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giovedì 8 maggio 2025

Recensione Narrativa: L'ORECCHIO DELLA CIVETTA di Erckmann-Chatrian.


Autore: Emile Erckmann e Alexandre Chatrian.
Titolo Originale: L'Oreille de la Chouette.
Anno: 1849-1860.
Genere: Folk Horror.
Editore: Agenzia Alcatraz, 2023.
Pagine: 350.
Prezzo: 17.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Tredicesima uscita per la collana Bizarre dell'Agenzia Alcatraz, che ripropone i numeri più famosi della serie belga Marabout Fantastique. Dopo aver rispolverato alcuni dei nomi più famosi del fantastico francofono (e non solo, basti ricordare le uscite dedicate a Ethel Mannin e Vernon Lee), è la volta della coppia costituita da Emile Erckmann e Alexandre Chatrian, due autori della seconda metà dell'ottocento soliti firmare a quattro mani i loro testi.

Assai famosi in vita nella seconda metà dell'ottocento, soprattutto per i loro adattamenti teatrali, le riduzioni liriche (addirittura di Pietro Mascagni), i romanzi patriottici e i racconti incentrati sulle cronache di vita rurale della popolazione dell'Alsazia-Lorena (di cui i due autori erano originari), il sodalizio Erckmann-Chatrian ha scritto pagine importanti del fantastico francese tanto da ricevere lodi da firme quali Howard P. Lovecraft (che li cita nel suo Supernatural Horror in Literature) e Montague R. James. Una qualità sfociata in oltre un milione di copie vendute quando ancora erano in vita. Una fortuna che ha toccato il fantastico (campo di elezione soprattutto di Erckmann) salvo poi allontanarsene a favore di tematiche di presa storico-politica. Un successo rovinato dalla vicenda conclusiva che ha posto termine alla collaborazione sfociando addirittura nelle aule di tribunale, a seguito di una serie di rivelazioni fornite da Alexandre Chatrian a un giornalista de Le Figarò. Chatrian affermò che il socio Erckmann aveva posizioni politiche filo tedesche e assicurò che l'autore delle opere firmate Erckmann-Chatrian in realtà era lui stesso. Assai infastidito, Erckmann citò a giudizio l'ex amico e riuscì a ottenere la condanna dello stesso per diffamazione. Quarant'anni di carriera (1847-1889) cancellati da un triste epilogo, reso ancora più amaro dai problemi mentali che minarono la salute di Chatrian portandolo alla morte pochi mesi dopo la condanna.

Nel novecento la produzione Erckmann-Chatrian è stata a poco a poco ridimensionata, tanto che i due autori non sono stati citati nel volume francese (aspetto che rende ancora più importante l'esclusione) della Edipem Maestri della Letteratura Fantastica. A loro non è neppure dedicato un rigo nella Guida alla Letteratura Horror dell'Odoya anche perché nel novecento, in Italia, la loro produzione è stata quasi del tutto ignorata. Il loro primo racconto (L'Araignée-Crabe) è stato pubblicato nel 1957, all'interno dell'antologia Destinazione Universo, per poi esser di nuovo riproposto nel 1994 in un trittico tutto dedicato alla coppia francese edito da Edizioni Theoria e completato da Le Trois Ames e Le Lunette de Hans Schnaps.

Si deve poi a riviste come Hypnos (nel numero 10 dell'autunno 2019 è pubblicato uno speciale di Danilo Arrigoni interamente dedicato alla coppia) e ad Agenzia Alcatraz la loro riscoperta, oltre che alla Dagon Press di Pietro Guarriello che, nel 2021, ha proposto per la prima volta in Italia un romanzo della coppia: Hugues Le Loup (“Il Lupo”).

L'antologia della Agenzia Alcatraz, ottimamente tradotta da Camilla Scarpa, delude le attese degli amanti del fantastico, a causa di una selezione (operata dai curatori della Marabout Fantastique) che non massimizza la produzione fantastica della coppia diluendo il materiale con tanti racconti che di fantastico non hanno nulla. Sarebbe forse stato opportuno – sebbene contrario allo spirito della collana Bizarre – proporre una selezione rimodulata e sbilanciata sul fantastico. Dei diciotto racconti proposti meno della metà sono ascrivibili al fantastico. Tanti non possono neppure qualificarsi come perturbanti. Dominano le cronache di paese, i momenti di vita comune, tra locande (sempre presenti), passeggiate in campagna, combattimenti tra animali, furti e omicidi. Tra gli argomenti ricorrenti abbiamo i deliri allucinatori provocati dall'abuso dell'alcool o dalle problematiche mentali, il sonnambulismo, la sfiducia nelle masse, la caratterizzazione negativa degli ebrei, le ambientazioni teutoniche, l'amore per l'arte (i protagonisti spesso sono pittori o musicisti), ma anche bizzarre scoperte scientifiche che potenziano i sensi umani.

Sorprende lo stile leggero, delicato, che non disdegna il romanticismo e una comicità grottesca, senza mai appesantire o annoiare anche quando i contenuti delle storie hanno poco da dire. La lettura è sempre piacevole e cala con successo il lettore nelle ambientazioni.

Il volume pubblicato dala Dagon Press.

Tuttavia solo due dei diciotto racconti proposti, specie se si considera l'anno di pubblicazione, sono da reputare autentici capolavori. È il caso de Il Cannocchiale di Hans Schnaps (La Lunette de Hans Schnaps, 1859) uno sci-fi ante-litteram che anticipa la tematica della realtà virtuale. Uno scienziato pazzo inventa un cannocchiale speciale (“materializza le idee e le mette a disposizione delle masse”) che riproduce tutto quanto passa nella mente dell'uomo che vi guarda all'interno, traducendo in immagini pensieri, sogni e aspirazioni provocando una vera e propria fuga dalla realtà che induce l'utilizzatore a vivere una vita immaginaria attaccato allo strumento. Un capolavoro a tutti gli effetti. Interessanti anche i passaggi, con uno snobismo che vede nel volgo una massa ignorante di persone. ”Perché un'idea abbia successo in questo mondo, bisogna che abbia l'appoggio delle masse. Ora, le masse, che non saprebbero elevarsi all'altezza dell'idea pura, comprendono mirabilmente l'idea materializzata, cioè i fatti. La pretesa superiorità degli uomini pratici sui pensatori non ha ragione d'essere. Quei giovanotti là sono ricchi, potenti, governano il mondo, si fanno loro delle statue... Perché? Perché mettono a portata di imbecille l'idea di qualche povero diavolo di grand'uomo morto di fame in un tugurio”.


Celebre, non solo per gli elogi di Lovecraft, L'Occhio Invisibile (L'Oeil Invisible, 1857). Un racconto che anticipa Il Ragno (1907) di Hans H. Ewers e La Finestra sul Cortile (1942) di Cornell Woolrich, parlando di una serie di strani suicidi (che danno spunto alla realizzazione della copertina del libro) che avvengono fuori una locanda. Al centro dell'intreccio ci sarebbe una sorta di stregoneria orchestrata da una vecchia signora che abita sul lato opposto all'appartamento della locanda. Un pittore intuirà il tutto. Spierà i movimenti della donna e, affittato l'appartamento in questione, adotterà uno schema inverso per ribaltare il sortilegio e portare al suicidio la strega.


Il terzo racconto di livello, seppure penalizzato da un finale frettoloso e da certe soluzioni divinatorie un po' fuori luogo, è Il Ragno-Granchio (L'Araignée-Crabe, 1860), una sorta de Lo Squalo dei primordi che propone una surreale avventura ambientata nelle acque termali di Spinbronn, dove la quiete e le qualità curative delle acque vengono minacciate da una serie di scomparse e di ritrovamenti di cadaveri. In azione infatti vi è un ragno caraibico che, aiutato dal calore delle acque, è lievitato di dimensioni al punto da attaccare uomini e animali. Spedizione finale per eliminare la creatura.


Valido L'Orologio del Decano (Le Montre du Doyen, 1859), un giallo alla Poe, con bizzarre apparizioni, uomini che vagano sui tetti impugnando pugnali intrisi di sangue, indagini della polizia, accuse a carico di innocenti e risoluzione del mistero. La coppia di autori, questa volta, parla di sonnambulismo, immaginando uno stato psichico in cui si annulla la ragione dell'uomo e vengono a galla gli istinti incontrollabili. “Era un fatto incontestabile che la moralità, la volontà, l'anima non agisca durante il sonnambulismo... Ora l'animale, abbandonato a se stesso, subisce naturalmente l'impulso dei suoi istinti”.


Più classico Il Violino dell'Impiccato (Le Violon du Pendu, 1860) che ruota al centro di una locanda nella cui soffitta, ogni sera, si palesa l'anima di un musicista che suona il suo violino. Il protagonista, un compositore che non riesce a comporre niente di originale, ne approfitterà per scrivere la musica dell'anima perduta e lucrarne sopra spacciandola per propria. Carino, ma con momenti ripresi da L'Orologio del Decano.


Inquietante mix tra macabro, grottesco e comicità Il Requiem del Corvo (Le Requiem du Corbeau, 1857). Personaggi assurdi, pieni di complessi che sottendono a qualcosa di blasfemo. Un corvo, guarito da un medico che strangola gatti e cani, infastidisce un compositore fino a indurlo in stato di malattia. L'intervento del medico del paese sarà risolutore. Ci rimetteranno il corvo e il gatto di casa. Epilogo black humor.


Fascinoso, ma nulla più, L'Orecchio della Civetta (L'Oreille de la Chouette, 1860) che brilla per atmosfera e descrizioni, salvo rivelarsi del tutto estraneo al fantastico. Un povero debole di mente si è convinto di avere realizzato un amplificatore sonoro che permette di deliziarsi con tutti i rumori della natura che non pervengono in via naturale alle orecchie degli uomini. Come per altri personaggi della coppia, la scoperta sarà ignorata e non compresa dalle masse.


Combattimenti al centro degli intrecci addirittura in tre racconti. Molto simili Il Combattimento degli Orsi (Le Combat d'Ours, 1860) e Il Gufo della Sinagoga (Le Hibou de la Synagogue, 1860) incentrati sui crudeli passatempo che ravvivano la vita dei villaggi di campagna. Tagli grotteschi, tra scommesse, bevute e momenti esilaranti. Forse più interessante il primo dei due racconti che mette in scena il crollo delle tribune in cui sono assiepati gli spettatori, dopo che due orsi hanno fatto scempio di cani. Per distogliere un orso liberatosi dalla museruola viene sciolto un toro. Momenti brutali, che si chiudono col protagonista, un pittore locale, che afferma la superiorità della pittura indigena rispetto alle impostazioni teatrali adottate dai modelli dei pittori italiani. L'altro racconto propone scontri tra galli con un accenno assai modesto al fantastico solo nell'ultima parte della narrazione, quando il titolare del galletto vincitore degli scontri decide di utilizzare l'animale per far fuori un gufo che si è appollaiato sul tetto di una locanda. La morte del galletto porterà il suo proprietario a inveire contro il gufo, a suo dire incarnazione del rabbino defunto.

Ancora più surreale e comico Il Capro d'Israele (Le Bouc d'Israel, 1860), in cui un teologo, che ha fatto razzia di alcool, suggerisce a un amico rassegnato per aver ucciso in duello il rivale in amore la via per ripulirsi l'anima: addossare tutte le colpe a una vittima sacrificale, un capro nero, da scaraventare giù in un dirupo. Vincerà l'animale e il teologo capirà che non esiste modo migliore per ripulirsi l'anima che mettere su famiglia.


Rembrandt (1849) è un racconto lungo che immagina la quotidianità del celebre pittore che subisce dei furti per mano di uno sconosciuto manigoldo che si introduce misteriosamente nella sua abitazione. Convito che dietro ai colpi ci sia il figlio, Rembrandt scoprirà che il colpevole è un ebreo suo cliente vittima di uno stato di sonnambulismo che lo porta a sfruttare un passaggio segreto che unisce la casa del pittore alla sua.


Il Sogno di mio Cugino Elof (Le Réve de mon Cousin Elof, 1859) torna al fantastico (modesto), con un incubo che ossessiona un uomo fin dall'infanzia finché un giorno il tutto si rivelerà attinente alla realtà. L'uomo infatti ha visto in sogno un delitto avvenuto anni prima. Cercherà così di capire cosa fare per dare giustizia all'anima di un uomo ingiustamente giustiziato sul patibolo per un omicidio che non ha compiuto.


Modestissimi gli altri. Sospesi tra il delirio dovuto all'assunzione di sostanze alcoliche e fantastico sia Stati di Alterazione (Entre Deux Vins, 1860) che Crispinus (1860), racconti con qualche lampo ma che si perdono senza giungere ad alcuna conclusione.


Sceglie la malinconia I Promessi Sposi di Grinderwald (Les Fiancés de Grinderwald, 1860) che veicola l'idea dell'importanza dell'amore (da anteporre alla carriera) attraverso un vecchio giudice in pensione che cerca di ricostruirsi una seconda giovinezza sognando di sposare una ragazzina che, in verità, ha occhi solo per i coetanei. Prevalerà la ragione. Similare, ma votato al romanticismo, Gretchen (1860) che propone la dichiarazione d'amore, modalità serenata, di un giovane ragazzo verso la più bella del paese.


Non colpisce (se non per il profilo della follia del protagonista) neppure Hans Storkus (1860) in cui l'ossessione di un collezionista delirante, rapito da fossili e conchiglie al punto da dissociarsi dalla realtà, scatena la furia omicida dell'uomo nel momento in cui scoprirà che la moglie si è disfatta della sua intera collezione.


CONCLUSIONE

Cinque buoni racconti, di cui due capolavori, un altro paio interessanti, per il resto storie non memorabili, molte delle quali fuori tema rispetto alla destinazione dell'antologia e, peraltro, ripetitive. Storie come I Promessi Sposi di Grinderwald, Gretchen, Stati di Alterazione e Crispinus potevano essere sostituite da racconti più attinenti come Les Trois Ames, La Reine des Abeilles, Le Cabaliste Hans Wieland e L'Esquisse Mystèrieuse.

Dunque un volume per completisti, che si lascia leggere con piacere anche quando i racconti sono meno riusciti. Resta un po' di amaro in bocca, perché le qualità alla coppia non mancavano.

 
La coppia di autori.
 
 
"Gli uomini di buon senso non hanno mai inventato nulla; sono i pazzi che, fino a ora, hanno fatto tutte le più grandi scoperte”.

sabato 3 maggio 2025

Recensioni Cinematografiche: DIABOLIK - CHI SEI? di Manetti Bros.

Produzione: Manetti Bros, Carlo Macchitella, Pier Giorgio Bellocchio e Mario Gomboli.
Sceneggiatura: Manetti Bros e Michelangelo La Neve
Regia: Manetti Bros.
Montaggio: Federico Maria Maneschi.
Fotografia: Angelo Sorrentino.
Colonna Sonora: Pivio e Aldo De Scalzi.
Interpreti Principali: Giancarlo Gianniotti, Miriam Leone, Valerio Mastandrea, Monica Bellucci, Massimiliano Rossi, Pier Giorgio Bellocchio, Barbara Bouchet, Max Gazzé.
Durata: 124 min.

Commento Matteo Mancini.

Ultimo capitolo della trilogia del Re del Terrore che i Manetti Bros concludono in un crescendo da applausi. Diabolik – Chi Sei? è il migliore della serie (probabilmente la perla nell'intera produzione dei due fratelli) da tutti i punti di vista. Si contrae la componente fumettistica (comunque presente con spiccati rimandi alle soluzioni ingegnose della saga 007, ivi compresa la parte sull'isola) a favore di un copione spiccatamente noir/poliziesco, rappresentato da una banda di rapinatori che ricorda molto quelle al centro degli intrecci della filmografia di Fernando Di Leo (con tanto di spogliarello integrale in stile Milano Calibro 9). Il copione viene ispirato all'albo omonimo numero 107 della collezione fumetti Diabolik delle sorelle Giussani (ideatrici anchedel personaggio), in cui venivano trattate le origini dell'uomo dai mille volti. Visivamente figlio delle produzione italiane anni '70 (l'ambientazione rétro aiuta), grazie a soggettive argentiane e dettagli lenziani, la pellicola ha un inizio scatenato che omaggia persino Funny Games (artificio di riavvolgere il nastro per modificare quanto inizialmente proposto) e Batman il Cavaliere Oscuro (sequenza della rapina) per poi prendere una strada diversa dai precedenti capitoli. Se nell'episodio pilota i protagonisti erano Diabolik ed Eva Kant, mentre nel secondo furoreggiava Ginko, qua viene concesso spazio a un nuovo gruppo di villain tipicamente “italiani” (si veda anche Appunti di un Venditore di Donne, 2021) oltre che alle donne (su tutte la marchesa Altea, affidata a Monica Bellucci) con Ginko e Diabolik che si ritrovano inermi a sperare nell'intervento delle stesse.

Notevole la parte in flashback (rigorosamente in bianco e nero) dove viene spiegata la genesi dell'inafferrabile ladro. Uno stralcio che pare ispirarsi a film come Pericolosa Partita (1932) e L'Uomo con la Pistola d'Oro (1974). Spettacolo anche nelle scene di inseguimento, con i Manetti Bros che riportano lo spettatore ai favolosi anni in cui Umberto Lenzi e Sergio Martino deliziavano i palati degli amanti dell'azione.

Tutto molto bello (fotografia compresa), eccetto l'incertezza nella sceneggiatura (degli stessi Manetti) nella parte in cui i malviventi si incartano nel tergiversare sul come gestire i due prigionieri d'eccellenza: Ginko e Diabolik. Si sarebbe dovuto scrivere meglio questo sviluppo che, a mio modesto parere, costituisce l'unico neo di una pellicola per il resto magistrale. Occhio al finale: un chiaro omaggio al Diabolik (1968) di Mario Bava e, al contempo, chiusura circolare dopo quanto visto nel primo episodio. Omaggi anche a La Finestra sul Cortile (1954) e Caccia al Ladro (1955) di Alfred Hitchcock. Cosa chiedere di più?

In conclusione siamo alle prese con uno di quei film di cui si sente la mancanza e che, a differenza di operazioni “similari” come il coevo Dampyr (2022) prodotto dalla Bonelli, resta fedele alla lezione della cinematografia italica senza cedere ai richiami d'oltreoceano. A Hollywood non esistono film di questo taglio ed è questo che rende l'operazione vincente. Ne viene fuori un prodotto di intrattenimento molto divertente e, al tempo stesso, uno spettacolo per gli occhi. Il montaggio tarantiniano (confermate le scene proposte in contemporanea per effetto di una specifica divisione dello schermo) e la colonna sonora (strepitoso il sound di Pivio e Aldo De Scalzi che rievoca la musica di Profondo Rosso utilizzata nella sequenza della villa abbandonata) completano il lavoro portandolo, per i canoni della nostra cinematografia di genere, dalle parti del capolavoro. Tra le tracce musicali, infine, è da apprezzare l'operazione nostalgia col brano Ti Chiami Diabolik di un redivivo Alan Sorrenti che tenta di rinverdire le hit parade conquistate con tormentoni quali Figli delle Stelle (1977) e Tu sei l'Unica Donna per me (1979).

Grande cura nella realizzazione delle scenografie, tanto da sembrare un film anni settanta sia per costumi che per le auto che vengono mostrate. L'ambientazione è nell'immaginaria Clerville, un'accozzaglia di strade e piazze prese a prestito da città italiane debitamente transennate per proporle e agghindarle in veste antiquata.

Cammei per Barbara Bouchet e Max Gazzé. Garanzia Miriam Leone (ancora una volta la migliore del cast artistico), più convincenti del precedente episodio Giacomo Gianniotti e Monica Bellucci (personaggio pomposo). Resta ai margini Mastandrea. Tra i cattivi, convince Massimiliano Rossi, mentre deludono gli sgherri (nessuna traccia dei caratteristi di una volta).

Nota dolente dai responsi del botteghino e dalla “solita” critica nostrana che, a differenza dei colleghi esteri quando affrontano pellicole di registi connazionali, insiste a distruggere quanto dovrebbe sostenere parlando di “adattamento mediocre”. L'Incasso, inferiore a un milione di euro, ne decreta un evidente insuccesso commerciale a fronte di un budget di dieci milioni. Da qui una riflessione personale: il vero problema del cinema italiano non risiede nei registi né nei produttori ma, come si vede da questi risultati, ricade sul pubblico (rimbecillito dai bombardamenti hollywoodiani) e sui critici “generalisti” che, anziché spingere per i prodotti di casa, persistono ad affossare ogni tentativo di risollevare la testa in ossequio a un atteggiamento spocchioso prossimo a compiere cento anni. E' ora di svegliarsi, invece di vivere nel passato: quanto si sogna è realizzabile, basta crederci.

 
I registi Marco e Antonio Manetti.

giovedì 1 maggio 2025

Recensione Narrativa: IL POSTO DEL BUIO di Dean R. Koontz.

Autore: Dean R. Koontz. 
Titolo originale: The Bad Place.
Anno: 1990. 
Genere: Thriller. 
Editore: Sperling & Kupfer (1995). 
Pagine: 430. 
Prezzo: Fuori catalogo.
 
Commento a cura di Matteo Mancini.  

Classico thriller alla Dean Koontz, crudo (proposte anche uccisioni di neonati) e con elementi parapsicologici - questa volta marcati - che torna sui caratteristici cliché della sterminata produzione dell'autore. The Bad Place (1990) si inserisce nel solco tracciato da Whispers (“Sussurri”, 1980) che abbiamo già analizzato su queste pagine (http://giurista81.blogspot.com/2025/01/recensione-narrativa-sussurri-di-dean-r.html) riproponendone tutti gli ingredienti base. Abbiamo infatti una coppia di innamorati in veste di protagonisti (nella fattispecie due detective privati), un villain muscolare generato da un incesto, un serial killer che irrompe nelle abitazioni e che ha spiccati problemi nella sfera sessuale (già presente in Funhouse - "Il Tunnell dell'Orrore"), il tema della vendetta delirante che anima il killer, un medico privo di etica che per soldi tiene condotte amorali, poteri parapsicologici, omicidi crudi messi in scena con taglio cinematografico (rimando allo slasher, tanto che in una scena è esplicitamente omaggiato Jason Voorhees della saga Venerdì 13), maltrattamenti familiari ed educazione religiosa castrante alla base della genesi criminale, mirabolanti poteri riconnessi all'uso delle droghe e vaghi rimandi erotici. Niente di nuovo, dunque, nella produzione dell'autore, se non fosse per l'influenza patita dal film The Fly (“La Mosca”, 1986) diretto da David Cronenberg. Koontz infatti inserisce nel suo canonico soggetto di “fuga e assalto” - costituito da un serial killer che si è dato l'obiettivo di uccidere un dato soggetto in costante fuga - il tema del teletrasporto umano, arrivando a proporre squarci altamente visionari che penetrano nella fantascienza spaziale (addirittura astronavi alieni, scarafaggi che defecano diamanti e un pianeta sconosciuto lontano dalla via lattea). Un'introduzione coraggiosa che alza la media del testo nonostante l'autore non approfondisca la questione (davvero un peccato). Dimenticate quindi soluzioni alla Philip Fracassi in Commodore.

Il romanzo ruota attorno a un personaggio con vuoti di memoria e in via di disgregazione fisica e mentale che ha il dono di teletrasportarsi col pensiero nei luoghi in cui ha vissuto. A dargli la caccia è il fratello, anch'esso dotato di poteri parapsicologici molto sviluppati, che vuole ucciderlo per vendicare la madre assassinata. Koontz, dunque, prosegue su un sentiero già battuto, si pensi a The Door to December (“Incubi”, 1985) che abbiamo analizzato la passata stagione (http://giurista81.blogspot.com/2024/08/recensione-narrativa-incubi-di-dean-r.html), in linea alla narrativa di Stephen King (si pensi ai poteri parapsicologici sviluppati dalla protagonista di Firestarter, in conseguenza delle droghe somministrate ai genitori) senza, tuttavia, avere la capacità di variare strutturalmente i soggetti delle proprie storie. La costruzione dei singoli romanzi dell'autore tende quindi a essere sempre la stessa (grosso limite nella produzione di Koontz). Nell'occasione c'è da sottolineare una migliore quadratura della storia, che – a differenza di Whispers - non si concede parentesi estranee alla vicenda principale (a parte l'adrenalinica presentazione iniziale dei protagonisti) mantenendo il ritmo su livelli di guardia e sopratutto si rivela (almeno per due terzi di storia) molto più accattivante della media dei romanzi di Koontz. A un certo sembra quasi di essere alle prese con una trama alla Buick 8 (2002) di King, con un soggetto che scompare e si ricompone portando con sé oggetti alieni su cui gli indagatori investigano per venire a capo del mistero. Un processo continuo che porterà il soggetto a contaminare il proprio corpo, incorporando all'interno di sé stesso elementi estranei (topi, scarafaggi, pezzi di vestiti) che lo condurranno a un epilogo body horror tra David Cronenberg e Brian Yuzna, con Koontz che sottolinea gli omaggi facendo continuo riferimento al concetto di “carne” con frasi come: “Noi siamo carne, soltanto carne, e in cuor nostro lo sappiamo, e in segreto applaudiamo gli uomini che hanno il coraggio di trattarci per quello che siamo. Carne”.

Buona la caratterizzazione del villain (addirittura generato da una donna ermafrodita che si è auto-inseminata!?) che, oltre a teletrasportarsi con la forza della mente, si nutre di sangue umano e animale, rilasciando scariche elettriche dalle mani che provocano la fuga degli animali dalla boscaglia così che possa agguantarne alcuni e azzannarli al collo. Koontz diluisce nella trama alcuni momenti agghiaccianti contraddistinti da rara cattiveria. Altro aspetto da rimarcare è il clima promiscuo e malsano (stile The Texas Chainsaw Massacre) che domina la famiglia del villain con rapporti interpersonali malati che hanno nella repressione sessuale la loro ragione d'essere. Non a caso il villain è dotato di quattro testicoli, ma è privo di pene, mentre le sorelle hanno la capacità di calarsi nella mente degli animali e di percepirne le emozioni.

Dunque un Koontz, a suo modo coraggioso, che propone interessanti varianti all'interno di un intreccio ampiamente collaudato.

Tra le sottotracce trapela anche un ragionamento sul mistero della vita, sospeso tra una visione nichilista (siamo carne da macello) e il sogno che la morte non sia la fine di tutto. “Osarono cullarsi nel sogno più grande di tutti: il sogno che non esiste una vera morte”. Eloquente, come in King, il fatto che i soggetti dotati di poteri soprannaturali siano i diversi e gli ultimi, tra cui un ragazzino down non poi così lontano dal modello kinghiano di Dreamcatcher (“L'Acchiappasogni”, 2003). Altresì kinghiano è il messaggio finale sull'amicizia: “uno dei doveri più sacri dell'amicizia è tenere accesa la fiamma del ricordo, in modo che la morte non significhi la sparizione immediata dal mondo. In un certo senso, i morti possono continuare a vivere, finché vive chi li ha amati. I ricordi sono un'arma essenziale contro il caos della vita e della morte, la via che assicura la continuità di generazione in generazione, un segno di rispetto per l'ordine e il senso dell'esistenza umana.”

Dunque un romanzo dalla struttura classica, nell'ambito della narrativa di Koontz, ma con guizzi, caratterizzazioni e una voglia di osare superiore alla media delle opere dell'autore. Probabilmente tra i più folli e visionari mai scritti da Koontz.

 
 
"Ma provate a immaginarlo. La figlia ermafrodita di un rapporto incestuoso tra fratello e sorella che si ingravida da sola! La madre del bambino è anche il padre. La nonna è anche la prozia, e il nonno il prozio! Una linea genetica incredibile... e non dimentichiamo i geni di Yarnell, danneggiati dall'uso di allucinogeni. Praticamente, la garanzia sicura al cento per cento di un altro mostro di natura."

martedì 22 aprile 2025

Recensione Narrativa: I TAROCCHI LOVECRAFT - I Miti di Cthulhu Raccontati Attraverso gli Arcani Maggiori.

Autore: AA.VV. a cura di Strani Aeoni.
Anno: 2025.
Genere:  Antologia Horror.
Editore: Colomo' Editore.
Pagine: 230.
Prezzo: 15.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Ennesima proposta del prolifico gruppo indipendente, aperto a chiunque voglia collaborare e abbia passione e talento per la scrittura creativa, riunito sotto il nome Gruppo Telegram Lovecraft Italia, altrimenti noto come Strani Aeoni. Un collettivo in continua espansione che, ne siamo certi, crescerà di qualità e livello al passare delle stagioni.

I Tarocchi Lovecraft rientra nella dozzina di antologie che il Gruppo conta di mettere sul mercato nella stagione 2025, con un ventaglio di proposte che vanno dal weird, ai Miti di Cthulhu passando per la fantascienza e l'avventura.

L'antologia in questione sposa i miti di Cthulhu alle figure degli Arcani Maggiori dei tarocchi, tanto che nessuna storia risulta dotata di un proprio titolo essendo questo sostituito dal nome del tarocco rappresentato (anche da un'illustrazione interna garantita a ciascuna carta). Il risultato finale è apprezzabile, sebbene alcuni racconti acquisiscano valenza di meri esercizi di stile. A giocare contro, in tutta probabilità, la scelta di limitare il numero degli scrittori coinvolti, appena sette a fronte dei venticinque racconti (presente un doppio racconto dedicato al medesimo arcano, una wild card e un divertissment), e la curiosa sfida di estrarre a sorte le varie carte affidandole al sorteggiato di turno con l'incarico di inventare una storia dai contorni orrorifici riconnessi a Lovecraft (in realtà ci sono alcune eccezioni) e, al tempo stesso, alla carta di riferimento. 

Tra i nomi più noti spiccano Paolo Sista (che firma cinque racconti) e Flavio Deri (cinque racconti anche per lui), mentre colpisce il tentativo di Mauro Palazzi (cinque racconti anche per lui) che, di testo in testo, cambia sempre di stile proponendo racconti dal lessico antiquato, racconti in rima e persino un racconto comico dai contorni altamente grotteschi e derisori. Tra le più ispirate, invece, brilla la barese under 30 Federica Baldi, una classe '96 che definirei la rivelazione del lotto soprattutto alla luce della scarsa esperienza rappresentata da un curriculum che annovera (in biografia) solo la partecipazione a L'Orrido Verde.

Lo stile dei racconti è elegante, sebbene manchi qualcosa in editing (giusto in un pugno di racconti) tra refusi, parti di frasi modificate senza cancellare le parti precedenti (così da essere compresenti le due versioni oggetto di modifica) e un racconto con continue e ingiustificate variazioni delle coniugazioni verbali tra imperfetto, passato prossimo, presente e passato remoto.

Sul versante dei contenuti, predominano i racconti horror, in qualche caso grandguignolesco, non sempre connessi a Lovecraft che, a ogni modo, è sicuramente il riferimento di base. Largo uso della prima persona, aspetto che tende sovente a sacrificare la narrazione degli eventi a beneficio dell'introspezione e della filosofia esistenziale.

NEL DETTAGLIO

Tra tutti i racconti si distingue La Stella della giovane Federica Baldi che rappresenta la sintesi dei quattro racconti dalla stessa proposti, tutti incentrati sul tema della donna costretta all'interno di un corpo umano non proprio in attesa di rivelarsi per ciò che in realtà è ovvero un'entità aliena. Forse è il miglior testo dell'antologia, con rimandi al Necronomicon e ai cieli costellati da stelle aliene che si sovrappongono al firmamento terrestre. Epilogo grandguignolesco ben calibrato che conduce alla metamorfosi del corpo. Davvero un bel racconto.

Sulla stessa falsariga e di livello discreto anche Il Bagatto, che giostra il tutto sulla presenza di un grande antico costretto da un sortilegio a vivere, sotto spoglie umane, al fianco di un professore, finché qualcuno non romperà il sortilegio, e La Papessa, il racconto più lungo dell'antologia, forse un po' prolisso (e con qualche rimando a Il Segno di Gianfranco De Turris) in cui una giovane, a poco a poco, scopre di essere discendente di una razza aliena con i tratti umani destinati a soccombere in favore della nuova veste ittica.

Dietro la Baldi, fornisce prova solida Mauro Palazzi, molto apprezzabile per il tentativo (riuscito) di variare continuamente stile e contenuti dei racconti. Dei suoi cinque racconti centra il bersaglio il “classico” e weird La Temperanza che utilizza gli stilemi del genere (il sogno lucido, il collegamento materiale tra sogno e realtà che spiazza il lettore e riscrive il tutto) per narrare una storia contro la pratica della caccia con tanto di mostri enormi dal vago retrogusto nipponico (penso ai film di Ishiro Honda). Un buon racconto. Buono poi per lo stile antiquato Il Matto, che ben rappresenta la carta di riferimento per effetto di un'eccellente descrizione del villain. Il soggetto, pur se inflazionato, parla di sacrifici in favore di entità superiori e di una strana prole ibridata.

Inusuale L'Appeso, una sorta di fiaba scritta in rima che nulla ha a che fare con Lovecraft e che ben figurerebbe in un libro di fiabe. Memorabile anche La Torre, un divertissment che si prende gioco delle perizie del tribunale civile, tra consulenti di parte e CTU, pescando in tutta evidenza in un passato giuridico dell'autore.

Classico L'Innamorato dove la morte della sorella della ragazza del protagonista innesca una serie di eventi bizzarri che ruotano attorno a una setta. L'eroe di turno dovrà sfidare gli adepti del culto e recuperare la propria amata ormai adagiata su un altare sul punto di essere trafitta da una speciale lama. Super inflazionato, ma carino e con un epilogo beffardo.

In forma anche Sergio Poli, pur se autore di due soli racconti. Il suo Il Carro ricorda il racconto Il Viaggio della Nonna di Anders Fager (contenuto in Culti Svedesi) e offre validi momenti onirici, proponendo una spedizione di due camionisti che culmina con la scoperta di un trasporto speciale di natura sovrannaturale. Tra i miei tre racconti preferiti del volume.


Punta al pittorico in salsa Beksinski Stefano Sbaccanti con il post-apocalittico L'Imperatore, tra i meno lovecraftiani dell'antologia, dove una civiltà ormai collassata e in balia della distruzione.


Altalenanti le prove dei due più esperti della compagnia. Paolo Sista garantisce sempre stralci altamente visionari che, sovente, sono messi al servizio di storie che propongono vagabondi, tossici, alcolizzati che contribuiscono con i loro vizi a rendere allucinatorie le varie storie. Piace La Forza, con l'ottima idea dei libri che, tramite la copertina, rilasciano visioni ai possessori senza più necessità di dover essere letti. Noir in salsa pulp invece Il Papa, dove lo splatter regna sovrano. Una commissione da parte di un cliente anonimo induce un boss della mala americana a recuperare uno strano libro la cui lettura trasforma in sanguinari killer i lettori. Si orienta più sull'ironia La Giustizia, un teen horror non privo di soluzioni visive degne di un trip alimentato dall'abuso di LSD.


Gioca tutto su atmosfera e descrizioni, soventi predominanti al soggetto, Flavio Deri, che colpisce soprattutto con L'Imperatrice, un racconto che pare omaggiare Into the Pit (“Nella Fossa”) di Richard Laymon, contrapponendo le divinità egizie (finite prigioniere di un pozzo) a Nyarlathotep che promette di venire in loro soccorso ma a patto che ricusino il bene. Bella gestione e ottima conclusione.

Di qualità anche La Morte, un racconto storico ambientato nella provincia pisana che riscrive le coordinante di un'epidemia di peste a beneficio di un male che trasforma in bestie i contaminati. Niente male.

Più convenzionali le altre storie. Guarda a Le Furie di Boras di Anders Fager, senza tuttavia prendere la via dell'erotismo, Il Diavolo, con la sua ambientazione silvana. Sullo stesso stile L'Eremita, sempre incentrato su una ricerca in ambientazione silvana. Cerca la contaminazione fiabesca il melanconico Il Sole, che pone al centro della storia il rimpianto e una storia d'amore spezzata dalla malattia. Il testo è penalizzato da una gestione ballerina delle coniugazioni verbali.


Mi sono piaciuti meno i racconti di Elena Baila, non che siano mediocri. La Ruota della Fortuna, su tema similare ma meno strutturato rispetto a Il Mondo di Sergio Poli, vede due amanti finire rapiti da un Nyarlathotep che rivela la natura semi-umana della ragazza (imparentata con i Mothman) e uccide il fidanzato per accoppiarsi con la stessa e concepire ibridi. Preferibile La Forza, una metafora sul potere persuasivo e manipolatorio delle televisioni nel campo della promozione e della vendita dei prodotti.


CONCLUSIONE

Dunque un'antologia interessante, superiore alle attese, che ha il merito di proporre racconti veloci (media di nove pagine l'uno), confezionati con uno stile elegante al servizio di contenuti lovecraftiana senza esserne troppo debitori. Merita un'opportunità, visto anche l'onesto prezzo di vendita.

 


"E' quello che capita quando non si conosce una cosa, una persona, o peggio quando non la si comprende, la si etichetta con definizioni semplici, che, in un certo qual modo, ci acquietano. Ecco che allora un uomo che veste con abiti strambi dai colori sgargianti, che parla per enigmi e si comporta in maniere a noi poco consone, viene catalogato come una persona senza il dovuto senno e codesta favella ci si confà."

lunedì 21 aprile 2025

Recensione Narrativa: GLI APPETITI DI TRNT-ASY'HH E ALTRE STRAVAGANTI VICENDE LODIGIANE di Roberto Del Piano.

Autore: Roberto Del Piano + 2.
Anno: 2023.
Genere:  Antologia Horror.
Editore: Dagon Press.
Pagine: 120.
Prezzo: 12.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Omaggio “anti-accademico” di Roberto Del Piano alla narrativa di H.P. Lovecraft, in linea a quanto fatto da Andrea Berneschi (qua la recensione di alcuni racconti raccolti nell'antologia del 2024 Abissi del Tempo e dello Spazio https://giurista81.blogspot.com/2024/07/recensioni-narrativa-abissi-del-tempo-e.html). Del Piano, noto soprattutto come bassista elettrico legato al mondo del jazz degli anni settanta, parte dagli insegnamenti degli scrittori facenti parte del cosiddetto “circolo lovecraftiano” e contribuisce ad ampliare il pantheon dei Grandi Antichi col suo Trnt-Asy'-hh altrimenti detto “Tarantasio”, un'entità decerebrata che vivrebbe nei sotterranei di una misteriosa cappella nel lodigiano. L'essere, definito un “Antico minore”, è assistito direttamente da un Nyarlathotep mutaforma, capace persino di assumere sembianze umane (il signor Niarlo Toteppi!?) e di penetrare nei sogni dei lodigiani al punto da influenzarne il voto alle elezioni comunali (evidente critica delle modalità attraverso le quali i cittadini scelgono i propri rappresentanti e, al tempo stesso, i partiti politici coloro che possono garantire voti a prescindere dalla loro natura). Proprio in quest'ultimo aspetto viene a brillare il poker di racconti di Del Piano, che trovano il loro epilogo nel delirante contributo di Andrea Cattaneo (apprezzato dal sottoscritto in occasione della lettura dell'antologia Animali Notturni: https://giurista81.blogspot.com/2024/07/recensione-narrativa-animali-notturni.html). La parodia, l'ironia e la satira socio-politica si intrecciano con una sottotrama che porta Lovecraft sull'inusuale versante erotico/pornografico. Trnt-Asy'-hh infatti vive nutrendosi di sperma umano (che è poi anche il seme da cui nasce la vita degli uomini) e per farlo porta all'estasi i cittadini di Lodi che si fanno irretire dai suoi richiami. Trama dunque folle, ma divertente e narrata con uno stile leggero, sufficientemente colto, che evita di scadere (nonostante alcune scene memorabili che mai avevo letto in un'opera del genere) in un lessico inquinato dalle scurrilità.

Tutto parte dal rinvenimento di un volumetto firmato von Junzt (direttamente dalla narrativa di Lovecraft), in cui si parla di una mitologica creatura che vivrebbe nei sotterranei di Lodi. La lettura del testo provoca una serie di sogni erotici che finiscono per condurre il ritrovatore del testo nella tana in cui il mostro, ovviamente tentacolare come nella più classica delle tradizioni lovecraftiane, vive davvero. Il racconto Trnt-Asy'-hh (segnalato qualche anno fa al Premio Hypnos) apre il via a una tetralogia di brevi racconti (per un totale di una sessantina di pagine scarse) e viene superato in qualità dallo scatenato Non è Facile Fare il Vicesindaco a Lodi, un racconto squisitamente pazzesco e dissacrante in cui Del Piano ironizza anche sul presunto “razzismo” del Solitario di Providence, utilizzando quale profeta della corruzione dei costumi un colored venuto dal nulla che finisce per essere eletto alle elezioni comunali con un plebiscito tale da ricevere la carica di “vicesindaco”. Qui entra in scena il protagonista della serie che è lo stesso Roberto Del Piano (che si autodefinisce “una curiosa figura di musicista d'avanguardia con interessi anche nella letteratura del bizzarro e dell'orrore, una persona colta e gentile”), supportato dalla moglie e dalla gatta Albertina che balza da una dimensione all'altra scatenando un vero e proprio esercito di gatti. Evidenti i richiami a The Cats of Ulthar ma anche al recente I Predatori dell'Abisso di Ivo Torello. Saranno proprio i gatti, infatti, a mettere in fuga gli adepti allupati di un Trnt-Asy'-hh abbandonato persino da Nyarlathotep, stanco dell'idiozia umana.

L'odio amore per Lodi diventa dunque palpabile. La città lombarda, di cui sono originari i tre scrittori del testo, viene descritta nelle sue particolarità logistiche, eppure dissacrata e paragonata ai luoghi teatro delle vicende di Lovecraft (si pensi a Innsmouth). Così come il mostro è decerebrato tanto da essere definito la “parodia di un Dio”, Lodi viene descritta una “sonnolenta parodia di città”.

Ne viene fuori una tetralogia che trova la via dell'originalità pur muovendosi su una matrice classica. Curioso il criptico epilogo di Cattaneo (bravo a tracciare i  momenti più horror dell'intero testo, come un gruppo di pseudo bambini intenti a divorare una nutria) che, addirittura, amplifica la “follia” delle storie di Del Piano con un vero e proprio trip (gatti parlanti, rilevatori geiger ideati da gatti, donne morte da settantacinque anni misteriosamente in vita etc) che non troverà una vera e propria conclusione.

Dopo i cinque racconti interconnessi, tanto da poter essere considerati un'opera unica, il volume viene ultimato da un ampio racconto di Cesare Buttaboni (circa metà libro), conosciuto soprattutto come recensore di libri del fantastico e di album heavy metal. Buttaboni riesce a combinare saggistica e narrativa in un riuscitissimo mix che riconduce i contenuti lovecraftiani nell'alveo accademico. Il suo La Maschera di H.P. Lovecraft è un omaggio piuttosto classico, che fa il verso ai racconti già pubblicati dallo stesso autore in Grimoria (qua la mia recensione https://giurista81.blogspot.com/2024/07/recensioni-narrativa-grimoria-di-aavv.html), sebbene lo stile appaia più moderno e leggero. Buttaboni propone, attraverso l'artificio della registrazione inserita in un album musicale ascoltato alla rovescia (super classico), un messaggio inedito di H.P. Lovecraft, impresso poco prima della morte, in cui il Solitario svela i misteri del dietro le quinte dei suoi racconti. Leggenda (Lovecraft profeta di una setta legata alla Saggezza Stellare, il viaggio in Italia sulla scia di Road to L) e realtà (ex il nonno affiliato a un'organizzazione segreta di stampo esoterico) si mischiano e aprono la via alla vicenda di un collezionista lodigiano che va a caccia in quel di Londra del mistero legato a un disco pubblicato in 33 copie dietro cui si scoprirà muoversi un'oscura setta iniziatica. Tutto molto coinvolgente e affascinante. Seppur classico, si tratta del miglior racconto di Buttaboni che trova persino la via per omaggiare i voli astrali de The House on the Borderland e, per certi versi, superare il nichilismo di un Lovecraft che sopravvive (oltre la morte) nello spirito mentre la materia attorno a sé si sgretola. Memorabile la parte nel cimitero dei grandi maestri del fantastico.

Un buon prodotto, in definitiva, licenziato da una Dagon Press che esce dalla sua "solita" comfort zone (si pensi ai racconti del valido Fabio Calabrese) per provare ad abbracciare il campo dell'ironia dissacrante e sfrenata. Consigliato ai cultori del solitario che non siano così ortodossi da reputare sacrilega la scelta di parodiare il Maestro.

 
L'autore Roberto Del Piano.
 
"Il decerebrato Trnt'asy-hh, divinità adeguata al livello medio degli abitanti della città."