogg e William Wilson (1839) di Edgar Allan Poe, ruota proprio sulla falsità dei valori dettati dalla società inglese dell'epoca, un voler ostentare un qualcosa che nel profondo non trova corrispondenza col vero volere individuale. Potremmo definire questo come il risultato estremizzato di quel famoso patto sociale evidenziato dal filosofo Thomas Hobbes, quale rinuncia essenziale delle proprie libertà per dar luogo alla vita collettiva, "strozzando" l'istinto di sopraffazione che dominerebbe l'uomo (concetto dell'homo homini lupus). A mio avviso la vicenda singolare del Dr. Jekyll che trova il modo di far emergere il proprio lato oscuro, (il deforme e piccolo di statura Mr Hyde, in quanto castrato da quello che Freud chiamerebbe il Super Io e dunque non adeguatamente sviluppato) al fine di esorcizzarlo per liberare l'umanità dalla frustrazione figlia delle repressione delle pulsioni, si trasforma in una parabola collettiva in cui le pulsioni animalesche travolgono l'etica in quanto rifiutate e respinte, giacché metabolizzate e gestite, così da tramutarsi in un qualcosa di sempre più violento e incontrollabile guidato dall'emozione dell'ira. David Punter, nel suo Storia della Letteratura del Terrore, esprime bene il concetto scrivendo che "è stata la repressione a produrre la personalità di Hyde, da un'ulteriore negazione delle sue pretese non potrà che risultare un aumento della violenza."

Stevenson presenta il coacervo delle pulsioni alla stregua di droghe di cui l'organismo, una volta assimilate, non riesce più a farne a meno. "La parte più infima che era in me, e che a lungo aveva conosciuto la mia indulgenza e negli ultimi tempi le catene, incominciò a ringhiare reclamando una licenza" spiega Jekyll. A lungo andare, la conseguenza di quanto espresso non potrà che condurre Jekyll all'impossibilità di gestire Mr. Hyde che finirà per prenderne il posto, macchiandosi di condotte che Stevenson rivela solo parzialmente, parlando di uno scontro con bimba poi calpestata e di un omicidio per futili motivi. Anche se l'autore non menziona mai il tema, si ha quasi l'impressione che Mr Hyde sia un depravato sotto ogni punto di vista, compreso quello sessuale, un personaggio assimilabile alla futura protagonista de Il Grande Dio Pan (1890) di Arthur Machen o all'Alraune de La Mandragora (1911) di Ewers, un essere completamente votato all'egoismo e all'edonismo. Un personaggio che catturerà l'attenzione di Oscar Wilde che lo prenderà di riferimento per il suo capolavoro Il Ritratto di Dorian Gray (1890), dove, ancora una volta, avremo la scissione tra l'apparenza amata dalla società (bellezza) e la realtà celata e nascosta in luoghi non accessibili (il quadro che intrappola l'anima corrotta). Interessante sul punto il gioco fatto da Stevenson nella scelta dei nomi. Mr. Hyde, ovvero il signor nascosto (in inglese to hide significa nascondere), e Dr. J(e)Kyll ovvero il Dr. Io Uccido sempre traducendo dall'inglese, a testimoniare probabilmente che il vero mostro è l'ipocrita Jekyll e non il suo alterego che è coerente con sé stesso. Jekyll gode delle azioni di Hyde, è lui a innescarlo ed è poi ancora lui che vorrebbe poi sottrarsi dalle conseguenze attribuendo la colpa all'altra persona. Ditemi secondo voi chi, tra i due, è più censurabile...

Dettaglio della locandina della
trasposizione cinematografica
del 1931 affidata alla regia di
Robert Mamoulian.

Un terzo tema trattato da Stevenson, dopo quello della critica alla società vittoriana e quello relativo alla dualità (bene-male) della coscienza umana, è quello incentrato sulla preoccupazione relativa al rischio di un progresso scientifico incontrollato. Se da una parte infatti la scienza può garantire un miglioramento delle condizioni di vita, dall'altro, se sprovvista di una guida deontologica, può portare a conseguenze devastanti. Il Dr Jekyll, infatti, riveste il ruolo di quello che, sulla scia del Dr. Frankenstein di Mary Shelley e successivamente del Dr Griffin de L'Uomo Invisibile (1897) di Wells, può essere definito un mad doctor dato che parla di "medicina trascendentale" e viene definito dai colleghi come "diventato stravagante, con idee strane e dedito a certi sproloqui privi di fondamento scientifico". A mio avviso in questo romanzo la portata scientifica, caratterizzata dall'utilizzo di una speciale pozione in grado di scindere la parte maligna propria dell'utilizzatore e dargli un suo corpo, è meramente incidentale e funzionale a mettere in scena un ragionamento legato sugli altri due temi che sono quelli portanti dell'opera. Peranto, questo terzo tema è indubbiamente di portata inferiore rispetto agli altri due.

C'è addirittura chi (arditamente), come David Punter, intravede un quarto tema accennato da Stevenson e incentrato sulla paura della regressione della specie umana nella scala evoluzionistica (aspetto che sarà trattato da Wells ne La Macchina del Tempo). Sulla base degli studi di Darwin, in voga nel periodo e basati sul fatto che l'evoluzione è una scala, c'è chi ha visto nella deformità e nel procedere scimmiesco di Mr Hyde il rischio concreto di una possibile parabola discendente nella scala evolutiva da parte della razza umana. A mio avviso si tratta di un'interpretazione affascinante, ma probabilmente forzata. La bruttezza di Hyde è, in realtà, una metafora visiva della malvagità che si contrappone alla bontà solitamente incarnata dalla bellezza, un po' come fara Wilde per il suo Dorian Gray.

Un cenno merita la struttura dell'opera. Stevenson opta per un romanzo breve, potremmo definirlo addirittura un racconto lungo. Circa cento pagine, molto scorrevoli e presentate (sotto il versante della narrazione) da diversi punti di vista e con un'atmosfera da noir. Ambientazione urbana, nel quartiere di Soho, prevalentemente nottura con la figura di Jack lo Squartatore (entrerà in azione due anni dopo l'uscita del romanzo) che sembra di continuo prossima a uscire da dietro ogni angolo. Pur trattandosi di un racconto del terrore (bellissima la scena in cui si descrive la trasformazione da Hyde a Jekyll) con venature fantascientifiche, Stevenson sceglie la struttura del giallo, come dimostra l'epilogo con il manoscritto del dottore che rivela tutti i retroscena (soluzione classica del genere). Possiamo pertanto definire lo scozzese un antesignano della moderna narrativa gialla, basti ricordare che Uno Studio in Rosso di Conan Doyle, primo romanzo della serie Sherlock Holmes, uscirà l'anno successivo.
Il racconto viene portato avanti come una vera e propria indagine, al cui centro vi è l'avvocato Utterson e non Jekyll, relegato al ruolo di oggetto dell'indagine. L'autore scozzese, a mio avviso, sceglie questa via perché vuole caratterizzare a dovere Utterson al fine di rendere manifesta la critica alla società vittoriana. I personaggi del romanzo sono tutti soggetti che si trincerano dietro una facciata pubblica che è ben distinta dalla loro natura privata. Utterson ("Sono d'accordo col peccato di Caino, che mio fratello vada pure all'inferno se così vuole" afferma all'inizio) è una sorta di cavallo costretto all'immobilità per l'azione del morso serrato in bocca. Vorrebbe fare tutta una serie di cose, ma un po' se ne vergogna (teme il giudizio altrui) e un po' si rende conto che non può farle senza perdere una certa rispettabilità. Jekyll, che si rende conto di avere certi impulsi, cerca di fare altrettanto, tentando di esorcizzare il proprio subinconscio con la convinzione, evidentemente errata, di poterlo controllare (ne sarà travolto).

Lo stile è leggero, scorrevole e di pronta soluzione. Stevenson impregna il romanzo di importanti contenuti innovativi, offrendo spunti di riflessione che finiranno per coinvolgere medici, psichiatri e criminologi. Fa tutto questo non per caso, ma per un'intuizione su cui sembra pronto a scommettere. Fa dire a Jekyll che "altri seguiranno, altri mi sorpasseranno in questa direzione, e io posso osare di prevedere che infine l'uomo verrà riconosciuto come un risultato di molteplici, incongrue e indipendenti entità". La profezia si avvererà quattro decadi dopo con Sigmund Freud che getterà le basi della psicanalisi. Lo studioso naturalizzato austriaco ribadirà quanto già affermato ne The Strange Case of Dr. Jekyll & Mr. Hyde, a dimostrazione che la narrativa fantastica è tutt'altro che una fuga dalla realtà essendo invece una lente attraverso cui guardare la realtà stessa (cfr Luca Rasponi).

In conclusione possiamo dire che Lo Strano Caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde è un romanzo da leggere, una vera e propria pietra miliare del genere fantastico e non solo, un'opera capace di creare un archetipo che è entrato nella cultura e nei modi di dire, interessando cinema, mondo dei fumetti e indagine criminologica. Stevenson ci suggerisce che il male, qua chiamato spesso con termini quali "diabolico", "Satana" e "Inferno", non è un qualcosa di esterno o di trascendente, bensì una faccia di una duplice medaglia che è propria di ciascun uomo. Il tentativo di esorcizzarlo operato da Jekyll si trasforma in un'evocazione proprio perché non si può pretendere di cancellare una delle due facce della moneta pensando così di abbellirla nel suo complesso. Chiudo citando una frase ricordata all'inizio del film Il Medaglione Insanguinato e attribuita a un autore anonimo: "Per secoli teologi, filosofi, e anche poeti hanno frugato l'universo alla ricerca di una prova dell'esistenza del Demonio. Sarebbe bastato guardare in fondo alla loro anima." Quale miglior modo per congedarci da questa recensione...?

ROBERT L. STEVENSON

"Quell'uomo non aveva un aspetto umano, sembrava uscito fuori dall'inferno."

domenica 18 marzo 2018

Recensione Narrativa: L'UOMO INVISIBILE di Herbert G. Wells



Autore: Herbert George Wells.
Anno: 1897
Titolo Originale: The Invisible Man: a Grotesque Romance..
Genere: Fantascienza/Fantastico - Mad Doctor.
Editore: Tascabili Economici Newton.
Pagine: 250..

A cura di Matteo Mancini.
Terzo grande classico nato dalla penna di Herbert G. Wells, dopo La Macchina del Tempo (1895) e L'Isola del Dr Moreau (1896), forse inferiore di qualità rispetto ai precedenti ma comunque tale da generare un vero e proprio sottofilone. Il trentunenne autore del Kent, di cui abbiamo già parlato in occasione della recensione del romanzo incentrato sulla figura del Dr Moreau, insiste sulla tematica Mad Doctor, proseguendo nel solco precedentemente scavato da Mary Shelley, con il suo Frankenstein (1817), e da Stevenson con Lo Strano Caso del Dr Jekyll e Mister Hyde (1886). Da Mary Shelley arriva la caratterizzazione di un giovane scienziato dedito agli sperimentalismi, che si estranea dalla vita sociale per seguire i suoi folli quanto geniali studi, così da abbandonare ogni affetto familiare (la morte del padre passa quale evento di scarso conto) e da vivere in funzione dello studio. "Non sentivo d'essere ormai solo, di aver rinunciato al mondo per avventurarmi in un universo di desolazione. Avvertivo la perdita del comune sentimento della solidarietà umana... Ecco le cose che conoscevo e amavo: i miei apparecchi e gli esperimenti approntati che attendevano di essere portati a termine." Così racconta Griffin, lo scienziato che ha messo in pratica i propri studi diventando invisibile dopo esser riuscito a far svanire un pezzo di stoffa e poi un gatto. Una caratterizzazione egoistica, a tratti asociale, che è ricalcata sul profilo psicologico del dottor Frankenstein di Shelley. Da Stevenson arriva invece la doppia anima del protagonista ovvero uno scienziato geniale che diviene un vero e proprio mostro. Non accettato dalla società (tremenda caratterizzazione plasmata da Wells, fatta di bigotti, venali, ottusi, codardi che si fanno forti solo in gruppo, ignoranti e mondani), finisce per creare scompiglio nelle vie inglesi di fine ottocento macchiandosi di omicidi e brutalità più o meno gratuite.

Wells dunque prosegue sul versante della fantascienza ma vira sempre più all'horror, qua a mio avviso prevalente rispetto al supposto tentativo di spiegare in modo ragionevole le scoperte dello scienziato. The Invisible Man assume pertanto la consistenza di una bizzarra ghost story in cui il fantasma di turno è sì invisibile, ma terribilmente materiale. Lo si può toccare e lo si può ferire, così come lui stesso può infliggere pugni ai passanti e inquietarli col suono della propria voce, rendendo sempre più flebile l'equilibrio mentale delle vittime. Una trovata per l'epoca piuttosto originale, tale peraltro da dar via a un vero e proprio sottogenere, che l'autore inglese stempera con un taglio ironico e surreale che rende il romanzo, nella sua tragicità, per lunghi tratti grottesco e altamente ironico. Emblematiche le supposizioni di alcuni grezzi personaggi locali che cercano di ipotizzare i problemi del protagonista, che va in giro protetto da sciarpe tenute in modo da occultare l'intero volto, sormontato da cappelli e occhiali da sole. "Quell'uomo è un pezzato: bianco qua e nero là, a chiazze. E se ne vergogna. E' una specie di mezzosangue... Ne avevo già sentito parlare. E poi nei cavalli, lo sanno tutti, è una cosa che succede comunemente." Ancora umorismo nero quando l'uomo invisibile si trova al cospetto di una manifestazione dell'esercito della salvezza che canta un pezzo che si intitola "Quando vedremo il suo volto?", mentre dei ragazzotti notano delle orme fangose che si dipingono a terra sulla strada e avanzano senza dar mostra del corpo che le imprime a terra. Da segnalare poi la continua sconfessione delle credenze popolari che vengon puntualmente disattese dai fatti, pazzeschi sì eppure terribilmente oggettivi come mostrano gli occhi increduli degli osservatori e tali da generare credenze ancor più folli di quelle reali: "ma che storia è questa? Che io sia dannato se questa faccenda non puzza di stregoneria... Ci vuole un bel ferro di cavallo per proteggersi da tipi come lui... Un uomo senza testa... Invisibile eh? Chi mai ha sentito una cosa simile?"

I temi che sottendono l'opera sono essenzialemente due, in perfetta linea con Shelley e Stevenson. Il primo dei due è il tema del diverso, un qualcuno che non viene accettato da una società dedita ai processi sommari, di mentalità non aperta ed egoista tanto quanto il mostro impazzito (scena clou il vicino del collega di Griffin che si rinchiude nella propria villa, ignorando le richieste di aiuto dello stesso per il timore di andarci di mezzo). Riccardo Reim scrive che "Griffin cerca e insegue cose che per gli altri non hanno alcuna importanza, perché i suoi interessi vanno al di là di quelli spiccioli della gente comune." L'interesse di Griffin è la ricerca scientifica, il superamento dei limiti umani verso un qualcosa di nuovo e mai raggiunto da nessuno. Griffin ambisce alla notorietà, al divenire un nome di riferimento nell'ambiente scientifico, non accorgendosi di ottenere l'esatto contrario. "Spesso gli eventi straordinari, che trascendono le umane esperienze, hanno sugli uomini molta meno presa che non i piccoli fatti tangibili" constata, a malincuore, l'autore. C'è chi vede in questo, ragionando a livello psicanalitico (tesi che non condivido molto), una sorta di spunto autobiografico di Wells (ci vedrei meglio un Lovecraft in una situazione del genere). Prosegue Reim scrivendo che "attraverso la diversità di Griffin lo scrittore grida la sua di diversità, esprime il suo insopprimibile disagio verso una società che fino a poco prima (del successo letterario, ndr) lo ha rifiutato in toto e che ancora deve risarcirlo a sufficienza." Griffin viene deriso, visto come un mostro e dunque isolato, costreggo alla fuga continua (un po' come il mostro di Frankenstein) fino a trasformarsi in un essere che, vedendo fallire ogni tentativo di riconquistare delle supposte sembianze umane (ovvero andare in giro vestito da capo ai piedi per proteggersi dal freddo e dalle intemperie, ma anche per comunicare con gli altri cittadini), si spoglia di ogni abito (da leggersi quale remora e freno sociale) e programma di adottare quello che lui definisce un "regno del terrore" (ovvero ritornare a quello stato naturale che Hobbes aveva visto come superato dal famoso patto sociale indispensabile per la vità in comunità). "Dobbiamo prendere una città, terrorizzarla e dominarla... Coloro che disobbediranno agli ordini saranno uccisi." Questi i progetti dell'uomo invisibile, generati da un cocktail fatto di vendetta (per esser stato rifiutato) e di onnipotenza, una sorta di corrispettivo  per il non poter più riconquistare le sembianze originarie e da addebitare a una società cattiva e menefreghista. Un'evoluzione, o involuzione, che genera l'incertezza in tutti coloro che si trovano al cospetto "del nulla", sempre ignari circa la presenza o meno del loro interlocutore, ma anche di difendersi da attacchi imprevedibili e impossibili da intercettare. Bella, al riguardo, la scena col clochard che sta per tradirle l'uomo invisibile svelando a un passante la storia dello stesso ma, mentre parla, avverte la presa di una mano sulla spalla, cambiando così discorso e sudando freddo nel sentire stringersi la presa. Un aspetto questo che si potrebbe anche ricollegare, sempre a livello psicanalitico, al tema dell'onniscenza divina e all'impossibilità di sottrarsi allo sguardo del grande assente che vede tutto ed è pronto a comminare pene (aspetto presente, se non ricordo male, ne L'Isola del Dr Moreau).
L'altro tema trattato da Wells è la condanna di una scienza priva di ogni morale, una sorta di monito per scongiurare i rischi connessi al comportamento dell'uomo che gioca a scimmiottare Dio senza porsi limiti di sorta. Frankenstein riporta in vita i morti, Moreau trasforma gli animali in umani, Griffin invece inteviene anch'egli sulla materia ma per rendere l'uomo una creatura invisibile. L'epilogo di tutto ciò non potrà che essere la ritorsione contro lo stesso dottore delle proprie scoperte. Griffin, nel tentativo di vendicarsi, finirà linciato da una folla forse più animalesca di lui. Un vero e proprio gregge di lupi travestiti da pecore che penseranno bene di eliminare il problema invece di comprenderlo e risolverlo, magari convincendo il dottore a rivelarare al mondo le proprie grandi scoperte così da diventare qualcuno, magari un luminare. Un tema attualissimo, basti vedere il film premiato con l'oscar nell'edizione di qualche settimana fa (La Forma dell'Acqua) in cui è presente un battuta del seguente tenore: "Non è importante quello che possiamo imparare da lui... ma che non imparino i nostri rivali". Anche qua il "disgraziato" di turno cercherà di allearsi con altri diversi (un barbone) o con dei colleghi che possano comprenderne il genio (e indirizzarlo), ma non gli andrà bene. "Mi sono detto: ecco, è un emarginato come me. E' proprio l'uomo che ti ci vuole..." Passaggi che, nell'esilaranza generale, rendono triste la vicenda dello scienziato e suscitano compassione e tenerezza.
L'invisibilità per Wells è allora una tragedia ("confidare il mio segreto a qualcuno avrebbe voluto dire ridurmi al rango di un fenomeno da baraccone") da cui non ci si può liberare, che perde presto i vantaggi che ne sono insiti ("Un uomo invisibile è un uomo potente") e lascia solo le controindicazioni. "Mi sentivo come potrebbe sentirsi un vedente, a piedi nudi e con indosso abiti che non facessero rumore, in una città di ciechi. Provavo un irrefrenabile desiderio di fare scherzi alla gente, di spaventarla, di dar loro manate sulle spalle, di gettare via i loro cappelli, di fare insomma tutte le pazzie che il mio nuovo, straordinario, stato mi concedeva" così Griffin spiega le iniziali sensazioni, da cui però giungeranno le difficoltà di trovare cibo, di girare per le strade senza esser additato, di parlare con un proprio simile e addirittura di mantenere la propria individualità. Come si può riconoscere una persona che non ha volto ne corpo? L'invisibilità porta inevitabilmente alla cancellazione dal registro della vita, a tramutarsi in una sorta di morto vivente o, meglio ancora, di uno spettro tangibile, l'ideale sintesi tra la tesi della vita e l'antitesi della morte per ragionare alla Kant con l'accento proprio della regione di Wells ovvero il Kent.

Un giovane HERBERT GEORGE WELLS,
ai tempi della stesura del romanzo scritto all'etè di 
31 anni.

Sul versante stilistico possiamo dire che il romanzo parte subito in quarta. Griffin è già ectoplasmatico e trova rifugio in un albergo, il Carrozza e Cavalli, per studiare un modo atto a riconquistare l'aspetto originario. Per tornare alla vita comune è costretto a ricostruirsi pezzo per pezzo, alla stregua di uno spaventapasseri con un naso da pagliaccio applicato sulla faccia, degli occhiali da sole per simulare gli occhi, un parrucchino, basette e baffi finti, un cappello che copre la fronte, guanti per avvolgere le mani e una sciarpa per occultare la bocca attorniata da fasce, vestiario che non toglie neppure a tavola o in salotto.
Romanzo breve, molto scorrevole e facile da leggere. Wells ha una prosa priva di fronzoli e leziosismi, tale da potersi definire contemporanea, da masse. L'Uomo Invisibile è un testo adatto a ogni forma di pubblico, compresi i giovani ragazzi, priva di tematiche sottintese o di ermetismi da decriptare.
Fin da subito un best seller, ha dato il là a una lunga serie di epigoni, primo tra tutti l'eccezionale La Cosa Maledetta (1898) di Ambrose Bierce, uscito appena un anno dopo e base di ispirazione per Il Colore Venuto dallo Spazio (1927) di Lovecraft. Lo scrittore americano trasla su una bestia invisibile la caratterizzazione del personaggio di Wells e mette in scena un combattimento identico a quello che contraddistingue il finale del romanzo del collega inglese, sfumando tuttavia la natura dell'essere invisibile. Lo stesso corrispettivo francese di Wells, il leggendario Jules Verne, con Il Segreto di Wilhelm Storitz (1910) ne mutuerà il tema, imitato da Renard con L'Homme au Corps Subtil (1913). Edmond Cazal scriverà addirittura un sequel apocrifo intitolato Joe Rollon, L'Altro Uomo Invisibile (1919). Un interesse così marcato da finire presto per coinvolgere anche la settima arte dapprima con traspozioni fedeli, tra le quali L'Uomo Invisibile (1933) diretto da James Whale, fino alle ispirazioni che ne "copiano" pressoché tutte le caratteristiche (l'andare in giro con vestiti e oggetti che restano sospesi in aria, l'utilizzare i poteri per divertirsi e spaventare le persone o per intrufolarsi in luoghi dove vi sono donne nude e via dicendo) con esempi a noi prossimi rappresentati da pellicole quali L'Uomo senza Ombra (2000) di Verhoeven e Il Ragazzo Invisibile (2014) di Gabriele Salvatores.

Per chiudere possiamo dire che L'Uomo Invisibile, pur se non troppo fresco per tematiche (essendo stato inflazionato dal cinema e dagli innumerevoli epigoni narrativi), resta una tappa fondamentale nello sviluppo della narrativa fantastica e dunque un romanzo capace di scrivere una pagina di questo fantastico mondo. Letto nel 2018 non impressionerà per quanto descritto, ma si tratta di un romanzo culturalmente da leggere soprattutto per chi si definisce un appassionato della letteratura del terrore e del fantastico (più che della sci-fi). Classico di un grande maestro del genere.

Scena da L'UOMO INVISIBILE del '33
di James Whale.

Scena da L'UOMO SENZA OMBRA del 2000
di Paul Verhoeven.

"Tutti provavano per lui la stessa avversione. La sua irritabilità, che avrebbe potuto risultare comprensibile a un intellettuale di città, appariva invece molto strana a quei pacifici paesani del Sussex. Il gesticolare scalmanato in cui ogni tanto lo sorprendevano; quell'incedere precipitoso... Il suo modo implacabile di respingere qualsiasi tentativo di approccio dettato dlla curiosità; il gusto per l'oscurità... Chi avrebbe potuto condividere un comportamento del genere? Quando passeggiava per il villaggio, la gente si faceva da parte, e quando era passato, i ragazzoni più spiritosi scimmiottavano il suo modo di fare misterioso, tirandosi su il bavero, incalcandosi il cappello o passeggiando nervosamente...
Perfino i bambini un po' ritardati avevano preso l'abitudine di gridargli dietro: «UOMO FANTASMA!» e poi se la davano a gambe, sentendosi tremendamente grandi."

sabato 17 marzo 2018

Recensione Saggi: STORIA DELL'ANTICRISTO di



Autore: Massimo Centini.
Edizioni: Odoya.
Anno: 2010.
Edizione Originale: Edizioni Piemme, 1996, col titolo de Il Ritorno dell'Anticristo.
Genere: Saggistica Religiosa/Esoterica.
Pagine: 318.
Prezzo: 18,00 euro.

Commento di Matteo Mancini.
Il prolifico Massimo Centini, antropologo torinese classe '55 che spazia dalla criminologia (La Sanguinosa Storia dei Serial Killer) alla religione passando per il mito e le credenze popolari, si lancia in un'indagine coraggiosa quanto specifica. La sua è una vera e propria inchiesta, come lui stesso la definisce, volta a gettare luce sulla figura apocalittica, più leggendaria che religiosa, dell'anticristo. "Cercheremo in modo laico e pratico di seguirne le tracce storico-antopologiche presenti nelle fonti, ivi comprese quelle apocrife", così presenta questo progetto uscito per la prima volta nel 1996, col titolo Il Ritorno dell'Anticristo per Edizioni Piemme, e riproposto nel 2010 da Odoya con il più calibrato titolo di Storia dell'Anticristo. Si tratta infatti di una vera e propria storia dell'interpretazione data a questa figura dai teologici e dai profeti nel corso degli anni, una figura che, come specifica più volte Centini, non è squisitamente legata alla tradizione giudaico-cristiana ma trova conferme in altre religioni con delle similitudini assai evidenti e marcate.

Volume indubbiamente colto, non sempre facile da seguire, che cerca, oltre a presentare le varie figure politico-religiose che nel corso degli anni, da Antioco IV Epifane e Nerone fino a Hitler (figura quest'ultima, a mio avviso, più legata per molteplici motivi al protagonista del volume, tuttavia non approfondita), sono state riconosciute (evidentemente in modo fallace) quali l'anticristo, di fare un vero e proprio profilo del personaggio, prendendo come base il testo vergato da San Giovanni. Così abbiamo capitoli dove si analizzano le fonti che ne hanno plasmato la genesi, la provenienza etnica, il suo aspetto (chi lo vorrebbe seducente e dai tratti umani, chi lo vedrebbe come un qualcosa di organico e complesso, chi addirittura un extraterrestre), il suo potere, il modus operandi grazie al quale salirà al trono, i suoi adepti primo tra i quali il falso profeta chiamato a preparargli il terreno con attività di proselitismo, il mistero del 666 indicato quale numero di riconoscimento e la grande battaglia finale, unito al dragone (ovvero Satana), al citato falso profeta e ai re del mondo, sulla montagna di Meghiddo (la c.d. Harmaghedon) per aver ragione una volta per tutte dei giusti (soccomberà per l'intervento diretto di Gesù). In mezzo a tutto questo, Centini apre infinite e lunghissime parentesi dove affronta molteplici argomenti di confine, dalla demonologia alla stregoneria (compresi i modi in cui essa è stata combattuta dall'inquisizione), presentati quali background funzionale a spianare l'avvento della Bestia e del suo seguito di morte. Non manca poi un capitolo dedicato alle profezie più o meno laiche, tra queste spiccano le visioni di Nostradamus, applicate a questa figura, così come la convinzione di vedere nel papato l'ambito di proliferazione dell'anticristo. Su quest'ultimo tema non si contano le digressioni di Centini che parla di Martin Lutero, testimoni di Geova, Mormoni e altri religiosi che hanno operato una scissione da Roma vedendo in essa un pericoloso discostamento dai valori cattolici iniziali. L''autore spende poi parole infinite sul millenarismo, ma soprattutto sull'isteria dell'anno 1.000, tempo in cui la convinzione che si sarebbe assistito alla fine del mondo divenne cosa pressoché certa, a seguito dell'interpretazione, fin troppo letteraria, di alcuni passaggi della Bibbia. Diventa dunque facile diagnosticare un'ossessione storica, praticamente infinita e ricorrente, se vogliamo quindi atavica, legata alla parte della Bibbia che va sotto il nome di Apocalisse, vista come monito e al tempo stesso passaggio obbligatorio per accedere alla grazia ascetica. Ecco allora che l'avvento dell'anticristo può essere persino letto, più che un incubo da scacciare, quale provocatorio desiderio da accogliere, forse perverso ma necessario e imprescindibile per avviare il processo finale che porterà all'apertura delle porte del Paradiso cui accedere non da trionfatori bensì da umili servitori. Veder materializzare i timori, infatti, comporterebbe al tempo stesso aver certezza della vittoria finale e di quanto a essa è connesso ma, attenzione, non quale ricompensa (altrimenti si cadrebbe nell'ambito d'azione dell'anticristo per effetto di un'adesione legata a un discorso premiante) bensì quale conferma della correttezza del proprio operato e della propria ideologia.

Un volume non facile, lo abbiamo premesso, non da affrontare ridendo e scherzando (credo che ci sia ben poco da ridere, lo insegna la storia recente), anche perché i toni con cui Centini lo confeziona sono seri e al tempo stesso appassionati, per niente votati allo spettacolo. Lo studioso piemontese focalizza gli aspetti basilari, ritornando più volte sui punti centrali della tematica che ha in San Giovanni la sua primaria bussola orientativa (non la sola). Un modo di esporre il tema, se vogliamo, ripetitivo, ma al tempo stesso responsabile. A fine lettura difficilmente non si saranno comprese le caratteristiche di questo essere diabolico, un vero e proprio lupo travestito da agnello, che cercherà di conquistare le folle con una lunga serie di prodigi, che saranno visti quali miracoli pur essendo illusori (parentesi di Centini per mettere in evidenza la differenza tra il miracolo di origine divina e l'azione prodigiosa del maligno), venendo così riconosciuto come un vero e proprio Dio in terra ("Chi è simile alla bestia e chi può combattere con essa?" Sembra di sentire Mussolini commentare l'operato della Germania Nazista, ndr) così da portare verso la perdizione il suo seguito con parole e promesse che suonano di bestemmia, garantendo agli adepti piaceri e vantaggi materiali a totale discapito degli spiriturali. Un'ascesa rapida e improvvisa, tre anni e mezzo dicono le scritture, che diverrà sempre più diabolica e depravata fino allo scontro finale che aprirà un'era millenaria di pace al cui termine avrà luogo lo scontro decisivo tra Dio e Satana (di nuovo liberato, non si capisce bene se col supporto dell'anticristo e del falso profeta) prima della fine del mondo e del giudizio universale.

Torino, Piazza Statuto,
chi è colui che domina l'ascesa?
""E vidi dal mare salire una bestia che aveva dieci corna e sette teste, 
e sulle sue corna dieci diademi, e sulle sue teste nomi blasfemi."

La Storia dell'Anticristo non è dunque un testo per tutti, figurarsi un lettore medio a cui sconsigliamo l'acquisto. Diviene invece uno spunto molto utile di riflessione, ivi compreso sul versante antropologico e sociologico. Centini fa comprendere quanta importanza un testo quale l'Apocalisse abbia avuto, e attenzione lo ha tuttora, nella storia dell'umanità, con ripercussioni che hanno influenzato lo sviluppo dell'umanità, addirittura tali da dar vita a vere e proprie psicosi collettive giunte a tramutarsi in convinzioni che vanno oltre il mondo del fantastico (si è infatti pensato anche all'esistenza di una donna ingravidata e celata sotto mentite vesti nel ruolo di Papa). Un testo, per modalità d'azione proprie dell'essere diabolico che ne sta al centro e adescamento degli adepti (più legato al plagio che alla costrizione), che è sempre moderno e che lancia tristi e pericolosi presagi che hanno trovato conferma nella storia più recente, si pensi all'operato di Hitler e della sua Germania Nazista (con tanto dello sfruttamento della televisione come "statua parlante", come la definisce l'apocalisse, per fare propaganda e indurre alla venerazione il popolo) che sembra incarnare in tutto e per tutto il profilo tracciato da San Giovanni. Centini non lo dice ma è notorio il tentativo di Hitler di sovrascrivere sulla religione cattolica una nuova religione pagana, che avesse al centro la sua stessa figura, tanto da aver composto e imposto alla gioventù delle vere e proprie preghiere al Fuhrer (scalzando il vero destinatario originario che era Cristo). Sorprende un po' che Centini sorvoli su questi aspetti che, ad avviso di questo recensore, sono a tema in modo centrale con questa figura, a partire dalla stessa provenienza del Nazismo (nato nelle logge deviate para-massoniche), ai suoi fini (lo sterminio degli Ebrei ovvero il popolo eletto di Dio) e all'innegabile relazione col mondo diabolico (inversione della svastica e vero e proprio studio del mondo occulto).

Altro aspetto da evidenziare è il totale disinteresse di Centini al versante artistico legato alla figura dell'anticristo. L'autore resta legato a un esame del testo sacro, tralascia tutte le influenze ulteriori, dal cinema, alla narrativa (si pensi a romanzi di successo quali Rosemary's Baby o, in modo più calcanze, Il Presagio di David Seltzer), più legato a una tradizione millenaria e storica. La scelta è comprensibile e attribuibile a un desiderio, verosimilmente, autoriale anziché "depistabile" da credenze più o meno popolari o, peggio ancora (in quanto assai meno sociologiche), legate alla spettacolarizzazione propria del mondo dell'arte.

Un cenno alla cura grafica del testo. La versione Odoya è magistrale come sempre riesce a garantire la casa editrice bolognese. Il volume è ricchissimo di raffigurazioni, molte di esse presenti anche nell'edizione Newton de Il Diavolo di Alfonso Di Nola, ed è corredata di schemi che definiscono, estratti dal testo, in modo chiaro e pronto termini o concetti che richiedono analisi specifiche.

Un volume dunque da comprare per chi intenda approfondire una figura di notevole importanza in ambito religioso, ma anche narrativo e cinematografico. Non a caso acquistai il volume anni fa, peraltro a buon prezzo su una bancarella, perché lo ritenevo immancabile in una biblioteca di un appassionato di certe tematiche. Da sempre affascinanto, come credo una buona parte di lettori e scrittori di fantastico, dall'Apocalisse di San Giovanni, non potevo lasciarmelo scappare anche per chiarificare i tratti di una figura sfumata e controversa che si presta, come avviene sempre nell'ambito delle profezie, a centinaia di interpretazioni talvolta tra loro contrastanti. Pollice alzato ancora per l'Odoya e plauso a Centini per essersi barcamenato, seppur in modo non sempre lineare e massimizzato, in una tematica complessa e per niente semplice.

Il commento in pillole: Testo non semplice, non sempre lineare e caratterizzato da una lunga serie di digressioni e parentesi su argomenti di confine. Alla fine però Centini, penso di poter dire, centra e fissa gli aspetti salienti della figura. Saggio per chi voglia approfondire tematiche storiche, sociologiche e religiose, ma anche per chi lavora in ambito di scrittura creativa-narrativa legata al mondo del fantastico (non dico horror perché non mi piace il termine quando si parla di scrittura).

In copertina, non poteva esser altrimenti (anche se in ballottaggio siam certi di ritenere Il Genio Alato di Torino), un particolare della scultura di Guillaume Geefs, intitolata Il Genio del Male ovvero Lucifero (incatenato), situata nel pulpito della cattedrale Saint-Paul di Liegi (Belgio).

All'ombra della Mole, nella città che viene reputata
il vertice di un triangolo magico che ha in
Londra e San Francisco gli altri vertici, 
se la ride MASSIMO CENTINI,
tra una centuria e l'altra del falso profeta per ANTOnomasia
deceduto 100 anni prima del 1666, 
e, ascoltando l'inno del TORO firmato STATUTO,
scrive 330 anni dopo la data fatidica
di realizzazione, secondo il fantasioso romanzo Il Club Dumas,
del volume Le Nove Porte, il suo saggio
IL RITORNO DELL'ANTICRISTO
ripubblicato da Odoya un numero di anni dopo pari
a quello che nei tarocchi introduce al DIAVOLO.  

"Il Falso Profeta s'adoperava che a tutti fosse impresso sulla mano destra o sulla fronte un marchio, in modo che nessuno potesse comprare o vendere all'infuori di coloro che portavano il marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha mente computi il numero della bestia; è un numero d'uomo. Il suo numero è seicentosessantasei." (WWW).

mercoledì 14 marzo 2018

Recensione Narrativa: HORROR, Storie di Sangue, Spiriti e Segreti - di Dario Argento.



Autore: Dario Argento.
Anno: 2018.
Genere: Antologia Thriller/Horror.
Editore: Mondadori.
Pagine: 160.
Prezzo: 17,00 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Dopo volumi quali Profondo Thrilling (1975) e Terrore Profondo (1997) ispirati dai film diretti da Dario Argento ridotti in racconti da autori vari (Cozzi, Nicola Lombardi, Tentori e altri), nel 2018 arriva il debutto in narrativa, a settantasette anni suonati, di Dario Argento, il più grande regista horror e thriller italiano. Ormai risucchiato da anni in un maelstrom che lo ha portato a dirigere pellicole sempre meno apprezzate (si pensi ai flop dei vari Il Cartaio, Giallo, La Terza Madre e Dracula 3D), il "grande maestro" romano, probabilmente convinto dalle offerte della Mondadori, tenta, come fatto a suo tempo dal "rivale storico" Lucio Fulci (Le Lune Nere), di rilanciarsi prendendo la strada della narrativa breve. Uscito il sei marzo scorso, con presentazione presso gli Uffizi di Firenze, questo Horror - Storie di Sangue, Spiriti e Segreti si può definire un progetto riuscito a metà. Supportato da Pamela Ferlin, Argento propone al suo pubblico sei racconti brevi, dalle dodici alle quarantadue pagine, sospesi tra il thriller truce e l'horror gotico, non lesinando il grand guignol.
Colpisce subito lo stile dello scrittore, coinvolgente dal primo all'ultimo rigo, e la capacità di toccare le corde emotive del lettore grazie a un'innegabile capacità di costruire visioni oniriche a tratti claustrofobiche. Se questo è sicuramente vero, c'è tuttavia da evidenziare come i soggetti proposti siano poco originali e tutti funzionali a inquietare il lettore piuttosto che a trasmettere un dato messaggio in chiave artistica o a prendere le vie esoteriche.
Argento sembra privilegiare dei vari sottogeneri la ghost story, tanto che dei sei racconti almeno quattro sono ascrivibili a questo genere, di cui due da ritenersi ghost stories pure.

L'antologia si apre con Notte agli Uffizi un racconto che è nato da una costola del film La Sindrome di Stendhal (1996) da cui mutua l'idea che da il titolo al film. Argento, che è il protagonista del racconto e che sostiene di essersi ispirato a un fatto a lui veramente accaduto durante una camminata notturna all'interno degli Uffizi, parla del potere che le opere d'arte sono in grado di esercitare sul pubblico e di come questo possa esserne influenzato fino a subire degli sconvolgimenti emotivi (ivi compresi svenimenti). Il testo scorre molto bene e suscita emozioni anche in chi legge. Argento, rimasto solo all'interno del museo, viene oppresso dai soggetti dei quadri che prendon a vivere e a sussurrargli parole proprio come in un incubo notturno da cui non è possibile svegliarsi. Dapprima giocato sul versante psicologico il testo sconfina presto nel grandguignolesco che raggiunge l'apice quando il regista si trova al cospetto della Medusa raffigurata da Caravaggio. Niente di originale, ma ben raccontato e di effetto.
Possiamo definire un gemello di questo racconto il più elaborato Villa Palagonia, in cui il protagonista si perde all'interno della "Villa dei Mostri", a Palermo, durante un'escursione guidata. Argento da spazio a tutta la sua passione per l'arte e l'architettura onirica, plasmando un vero labirinto che parte dalla "sala degli specchi" e conduce negli scantinati della villa in un passaggio tra realtà e mondo fantastico in cui tornano a vivere i fantasmi e dove le mura assumono sembianze di fiere pronte a sbranare l'ignaro viandante. Un horror dal retrogusto gotico, un po' casa degli orrori, ben gestito e calibrato, che regala dei momenti barkeriani assai gustosi ma si perde in un epilogo non all'altezza del resto del racconto.
E' un gotico puro invece Alchimie Macabre al Castello di Gilles in cui Dario Argento offre la propria reinterpretazione delle follie messe in atto nel proprio castello da Gilles de Rais e dal suo alchimista intento a creare l'elisir di lunga vita. Anche qua grande gestione del testo, con momenti toccanti in uno scantinato in cui, tra topi, deiezioni e cibo decomposto, sono segregati tutta una serie di bambini prossimi a esser sacrificati prima ai piaceri perversi del barone e poi alle torture del mago dello stesso. Racconto più drammatico che horror, con Argento che colpisce nello stomaco il lettore agendo soprattutto sui bambini. Tremendo, ma al contempo reale (quello che viene narrato è successo davvero).
Punti in comune al racconto di De Rais sono racchiusi ne Le Segrete di Merano, probabilmente il racconto più riuscito del testo, in cui un tredicenne romano viene spedito in vacanza estiva a Merano da una zia. Qua perderà la sua innocenza, passando dall'infanzia all'adolescenza. Se vogliamo si tratta di un perverso racconto di formazione alla Dario Argento, con un bambino che scopre il sesso e ne è un po' impaurito e un po' attratto. Testo dunque coraggioso anche se con alcuni momenti gratuiti che prendono la via della pedofilia. Argento caratterizza la zia del giovane con tutti gli stereotipi del tipico altoadesino di lingua tedesca, austero e poco loquace, per dar vita a una storia che cresce alla distanza in un intreccio giallo che finisce per unirsi a satanismo e ghost story con marcate punte di erotismo malato. Da lodare, ancora una volta, la gestione del testo con una tensione crescente e centellinata. Niente di nuovo, ma ben raccontato. E' il testo più perverso dell'antologia.
Di livello inferiore, a mio avviso, gli altri due racconti che comunque riescono a intrattenere. Rosso Porpora alla Biblioteca Angelica è un giallo alla Dario Argento. Un professore scambia per errore il proprio cellulare con quello di un uomo che viene assassinato poco dopo. Lo scambio di cellulare porta l'assassino a temere di esser individuato dal professore e parte così una caccia per Roma, col secondo che viene costantemente braccato da un sicario che spara con la pistola e ricorre a coltelli. Tensione assicurata, gestione del testo buona, ma finale fracassone e confusionario. Non mancano punte splatter.
L'antologia si chiude con Demoni a Singapore, il testo più lungo, un'opera che non sembra neppure di Dario Argento. Il regista romano trae ispirazione dai massacri messi in atto dagli integralisti islamici per plasmare una vera e propria mattanza (mai letto un racconto con tanti morti) messa in atto da un commando musulmano in una zona turistica. Il racconto è un distillato di azione, tra smitragliate, esplosioni e squarciamenti vari. Ettolitri di sangue, personaggi messi in scena per esser mandati al macello con un background fantastico caratterizzato da uno spirito che emerge da una sorta di tempio della giungla per impossessarsi dei varani e scagliarli all'attacco dei terroristi e delle squadre speciali mandate dal governo per arginare l'assalto. Esercizio di stile, con strizzatine d'occhio alla tematica snuff movie, se vogliamo di massa, con un committente che ha fatto posizionare sui caschetti di alcuni terroristi delle telecamere con cui riprendere il massacro per poi rivedere il tutto sul mercato clandestino. Finale arzigogolato tra azione, fantastico e spy story. Chissà se Argento si sia ispirato all'assalto dei marines nel bunker di Bin Laden.

Che dire a fine lettura? Si tratta di un volume che, al di là del valore, deve essere comprato da ogni fan di Dario Argento per completezza e che ha il pregio di esser scritto bene e in modo coinvolgente. Le storie, pur se poco originali, prendono e inducono a esser lette. Mancano, purtroppo, i colpi di genio e una vera ispirazione. Si ha più l'impressione che Argento si sia misurato con la scrittura senza sentirne un vero spunto autoriale. Per fare un parallelo con l'antologia di Fulci, si può dire che Argento dimostra di avere ampie doti da scrittore fantastico, per tecnica e gusto, ma è meno ispirato rispetto al suo illustre collega che tuttavia supera in mestiere e tecnica. Spero tuttavia che Argento insista in questa sua nuova attività, perché la tecnica è quella buona.
Quanto alla confezione direi che è all'altezza della situazione, ma eccessivamente cara. 17 euro per 160 pagine griffate Mondadori non sono poche. Manca inoltre un'introduzione, non ci sono interviste che spieghino i processi formativi dei racconti né altro che possa rendere più appetitoso il volume che, di fatto, è caratterizzato da una pagina di prefazione e dai soli racconti.
Si fa notare l'indicazione della frase lancio di Guillermo Del Toro, fresco premiato con l'Oscar, stampata in copertina: "Dario Argento è un Dio, il mio!"

La stella del cinema horror italiano
DARIO ARGENTO (a sx) in compagnia
del direttore degli Uffizi.

"Fin da quando ero ragazzino, guardare un dipinto ha significato per me l'inizio di un viaggio in una dimensione parallela in cui i confini del reale si confondono con il sogno, creando una realtà altra dove spazio e tempo si staccano dal contingente."

martedì 6 marzo 2018

Recensione Narrativa: RIVISTA ZOTIQUE - Inverno 2017.



Direttore e Curatore: Pietro Guarriello.
Genere: Rivista del Fantastico con saggi, interviste, recensioni e racconti originali di scrittori affermati.
Editore: Dagon Press.
Indirizzo di Redazione: Viale delle Orchidee, 6, Pineto (Te).
Numero: Anno I, N.1.
Testi in ordine di presentazione: Luca Rasponi, Pietro Guarriello, H.H.Ewers, Giuseppe Marotta, Maria Antonietta Parra, Mary Fortune, Arthur Machen, Cesare Buttaboni e Howard Pease.
Pagine: 194.
Prezzo: 14 euro.

Commento di Matteo Mancini.
"Pubblicazione aperiodica e amatoriale senza fini di lucro e a tiratura controllata e limitata, intesa a promuovere la divulgazione della letteratura weird e fantastica attraverso racconti, saggi, recensioni, articoli e documenti." Così Pietro Guarriello pesenta la sua ultima fatica, una rivista collettiva in cui il suo peso, quanto a questo primo numero, tende a essere prevelanete sia in chiave di contributi sia in chiave di ideazione e scelta dei testi. Chiamata Zotique, in omaggio allo scrittore Clark Ashton Smith, uno dei c.d. Tre Moschettieri della rivista pulp di inizio novecento Weird Tales (gli altri due erano Howard P. Lovecraft e Robert E. Howard), la rivista spicca subito per un'eccelsa veste grafica, assai più simile a un libro illustrato che a una rivista di fortuna. Stona allora quell'"amatoriale" che non deve intendersi quale sinonimo di approssimativo o di dozzinale, quanto quale prodotto di chi non ha la fortuna di essere professionista ovvero un soggetto che riceve compensi idonei per il lavoro prestato a ristoro dello "sforzo" o comunque di corrispettivo per la condivisione di anni di studio alla base di opinioni più o meno personali inerenti al grande mondo della narrativa fantastica. Guarriello di amatoriale, infatti, ha davvero poco e, qualitativamente parlando, ha tutto (meno l'adeguato trattamento economico) per essere considerato un professionista. Del resto non lo si scopre certo a seguito di questo progetto, essendo ormai da anni uno degli studiosi e appassionati del genere più colti nel panorama di nicchia (uso questo termine al posto di underground, perché lo ritengo assai più appropriato). Traduttore, antologista, selezionatore di lavori, editore a capo della non troppo prolifica (ahinoi) Dagon Press, Guarriello è soprattutto un saggista sopraffino e lo dimostra ancora per l'ennesima volta.

Apre la sua Zotique con un contributo di Luca Rasponi intitolato Elogio della Letteratura Fantastica: Horror, Fantascienza e Fantasy. Testo tanto semplice quanto chiaro e calibrato, utile peraltro a comprendere la ragioni che stanno alla base della nascita del genere ("Il fantastico non si configura come una semplice fuga dal reale, bensì come una lente nuova e sempre diversa attraverso cui guardare la realtà stessa"). Rasponi non si perde in disamine dotte o arzigogolate, ma punta all'essenziale. Niente a che fare con "l'accademia" di uno Tzvetan Todorov (a cui Guarriello dedica il primo numero della rivista con una citazione iniziale), senz'altro faro centrale per lo studio approfondito della materia (si veda il suo La Letteratura Fantastica), ma un approccio adatto a chi affronta per la prima volta la materia. Ecco così che viene spiegata al lettore (meglio ancora se neofita) sia la nascita dei tre grandi sottogeneri del fantastico, con i loro racconti e autori cardinali, sia gli sviluppi e le strade prese, in chiave evolutiva, dai vari filoni e sia cosa debba intendersi per "horror", "fantascienza" e "fantasy". Un inizio dunque giusto e fondamentale per addentrarsi nella materia senza il rischio di avere le idee poco chiare.

La rivista prosegue con un eccelso speciale sullo scrittore tedesco Hanns H. Ewers, scrittore di cui abbiamo già ampiamente parlato su queste pagine in occasione delle recensioni dell'antologia Il Ragno e Altri Racconti e del romanzo Alraune - La Mandragora. E' Guarriello a confezionare l'articolo, formato da trenta pagine scarse, raccontando la vita e le opere di genere fantastico di questo controverso, quanto maledetto, autore che si autodefiniva una viandante nei giardini della follia. Ancora una volta, la fanno da padrone la semplicità, la chiarezza espositiva e la scorrevolezza del testo. Guarriello, intoltre, delizia il suo pubblico proponendo tre racconti inediti in Italia dello scrittore ovvero Carnevale a Cadice, Il Mimo Crocifisso e Nel Paese dei Mostri. Scelta, quest'ultima, che rende imperdibile l'acquisto per tutti i cultori del genere e, più in particolare, per gli studiosi della narrativa fantastica teutonica.

Sempre Guarriello offre la propria interpretazione del primo romanzo scritto da William H. Hodgson, Naufragio Verso l'Ignoto, che viene presentato e analizzato con tanto di intervista all'ultima autrice della traduzione uscita in Italia (la giovane Maria Antonietta Parra).

Dopo il dossier su un grande maestro del genere e l'analisi di un classico di grande richiamo nell'ambito del genere, Guarriello inaugura la sezione "Le Donne del Weird" presentando la misconosciuta Mary Fortune (da non confondersi con la più famosa Dion Fortune), entrata nella storia della letteratura del brivido per esser stata la prima scrittrice di sesso femminile a far uscire un racconto horror in Australia. Guarriello ne ripercorre la carriera, ne plasma un profilo e ci racconta i suoi tanti problemi esistenziali e la volontà di trincerarsi dietro uno pseudonimo per proteggere la propria vita privata, ma ci fa anche capire quanto difficile fosse per una donna dell'ottocento affermarsi in un mondo considerato ad appannaggio di nobil donne o maschi. "Sono ciò che i miei amici - ehm - i miei conoscenti a due zampe, chiamano una persona molto eccentrica e una creatura piuttosto peculiare" così amava definirsi la Fortune (donna nord irlandese emigrata in Oceania). Un po' come per Ewers, Guarriello sublima il momento dando alle stampe, per la prima volta in Italia, il racconto in questione: La Maniaca Bianca. Una scelta che trasforma, sempre più, Zotique in una prelibatezza da collezionisti assetati di novità tanto da tramutarsi in oggetto dei desideri con L'Occultismo in Letteratura di Arthur Machen. Saggio, quest'ultimo, che mette in chiaro il pensiero dell'autore de Il Grande Dio Pan circa l'occultismo delle origini e quello a lui attuale (figurarsi cosa avrebbe pensato di quello del nuovo secolo) e quanto questo abbia avuto influenza sulla letteratura. Machen evidenzia come l'esoterismo sia sempre più diventato essoterico ovvero impoverito nella sua vera essenza, depauperato dall'allegoria di base in favore di un approccio non più metaforico quanto supposto reale. Un involgarimento che lo porta a stroncare la cialtronaggine, a suo dire, di medium, satanisti e persino teosofici. Usa, per far capire questo, la scienza alchemica da intendersi, nell'accezione antica, quale ricerca della trasmutazione dell'uomo (e non dei metalli) così da liberare l'anima dalle catene del materialismo. E così come gli alchemici del volgo si sono involuti in personaggi alla caccia della formula per trasformare il piombo in oro, così hanno fatto gli altri operatori dell'occulto. Premessa questa sua critica all'esoterismo dell'epoca, Machen si sofferma sulla narrativa dell'ultimo secolo, avendo come riferimento la prima metà del novecento come termine estremo dell'arco temporale. Articolo interessante nella parte generale, che diviene invece veloce e dalla consistenza di piccole pillole relativamente ai racconti o romanzi, ad avviso di Machen, da salvare e recuperare e altri da censurare o comunque da ritenere menzionieri. Anche qua è da lodare l'impegno di Guarriello di dotare il testo di una serie infinita di note per renderlo fruibile anche ai non iniziati (al genere). Un lavoro davvero eccelso quello del curatore, non ci stanchiamo di ripeterlo.

La parte terminale della rivista vede una lunga serie di recensioni delle ultime novità editoriali datate 2016 e 2017 in ambito fantastico, in particolare dedicate alla ristampa dei grandi classici del genere andati in oblio e di nuovo ripescati (autori quali Hogg, Stoker, Dickens etc). Ci guidano in questa carrellata, assai utile per gli acquisti, Guarrielo prima (recensioni e critica dei testi ultra dettagliate) e poi l'amico Cesare Buttaboni (assai più sintetico e panoramico) per ritornare su Guarriello con la sezione dedicata alle uscite all'estero.

Chiusura con un racconto dello scrittore ottocentesco Howard Pease intitolato Il Sosia.

Che dire in conclusione? Grandissimo lavoro e grande professionalità per un rivista che si legge con facilità ed entusiasmo, indirizzata agli studiosi del genere e a coloro che desiderano perfezionare e ampliare la propria cultura fantastica, ma anche a chi intende affacciarsi per la prima volta a questa branca che, ad avviso di chi scrive e a dispetto di chi ha la puzza sotto il naso, è da reputarsi eletta con la "E" maiuscola (si veda la citazione di Machen che appongo in calce). Un progetto, data anche la scarsa potenza economica della casa editrice, da lodare prima e poi promuovere e sostenere anche in virtù di un prezzo che, data la confezione e soprattutto la qualità dei testi, dir risibile è davvero dir poco (14 euro per 190 pagine tra cui sei inediti da collezionisti). La promozione della narrativa fantastica passa soprattutto da questi piccoli volumi, piccoli solo per la natura della casa editrice che è alle spalle ma eccelsi per passione e competenza dei coinvolti. Ogni acquisto rende sempre più viva la rivista e fa sì che possa sopravvivere, trasformando gli acquirenti non in meri ricevitori passivi di informazioni ma in partecipanti attivi a un gruppo che vuol raccontare e proporre ancora molto pur di far emergere dagli abissi del tempo i grandi maestri del fantastico. Da avere in biblioteca, magari nutrendo la speranza, per nulla imponderata in considerazione della tiratura limitata, che possa diventare un volume da collezione (vi ricordo gli inediti che vi sono all'interno). PROMOSSA A PIENI VOTI. Oltre tutto, potrebbe essere un affare aggiudicarsela.

Il Direttore di Zotique
PIETRO GUARRIELLO.

"Forse il vero occultismo è da ricercarsi nei libri di coloro che mai con consapevolezza hanno provato a scrivere di cose segrete, nelle melodie inascoltate, e sono gli incantesimi più potenti che i rivestimenti magici aprono sulla piena visione del mondo invisibile." (Arthur Machen, The Literature of Occultism, 1899).

martedì 27 febbraio 2018

Recensione Narrativa: 24:00:00 di Federico Guerri.



Autore: Federico Guerri.
Sottotitolo: Una commedia romantica sulla fine del mondo.
Anno: 2014.
Genere: Fantastico/Surreale.
Editore: Edizioni Il Foglio.
Pagine: 218.
Prezzo: 14,00 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Secondo romanzo del drammaturgo, insegnante di teatro e scrittura creativa Federico Guerri, piombinese classe 1976 trasferitosi a Pisa da anni, selezionato (insieme ad altri venticinque testi) al prestigioso Premio Strega 2015.
Romanzo breve, dalla forma corale per l'assenza di un vero e proprio protagonista. Guerri gioca sulle caratterizzazioni, ruota continuamente la prospettiva spostando il lettore da un angolo all'altro del mondo, dall'Australia agli Stati Uniti, dalla Cina a Parigi nel mitico museo del Louvre strizzando l'occhiolino al Codice da Vinci di Dan Brown. Il tema del romanzo è l'ultimo giorno di vita della terra (ma ne siamo poi proprio sicuri?) dalla prospettiva di una lunga serie di personaggi dislocati in giro per il mondo e apparentemente non in relazione tra loro. Dico apparentemente poiché, nel corso della lettura, le varie storie si intrecceranno grazie a telefoni, internet, viaggi aerei e via dicendo il tutto scandito da un bizzarro quanto surreale timer impresso nel cielo e fisso in ogni parte del mondo, disancorato cioè da ogni logica di rotazione dell'asse terrestre. Quello che tutti i cittadini del mondo hanno sopra le loro teste è un countdown che dalle 24:00:00, di cui al titolo, decorre fino allo 00:00:00.
Cosa fareste voi se vi dicessero che avete a disposizione un dato periodo di vita e che al termine di esso il mondo esploda? Ventiquattro ore in cui riflettere, recuperare il tempo perso o realizzare vendette o piuttosto sogni o fantasie prima di allora represse o solo lontanamente agognate (largo spazio a quelle sessuali). C'è un però, tuttavia... Nessuno sa davvero cosa significhi quel timer che non ha nessuna spiegazione logica e per questo, non trovando una ragione scientifica che funga da giustificazione, tutti (o per lo meno quasi tutti) pensano bene che si tratti di un conto alla rovescia che scandisce i tempi della fine del mondo ovvero della c.d. parusia, cioè del ritorno di Gesù per la seconda e ultima venuta sulla Terra. Non a caso c'è anche una supposta vergine (!?) in cerca del suo Giuseppe che partorisce in concomitanza della scadenza del timer e dichiara di esser rimasta incinta mostrandosi nuda nei suoi giochetti erotici in rete dove, per connettersi, tutti devono digitare "WWW" ("E induce tutti a imprimersi un marchio sulla mano destra o sulla fronte, e far sì che nessuno possa comprare o vendere se non chi ha come marchio il nome della bestia e il numero del suo nome" cit.)... Quanto sono lontani i tempi dello Spirito Santo ormai, a quanto pare, sostituito dalle battute di cattivo spirito.

L'idea "fantastica" su cui lavora Guerri, ovvero quella del countdown di ignota provenienza, costituisce un naturale escamotage che spinge alla lettura il lettore, crea crescente suspence e frenesia dell'attesa. Il lettore diviene sempre più curioso di scoprire come andrà a finire, avido di notizie e teso a smascherare una macchinazione che saprebbe di beffa, da una parte, ma anche di una salvezza per lasciare ancora al centro del tutto l'uomo e non un qualcuno o un qualcosa di sovraordinato. La lettura procede veloce, in modo apparentemente semplice (non lo sarà, in realtà) e fluido. Guerri da spazio alla sua verve di un ironico tendente al surreale, con situazioni che piuttosto che suggerire la parusia ricordano in verità la parodia. La componente delle caratterizzazioni, delle gesta più o meno strampalate dei vari personaggi, diviene il nocciolo del romanzo, assai più della componente fantastica. I personaggi, fatta a eccezione per un ragazzo che ha subito delle gravi lesioni per un incidente industriale verificatosi in India, sono tutti sopra le righe o, meglio ancora, delle macchiette (qualcuno un po' stereotipato, in verità). Abbiamo uno scrittore di successo di romanzi per ragazzi che ha trovato l'amore della propria vita a un passo dal suicidio; una cantante che ritrova, per puro caso, nel suo ultimo concerto la figlia abbandonata alla nascita; o il pazzesco figlio di un imprenditore americano che ha deciso di emulare il padre costruendo un industria in India pur vivendo in sospeso tra realtà e gioco virtuale in rete da lui stesso sviluppato; ovvero una giovane integralista cattolica che proclama l'importanza di giungere illibati al matrimonio per poi scoprirsi disposta ad andare col primo che passa pur di non morire vergine (scoprirà che non è affatto facile perdere la verginità). Insomma, a Guerri piace giocare con i personaggi, più che interrogarsi sulla componente fantastica.

Il soggetto prende le mosse dal film Il Giudizio Universale (1961) di Vittorio De Sica e, forse in misura più marcata ma non so quanto cosciente, da Show Case dell'americano Howard Fast (autore, tra l'altro, del romanzo portato sul grande schermo da Kubrick col titolo Spartacus), da noi tradotto come Giusto Motivo (1973) e inseirto nel 1974 nell'antologia Urania (n.649) La Mano. Nelle due opere citate infatti, in maniera più esplicita nel film di De Sica, una voce proveniente dal cielo (dalle radio e televisioni con Fast) annuncia il giudizio universale eppure, in entrambi i testi, la prospettiva apocalittica viene mitigata da una componente parodistica e ironica che finisce col prevalere al resto fino a sconfinare nella farsa. Guerri si allinea su questa via, cercando di personalizzare lo sviluppo, cosa che peraltro riesce a fare pur non potendo presentare il romanzo come una vera e propria novità editoriale. Guerri infatti riprende quanto scritto da altri, diciamo che regala citazioni senza aver la fama del procuratore, e prova a rendere autoriale il tutto con una trovata che ricorda Il Pendolo di Foucault di Umberto Eco (lì si parlava della Grande Cospirazione). A far innescare il tutto, infatti, c'è un bizzarro studioso norvegese (il bibliotecaio di Capo Nord) che ha sacrificato la propria vita alla ricerca della "Grande Narrazione". Questo studioso è cioè convinto che esistano una serie di romanzi, tra cui anche i secondari o quelli apparentemente di poco conto, che facciano parte di una sorta di cospirazione, con personaggi di fantasia interconnessi, seppur in modo occulto, tra un romanzo e l'altro (così da ripresentarsi da un'opera di un autore a quella di un altro), tesa a raccontare la storia dell'umanità. "Esistono romanzi che fanno parte della Grande Narrazione e quelli che non vale nemmeno la pena di considerare, gli Errori, Satelliti, Ripetizioni, Appendici" spiega lo studioso alla futura moglie, una tipa attirata dai soggetti più bizzarri offerti dal parco umano della società a lei contemporanea.
Del resto lo stesso Umberto Eco, nel sopracitato romanzo, aveva scritto: "Ci hanno fatto credere che da una parte c'è la grande arte, quella che rappresenta personaggi tipici in circostanze tipiche, e dall'altra il romanzo d'appendice, che racconta di personaggi atipici in circostanze atipiche. Io con il feuilleton (cioè i romanzi che uscivano sulle riviste precursori del racconto pulp) giocavo, per passeggiare un po' fuori della vita. Mi rassicurava, perché proponeva l'irraggiungibile. Invece no. Aveva ragione Proust: la vita è rappresentata meglio dalla cattiva musica che non da una Missa Solemnis. L'arte ci prende in giro e ci rassicura, ci fa vedere il mondo come gli artisti vorrebbero che fosse. Il feuilleton finge di scherzare, ma poi il mondo ce lo fa vedere così com'è o come sarà. Quello che è successo davvero è quello che avevano raccontato in anticipo i romanzi d'appendice.”
Convinto di questa realtà, che come vediamo trae linfa dall'opera di Umberto Eco, il bibliotecaio di Capo Nord diviene la vera anima del romanzo di Guerri e la chiave che serve per giungere all'essenza del volume. Un lettore vorace e, soprattutto, intensionato a decriptare questa "Grande Narrazione" facendo un collage tra i passaggi dei vari romanzi, andando a ritagliarli e a ricomporli in un qualcosa di diverso, qualcosa che ha la sostanza di un vero e proprio puzzle da ricostruire con elementi dispersi in una miriade di romanzi di periodi e autori diversi. Un compito titanico, ai limiti della schizofrenia paranoide direbbe uno specialista della psiche, quanto difficilmente realizzabile e da qui la magra conclusione che innesca il countdown: "La Grande Narrazione non era mai stata la storia di Dio. Era sempre stata la storia dell'Uomo, un concerto di personaggi minori in cui non esisteva protagonista e, quindi, lo erano tutti. Una storia che non finisce..." una storia che procede, va oltre verso qualcosa di nuovo. "Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma" commenterebbe Antoine Laurent de Lavoisier con la sua Legge della Conservazione della Massa (popolare aggiungerei, data l'applicazione in questione).
Una constatazione che poi si riflette, guarda caso, nella realtà, con ulteriori personaggi secondari (quelli reali delle storie intrecciate), probabilmente ignare pedine del gioco orchestrato da uno scrittore (magari Dio), intenti a scrivere inconsciamente la storia del mondo ormai giunto alla sua fine o forse al semplice termine del suo primo capitolo. La parusia vista dunque quale parodia di uno scherzo della natura, un gioco della creazione verrebbe da definire..

Romanzo selezionato al Premio Strega, edito da Il Foglio Letterario di Piombino (di Gordiano Lupi) nel 2014. Dalla collana Demian (nome, nella fattispecie a tema con la Parusia e non per i riferimenti a Hermann Hesse), Federico Guerri qui analizzato da Mancini, che vi ha guidati all'analisi, ma Guerri e coloro che hanno letto il romanzo possono chiamarmi Man.

L'autore FEDERICO GUERRI

"Noi umani tendiamo a negare persino l'esistenza di un pericolo tangibile se la folla attorno a noi si comporta come se niente fosse. La realtà è una questione di maggioranza."

venerdì 9 febbraio 2018

Recensione Narrativa: STRANE VISIONI, AA.VV. a cura di Andrea Vaccaro e Ivo Torello.



Autore: Autori vari.
Curatori: Andrea Vaccaro & Ivo Torello.
Anno: 2016.
Genere: Horror.
Editore: Edizioni Hypnos.
Pagine: 462.
Prezzo: 18,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Ancora le Edizioni Hypnos a rendere liete le nostre letture da appassionati di weird. Una casa editrice di Milano che sembra davvero sbagliare pochi colpi e che, una volta conosciuta dagli amanti della narrativa fantastica di fine ottocento primi novecento, sortisce il medesimo effetto che ha su un bimbo un fornitissimo negozio di giocattoli.
Questa volta Andrea Vaccaro, coadiuvato dallo scrittore Ivo Torello, non propone scrittori ingiustamente caduti nell'oblio (come fatto per Ewers o Grabinski, tanto per citare due nomi) né offre inediti di scrittori di grido del novecento né, tanto meno, ripropone classici perduti. No, signori. Questa volta la Hypnos, con buona dose di coraggio, offre ai suoi astanti lettori il "vino di casa", lanciando un lotto di scrittori selezionati in tre edizioni del Premio Hypnos, un concorso di narrativa fantastica organizzato dalla casa editrice. Attenzione però a non sottovalutare il volume proprio per esser la risultanza di una selezione del meglio di un concorso. Capita infatti di leggere antologie frutto di concorsi con un livello non proprio equilibrato tra i vari scrittori, magari con tematiche e pezzi scopiazzati a destra e manca. Niente a che vedere con Strane Visioni, questo il titolo dell'opera in questione. Siamo infatti al cospetto di un'opera collettiva che raduna diciotto emergenti autori italiani per diciotto racconti di una qualità tale da risultare concorrenziale con i testi degli scrittori oltreoceano del c.d. modern weird. Addirittura figurano alcuni racconti che sono, lo diciamo senza paura di esagerare, dei veri e propri capolavori, inseriti in un collettivo dove si fatica a storcere la bocca e dove quasi tutti i coinvolti hanno offerto il loro valido e prezioso contributo.

I generi toccati sono molteplici. Possiamo, in altre parole, definire l'antologia "un'antologia totale del fantastico". Prevale l'orrore psicologico, probabilmente, subito seguito da quel sottogenere scuola weird tales che fece la fortuna delle riviste americane a cui si ispira la casa editrice milanese, preferito all'horror del dopo Leiber e Matheson, quindi qualche commistione tra horror ed erotico per finire con la fantascienza più o meno pura. Un progetto dunque pienamente riuscito, una vera e propria delizia capace di stupire il lettore appassionato del genere e di mostrare, per l'ennesima volta, quanto sia vitale e valido il sotterraneo produttivo del genere fantastico. Un mondo, quest'ultimo, in cui si rintracciano punte di qualità, spesso ideate da scrittori del sabato sera, superiori rispetto alla media dei prodotti di genere italiani proposti dai vari Mondatori o altre realtà di primario ordine (quanto a battage pubblicitario) nel panorama editoriale tricolore.

Non posso non lodare il racconto I Pallidi (2015) di Giovanni De Feo, vincitore ex-aequo dell'edizione 2015 del premio, vero e proprio masterpiece di narrativa fantastica. Un testo metaforico in cui si mostra la costruzione dei futuri burocrati e delle future guide del mondo, fin dalla loro adolescenza. La scuola diviene un luogo di iniziazione, una sorta di accademia cui sono destinate le menti più brillanti che hanno a svilupparli, più che i professori, delle guide particolari. L'esame finale di questo percorso è un qualcosa di così brutale da lasciare l'amaro in bocca al lettore; la richiesta di un sacrificio, quello del proprio io, della propria personalità e della propria fantasia a beneficio del potere e della ricchezza da ricevere quale contropartita. "Si dice che a ogni rinuncia corrisponde una contropartita considerevole" cantava Carmen Consoli, ma "privarsi dell'anima comporterebbe una lauta ricompensa." Un invito a uccidere l'estro e lo spirito adolescenziale fonte di sogni e matrice di ogni ideazione futura. Un modo come l'altro per mostrare l'umanità di vertice come un blocco di soggetti che hanno dimenticato di esser stati bimbi e sognatori, ormai atrofizzati sui bisogni materiali in luogo degli spirituali. Un gregge di pecore private dell'anima.
Racconto tristissimo in cui la purezza e il rispetto del proprio essere (rappresentato da una specie di folletti proiezione della propria anima) viene pagato con l'emarginazione sociale. De Feo ci comunica che per aver successo si deve sacrificare una parte di sé stessi, la parte geniale e pura. Lo ripeto: testo magnifico.

De Feo è comunque in buonissima compagnia e sono davvero tanti i racconti meritevoli di esser citati. Cupissimo e claustrofobico è Nere Colline del Supplizio (2016) di Luigi Musolino, vincitore dell'edizione 2016. L'inquietudine adolescenziale, ancora una volta, a fungere da molla di innesco. L'insoddisfazione di un genitore burocrate (in linea con quelli di De Feo) a contrasto con l'estro artistico del figlio, che vede nell'arte la via di fuga da una realtà che rigetta, preferendo darsi alla pittura in luogo del percorso di studio utile a "diventare qualcuno". Uno stile quello di Musolino che ricorda i racconti dell'attesa del grandissimo Algernon Blackwood, penso a I Salici, con un ambiente che, sottoforma di colline nere sorte dal nulla, opprime una cittadina che si scopre isolata dal resto del mondo e diviene personaggio aggiuntivo di uno sviluppo apocalittico. Il silenzio tipico dello scrittore di Shooter's Hill (città natale di Blackwood), ovvero "la collina dello sparatore", viene sostituito dalla persistente riproposizione, peraltro altamente ironica, della canzone Le Colline sono in Fiore di Wilma Goich (soluzione quasi argentiana, mi viene in mente il collegamento tra la musica e la morte del padre nella formazione del bimbo di Profondo Rosso). Viene così a delinearsi un vero e proprio quadro vivente con i soggetti pensati e ideati dal pittore protagonista intrappolati in una cittadina surreale da cui sembra impossibile scappare o ricevere aiuti. Una storia tragica, dal sapore di vendetta ultraterrena, che da onore al volume e fa di Musolino un narratore di alta scuola. "A volte, il male e l'indifferenza ci tornano indietro con gli interessi, in modi così abietti da potere essere appena intuiti e mai compresi."

Notevole e molto coraggioso L'Angelo e Il Vampiro (2014) scritto da un Luca Bonatesta in versione Clive Barker. Il tema del dolore come piacere, la sessualità vista come forma d'arte distorta e un retrogusto di apertura mentale, questi i temi per una diversa prospettiva di analisi dell'amore e dell'attrazione sessuale. Bonatesta tocca il delicato tema della pedofilia, ma anche quello dell'amore per persone dello stesso sesso, con una sensibilità e un tocco artistico degno di un pittore che tratteggia versi anziché profili. Visionario, a tratti magico e ipnotico, ma anche sanguinolento proprio nello stile che piacerebbe a Barker o allo scomparso Giovanni Buzi (autore che avrebbe di certo apprezzato il testo e l'intero volume). Secondo classificato nell'edizione 2014.
Tema del sesso toccato anche da William Carbone, seppur con gusto più marcatamente weird, con La Dichiarazione di Yuri Zabnan (2013). Carbone svecchia Lovecraft e lo miscela alla cronaca politica degli ultimi tempi, facendo partecipare il suo ignaro protagonista ai bunga-bunga di berlusconiana memoria fino a realizzare un testo metaforico di critica circa l'approccio sessuale, visto quale corruzione e involgarimento del piacere fisico ricercato dalla società contemporanea. Racconto molto lento, pur se ben scritto, che non è innovativo ma sa essere assai curato per quel che riguarda le scenografie e una certa descrizione delle usanze da osservare in certi contesti.

Inquieta, e non poco, il profetico L'Attesa (2016) di Francesco Corigliano. Un racconto che si scopre esser horror solo alla fine, quando gli sviluppi di un'indagine per omicidio, narrata con i crismi del giallo/poliziesco, conducono a una realtà allucinante. Personaggi provenienti da ogni angolo d'Europa stanno compiendo studi guardando in alto, molti in alto: la luna. C'è un mistero, un mistero diabolico che trova nell'alba dei tempi la sua origine e il tutto ruota attorno a un idolo: una Vespa. Qualcosa sta minacciando l'umanità, qualcosa che è custodito all'interno di un uovo sospeso in cielo. La polizia che indaga non può che esser soccombente. Lo stile di Corigliano cattura, induce alla lettura in un crescendo finale che sfocia in un fantastico subliminale, dove tutto è lasciato all'immaginazione di chi legge.

Esilarante la parodia del genere monster movie confezionata da Flavio Regazzoli e proposta col titolo Hydra Vulgaris (2016). Un delirio divertentissimo e piuttosto originale che ricorda il filone Godzilla. Al posto del mostro preistorico risvegliato dalle radiazioni nucleari, Regazzoli introduce una creatura che si auto-genera e cresce di dimensioni ogni volta in cui viene colpita. Si tratta di un essere anfibio che ha origine da alcune creature tentacolari pescate nel Pò per esser destinate a tramutarsi in prelibatezza culinaria del cenone di fine anno. Gli esseri riusciranno a sfuggire dalla mannaia del cuoco e a tramutarsi in una creatura che sconvolgerà Parma e costringerà il governo italiano a una soluzione estrema. Catastrofico e politicamente scorretto, imperdibile per i fruitori del B-Movie d'estrazione cinematografica.
Ricorre al monster movie anche Moreno Pavanello col suo Speranza Perduta (2015). L'orrore attuale degli sbarchi dei clandestini in Sicilia si unisce all'azione della guerra nello stato Libico in un clima in cui prendono forma i demoni del deserto e del mare. Pavanello realizza un doppio binario di narrazione e lo gestisce con perizia e capacità da scrittore rifinito. Abilissimo nelle scene d'azione, riesce a creare un contesto dall'alto sapore cinematografico su cui innesta un substrato sociale che ne eleva il senso ed evidenzia (qualora ce ne fosse bisogno), sotto la lente della narrativa di genere, un orrore concreto che si consuma tutti i giorni a poca distanza da noi.

Francesco Corigliano e il suo Ex Machina (2015) ci riportano nei territori della seconda guerra mondiale dove un manipolo di soldati sovietici si imbatte in una sorta di carro armato sperimentale tedesco manovrato da un qualcosa sospeso tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Magistrale gestione della tensione e invidiabile proprietà linguistica, anche qui, da scrittore rifinito. Il tema del "nazismo magico" e delle leggende del Graal che incontra quello delle armi segrete tedesche. Simpatiche alcune venature filo propagandistiche che serpeggiano nel testo, a mo' di presa di giro di certi modi di fare politica. Molto carino.

Costituisce un'ottima commistione tra ghost story e fantascienza robotica il lavoro di Cristiano Fighera. Il suo Dreams of the Falling House (2016) segue la struttura di un racconto di indagine di eventi paranormali che si svolgono all'interno di una casa per poi virare in un racconto di fantascienza. Grande tatto e sagace gestione della tensione, pur se non non originalissimo (l'idea dei robot utilizzati per sconfiggere la solitudine e quella dell'empatia tra i robot e i fruitori del servizio sono cose già viste). Vettore Eden (2015) di Paolo Durando, invece, sceglie di legarsi maggiormente alla sci-fi, tutto incentrato sul tema dei viaggi nel tempo e sull'effetto degli stessi nella società futura. Un gruppo di studiosi teletrasportatesi all'alba dei tempi stanno lavorando a riprogrammare la storia del mondo, nel tentativo di realizzare una società perfetta e retta dai sani principi. Il modo per completare il fine è modificare, di volta in volta, gli eventi storici visti come responsabili delle derive successive. In teoria tutto sembra procedere come prestabilito, ma il progetto fallisce in modo clamoroso. Il male e l'ingiusto sono viatici storici necessari per lo sviluppo della società, volerli debellare o comunque indirizzare comporta effetti traumatici sul futuro. Per ovviare ai misfatti provocati con l'interferenze storiche, gli studiosi finiranno con il determinare la conseguenza più lesiva per la storia dell'umanità quasi a dire che il vero Eden è quello in cui l'uomo è stato espulso, in quanto cancro del creato (nonché autore del peccato più grave compiuto tra tutti gli esseri viventi: ergersi al livello di Dio).
Eccezionale, per la cura scenografica, Antartide (2015) di Claudio Foti, anche questo a metà strada tra fantastico e fantascienza. Atmosfere da “Montagne della follia“ di Lovecraft messe a servizio di una trattazione della storia molto ammiccante con uno sviluppo crescente della tensione. Foti elabora il testo utilizzando l'escamotage di un indagine giornalistica che ruota attorno a una bizzarra scoperta nelle profondità dei ghiacciai (omaggio a “I parassiti della mente“ di Colin Wilson) e a un vortice esterno che sembra aprire un portale dimensionale che assume la veste di una vera e propria macchina del tempo. Non originalissimo ma ben sviluppato.
Ancora fantascienza pura con Sangue Bianco (2016) di Federica Leonardi in cui una donna scopre, in modo piuttosto traumatico, di esser in vita solo per effetto dei batteri che hanno sostituito la funzione del sangue riportandola in vita dopo un tremendo sinistro stradale. Sensibilità femminile messa al servizio di un racconto, condotto fino al crepuscolo del mondo, che ricorda il famosissimo Veglia Funebre di Norman Spinrad.

Più tradizionali e, forse, meno originali gli altri testi. Andrea Atzori, con A Largo di Terschelling, immerge il lettore nell'ambito dell'orrore marino di hodgsoniana memoria. Grande stile e tecnica al servizio di un soggetto che porta in scena esseri a metà strada tra il mito della sirena e del vampiro che si manifestano nel bel mezzo dell'oceano.
Da Hodgson si passa alle tematiche degne di Robert Bloch, leggendo le pagine di Alberto Buchi. Nel suo Oggetto d'Amore assistiamo a un'indagine di polizia, ambientata nell'ottocento, in una Milano vestita da Whitechapel. A coordinare le indagini non c'è un poliziotto, bensì un mad doctor dedito al galvanismo che sta cercando di scoprire il secreto della vita per traslare l'anima della moglie morente in un manichino. Oggetto sacrificale degli esperimenti sono le vittime di uno squartatore che insanguina le vie cittadine, uccidendo chiunque gli capiti a tiro per eviscerarlo. Tematiche già lette e abusate, con omaggi anche a L'Uomo della Sabbia di Hoffmann e al Frankenstein della Shelley, ma rese in modo apprezzabile e personale. Graffianti momenti splatter.
Si piega decisi verso Stephen King con La Parrucca, palese omaggio di Davide Camparsi alla penna del maestro del Maine. Fortissimo il rimando a uno degli episodi raccontati da King in Cose Preziose ovvero quello del tipo che si fossilizza su una coda di volpe vista in vetrina e ne diventa schiavo al punto da barricarsi in casa per il timore che gliela rubino. Feticismo, legato ai ricordi passati, e follia pura che condurranno alla pazzia il protagonista e non solo lui, in un epilogo che più classico non si può. Interessanti momenti visionari, non si capisce se realistici come visione su un mondo invisibile agli umani o distorsione schizofrenica.

Fiaba nera L'Eterno Spirito del Cantastorie in cui Fabio Renda, sullo stile del fil rouge di creepshow, ripropone una tematica che mi pare di aver già letto altrove ovvero quella di un bimbo prodigo di storie che non devon esser trascritte né registrate pena la lenta e graduale malattia del corpo dello stesso. La madre non lo capirà e condannerà involontariamente il figlio alla morte. Il pezzo forte del racconto è il binario parallelo in cui si svolge la storia con un cantastorie giullare che parla di un cantastorie particolare intento a stregare il pubblico di bambini che lo stanno ascoltando, proprio come sta facendo lui. Finale nerissimo.

Completano il volume il lentissimo e non sempre lineare Il Cibo degli Dei di Rosario Battiato, che ci propone una cerimonia officiata da un cerimoniere che, ogni sette anni, deve esser sacrificato in onore alle divinità della comunità, e il breve e claustrofobico Le Invisibili di Giulia Cocchella, costruito su un doppio binario parallelo tra presente e passato di un monastero testimone di una grave tragedia dimenticata nel tempo. Entrambi i testi sono stati selezionati nella prima edizione del Premio ma non andati sul podio.

Questo il contenuto per un volume tra i migliori che mi è capitato di leggere nell'ambiente underground. Vi ripeto: è un'antologia da comprare e che invoglia all'ideazione gli aspiranti scrittori per far parte di un mondo fin troppo sottovalutato ma capace di partorire perle. L'ennesima scommessa vinta da Andrea Vaccaro, un prodotto che rivaluta un intero movimento e offre spunti di riflessione importanti sul futuro della narrativa fantastica in Italia. Un ringraziamento a Cesare Buttaboni che mi ha quasi costretto alla lettura del testo.

L'appassionato CESARE BUTTABONI a sx
e l'antologista nonché editore ANDREA VACCARO, sulla dx,
sempre più lanciato nell'ambito della letteratura weird
italiana.

"Da secoli si era capito che solo i ragazzi sono davvero in grado di oltrepassare il noto e introdursi nell'ignoto. Ma la stessa capacità di dar vita all'irreale estranea, senza possibilità di ritorno, dalla vita sociale.  Per questo separarsi dai propri Pallidi era l'unica strada possibile. C'è un tempo per seguire i sentieri dell'incanto; e un tempo per tornare a vivere del quotidiano, senza il quale l'immaginazione è solo un dono vuoto. Ora dovevamo scegliere" (Giovanni De Feo - I Pallidi).