Autore: Stefano Di Marino.
Genere: Giallo.
Anno: 2014.
Editore: Mondadori.
Pagine: 275
Prezzo: 4,90 euro.
Commento di Matteo Mancini
Romanzo a metà strada tra il giallo e il genere fantastico, con un'intelaiatura che ripropone, seppur con taglio originale, il plot de La Nona Porta di Roman Polanski, film a sua volta tratto dal romanzo Il Club Dumas di Arturo Perez-Reverte.
L'opera, edita nella collana Il Giallo Mondadori e uscita nel febbraio u.s. (N. 3100), porta la firma di Stefano Di Marino. Scrittore milanese ormai di lungo corso, specializzato nella spy story e con all'attivo, sotto lo pseudonimo Stephen Gunn, svariati romanzi pubblicati per Segretissimo all'interno della serie Il Professionista, Di Marino accantona le tematiche di elezione per dedicarsi a una delle sue grandi passioni: il cinema thriller italiano degli anni '70. A quest'ultimo riguardo ricordo l'ottima antologia da lui curata intitolata Il Mio Vizio è una Stanza Chiusa (2009), edita anch'essa all'interno del Giallo Mondadori, e interamente dedicata a racconti di matrice cinematografica legati ai B-Movie da paura un tempo marchio di fabbrica della nostra penisola.
A differenza dei tradizionali prodotti dell'autore, infatti, si ravvisa una cura maggiore delle scenografie (vero e proprio personaggio aggiunto) e delle atmosfere, ma soprattutto cala il mix azione-erotismo a vantaggio di un intreccio dai forti contenuti esoterici miscelati allo spaghetti thriller cinematografico piuttosto che all'estro di scrittori specializzati nel genere (penso i vari Meyrink, Kubin, Machen e compagnia).
Di Marino, come abbiamo già accennato, prende le mosse da Polanski e lo fa fin dal primo capitolo. Ambienta la storia tra Venezia, Murano e Mestre (luoghi in cui aveva vissuto Aristide Torchia, autore del volume attorno al quale ruota il soggetto de La Nona Porta, testo di fantasia guarda caso intitolato il Cinque Porte) e parte subito citando il Delomelanicon ovvero un saggio sul demonio scritto a fine '600 che costò la messa al rogo del suo autore (sorte comune al già menzionato Torchia).
Al di là di quanto appena detto, tuttavia, occorre dare merito allo scrittore milanese di essersi limitato a concedere un mero omaggio all'opera polaskiana. La storia, pur avendo un'idea di fondo identica a quella del film, opta per uno sviluppo tutto suo. La matrice comune delle due opere risiede nella ricerca di una via per accedere alle dimensioni arcane o meglio per dischiudere il portale che mette in comunicazione il mondo dei vivi con quello del maligno, allo scopo di gestire il potere del diavolo per finalità materiali. Di Marino specifica bene il concetto parlando di Oculus Diaboli, cioè la porta sul potere supremo di Lucifero. A differenza del film, cambia il mezzo attraverso il quale giungere a tale obiettivo. Se con Polanski/Perez-Reverte la via era indicata dalle raffigurazioni inserite in un volume esoterico, qua tutto ruota attorno ai dipinti e alle sculture di un'artista maledetto vissuto nel cinquecento, ossessionato dall'alchimia e che ha celato nelle proprie opere (alcune delle quali disseminate per la città) un codice criptato il cui discernimento permetterà al fortunato di entrare in contatto col diavolo. Così scrive Di Marino: "C'era un messaggio nascosto, per iniziati, nel Palazzo dalle Cinque Porte... nell'opera di Betto Angiolieri tutto rimandava a una visione del mondo che celava dietro la normalità un messaggio destinato a pochi. C'erano mille simbologie, significati nascosti e un'angoscia che si leggeva in ogni tratto tracciato sulla tela."
Come nel film, le opere sono oggetto di studio e di culto di una serie di personaggi nobili e distinti, dai modi ambigui e privi di scrupoli, facenti parte di una setta satanica di alto borgo (I Figli del Basilisco). Su tutti spicca la figura di un dotto uomo di cultura (una sorta di Balkan del film di Polanski) chiamato Julian Zemanian. Si tratta di un collezionista di opere d'arte con l'ossessione per l'ignoto, grande esperto inoltre di architettura esoterica (Il Palazzo dalle Cinque Porte, ereditato dal protagonista, ha infatti una struttura e una collocazione di stanze e arredamenti di carattere esoterico) e di opere occulte. Di Marino ne sottolinea subito il carisma: “Zemanian dominava il suo spazio... Emanava la sua aura psichica, circondato da un pubblico che definire soggiogato dal suo eloquio non era un'esagerazione... Avrebbe potuto essere un antico senatore romano.”
Si ravvisa un'estrema cura nel tratteggiare i profili psicologici dei vari componenti della setta, di cui fanno parte anche personaggi al di sopra di ogni sospetto e di particolare estrazione sociale. Di Marino ce li mostra mentre discutono di argomenti legati all'occultismo, magari fingendo di litigare o di assumere posizioni intellettuali di comodo; addirittura li vedremo mentre prendono parte a una seduta spiritica in cui si registrerà un clamoroso imprevisto che sconvolgerà tutti i partecipanti.
Nonostante tutto tornerà a manifestarsi la matrice comune con l'opera di ispirazione originaria. Anche qua i componenti della setta si riveleranno dei fanatici cialtroni che tenteranno di manipolare il protagonista non sapendo, tuttavia, di essere a loro volta manovrati da una mano sconosciuta che nel frattempo mieterà vittime su vittime, sia per cancellare testimoni scomodi sia per togliere di mezzo potenziali concorrenti, sfruttando il lavoro dei rivali e del protagonista in modo da spingere ognuno di loro ad aprire l'Oculus Diaboli.
Molto particolare è il protagonista del racconto. Come Dean Corso è un improvvisato detective privato che si troverà vittima degli eventi, ma intenzionato ad andare fino in fondo. Anch'egli è un fanatico di libri antichi, sebbene la sua materia di elezione sia l'illusionismo. Sebastiano “Bas” Salieri, questo il nome del personaggio, è un mago e studioso di storia arcana. Di Marino, penso di poter dire, si ispira alla leggendaria figura di Harry Houdini, pur decidendo di non sfruttare le capacità da mentalista o da illusionista del suo personaggio. Queste ultime purtroppo, nel corso della storia, restano piuttosto sullo sfondo. Bello comunque il modo "houdiniano" con cui Salieri si presenta ai suoi interlocutori: “Da anni faccio parte di un'associazione che ricerca e smaschera i finti maghi, i cialtroni che predicano di poter guarire malattia e risolvere problemi reali con qualche amuleto... Io scrivo libri. Sulla storia della magia, sui suoi protagonisti, alchimisti, stregoni, medium, gente del passato e del presente. Non so dirle se quello che chiamiamo occulto abbia un riscontro nella realtà.”
Salieri si troverà coinvolto in una sequela di omicidi che hanno inizio con la misteriosa morte dello zio. È proprio a causa di questo evento che l'illusionista entra in scena, essendo chiamato dall'Olanda per prendere possesso dei ricchi possedimenti del parente defunto. Tra questi c'è Il Palazzo dalle Cinque Porte, una sorta di museo esoterico appartenuto nel cinquecento a un misterioso cavaliere rumeno antenato dei Salieri nonché esperto di arti magiche e su cui si incentrerà il fulcro della vicenda. Aiutato da un coriaceo vice questore sardo, convinto che il dante causa del protagonista sia stato assassinato, Salieri riuscirà a risolvere l'intricata matassa in un epilogo forse un po' troppo semplificato e caratterizzato da un paio di clamorosi colpi di scena (indirettamente, come idea di base, si chiama in causa anche Saw - L'Enigmista). Una soluzione finale, a mio avviso, un po' deludente, in cui si ridimensiona la componente fantastica e in cui si forzano alcune soluzioni. Peraltro non manca il tipico pregio/difetto dei film gialli italiani degli anni '70, con l'assassino che spiega tutti i fatti al protagonista chiarendo moventi e trucchi utlizzati nella realizzazione degli omicidi.
Se questa parte mi lascia un po' perplesso, non ho dubbi sul resto del romanzo (i primi due-terzi). La prima parte è davvero eccelsa, calata in una Venezia spettrale, nebbiosa, in cui fa la sua comparsa anche il fantasma di una giovane trucidata dieci anni prima rispetto allo svolgersi dei fatti e che avrà una rilevanza determinante nella soluzione del giallo. Presenti poi un paio di omaggi a Profondo Rosso (il più evidente è l'assassinio di una sensitiva, colpevole di avvertire una presenza maligna) e alcuni bei passaggi di impronta esoterica (c'è un omaggio anche alla Blavatsky), sebbene l'autore si mantenga su piani di carattere commerciale senza scomodare certi studi.
L'opera è stata ben accolta dai lettori, tanto che l'autore ha già riferito che scriverà altre storie incentrate sulla figura di Bas Salieri. Per quel che mi riguarda, penso che sarebbe più opportuno dare a queste storie un taglio più fantastico in modo da esaltare le qualità da illusionista del personaggio. Il punto debole, naturalmente ad avviso di chi scrive, de Il Palazzo dalle Cinque Porte è costituito dalla necessità, complice la destinazione finale del prodotto (il Giallo Mondadori), di dare una piega razionale agli eventi, con un epilogo non all'altezza delle eccelse premesse iniziali (in altre parole, una soluzione fantastica/orrorifica sarebbe stata preferibile e più originale). A ogni modo si tratta di una piacevolissima lettura, tra l'altro impreziosita da ottimi passaggi (su tutti la lunga scena della seduta spiritica e quella della festa all'interno del museo di Zemanian, davvero notevoli).
Chiudo la recensione con la bellissima frase con cui si apre il romanzo: “L'illusione è il sale dell'esistenza. Crediamo ciò che vogliamo credere e siamo disposti a torcere ogni logica per convincerci che la realtà è quella che desideriamo. La vita, se non fosse così, sarebbe tristissima.”
Mi chiamo Matteo Mancini, sono nato a Pisa nel 1981 e abito nell'indipendentista Tirrenia. Sono un grande appassionato di B-Movie (dallo spaghetti western, passando per il "poliziottesco" e proseguendo con thriller e horror). Tra le mie tante passioni le più forti sono la narrativa specie del genere fantastico scuola weird tales e la scrittura. Nella foto mi vedete, al centro, con a dx Antonio Tentori e la "giallista" Cristiana Astori, e alla mia sx Mr.B-Movie Dainelli e Ivo Gazzarrini.
Elenco
- Cinema
- Ippica
- Narrativa
- Pubblicazioni Personali
lunedì 14 aprile 2014
Recensione Narrativa: IL PALAZZO DALLE CINQUE PORTE di Stefano Di Marino
domenica 6 aprile 2014
THE PYRAMID - Intervista al regista Roberto Albanesi
Produzione, Regia e Sceneggiatura: Roberto Albanesi, Luca Alessandro, Simone Chiesa, Alex Visani e Antonio Zannone.
Anno: 2013.
Genere: Horror a episodi.
Soggetto: Raffaele Ottolenghi.
Interpreti Principali: Chiara Acaccia, Luigi Bassi, Rita Carlini, Davide Cazzulani, Mauro Celaia, Diego Consiglio, Elio D'Alessandro, Antonio De Matteo, Jack Gallo etc (consultare imdb.com)
Fotografia: Giosè Brescia, Davide Cazzulani, Fabrizio Corvi, Federico Greco e Luca Moretti.
Colonna Sonora: Luca Tomassi.
Articolo/Intervista a cura di Matteo Mancini.
Dopo aver ospitato l'amico Davide Melini pronto a girare Deep Shock, diamo il benvenuto a un altro amico del blog, ormai ebbro dei successi del suo ultimo lavoro filmografico: Roberto Albanesi.
Nelle foto sopra pubblicate, col consenso dell'interessato, potete vedere la locandina giapponese del film e sotto Roberto immortalato con l'oggetto di scena del corto e col suo fido compagno.
Chi mi segue su queste pagine sa che ho seguito fin dall'inizio tutti i lavori di questo film-maker, chi invece ne è all'oscuro può spulciare alla ricerca delle recensioni in questione. A differenza degli altri interventi dedicati ad Albanesi, quest'oggi propongo un'intervista speciale, soprattutto alla luce del successo ottenuto dall'ultimo lavoro di squadra, visto che si tratta di un film a episodi intitolato The Pyramid, che ha visto Albanesi e il suo fido Simone Chiesa coinvolti attivamente nel progetto.
1) Dopo Diesis e Happy Easter, come è nata l'idea di collaborare con l'Empire di Visani?
Con i nostri primi (e unici) tre cortometraggi (targati NEW OLD STORY FILM CASALPUSTERLENGO) Happy Birthday, Diesis e Happy Easter abbiamo raccimolato in tre edizioni del Reign Of Horror Film Festival (di Alex Visani) un premio della giuria, due premi per la regia e uno per la sceneggiatura. Alex Visani, che stava preparando il progetto di The Pyramid con l'amico Raffaele Ottolenghi, ha visto cosa sapevamo fare e... Ci ha contattati immediatamente. E' nato un amore istantaneo.
2) Ti confesso che non ho ancora visto il tuo ultimo corto, inserito in un progetto di maggior respiro, ma vedendo il trailer mi sembra di percepire atmosfere alla Clive Barker, sbaglio o c'ho visto giusto?
Nel nostro corto Pestilence, il più lungo dell'intero progetto, ci siamo rifatti a noi stessi, mettendoci dentro il nostro stile fuori dagli schemi (dimenticatevi totalmente la grammatica cinematografica classica). Ovviamente però, da grandi appassionati di vecchie pellicole horror anni 80, ci è scappato dentro in modo del tutto inconscio... Carpenter, Raimi e anche il buon Barker (che io personalmente adoro sia come scrittore/pittore che come regista). Non sbagli Matteo.
3) Puoi dirci qualcosa su The Pyramid?
The Pyramid è un film ideato da Visani/Ottolenghi e scritto da Visani stesso con la collaborazione di tutti i registi in gioco (Antonio Zannone, Luca Alessandro, Simone Chiesa e il sottoscritto). E' un film a episodi, unico nel suo genere; dico unico perchè non racconta storie slegate fra loro, ma un'unica vicenda concatenata, divisa in quattro corti. Le musiche (strafighe) del film sono a cura di Luca Tomassi e citano (come il film stesso come già detto in precedenza) quei film super cult ottantini che hanno cresciuto tutti noi: Hellraiser su tutti.
4) Come oggetto magico, vero e proprio trait d'union di tutte le storie, avete scelto una piramide: a chi è venuta l'idea ed è una scelta casuale o risponde a logiche ben precise?
Alex e Raffaele hanno avuto l'idea della piramide come fil rouge e penso che a questa domanda dovrebbero rispondere loro. Io posso solo dire che la nostra piramidina di scena (ne sono state create solo quattro) si trova sul mio comò. Ogni tanto ci parlo per ringraziarla... La cosa inquietante è che lei mi risponde.
5) Molti pensano che per fare un buon corto di genere fantastico/horror occorrano cifre strabilianti, puoi dirci di che budget avete usufruito?
Per il nostro episodio abbiamo speso in totale sulle 200 euro. Sono andati tutti in cibo per troupe e attori (pizze d'asporto e panini col cotto). Quando si ha poco ci si ingegna di più e quindi si cresce artisticamente più velocemente. E' una bella sfida quella del no budget: o si scappa o la si cavalca. Noi abbiamo scelto (come sempre) la seconda ipotesi.
6) Dove avete trovato e che esperienza avevano gli interpreti dell'episodio?
Alcuni attori che abbiamo utilizzato li abbiamo scelti attraverso dei provini, altri no. I nostri interpreti sono un mix di professionisti e di debuttanti alle prime esperienze. E' stato un set fantastico, in cui tutti hanno aiutato tutti e ci siamo divertiti come matti. A fine lavorazione eravamo parecchio felici e orgogliosi del lavoro svolto. Nessuno di noi si sarebbe aspettato di ottenere questi risultati di visibilità, vendita e distribuzione (nonostante la buona qualità del prodotto totale). Oggi i nostri interpreti vengono proiettati su grossi teli bianchi in Giappone, Canada e America. Direi che sono parecchio felici le persone che lavorano con noi.
7) The Pyramid, sta riscuotendo apprezzamenti in tutto il mondo. È ormai prossima l'uscita in Giappone, è stato visto in Russia e in Canada. Potrà sembrare una domanda banale, ma come ti senti a esser conosciuto in giro per il mondo, dopo aver lavorato in progetti assai più regionali?
Muoio dal ridere nel pensare che in giro per il mondo la gente conosca il mio lavoro, mentre qui in Italia no (anche se nell'ambiente indie la New Old Story Film è una realtà più che concreta). Sono molto contento dei risultati ottenuti da The Pyramid e non posso che ringraziare il mio fratellone Alex e tutti i miei colleghi registi a cui voglio un Bene dell'Anima. Ottenere questi risultati mi fa capire ancora di più che sono sulla strada giusta e che nessuno è profeta in patria.
8) Secondo la tua sensibilità, quali sono le differenze nell'atteggiamento del pubblico italiano, rispetto a quello estero, verso i prodotti cinematografici di genere made in Italy, comprendendo in questi anche i corti più o meno amatoriali?
L'italiano è da sempre un masochista di prima classe. Continuiamo a chiedere prodotti validi da noi stessi, qualcosa che si discosti dai vari cinepanettoni e zaloni vari, per poi massacrare qualsiasi cosa esca di diverso dal solito. E' anche vero che dal circuito cinematografico alternativo non nascono solo fiori, anzi, però dovremmo credere un po di più in noi stessi per far cambiare le cose. All'estero, per fortuna, si ricordano ancora l'età dell'oro del cinema di genere italiano e vogliono prodotti nuovi che li riportino indietro... The Pyramid ci è riuscito alla grande.
9) Se all'estero siete ricercati, avete persino chiuso un contratto con un distributore americano per il Nord America, in Italia le cose sono un po' diverse. So che avete proiettato The Pyramid a Pistoia, in via di Buti nello scorso autunno. Come è stato accolto e sono previste altre uscite in Italia, magari per il mercato homevideo?
Abbiamo proiettato il film al Fantafestival, a Pistoia grazie a Stefano Cavalli e a Catania grazie al regista Ricky Caruso (oltre che a Deruta, patria del Visani). The Pyramid è stato portato in giro per l'Italia dagli appasionati e dai fan, ma di distribuzioni ufficiali nemmeno l'ombra. Siamo stati scartati da "Distribuzione Indipendente" che volendo l'avrebbe portato in almeno venti sale italiane. Una settimana dopo l'hanno comprato gli americani.
Per l'home video nazionale non sappiamo ancora nulla, l'unica cosa da fare è ordinare il dvd dall'estero (che ha al suo interno anche l'audio originale).
10) Progetti per il futuro?
Progetti per il futuro... mmmmmm.... Innanzi tutto torneremo a lavorare con Alex e tutta la meravigliosa famiglia piramidale, per un nuovo progetto (per ora top secret). Poi, per i fatti nostri, stiamo per girare un lungometraggio e una serie per il web, tutto rigorosamente di matrice comico/drammatica, i nostri generi per antonomasia. Stiamo anche vagliando delle proposte moooooolto interessanti dall'estero. Siamo carichissimi insomma e pronti a fare qualcosa di nuovo e di diverso da quello che è venuto prima.
Un saluto e un ringraziamento all'amico Roberto Albanesi che ho visto crescere fin dai suoi primi corti.
UN SALUTO E UN RINGRAZIAMENTO a te Matteo, alla tua gentilezza e disponibilità. Vorrei aggiungere anche un bacione alla mia Sara, e un abbraccio gigante che racchiuda al suo interno tutti gli amici della piramide,i miei fratelli di sangue della New Old Story Film, il fratellone Alex, i canadesi, gli americani, Bruce Springsteen, Morrissey, Giacomo Leopardi e Claudia Cardinale. Ah, quasi dimenticavo... pure tutti i giapponesi. Ciao e grazie ancora.
mercoledì 2 aprile 2014
Deep Shock - Nuovo cortometraggio di Davide Melini
Regia e Sceneggiatura: Davide Melini.
Anno di uscita: 2014.
Produzione: Fabel Aguilera e Davide Melini.
Fotografia: Francesco De Luca.
Musiche: Giulio De Gaetano.
Interpreti principali: Lucia Guerrero, Francesc Pagés, Paco Roma, Estela Fernàndez, Erica Prior, Francisco Vidal,
Genere: Thriller/Horror.
Testo di Matteo Mancini
Dopo alcuni mesi di inattività, il forum riprende vita. Spaghetti Western vol.2 mi ha tenuto ai box per circa tre mesi, ma alla fine ha visto la luce, anzi sono usciti addirittura due volumi da oltre 400 pagine cadauno. Naturalmente, entrambe le copie sono attraccate al "porto" de Il Foglio Letterario, in attesa di esser date alle stampe. Presto avrete buone nuove.
Come ripartire se non aggiornandovi con il pre-produzione del corto dell'amico DAVIDE MELINI, di cui avevamo già parlato lo scorso anno?
Il regista romano ha completato il casting, mettendo a segno colpi da novanta. Si è inoltre delineata la sinossi del corto.
Protagonista è una ragazza funestata dal ricordo del nonno e della sorella maggiore, venuti a mancare in circostanze tragiche e non troppo ben chiare. L'evento porta la giovane a non dormire e la mancanza del riposo la porta a subire delle allucniazioni che la condurranno in un viaggio, più o meno reale, popolato di apparizioni e di omicidi commessi da una mano sfuggevole nei suoi contorni.
Dunque un thriller/horror che si prefigge di rispolverare gli antichi fasti di un tempo, difatti viene lanciato dai motti: "Il suo peggior incubo é diventato realtá" e "Il Giallo Italiano é pronto per fare il suo ritorno!"
Melini, assistente non accreditato in La Terza Madre (2007) di Dario Argento e qua al suo terzo prodotto dopo lo spartano The Puzzle e il qualitativo La Dolce Mano della Rosa Bianca (corto premiato mezzo mondo, Canada compreso), è chiaro in questa sua volontà citazionista come testimonia anche la locandina che ha fatto realizzare da Cristina Gòmez Rosales e che, curiosamente, ricorda molto da vicino il gongfu movie Cinque Dita di Violenza (1972). Lo stesso titolo poi è un voluto omaggio a due pellicole del nostro cinema: Profondo Rosso (1975) e Shock (1977) rispettivamente di Dario Argento e Mario Bava. Il regista, ancora una volta, non si nasconde dietro il dito di una mano, ma esprime i suoi concetti in modo chiaro e netto e la cosa non può che farmi piacere: "Deep Shock” vuole essere un omaggio al genere cinematografico italiano conosciuto come “giallo”, che festeggerà i suoi 50 anni nel 2014." Sul punto Melini fa riferimento al giallo La Ragazza che Sapeva Troppo (1963) che Bava girò omaggiando Vertigo (1958) di Hichcock, dimostrando così un certo studio dei nostri classici e non una mera volontà esibizionista buttata in scena senza bussola alcuna...
Le riprese sono ormai pronte a partire, Melini girerà nella città di adozione: Malaga, in Spagna, dove vive da anni per l'impossibilità di lavorare in Italia. L'iniziativa è stata subito accolta in modo caloroso e favorita dalle istituzioni locali, con il coinvolgimento estrinsecato dall'interesse de: "IAJ - Instituto Andaluz de la Juventud" presiduta da Soraya García Mesa, la "Deputazione di Málaga" e il comune di Casabermeja nella persona del sindaco Antonio Domínguez Durán. Per l'occasione il nostro lavorerà con il seguente cast tecnico: Paula Khan (Direttrice di Produzione), Francesco De Luca (Direttore della Fotografia),Rubén FX ed Elisa Rengel (Effetti Speciali), Giulio De Gaetano (Musica), Christian Valente (Sound Designer), Rafa Fields (Graphic Designer), Martín Crespo (Montatore) e Ángel Ariza (3D Artist). Nomi che ai più risulteranno sconosciuti, ma che se coinvolti in questo progetto testimoniano il fatto di saper fare il loro lavoro. Questo perché Melini ha prestato grande cura nello scegliersi i compagni di avventura. Il regista romano conta infatti di fare il salto di qualità definitivo. A tal riguardo ha ingaggiato un cast artistico di prima fascia (tutti censiti nel portale di imdb.com, tanto per intenderci subito) per il format che ha scelto. Protagonista è la giovanissima madrilena Lucia Guerrero, classe 1993, pescata dalle serie televisive spagnole tra le quali la famosa Luna, el misterio de Calenda (2012-13). Se questo titolo potrebbe non dirvi nulla, ma vi assicuro che in Spagna è assai noto, le cose cambiano se vi parlo dei film Darkness (2002) di Balaguero e Il Labiritno del Fauno (2006) capolavoro firmato Guillermo Del Toro (quello di Pacific Rim, giusto per citare un titolo), da dove arrivano rispettivamente Francesc Pagés e Francisco Vidal. Il primo è un attore di lungo corso con svariate fiction alle spalle e con esperienze nel mondo del cinema, oltre al citato lavoro di Balaguero è apparso nell'apprezzato fantasy Blancanievs (2012) di Pablo Berger. Addirittura più qualitativo e longevo il curriculum di Francisco Vidal (debutta nel cinema nel 1952) che festeggia con Deep Shock la sua centesima partecipazione tra fiction tv (dove sta lavorando ultimamente) e opere cinematografiche.
Minore impartanza, ma tutti con alle spalle un'invidiabile carriera, gli altri. Paco Roma, dopo un pugno di fiction tv girate tra il 2006 e il 2012, è in rampa di lancio per debuttare nei cinema (da protagonista) con un trio di pellicole di prossima uscita.
Un'altra veterana dei serial televisivi è Erica Prior, la quale vanta però partecipazioni in horror culto spagnoli come Second Name (2002) del bravo Paco Plaza e The Birthday (2004) di Eugenio Mira, ma badate bene: non da comparsa, bensì da protagonista!
La meno conosciuta è Estela Fernàndez, la quale ha fatto qualche comparsa nella serie televisiva Amar en tiempos revueltos.
Dunque un cast artistico PAZZESCO, con professionisti che sapranno motivare Davide Melini per spingerlo a compiere quel salto che merita. Un'occasione d'oro e una grande iniezione di fiducia che sono sicuro riempirà d'orgoglio Davide e con lui un bel po' di tifosi.
Resta un po' di rammarico che in Italia cose del genere sembrano quasi impossibili, con tanti bravi registi e autori costretti a lottare con I MULINI A VENTO.
Nel mio piccolissimo e con gli enormi limiti dipesi dalla carenza di studio, tenterò comunque di "rispondere" alla chiamata dell'amico Davide con Z3D, cortometraggio anch'esso omaggiante il cinema di genere (Bava, Argento e cinema di arti marziali su tutti) ma con impostazione grottesca strutturato sull'asse CADICE-TIRRENIA (Litorale Pisano), via maestra che si intreccia con quella di MALAGA-ROMA, ma questa volta in amicizia e senza rivalità, il buon Davide Melini e i tifosi di Malaga e Cadice sanno il perché... :D
Presto nuove news con i trailer e i teaser del caso, intanto BUON LAVORO all'amico DAVIDE MELINI con una certezza assoluta: VI STUPIRA' TUTTI!!!
domenica 29 dicembre 2013
Recensione Narrativa: LA STORIA DI RED HANRAHAN (William B. Yeats)
Editore: Galaad Edizioni.
Pag.: 102
Prezzo: 7 euro.
Commento Matteo Mancini.
Poeta premiato col Nobel alla letteratura, William B. Yeats è conosciuto come uno dei migliori artisti irlandesi vissuti a cavallo tra la fine dell'ottocento e i primi del novecento.
Grande appassionato di occultismo nonché del folklore celtico, Yeats ha da sempre cercato di rappresentare e divulgare la cultura del suo popolo interessandosi in modo particolare alla poesia e alla raccolta di fiabe irlandesi.
L'antologia/romanzo La Storia di Red Hanrahan è una di via di mezzo tra le due passioni dell'autore. Yeats propone le vicessitudini del dotto poeta e paroliere Hanrahan, articolandole in sei brevi capitoli (alcuni dei quali persino superflui) non sempre ben collegati tra loro. L'artista, un tempo maestro e cantautore d'eccezione, si trova costretto a vivere da nomade, trasferendosi di continuo per i boschi e le campagne d'Irlanda. Sull'uomo grava infatti una maledizione subita la vigilia della notte di Samhain, per mano di un misterioso vecchio, proveniente dalla Francia, dotato di poteri paranormali (belle le descrizioni con quest'ultimo che ipnotizza, manovrando delle carte da gioco, gli avventori di un'osteria). A seguito del maleficio, Hanrahan, sul punto di sposare la sua amata (che non vedrà mai più), si trova a inseguire nella foresta una lepre braccata da una muta di cani (generati dal sortilegio del vecchio), perdendo un anno della propria vita volato via in un battibaleno (si respira forte aria di stregoniera, peraltro con la presenza di quattro vecchie poste a presidio di una ragazza di rara bellezza, ma schiava di un sonno perenne). Yeats cita vagamente Carroll (Alice nel Paese delle Meraviglie, Alice entra nel mondo fatato inseguendo un coniglio) trasferendo il suo personaggio in una dimensione distorta che lo allontana dalla vita per un periodo che ad Hanrahan sembra di una notte, ma che in realtà corrisponde a dodici mesi.
Sul poeta, da principio smemorato, iniziano così a circolare strane voci: si mormora che su di lui gravi una maledizione e che la sua presenza sia indice di sventure; intanto la sua amata si è sposata con un altro uomo e la cosa non viene accettata dal poeta. Ferito nell'animo, Hanrahan si trova a dover emigrare di continuo di paese in paese, trovando la consolazione al pianto solo nel decantare canzoni ai quattro venti o a gruppi di giovani a cui si manifesta in vesti di maestro. I concittadini, pur riconoscendogli l'immenso talento, non vogliono avere troppo a che fare con lui (accettano di sentirlo cantare ma nulla più), c'è persino che escogita stratagemmi per sbatterlo fuori di casa, e di questo il povero Hanrahan se ne duole senza mai infierire nonostante di lui si dica che "quando la gente della terra d'Irlanda gli faccia male, lui conosca il modo di darle male per male".
Yeats condisce la storia (dai chiari contorni fiabeschi), con spruzzate oniriche (poche, per la verità) e soprattutto con una massiccia dose di malinconia (Hanrahan incarna l'archetipo del poeta romantico ma maledetto, destinato alla sofferenza perenne). Non mancano stralci di poesia (con musicalità delle parole penalizzata dalla traduzione), campo di elezione dell'autore, ma alla fine, eccetto l'ottimo capitolo iniziale, la noia discende presto a farla da padrona.
Epilogo tragico, con un Hanrahan, ormai vecchio, destinato ad aver vita felice solo nell'aldilà, dove dominano gli spiriti del Popolo Eterno.
Il volume è assai breve, anche in considerazione del formato tascabile (15.50 cm * 10,50 cm), e si legge in poco meno di due ore. Nel complesso si rivela piuttosto deludente, vista la firma apposta sul progetto, anche se molto elegante nella prosa.
Tra i passaggi criptici il fulcro della vicenda (nonchè del maleficio) ruota attorno ai semi delle carte manovrate dal vecchio a inizio racconto: "Picche e Quadri, Coraggio e Potere; Fiori e Cuori, Conoscenza e Piacere"; nonché alle frasi, dal vago sapore di una sentenza di condanna, mormorate dalle quattro streghe - rappresentanti dei semi delle carte - ignorate da Hanrahan nel suo viaggio all'inseguimento della lepre: "Non ha alcun desiderio di noi; E' debole, è debole; Ha paura; Ha perso il senno. Echtge, la figlia di Mano d'Argento, dovrà dormire ancora. E' un peccato, un gran peccato!"
giovedì 26 dicembre 2013
Recensione Narrativa: INCUBI & DELIRI (Stephen King)
Genere: Antologia racconti fantastici/noir.
Anno: 1993.
Editore: Sperling & Kupfer
Pagine: 826.
Commento Matteo Mancini.
Dopo A Volte Ritornano e Scheletri, Stephen King da alle stampe nel 1993 la sua terza antologia optando quasi per una via sperimentale. Il maestro del Maine piazza ventiquattro testi assai eterogenei, affiancando ai racconti tradizionali (un po' di tutti i generi), parabole religiose e filosofiche, articoli sportivi e persino una sceneggiatura.
Il livello complessivo dei racconti è probabilmente inferiore rispetto alle due precedenti antologie, sebbene King proponga soggetti più elaborati e con personaggi maggiormente caratterizzati. Proprio in quest'ultimo aspetto sta forse la nota di demerito, poiché l'autore presta più cura nel tracciare le peculiarità dei vari personaggi (aspetto marginale in un racconto e più idoneo a un romanzo) piuttosto che studiare gli intrecci o i contenuti delle storie. Oltre a questo ci sono troppi racconti dalle tematiche o dagli sviluppi ripetitivi (ci sono ben tre racconti incentrati sull'odissea di due sposini in viaggio su strade che li portano a smarrirsi in città maledette), per non parlare di alcuni testi privi di sostanza che culminano nel trash demenziale.
King anticipa il tutto con un'interessante introduzione, intitolata Mito, credenza, fede e l'Incredibile ma vero di Ripley, che ogni amante del fantastico non potrà che sottoscrivere. Dalla voce del "Re" in persona: "Già allora sapevo che c'erano persone nel mondo, troppe per la verità, le cui facoltà immaginative erano intorpidite, se non del tutto annichilite, che vivevano cioè in uno stato mentale analogo all'acromatopsia, vale a dire in bianco e nero. Ho sempre provato compassione per loro, mai sognando che molti di questi individui privi di fantasia, provano nei miei confronti pietà o addirittura disprezzo, non solo perché ero vittima di un numero indefinito di paure irrazionali, ma soprattutto per la mia profonda e incondizionata credulità... Si tratta ancora di vedere l'impossibile e poi raccontarlo per farti credere ciò che credo io."
L'autore trasmette al lettore la sua promessa iniziale, soprattutto in virtù di almeno tre perle e di una mezza dozzina di racconti spassosi, per il resto si perde tra racconti sufficienti e almeno una decina di racconti bruttini e talvolta fuori tema (l'articolo sportivo sulla partita di baseball, su tutti).
L'apice lo raggiunge probabilmente con La Gente delle Dieci. In essa King torna sul tema delle sigarette e sulla volontà di porre fine al vizio del fumo. Lo aveva già
affrontato nel discreto Quitters Inc. (racconto inserito nell'antologia A Volte Ritornano). Questa volta, però, King sposta il tiro dal noir al pulp, con un delirio onirico sospeso tra l'horror e una storia griffata William Burroughs.
Abbiamo un'anonima fumatori che si riunisce nell'interrato di una libreria, allo scopo di organizzare un piano per opporsi a delle creature umane dalle sembianze di pipistrello. Non si tratta di mostri di natura fantastica, ma di banchieri e personaggi influenti di Boston che per motivi non ben chiari vengono visti da questi associati come uomini pipistrello. A permettere ai fumatori di riconoscerli è una combinazione chimica dovuta all'uso della nicotina. “È un po' come il tuo primo orgasmo. Una volta che ti sintonizzi, diventa parte della tua vita. Viene il giorno in cui le sostanze chimiche che hai nel cervello trovano il giusto equilibrio ed ecco che ne vedi uno. Sai, mi sono chiesto quanti sono morti fulminati dallo spavento in quel momento. Scommetto che non sono pochi. ”.
Come al solito l'opera parte in modo blando, con una serie di incubi a occhi aperti vissuti dal protagonista: un uomo che ha riconosciuto per la prima volta un uomo pipistrello e per questo è stato contattato dall'Anonima Fumatori, giunta a salvarlo per annetterlo in essa. King oscilla di continuo tra realtà e delirio collettivo agevolato dalla dipendenza dal fumo.
La fonte da cui King attinge è senza dubbio Essi Vivono di Carpenter (a sua volta debitore, tra gli altri, del racconto I Grigi, inserito nell'antologia collettiva La Società di Lucifero, recensita dal sottoscritto qui nel blog), ma si tratta di un mero spunto di partenza. Il "Re" sviluppa lo spunto in modo originale e gustoso, proponendo una sorta di omaggio in negativo a Batman. Gli uomini pipistrello qui sono gli antagonisti o almeno così sembrerebbe. Ecco che arrivano una serie di tributi collegati alla figura degli uomini pipistrello (ma anche al Chupacabra, seppur con una fisionomia marcatamente umanoide), con King che si conferma abile conoscitore di tradizioni e aneddoti (alcuni tributi sono infatti celati e individuabili solo da certi lettori).
La componente ironica è preponderante rispetto a quella orrorifica (comunque presente soprattutto sul versante psicologico) ed è fortissima, al punto da rendere il testo satirico. King gioca a mettere in ridicolo certe figure di rilievo pubblico (addirittura il vice presidente della Repubblica americana) e certe organizzazioni più o meno segrete di stampo para-mafioso (“Vuole che sua moglie e sua figlia leggano sul giornale che i poliziotti hanno ripescato papà con la gola tagliata? Fanno sempre in modo che sembri il delitto di qualche drogato e funziona sempre, perché sono in gamba e hanno amici altolocati”).
Data la natura ironica e satirica del racconto, a schierarsi contro i mostri di turno non può che esserci un improbabile gruppo di reietti (c.d. "Combattenti della Resistenza"), fatto di individui refrattari alle regole e indisciplinati. Il gruppo cercherà di scoprire, in gran segreto, il bunker dei rivali e di perseverare in un'invisibile guerra contro gli stessi; non sanno però di esser spiati proprio dai pipistrelli in un gioco folle dove tutti controllano tutti. “È come una riunione dell'Anonima Alcolisti in una corsia di ospedale psichiatrico... rigorosamente riservata a psicopatici nonché da essa condotta” scherza King.
Il finale sarà una girandola di colpi a sorpresa e di ribaltamenti situazionali che avranno il loro epilogo, guarda caso, nel seminterrato di una libreria (“Se non hai mai letto niente scritto da loro, ti conviene farlo. Non è mai un male mettere le spalle al sicuro” scrive King riferendosi a certi scrittori).
Come già anticipato l'elemento cardine della storia sono le sigarette: “Gli Stati Uniti sono l'unica nazione al mondo dove gli uomini pipistrello possono esser visti da più di un pugno di persone, perché è l'unica nazione che ha la fissa per le sigarette...”
Dunque un racconto visionario a dir poco pazzesco, dove il divertimento è assicurato.
Non mancano i bei passaggi, alcuni dei quali degni di menzione speciale come il modo in cui King anticipa la descrizione delle creature mostruose: “Era solo quando arrivavi alla testa che ti accorgevi che o ti aveva dato di volta il cervello, o avevi davanti a te qualcosa per cui non esisteva una voce nella World Book Encyclopedia.”
Tra i contenuti celati tra le righe del testo, traspare un interrogativo esistenziale dell'autore che si pone domande sul senso dell'esistenza e sui misteri che vi ruotano attorno. “Questi cosi sono entrati nella mia vita praticamente nel momento in cui arrivavo alla conclusione che il paradiso è una favola per ingenui e l'inferno è il tuo prossimo. Ora sono di nuovo nella confusione totale.”
Bella anche la descrizione degli uomini pipistrello, creature dotate di forza irresistibile e capaci di scomparire nel nulla come ninja. Così King descrive alcune peculiarità degli uomini pipistrello: “Diventano trasparenti, si trasformano in fumo e scompaiono. So che sembra pazzesco, ma niente potrei dire per farti capire quanto pazzesco è stato trovarsi fisicamente presenti e vederlo accadere. All'inizio pensi che non sia vero anche se sta succedendo davanti a te, pensi che debba essere un sogno, o che magari sei finito chissà come in un film, uno di quelli pieno di effetti speciali straordinari come quella vecchia trilogia di Guerre Stellari.”
La parte finale è una perla da racconto pulp, un vero e proprio delirio (poliziotti pipistrello, guerriglieri della resistenza che invocano l'amnistia e via dicendo) con folle regolamento di conti e con personaggi che non capiscono più dove si trovano e cosa stia succedendo, anche perché si ribaltano tutte le situazioni iniziali. Inevitabile il senso di smarrimento dei personaggi della storia e dei lettori, con fantasia e realtà che si sovrappongono e si confondono tra loro. Attingendo direttamente dal testo: “Hai mai visto un uomo pipistrello che fa il portinaio?” io, francamente, direi di no.
Il tema della realtà che si mescola con la fantasia e viceversa ritorna prepotente con un altra gemma del volume: L'Ultimo caso di Umney.
Qua abbiamo un detective privato degli anni '30 alle prese con un cliente bizzarro che ha la sua stessa faccia e la sua stessa voce, ma che proviene dagli anni '90 (con tutti gli strumenti del caso)!? Più che dal futuro, lo sconosciuto arriva da un'altra dimensione: quella reale! Il detective, suo malgrado, scoprirà invece di aver da sempre vissuto in un mondo fittizio, tanto che lui stesso è una creazione proprio dell'uomo che si trova seduto nel suo studio. Quest'ultimo altro non è che uno scrittore, mentre il detective è il personaggio delle sue storie. Lo scrittore è riuscito a trovare il modo, con la fantasia, di entrare nel mondo immaginario e conta di rubare l'identità al suo personaggio per spedirlo, al suo posto, negli anni '90.
Anche questo è un ottimo racconto, a metà strada tra il noir (caratterizzazioni e location sono quelle) e il grottesco.
King propone il suo caro tema del doppio e vi aggiunge interessanti spunti che vanno dal rapporto Uomo-Dio (“quando nel tuo ufficio si presenta Dio a dirti che ha deciso che preferisce la tua vita alla sua, come puoi credere di avere vie di uscita?”) a critiche di carattere generale ovvero di rilievo psicologico.
Da applausi, per il coraggio, alcuni passaggi in cui King attacca – a ragione – l'aridità delle persone medie e in particolare di quelle burocratiche. Si legge: “Sono gli idioti di questo mondo, soprattutto politici e avvocati, a deridere la fantasia e a credere che una cosa non sia vera se non la possono fumare o accarezzare o tastare o scopare. Pensano così perché sono loro stessi sprovvisti di fantasia e non ne sospettano il potere.”
Non manca poi un altro tema caro all'autore del Maine ovvero la salute mentale di certi artisti. È lo scrittore protagonista della storia a delineare il pensiero di King. “Molto raramente gli scrittori si lanciano nei mondi di loro invenzione e quando lo fanno si limitano a trasferirsi con la testa, mentre il loro corpo vegeta in qualche ospedale psichiatrico. La maggior parte di noi si accontenta di fare il turista nei territori della nostra fantasia”; il protagonista di King invece vuole andare oltre, pretende di vivere nella fantasia perché è stanco del suo mondo che tanti dispiaceri gli ha riservato e riesce a farlo proprio a discapito del suo personaggio.
Il testo, di per sé molto affascinante (con una prima parte blanda ma funzionale a delineare l'atteggiamento nevrotico del detective), è impreziosito da una serie di tributi (per una volta non scopiazzature) a Raymond Chandler, con nomi e località utilizzate proprio per omaggiare l'opera del grande autore. Indubbiamente un bel racconto, anche qua con elementi di scena che compaiono e spariscono come in un numero di magia.
Se con il racconto sopramenzionato King torna sul rapporto sfuggevole tra la realtà e la fantasia, con Il Volatore Notturno tornano in azione gli uomini pipistrello. Questa volta però siamo alle prese con un tesissimo thriller che si trasforma in horror solo nella bellissima ultima parte.
Protagonista è Richard Dees, cinico reporter di una rivista dedita all’occulto, che si è messo sulle tracce di un serial killer che vola - a bordo di un Cessna Skymaster - di aeroporto in aeroporto, mietendo vittime. Il killer ha il vezzo di omaggiare personaggi e attori legati alla trasposizione cinematografica del Dracula di Bram Stoker, chiamandosi col nome di Dwight Ranfield; Come se ciò non bastasse, firma tutti gli omicidi con due fori impressi nel collo delle vittime grandi quanto le punture di una zanna. La cosa curiosa ricade sul fatto che le vittime sembrano esser state ipnotizzate.
Dotato di un fiuto da cacciatore, il reporter riesce a imbattersi nel killer proprio mentre lo stesso sta consumando l'ennesima mattanza, in una notte tempestosa. Ciò che il giornalista non sa è che l'assassino è una creatura diabolica, un mostro che non si riflette negli specchi, che va in giro in smoking, cravatta di seta e mantello nero foderato di rosso… Per salvarsi, Dees dovrà cancellare tutte le prove raccolte, pena la pazzia.
Di sicuro è il racconto più sinistro della storia, con punte in cui serpeggia la paura. Il ritmo è sempre alto, per una volta, ma non quanto il film (The Night Flier) che ne verrà tratto, peraltro con partecipazione di produttori italiani, per la regia dello sconosciuto e debuttante Mark Pavia (non dirigerà altri film).
Tutto ruota attorno a Richard Dees, fotoreporter senza scrupoli sempre a caccia dell'articolo a effetto. La caratterizzazione di questo personaggio non è sviluppata allo stesso modo di quanto sarà fatto nel film (in esso, a differenza del racconto, lo vedremo lucrare come un avvoltoio sulla morte altrui e addirittura scattare foto, senza rispetto, ad automobilisti rimasti vittima di incidenti mortali), tra l'altro viene quasi del tutto meno l'atteggiamento ossessivo e competitivo (comunque presente) che avrà Dees nel film, per la concomitante indagine di una giovane reporter alle prime armi. Cambia anche il finale, dal momento che Pavia renderà persino più delirante e scatenato l'epilogo.
Belli alcuni passaggi, ancora una volta incentrati sugli effetti che il mondo del paranormale può praticare nelle menti dei bambocci; un classico per questa tipologia di narrativa. “Sapeva quanto fosse alto nel suo mestiere il tasso di cortocircuiti. Sembrava che esistessero limiti oggettivi al tempo che si poteva dedicare a scrivere di dischi volanti che si portavano via interi villaggi brasiliani... Poi un giorno, all'improvviso, i circuiti andavano in corto”. Per sfuggire a tali inconvenienti il protagonista ha elaborato una sua filosofia: “Non credere mai a ciò che pubblichi e non pubblicare mai a ciò a cui credi. Era un principio che lo aveva aiutato a mantenere il proprio equilibrio mentale mentre intorno a lui gli altri perdevano l'orientamento della ragione.”
Non manca poi qualche frecciata di ironia diretta ai consumatori voyeuristici di certe riviste: “Inside View non era letterario... I due elementi che ne avevano decretato il successo erano sangue a secchiate e viscere a manciate”.
Quelli di cui sopra sono i tre migliori elaborati del lotto, anche se almeno altri quattro racconti si distinguono dalla massa per tensione e gusto citazionista dell'autore.
King omaggia in modo esplicito H.P. Lovecraft e Sherlock Holmes di C.A. Doyle, rispettivamente con Crouch End e Il Caso del Dottore. Nel primo racconto abbiamo la solita coppia di sposini che si perde in un quartiere di Londra (dove abitava il collega nonché collaboratore di King, Peter Straub). La zona è famosa per tutta una serie di scomparse e pare esser maledetta da un'influenza negativa che vi apre una dimensione ultraterrena dominata da esseri mostruosi legati a divinità di lovecraftiana memoria.
Nell'omaggio a Conan Doyle, ritroviamo in azione Sherlock Holmes e il suo assistente Watson, impegnati a risolvere un caso che mette in crisi la polizia. Sarà Watson a sbrogliare la matassa legata all'assassinio di un vecchio e all'eredità dallo stesso lasciata ai figli. Si tratta di un gradevole omaggio a Conan Doyle, con l'introduzione di qualche gustoso diversivo (Watson che anticipa il suo maestro nella soluzione del caso) e molte conferme che saranno apprezzate dagli amanti della serie (odio di Holmes per i gatti, vezzo per il violino e la coca). Il limite del testo sta nel non dare al lettore la facoltà di immaginare chi sia l'assassino, ma di concentrare il tutto sulla ricostruzione del modus operandi dei killer e sul loro movente, con Watson che capisce ogni cosa non appena entra sulla scena del delitto.
Particolarmente teso è La Cadillac di Dolan, un revenge movie on the road con un maestro delle elementari che confeziona una buca in pieno deserto in cui far cadere la Cadillac di un mafioso, con l'intento di seppellircelo vivo. Si passa invece all'horror dalle venature fantascientifiche con l'apocalittico Parto in Casa.
Abbiamo la canonica epidemia che falcidia la popolazione e che porta i morti di tutto il mondo a rianimarsi e ad attaccare i vivi. La sorgente del fenomeno è uno strano oggetto in orbita sopra il Polo Sud. Uno space shuttle, sotto il controllo cinese e americano, visita il luogo, e scopre il disastro. Un solo membro della ciurma sopravviverà a lungo per descrivere l'oggetto alieno: una sfera gigante composta da vermi che finiranno col attaccare e aprire lo shuttle.
Tutti i tentativi di distruggere la sfera saranno vani, mentre gli zombi aumenteranno di numero portando al collasso la civiltà. Tutto questo è testimoniato da Maddie e dagli altri abitanti di Jenny che decideranno di prepararsi all'attacco degli zombie in un epilogo di romeriana memoria.
I sette testi sopra descritti possono a tutti gli effetti essere inseriti tra i trenta migliori racconti brevi del maestro del Maine, purtroppo gli altri diciasette elaborati non raggiungono questo livello. Ci sono racconti con delle buone idee ma non ben sviluppate, come La Fine del Gran Casino (sci-fi apocalittico in cui uno studioso diffonde, spargendolo su tutta la popolazione, un composto chimico capace di ridurre l'aggressività dell'uomo, avente però la spiacevole controindicazione di favorire l'insorgere dell'Alzheimer), il mezzo erotico nonché folle Dedica (donna costretta da una maga a ingoiare lo sperma di uno scrittore, in modo da trasferire al figlio che porta in grembo il talento dell'uomo), il nostalgico E Hanno una Band dell'altro Mondo (coppia di sposini che finiscono in un villaggio dove rivivono le star del rock americano) e il noir Il Quinto Quarto, ma ci sono anche testi demenziali (Il Dito, Denti Chiacchierini) o comunque scopiazzati (La Stagione delle Piogge - brutta copia de Gli Uccelli di Hitchcock - Spiacente, è il numero giusto, Bambinate, La Casa di Maple Street che ricorda un po' Bad Taste di Peter Jackson) o ancora noiosi (Scarpe da Tennis, Ti Prende a poco a poco), per non parlare dei testi completamente fuori tema.
Per concludere si tratta di un'opera piacevole da leggere, ma un po' fracassona che da l'impressione di un King propenso a buttare di tutto nel calderone tanto per allungare la minestra. Con qualche taglio e con l'aggiunta di un pugno di racconti di ben altro calibro sarebbe potuta essere sul livello delle prime due antologie dell'autore.
lunedì 23 dicembre 2013
Recensione de MAESTRI DELLA LETTERATURA FANTASTICA (Les Maitres de l'Etrange) (AA.VV. Ediz. Edipem / Atlas)
Titolo originale: Les Maìtres de l'Etrange, Ediz. ATLAS.
Autori: Edena-Paris, Edy Minguzzi e Fernanda Tosco.
Genere: Mini enciclopedia.
Anno: 1981
Editore: Edipem.
Pagine: 243.
Commento Matteo Mancini.
Sorta di mini enciclopedia, dedicata ai (principali) "maestri della narrativa fantastica", edita in Italia dalle Edizioni Edipem, nel 1983, ma uscita due anni prima in Francia per conto delle Editions Atlas di Parigi, col titolo Les Maitres de l'Etrange.
Il volume prende le mosse con un'ottima presentazione sottoscritta da Edy Minguzzi e prosegue dedicando due pagine illustrate per ogni autore (come mostro nella foto di cui sopra, abbandonandomi al proverbiale sense of wonder) per un totale di circa centoventi scrittori. Il lettore entra dunque subito nel vivo, senza dover passare da introduzioni incentrate sulla nascita del genere fantastico ovvero senza dover esser guidato da una panoramica propedeutica all'esame dei singoli autori.
Il libro è senza dubbio un qualcosa di fantasmagorico per un appassionato del genere e anche per chi cerchi una bussola orientativa che lo porti a conoscere nuovi autori nell'ambito della narrativa di riferimento. Per il sottoscritto è stato come entrare in una sala ludica e divertirsi nel provare tutte le attrazioni: un vero spasso.
Si assiste così a una lunga rassegna, che parte da Dante Alighieri e termina con Tanith Lee, corredata dalle foto di tutti gli scrittori presentati e dalle raffigurazioni di copertine e disegni a loro connessi. Purtroppo il formato adottato impedisce un esame approfondito, tuttavia gli autori affrontano con piglio esperto e non meramente superficiale i vari "maestri" cercando sempre di leggere tra le righe dei loro testi. Ne deriva una rassegna benedetta da una luce che filtra in profondità negli abissi della narrativa fantastica e cerca di illuminare laddove i lettori poco attenti non sono soliti spingersi. Questo approccio è da subito evidente. E' lo stesso Minguzzi a farlo capire nell'introduzione dell'opera.
"Il fantastico apre l'accesso a dimensioni terribili e proibite dell'essere" spiega Minguzzi. "Dimensioni riscoperte dalla psicanalisi che le ha accomunate nell'unica definizione di subconscio, ma che l'antichità divideva in due sfere: il mondo soprarazionale e il mondo infero. Il fantastico apre uno spiraglio verso l'uno o verso l'altro di questi due universi proibiti alla ragione."
Se quanto sopra potrebbe ritenersi piuttosto comune nell'analisi del genere, la particolarità de "I Maestri della Letteratura Fantastica" è da individuare, per buona parte degli scrittori proposti, nello sforzo di interpretare e comprendere i riferimenti esoterici/iniziatici celati nei loro romanzi, al fine di dare una lettura tesa a decriptare i simbolismi e le metafore utilizzate dai vari maestri per rendere elitario il significato delle loro opere.
Minguzzi è bravo a citare, nella sua introduzione, l'immenso Jorge L. Borges il quale parlava "di uno sconcertante punto Alfa dal quale si poteva cogliere la totalità dell'esperienza al di là del tempo, dello spazio, della materia e della causalità così come sono percepite dalla ragione". Accedere a questo "Punto Alfa", secondo il maestro argentino, significa "identificarsi col cosmo in un processo che nell'ambito religioso si avvicina all'esperienza dei mistici, mentre nel solco dell'esoterismo si accosta al procedimento alchemico dell'integrazione dell'uomo nel cosmo in una corrispondenza armonica del TUTTO NEL TUTTO."
Già da queste premesse, si intuisce che avremo a che fare con un approccio di studio non scolastico ma orientato in un'ottica da veri specialisti. Ecco quindi che Minguzzi arriva a scrivere che chi giunge al Punto Alfa è in grado di "sciogliere i corpi e condensare gli spiriti secondo il motto dell'Alchimia solve et coagula, o di indiarsi, come fa Dante, perché in una dimensione che travalica spazio, tempo, materia e causalità nulla preclude il passaggio dalla materia allo spirito."
Delineato il contesto e la chiave interpretativa con cui affrontare un certo tipo di letteratura, arriva puntuale l'ammonimento per i bambocci o gli irrispettosi di turno. Spiega Minguzzi: "l'accesso a questa sfera non è per tutti. Occorrono un'iniziazione, una preparazione adeguata e un graduale accostamento attuato seguendo il solco di una religione rivelata o di un itinerario ieratico e rituale consacrato da millenni di tradizione. Solo chi segue questa prassi può sviluppare facoltà sottili che gli consentono di superare le barriere della ragione, e infine intuire la Legge Cosmica invisibile che motiva gli eventi terrestri; solo gli eletti possono vedere le cause superiori che occultamente determinano gli accadimenti dall'uomo attribuiti al caso. Chi non è chiamato a tanto è destinato alla follia, così come chi viola le frontiere del soprannaturale senza adeguata preparazione si apre alla psicosi e alla schizofrenia."
Quanto in pillole anticipato da Minguzzi emerge in modo dirompente nelle sfaccettature dei vari scrittori analizzati. Accanto ai capisaldi del genere come la scuola anglo-irlandese legata al gruppo capitanato da Yeats e Conan Doyle ovvero il corposo gruppo weird tales con i tre moschettieri Lovecraft, C.A. Smith e R.E. Howard in prima linea, abbiamo i grandi classici reinterpretati secondo l'ottica già menzionata (Dante, Ariosto, Tasso, Rebelais, Cyrano di Bergerac, Jonathan Swift, Goethe, Dumas etc...) e i precursori del romanzo del terrore come Sheridan Le Fanu, Mary Shelley, E.A. Poe.
Viene inoltre dato spazio ai maestri delle fiabe (Perrault, Andersen, Carroll, Collodi, mancano invece i Grimm), agli anticipatori del romanzo sci-fi (Verne, Wells), agli occasionali (per il genere) Gabriele D'Annunzio (notevole rilettura esoterica), Gogol, Tolstoj e Kafka, alla scuola di lingua tedesca rappresentata da maestri monumentali come Meyrink e Hoffmann (analizzati anche Kubin, Ewers, Herzl etc), per non parlare dei precursori del fantasy come Lord Dunsany e Tolkien. Corposa schiera infine di autori di lingua francese, molti dei quali neppure tradotti in Italia, da cui però manca in modo inspiegabile Gaston Leroux (autore del famoso Il Fantasma dell'Opera).
Nella seconda parte del volume irrompono gli autori sci-fi con Orwell, Simak, Van Vogt, Dick, Asimov, Scheckley, Bradbury, Matheson etc. Spazio, tra gli altri, anche per i superlativi Borges, Cortàzar e Marquez.
Come anticipato, e come era inevitabile, ci sono delle esclusioni illustri alcune delle quali gravi, seppure molti di questi scrittori finiscono con l'essere citati nel testo. Così, oltre ai già citati, non sono analizzati i "creatori" del romanzo gotico Horace Walpole (autore de Il Castello di Otranto), Ann Radcliffe (conosciuta per L'Italiano) e Matthew G. Lewis ("Il Monaco"), gli irlandesi Oscar Wilde ("Il Ritratto di Dorian Gray") e Maturin ("Melmoth"), gli slavi Bulgakov ("Il Maestro e Margherita") e Lem ("Solaris") e poi ancora Seabury Quinn (autore col maggior numero di pubblicazioni sulla rivista Weird Tales), gli specialisti delle ghost stories Benson, Oliver Onions e De la Mere, i fantascientifici atipici Ballard e Zelazny e i nostri Pirandello, Calvino e Capuana (c'è invece Dino Buzzati). Il fatto che poi il volume sia del 1981 motiva l'esculsione dei vari King, Barker, Straub, Campbell, Wagner e compagnia.
Al di là delle esclusioni, che comunque hanno permesso l'inclusione di autori come De Nerval, Peladan, Danrit (personaggio interessante che mi piacerebbe vedere pubblicato anche in Italia), Sax Rohmer (famoso per Fu Manchu, ma di cui in Italia non si trovano i racconti fantastici), Fèval, Huysmans, Rosny Ainé e molti altri ancora, solitamente ignorati in volumi del genere, si tratta di un'opera notevole e utile a capire il giusto approccio alla lettura di un tipo di narrativa giudicata, in modo stolto, di serie B o da ragazzi da una superficiale e arrogante scuola di pensiero.
In conclusione, visto il periodo, si tratta di un volume perfetto per un grande regalo di Natale da fare a chi legge una certa tipologia di libri. L'aspetto negativo sta nella difficile reperibilità, trattandosi di un volume fuori catalogo e spesso associato a un'enciclopedia chiamata "DIMENSIONE X".
Vale l'acquisto.
sabato 30 novembre 2013
Recensione Narrativa: IL GIORNO RUBATO (di Marco De Franchi)
Genere: Thriller/Horror esoterico
Anno: 2013.
Edizioni: La Lepre Edizioni.
Pagine: 333
Prezzo: 16 euro.
Commento Matteo Mancini.
Sei veramente sicuro di ciò che ricordi? questo il sottotitolo che saluta l'ultima e recentissima fatica del bravo Marco De Franchi.
Pubblicato nel maggio ultimo scorso da La Lepre Edizioni, per la collana Fantastico Italiano diretta dallo scrittore Luigi De Pascalis, Il Giorno Rubato segna il ritorno in pista di uno dei pupilli della pregiata e qualificatissima scuderia che ha nel grande Gianfranco De Turris il mentore di riferimento.
Autore ferratissimo nell'ambito della letteratura fantastica, ricordo De Franchi tra i finalisti delle Ormegialle (se non vado errato nel 2010) in una fresca serata di luglio in quel di Pontedera, con il moderatore della manifestazione, tale CIMINO, che elargiva complimenti a un'accoppiata di finalisti accumunati da un mestiere vicino al mio e che in seguito si sarebbero fatti valere: il citato De Franchi e RICCARDO GAZZANIGA, fresco autore del fortunato A Viso Coperto (uscito qualche mese fa per Einaudi e presentato su LA 7 a "Le Invasioni Barbariche"). Quella sera Cimino non sapeva che oltre ai due, seduto tra i sedili a godersi la serata nel parco di Pontedera, c'era (in incognito) anche un terzo loro "collega" (in compagnia di un trio di amiche scrittrici di belle speranze), un ragazzo che saprà farsi valere nel prossimo futuro... Soprattutto però ricordo De Franchi per l'ottimo Delitto nella Città Verticale, racconto di chiusura della buonissima antologia Sul Filo del Rasoio pubblicata sul Giallo Mondadori a cura proprio di De Turris. Si tratta di un racconto che ho recensito qua nel blog e che, a mio avviso, è tra i migliori racconti di fantascienza mai scritti ambientati in quel di Pisa, un vero gioiellino.
Veniamo ora al libro in questione, una sorta di mix tra Dark City (film di Alex Proyas, regista de Il Corvo, anticipatore della saga Matrix ed epigoni), La Terza Madre, Dylan Dog e X-Files.
De Franchi schiera come protagonista della vicenda un detective dell'occulto amatoriale, Valerio Malerba, professione scrittore di storie paranormali. "Documentare l'incredibile è il mio compito... il bizzarro in fondo è il mio mestiere. Sono un esperto del genere, è difficile che la gente creda a uno scrittore che racconta di mostri" va dicendo nel corso dell'opera. Dunque un personaggio che non ha nulla del poliziotto, ma che indaga con coraggio e caparbietà su fatti misteriosi ("dicono che sei uno scrittore forte, uno che va a fondo dei misteri senza farsi distrarre da seghe mentali"), con la speranza di svelare misteri capaci di permettergli di scrivere un best seller.
Malerba viene così ingaggiato da un vecchio collezionista di oggetti occulti. L'uomo si è infatti aggiudicato in un'asta telematica un video in cui si vedono delle creature assurde, denominate "i cacciatori", avventarsi su un clochard ridotto a zombie. La particolarità però sta nel fatto che si tratta dell'unica prova dell'esistenza del giorno 13 marzo 2007. Non c'è nessun altro documento o testimonianza relativa a quel giorno, tanto da lasciar supporre che non sia mai esistito o che comunque il mondo intero si sia preso una vacanza collettiva senza poi ricordarne la destinazione.
Malerba accetta l'incarico e si sposta a Roma, dove il video è stato girato, con il compito di autenticarne la veridicità e soprattutto di far luce sul 13 marzo 2007.
La prima parte del romanzo scivola via con la presentazione del personaggio (ne facciamo la conoscenza in un caso di crop circles) e con le sue prime indagini. De Franchi da un taglio iniziale vicino al giallo, scopriamo che l'autore del video è scomparso nel nulla così come altri personaggi legati al documento sono morti o si sono suicidati in circostanze sospette. Tuttavia, nonostante l'intelaiatura da giallo-noir, si percepiscono già elementi destabilizzanti, ai limiti della sci-fi. La salubrità mentale di Malerba inizia a vacillare sotto l'effetto di forze ed energie che interagiscono con la realtà, modificando vie, assumendo corpo e voce di persone morte da anni o addirittura di individui ancora in vita, in quelle che possono definirsi delle vere e proprie sostituzioni di persone. Lo scrittore, a poco a poco, perde la tranquillità ("non so chi, ma c'è qualcuno, là fuori, che sta tentando di togliermi tutto il mio coraggio. Non posso accettarlo. Mi dico che sto comportandomi da paranoico: se comincio a prendermela con quelli là è finita"), ma continua a scavare nel profondo dei misteri di Roma. Ciò che più lo spaventa è la sensazione che qualcuno diriga il mondo senza lasciare libero arbitrio agli uomini: "non temo l'ignoto, quanto la sensazione di perdere il controllo; il sapere che qualcun altro può giocare con me e con la mia vita!"
Testardo e incoraggiato dal feeling con una giovane ragazza (con cui finisce a letto in perfetto stile dylandoghiano), Malerba porta alla luce la celebrazione di un culto che si è perso nel tempo. Emerge così una seconda data, 11 giugno (il giorno dei Matrialia), legata al culto della GRANDE MADRE, la Mater Matuta (la genitrice del mondo). Le energie ruoterebbero proprio attorno a questa divinità, sarebbero delle sorte di emissari malvagi. Malerba scopre inoltre che i giorni a essere scomparsi dalla storia dell'uomo sono molteplici, spalmati in tutta l'esistenza della storia umana. Responsabile di ciò sembrano essere proprio queste creature incorporee, che lo scrittore definisce "parassiti con poteri abnormi, che succhiano i nostri pensieri, i nostri ricordi, le immagini dei nostri cari; e poi le riproducono quando ne hanno bisogno, se ne rivestono per ingannarci, per portarci più in là." Un modus operandi identico a quello degli alieni che manipolano le menti nel film Dark City, interagendo proprio sul tempo, bloccandolo a loro discrezione per apportare le modifiche esistenziali che ritengono opportune.
De Franchi sviluppa il soggetto in modo lento, ritorna spesso sui concetti focali della vicenda dilatando i fatti e proponendo vari incubi a occhi aperti del protagonista che vive momenti che rievocano racconti come La Scorciatoia della Signora Todd di Stephen King (col protagonista che vaga a piedi o in macchina finendo in posti anomali e non presenti sulla cartina, per poi risvegliarsi altrove con buchi temporali che non riesce a spiegare). Lo stile è leggero, di pronta soluzione, senza fronzoli o virtuosismi. Il meglio però viene concentrato nella seconda parte del romanzo, soprattutto nelle ultime cento pagine, quando la storia prende la piega horror, con un occhio di riguardo alla ghost story e all'esoterismo.
Fa la comparsa una confraternita di adepti, dal vago sapore lovecraftiano, che si riunisce nel sottosuolo di Roma per bestemmiare la Mater Matuta. Il loro santone definisce l'ordine "il custode, il difensore. Un baluardo, forse l'unico, al caos definitivo voluto dai cancellatori che si cibano all'interno dei vuoti temporali dagli stessi orditi."
Malerba finisce preda del terrore, incapace di discernere tra realtà e fantasia, piegato da eventi soprannaturali, circondato da morti violente, scomparse inspiegabili, incontri con persone che poi scoprirà essere morte da decenni e infine tormentato da una sorta di demone (dall'aspetto di una seducente donna) che lo bracca di continuo. De Franchi piazza almeno un paio di capitoli di terrore puro, magari non orginali ma ben descritti. Uno di questi è la mattanza nei sotterranei di Roma perpetrata da esseri di provenienza occulta, l'altra è l'incontro tra il protagonista e il demone personale in una magione abbandonata in mezzo alla campagna toscana (in una progressione in cui si passa dal giallo all'orrore e si chiude con un velato erotismo). Disturbante poi la minuziosa descrizione di un sinistro stradale alquanto cruento.
Intuito il mistero che si cela tra i fotogrammi del video e ormai sull'orlo della pazzia, per lo scrittore si profila un nuovo obiettivo, voluto proprio dagli esseri misteriosi: capire quando questi fermeranno di nuovo il mondo ed evitare che rapiscano altre persone. Proprio così, poiché Malerba e il suo datore di lavoro scoprono che ogni evento è preceduto da una catena crescente di delitti e disgrazie (come ne La Terza Madre) nonché di comportamenti di animali impazziti che si suicidano in massa (il riferimento va a Machen e alla Du Maurier). Ciò porta i due a ipotizzare l'esistenza di un Piano Zero in cui si muovono alcune "energie", una sorta di sospensione temporanea della realtà, una zona grigia, in cui tutto può accadere e nulla di quello che accade lascia una traccia. Un fermo immagine della vita, all'interno del quale si può giocare a scombinare ogni elemento, a far sparire cose o persone, a sovvertire le leggi della fisica. Gli umani sarebbero così vittime di esperimenti di esseri superiori che conducono giochi crudeli con loro.
Bella la battuta di "meta-narrativa" con cui Malerba, quasi al termine del romanzo, commenta la situazione in cui è venuto a trovarsi: "All'improvviso, sono diventato il personaggio di uno dei miei libri: il testimone che narra di un rapimento alieno o delle lacrime di sangue sgorgate da una statua della Madonna." E intanto si avvicina l'11 giugno, il giorno di Mater Matuta, l'epilogo della vicenda, proprio mentre strani individui forestieri iniziano a vagare in paese facendo domande a tutta la popolazione, il giusto tributo di De Franchi ai famosi Men in Black della tradizione rosweliana.
Dunque un romanzo da ascrivere al filone fantastico/esoterico degli indagatori dell'occulto. De Franchi modernizza lo stile narrativo, rispetto ai maestri del genere, pecca forse di una certa ridondanza nello sviluppare la trama, ma non si rivela mai troppo noioso. L'idea base su cui ruota la storia risente molto del soggetto di Dark City, anche se poi il tutto viene narrato in modo diverso e soprattutto cercando di ancorarlo alla storia antica di Roma e al culto di Divinità millenarie il cui ricordo si consuma nella nebbia del tempo. C'è da dire che l'autore non si sofferma troppo su questi ultimi argomenti, ma si limita a brevi accenni, evitando così di risultare troppo pesante per i non studiosi di occulto o esoterismo.
Lettura consigliata agli amanti del filone fantastico e anche fantascientifico filone esistenziale (passatemi la sottocategoria). Gradevole e non troppo impegnativo, a tratti vagamente ipnotico.






