Elenco

  • Cinema
  • Ippica
  • Narrativa
  • Pubblicazioni Personali

martedì 23 luglio 2024

Recensione Narrativa: SULLE ORME DI ALHAZRED di Fabio Calabrese.

Autore: Fabio Calabrese.
Anno: 2014.
Genere: Horror - Weird.
Editore: Dagon Press.
Pagine: 244.
Prezzo: 20,28 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini

Seconda antologia pubblicata da Fabio Calabrese, per la Dagon Press, all'interno di un progetto – attualmente arrivato a sei antologie – dedicato a rinverdire il cosiddetto “racconto lovecraftiano”.

Calabrese parla di “terzo genere narrativo”, sospeso tra fantascienza e horror, da lui definito “Mistero Cosmico”. Per caldeggiare la tesi propone una serie di racconti, più o meno debitori della narrativa di Lovecraft. C'è da dire che i risultati migliorano quando l'autore si rende più indipendente dai cliché e dalle creature ideate dal Solitario di Providence, prendendo percorsi più personali. Una soluzione questa che, tuttavia, sembra non essere preferita dallo scrittore che fatica a recidere il cordone con l'illustre predecessore.

Seppure non certo innovativo, Sulle Orme di Allhazred è un volume riuscito, sicuramente molto più de Il Segno di Yog Shotot (2020),recensito dal sottoscritto qualche mese fa. I racconti sono più approfonditi e sviluppati, con ottimo senso del ritmo e cura nel lessico (alcune storie scritte in prima persona, altre in terza). Spesso Calabrese, per rendere più verosimili i soggetti, trasfonde nei racconti tesi antropologiche, supposizioni fanta-geologiche pescate nei saggi e persino accadimenti storici legati agli antichi romani, ai greci e allo sviluppo che ha portato all'affermazione dell'homo sapiens. Domina l'idea – tipicamente lovecraftiana (a sua volta debitrice di Arthur Machen) - delle creature ibridate o comunque subdolamente celate sotto la parvenza umana che, all'occorrenza, rivelano tratti e istinti bestiali.

I racconti selezionati sono dodici e sono accompagnati da un saggio finale di trenta pagine che fa il verso a Supernatural Horror in Literature (1927) di Lovecraft, dedicandosi all'orrore cosmico dai primordi fino agli scrittori sdoganati in Italia al 2013. Un buon saggio, che sarebbe utile ammodernare e che si focalizza sugli scrittori che hanno ispirato Lovecraft e su quelli legati alla sua cerchia di corrispondenti (Kuttner, Long, Derleth, Bloch, oltre Campbell, Bradbury, Leiber e Wilson), dedicando invece una marginalissima e insufficiente attenzione alla successiva generazione di scrittori quali Briam Lumley, Stephen King, Karl Edward Wagner, Laird Barron, Thomas Ligotti e altri che, indubbiamente, devono molto a Lovecraft.

I racconti sono di lunghezza molto breve (ma non è un difetto), dalle diciannove alle quattro pagine, con una qualità media tutt'altro che disprezzabile. Il libro diverte, intrattiene e offre sense of wonder. Due storie (Gargoyle e Il Riflesso) sono sviluppate sugli appunti di Lovecraft contenuti in Commonplace Book, altre due sono riprese da precedenti antologie: è il caso di Circolo Chiuso incluso ne Gli Eredi di Cthulhu (1990) a cura di Gianfranco De Turris e dell'ottimo Le Ali Membranose presente nell'antologia fantascientifica di Calabrese intitolata Occhi d'Argento (2005) edita da Perseo Libri. Un quinto racconto, L'Oscuro Segreto di Sir Thomas Winterton, fu scritto (senza esser spedito) per una selezione Urania a cura di Fruttero & Lucentini e poi proposto (con bocciatura) a Pietro Guarriello per Nel Tempio di Bokrug (2008). Uno sviluppo “negativo” che ha portato Calabrese a rimettere le mani sul testo fino a sfornare un elaborato interessante. Un sesto racconto (Il Manoscritto del Professore) è un piccolo stralcio di una round robin.

Ripeto: non attendetevi racconti rivoluzionari o rimodulati in funzione delle problematiche contemporanee figlie della società moderna. Calabrese rientra a pieno titolo nel solco di quegli scrittori che hanno reso grande il cosmic horror nella prima metà del novecento. A questi routiner si ispira e su questi si allinea peccando, probabilmente, di una mancanza di autorialità che ne renda distinguibile la matrice produttiva. Il suo è un horror soprannaturale fatto di sette, grimori, portali dimensionali, creature ibridate e divinità antiche che hanno calcato la Terra prima dell'uomo e che bramano di ritornare a dominare il mondo. La sensazione è che Calabrese, che è dotato di indubbie qualità narrative, si diletti a scrivere sfornando esercizi di stile (anche eccelsi) senza nulla mettere di proprio sul versante filosofico e/o sociologico. Non ci sono messaggi da veicolare o momenti in cui far riflettere il lettore. La sua è una narrativa di puro ed esclusivo intrattenimento pulp. Non si contano, tra l'altro, i reiterati rimandi al Necronomicon (il fantomatico pseudobiblia ideato da Lovecraft) e al mago inglese John Dee vissuto in epoca elisabettiana.


ANALISI NEL DETTAGLIO

Premetto che l'antologia mi è piaciuta, soprattutto per la sua omogeneità a livello di qualità. Di dodici racconti, almeno una decina si equivalgono, con almeno sei gemme che, se fossero state scritte in inglese negli anni '30, probabilmente avrebbero avuto chance di esser pubblicate su weird tales.

Tra tutti, seppur minato da un finale troppo lovecraftiano, brilla Lemuria 2, un racconto che prende ispirazione, non so quanto voluta, dalla creazione della cosiddetta “Isola delle Rose” (un episodio farsesco avvenuto nell'Adriatico tra l'Italia e la Yugoslavia a fine anni '60). Calabrese scrive il testo anticipando di qualche anno il copione del film Blu Profondo 3 (2020) che si regge sulla medesima idea di partenza (peraltro meno affascinante di quella sviluppata dal racconto). L'autore sposta il teatro della vicenda in una località prossima all'Antartide e lo fa motivando piuttosto bene la cosa, sulla base delle importanti escursioni termiche che caratterizzano l'area nel corso dell'anno: clima tropicale per due mesi, ghiaccio, bufere e neve per il resto. Così plasma un'isola artificiale, meta di turisti nel periodo estivo e paradiso fiscale in cui fare soldi in quanto non assoggettata alla giurisdizione di alcuno stato. Un posto che si trasforma in un inferno di ghiaccio nei restanti dieci mesi, affidato alla vigilanza di un unico custode selezionato da un ventaglio di domande di lavoro molto ampio. Ecco che Shining incontra Lovecraft e lo fa all'insegna dell'isolamento e di strane allucinazioni che eludono i rilievi tecnologici.

Calabrese inserisce nel testo teorie fanta-geologiche legate alla formazione del Pianeta Terra addirittura plasmato a seguito dello scontro con un altro pianeta.

Notevole fino alle ultime pagine, il racconto soffre – a mio avviso – della necessità di ricondurre il tutto a Cthulhu e al Necronomicon.


Più originale Ali Membranose, col quale si porta in scena la figura leggendaria del drago e lo si fa attraverso un'indagine che parte dall'Italia per giungere nella Svizzera del canton tedesco. Qui il punto debole è l'innesco. Un magnaccia cerca una sua protetta che è fuggita e ha fatto perdere le proprie tracce. Per ritrovarla, il delinquente decide di ricattare l'assistente universitario col quale la giovane avrebbe dovuto laurearsi, preparando una tesi di zoologia teorica su un vertebrato adattato al volo con ali sviluppate sugli arti inferiori (piuttosto che sugli anteriori come avviene per gli uccelli). Ottima gestione dei tempi, tensione crescente in vista di un finale da body horror cronenberghiano che ricorda molto la parte finale de La Mosca. Nella sua semplicità è una perla.

Se in Ali Membranose si parla di corruzione del DNA umano dovuto all'iniezione di sangue di creature rinvenute in grotte montane, in Stirpe delle Tenebre si parla di vera e propria genealogia fantastica. Calabrese rende un dichiarato omaggio, al tempo stesso, a Jack Williamson e al suo Darker Than You Think (“Il Figlio delle Tenebre”, 1948) e a Dracula (1897) di Bram Stoker. Il racconto viene costruito come se fosse la prosecuzione di una precedente storia. La narrazione parte lanciata e rimanda ad avvenimenti che vengono appena accennati. Uno sceriffo e un sospettato di duplice omicidio (che intende dimostrare la propria innocenza) indagano per porre fine alla sete sanguinaria di una sorta di setta responsabile di aver condotto una serie di accoppiamenti tra uomini portatori di particolari geni per ricostituire la purezza dell'homo Lycanthropus. L'idea è che ai tempi dell'era glaciale fossero coesistenti due tipologie di uomini: l'homo sapiens e l'homo lycanthropus. A quest'ultima categoria di soggetti sarebbe riconnessa sia il mito dei licantropi sia quello dei vampiri, così come la possibilità per un licantropo di ritornare in vita nella forma di un vampiro se non ucciso nei modi adeguati (mediante il ricorso all'argento). Calabrese si rifa a leggende e saggi tematici. Parla della possibilità per l'uomo di accoppiarsi con i licantropi e di generare esseri promiscui dotati di poteri soprannaturali (maghi, streghe e medium avrebbero sangue licantropico nelle loro vene). Tali accoppiamenti, uniti a una vera e propria crociata contro l'homo lycanthropus, avrebbero portato all'estinzione di quest'ultimo. Qualcuno ha pensato bene di selezionare i geni e di ricostituire la razza perduta. I protagonisti, tra cui un erede di Druidi (si rimanda allo sterminio condotto dagli antichi romani), cercheranno di uccidere quello che è stato definito “il figlio della notte”, un giornalista che, in realtà, è un licantropo evoluto in vampiro in grado di sfuggire alla morte. Buon racconto di intrattenimento, con discreta azione finale. Sarebbe piaciuto ai responsabili di Weird Tales.

Similare, ma meno qualitativo, è Teras. Calabrese plasma un'interessante location geografica. Ci spostiamo in Grecia dove uno scafista viene ingaggiato da un professore di filologia germanica (verosimile omaggio a Tolkien) per farsi trasportare a Santorini, al fine di verificare una sua teoria. Il professore infatti sospetta che dietro al mito di Beowulf e di Ercole vi sia un legame reale riconnesso a dei semidei in parte umani e in parte divini o demoniaci un tempo realmente esistiti. Il confine tra eroe e mostro infatti è labile e in entrambi i casi entra in gioco la figura del drago che, ferito, contamina col proprio sangue l'eroe risvegliandone il mostro che dorme nel profondo. Torna il tema dell'ibridazione con individui che, sotto la parvenza di uomini, celano una natura bestiale, essendo portatori di geni di creature superiori. Ne farà le spese l'avido scafista, attirato dalle ricchezze rinvenute in una grotta marina. Un altro ladro punito per la sua avidità lo si ritrova in Gargoyle, un esercizio di stile ambientato all'interno di una chiesa. Come per Teras, il proposito di rubare reliquie religiose determina la punizione del mostro. Questa volta ad azionarsi è la scultura di un gargoyle che divora l'intruso. Quest'ultimo è caratterizzato sulla scia dei protagonisti dei gialli di Brian De Palma, è infatti un pregiudicato che si veste da donna per non sollevare sospetti (!?). Per il finale, pur ispirandosi agli appunti di Lovecraft, Fabio Calabrese, forse, si lascia influenzare anche dall'ultimo episodio del film a episodi I Delitti del Gatto Nero.

Altro racconto ispirato dagli appunti di Lovecraft è Il Riflesso. Si tratta di una storia più interessante, specie per il substrato ambientalista che trapela dalla narrazione. Protagonista è uno speculatore statunitense, in missione in Brasile, che intende fare affari a discapito dei luoghi e della tradizione locale. Intende infatti demolire una bizzarra struttura dalla forma di castello che si riflette in modo imperfetto su uno stagno. Curiose (sebbene ingenue) le teorie che Calabrese tira fuori e che sembrano rimandare alla tanathographia (ovvero l'ipotesi che in una retina resti impresa l'ultima immagine vista da un uomo vittima di morte violenta) applicata agli specchi d'acqua. Calabrese ripropone tutti gli stereotipi del caso, con il terrore degli indigeni che non intendono recarsi presso il luogo in questione. Avvertimenti che non frenano il forestiero che ha pensato bene di piazzare la dinamite per spianare l'area e costruirvi una strada. Creature primordiali sono però prossime a liberarsi per punirlo.

Elementi comuni si ravvedono nel molto più riuscito e inquietante In Riva al Fiume, tra l'Erba Alta, un ottimo esempio di racconto criptozoologico in cui Calabrese gestisce bene ritmo e tensione. Una bizzarra iguana si comporta in modo anomalo e predatorio, seguendo furtiva le mosse del protagonista. L'orrore giungerà alla fine quando il fuggiasco inciamperà nei resti di un suo dipendente, allontanatosi da un giorno blaterando di creature demoniache. Il corpo, ridotto allo stato di scheletro, è stato spolpato da decine di bocche fameliche.


Seguono vie più originali Circolo Chiuso e I Cinque Anelli. Il primo è un racconto alquanto bizzarro, che strizza l'occhiolino a Gustav Meyrink (si rinvia a La Faccia Verde), con una storia che da l'avvio a un circolo continuo sospeso tra presente e passato, portando a un intreccio di piani temporali che si ricalibrano sulla medesima linea temporale che produce uno sdoppiamento del protagonista in virtù del quale quest'ultimo si ritrova da più anziano al cospetto di un sé più giovane nel tentativo (non riuscito) di evitare un accadimento del passato. Racconto bizzarro, per l'antologia in questione.

Bizzarro è altresì I Cinque Anelli che rinvia a Tolkien. Un collezionista senza scrupoli perde il senno quando gli viene rifiutata l'offerta per l'acquisto di un anello che viene spacciato per essere uno degli “anelli del potere” menzionati da Tolkien. Ucciso il possessore, il collezionista, che già possiede gli altri quattro anelli della collezione, indossa i cinque anelli scatenando una reazione magica che lo trasformerà in un albero. L'epilogo, per costruzione e implicazioni, è simile a quello di Gargoyle.


Tra i migliori racconti dell'antologia figura L'Oscuro Segreto di Sir Thomas Winterton. Marginalmente connesso ai miti di Cthulhu, è una storia ambientata nel Sussex che vede per protagonista uno scrittore a caccia di nuove ispirazioni. L'arrivo in un paese di campagna, Worthing, diviene occasione per imbattersi in una vecchia casa abbandonata, tale Winterton Manor, un tempo appartenuta a John Dee. All'interno, il famoso mago, a cui sarebbe riconducibile la traduzione in inglese del Necronomicon, avrebbe eseguito strani rituali di evocazione proseguiti dal successivo proprietario della casa, tale Lord Winterton. Calabrese evoca buoni momenti, con un pizzico di erotismo, che sembrano trarre vaga linfa anche dalla vicenda di Boleskine House su cui, di recente, Alessandro Manzetti ha scritto il romanzo Lust (2023). Niente di innovativo, ma ben narrato.


Se questi dieci racconti, a vario titolo, convincono, delude il racconto che apre l'antologia: Sulle Orme di Alhazred. Racconto derivativo che parla della traduzione della copia greca del Necronomicon (a sua volta curata da Teodoro Fileta e tratta direttamente dall'originale) con successivo tentativo di seguirne i rituali, portando all'apertura di una dimensione che sarebbe stato bene lasciare chiusa. Racconto privo di spunti ed elementi che ne giustifichino la stesura.


Poco valutabile e peraltro intriso di contenuti parodistici Il Manoscritto del Professore, uno stralcio di quattro pagine estrapolato da una round robin apocalittica in cui il mondo è piombato in una follia a causa dell'avvento dei grandi antichi. Curiosa l'ambientazione in Friuli Venezia Giulia e l'ironia di fondo relativa a uno scrittore che riscrive i successi dei più grandi scrittori.


CONCLUSIONE

Sulle Orme di Alhazred è un antologia di racconti lovecraftiani che centra il suo obiettivo. Niente di innovativo o rivoluzionario, ma ben narrato, con uno stile semplice e immediato senza fronzoli stilistici, e con sviluppi che sovente attingono da tesi fantastiche pescate da saggi e volumi di storia. Presenti almeno sei perle che non avrebbero sfigurato su Weird Tales. Di contro si respira un'aria forse un po' retrò che, se da una parte potrebbe essere apprezzata dai puristi dei racconti del tempo che fu, potrebbe indisporre le nuove leve di (pochi) lettori. Per quel che ci riguarda leggeremo altri volumi di Fabio Calabrese.

 

Le sei antologie lovecraftiane pubblicate da Calabrese per Dagon Press.

Cos'è la magia? Niente altro che la conoscenza della mente. Il resto sono solo simboli. I demoni non sono altro che le angosce che portiamo in noi stessi.”

venerdì 19 luglio 2024

Recensione Narrativa: MALAPUNTA di Danilo Arona.

Autore: Danilo Arona.
Anno: 2015.
Genere:  Fantascienza / Horror.
Editore: Cut-Up Edizioni.
Pagine: 366.
Prezzo: 16.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Romanzo complesso che presenta il crisma del suo autore Danilo Arona. Nome che non ha bisogno di presentazioni nell'ambito del fantastico italiano e della saggistica legata alla demonologia, Arona da campo alle sue abilità nel destrutturare una storia che cambia connotati ogni volta per ripresentarsi sulle medesime coordinate di partenza, rimescolando i personaggi alla maniera di una serpe che cambia pelle ma tale rimane.

Malapunta è un romanzo “pazzesco”, sfugge ai generi, eppure li rappresenta tutti. Diviso in tre parti, molto diverse tra loro e rispettivamente all'insegna del giallo, della fantascienza e dell'horror, generi al cui interno si aprono a mille sfumature. Nel complesso è fondamentalmente un fantascientifico intriso di contenuti horror e catastrofici. È incredibile tuttavia come l'autore riesca a giostrare il tutto, tra fanta-geografia, fantascienza alla Dreamscape, catastrofismo alla Emmerich (si parla di inversione del moto della terra), heroic fantasy, romanzo storico (con flashback dove vediamo le flotte di Nerone sterminare i druidi), orrori marini, divinità arcane, erotismo, romance (alta componente sentimentale), giallo alla whodunit, noir e romanzo d'azione tra le fogne di Bucarest. Tutto in un'unica portata scandita da un piglio lento, ciclico, che prende i suoi tempi con fare ipnotico (per il suo ritornare continuamente su sé stesso), snocciolando dettagli che spiazzano il lettore tutte le volte in cui può dirsi convinto di aver ritrovato la bussola.

La trama è semplice, eppure intricata da continui stravolgimenti. La base ricorda soluzioni del romanzo Solaris di Stanislaw Lem, ma anche della pellicola Nightmare di Wes Craven (non a caso citato nel testo), salvo traslare i parti dell'immaginazione nell'effettiva realtà fenomenica. Quanto immaginato o sognato diventa, dunque, reale con tutte le relative implicazioni. 

Cinque individui si ritrovano su un'isola fantasma, Malapunta, uno spuntone di roccia tra la Corsica e l'arcipelago toscano dove, per legge, non sarebbe possibile attraccare. La ragione della presenza dei cinque è diversa, in alcuni casi addirittura messa in dubbio. Un omicidio sconvolge la tranquillità o almeno così è dato a credere al protagonista, un ubriacone che ha deciso di farla finita con la vita perché non riesce a sopportare di aver provocato, in un incidente d'auto, la morte della moglie. Tutto chiaro? Manco a dirlo. I ruoli si mischiano. Realtà e sogno si sovrappongono di continuo, si influenzano vicendevolmente e ciò che non esiste si materializza o torna a rivivere avendo ripercussioni su scala mondiale. Da qui prende piede una storia che imbocca vie del tutto imprevedibili, tra esperimenti mentali, sogni condivisi, campi elettromagnetici impazziti, creature connesse ai druidi che tramano da altre dimensioni e infine l'inversione del moto terrestre in vista di un restart che mina dalle fondamenta il pianeta Terra.

Dire strano è dir poco. Danilo Arona fa uscire il tutto nel 2011 e lo fa sotto lo pseudonimo Morgan Perdinka per le piccole Edizioni XII. La soluzione è studiata e alimentata da una biografia che parla di uno scrittore musicista morto suicida nel 2007 a Milano e di un romanzo ritrovato tra le carte. Il gioco per un po' regge (anche se tutti gli addetti ai lavori sono consci di chi sia l'autore), finché Arona non decide di ripresentare il materiale, quattro anni dopo, a proprio nome per la Cut-Up Edizioni.

Romanzo dunque molto particolare. Non di velocissima lettura e non incalzante, eppure memorabile. Tende infatti a ritornare sempre su sé stesso, modificando la sua natura, tra personaggi che si sovrappongono e altri che vengano a poco a poco svelati nella loro caratterizzazione più minuziosa. Una volta letto, lo si ricorda nel tempo.

 
La copertina della prima edizione 
firmata Morgan Perdinka.
 
"Io sono un sogno che sogna d'inghiottire chi mi sogna."

sabato 13 luglio 2024

Recensione Narrativa: MR. CROWLEY - Le Cronache di Cefalù di Aldo Luigi Mancusi.

Autore: Aldo Luigi Mancusi.
Anno: 2024.
Genere:  Giallo / Horror.
Editore: Edizioni Ensemble.
Pagine: 126.
Prezzo: 15.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Novella più venduta – credo di poter dire – nell'ambito della produzione narrativa di Aldo Luigi Mancusi, divulgatore social tra i più attivi nell'ambito dei canali youtube di attualità e cultura letteraria col suo Libri di Sangue. Personaggio discusso, non certo un emblema di simpatia (quantomeno a livello di percezione personale dall'analisi dei suoi video), facile alla critica provocatoria e altezzosa, sovente proiettata a proporre giudizi politici e sociologici, in nome di opinioni personali elevate da lui stesso al rango di verità oggettive. Scrive – ne prendiamo atto - “di essere l'ultimo allievo di Arie Ben Nun ovvero uno dei trentasei kabbalisti nel mondo” posizione che lo porta a spiegare in pillole la kabbalah e a tenere un corso a pagamento incentrato sui tarocchi (specificando poi che cartomanti e aderenti a ordini esoterici quali la Golden Dawn e derivativi altro non sono che cialtroni acchiappa citrulli). Mancusi si presenta, a parole, quale “vero” studioso di occulto ed esoterismo, in uno sfarzo intellettuale che lo porta a distruggere “a parole” coloro che hanno fatto la storia di una certa tradizione ermetica quale Madame Blavatsky, il premio nobel William Butler Yeats e compagnia, ma non Crowley (a suo dire un genio).

Molto apprezzato in ambiente editoriale da realtà quali Cut-Up e Independent Legions, per le quali ha rispettivamente curato la traduzione del racconto I Delitti della Rue Morgue di Edgar Allan Poe e la postfazione del romanzo di Aleister Crowley Moonchild, vanta attestati di stima di caratura internazionale (non tutti possono permettersi di avere John Shirley quale autore di una prefazione). Ha altresì pubblicato il giallo Edgar Allan Poe – L'Ultimo Incubo (Ensemble Editore, 2022) e un paio di raccolte poetiche. Una produzione non certo copiosa, considerando che è quasi alle porte dei cinquant'anni e che è stato, per oltre dieci anni, direttore responsabile della rivista Metal Shock.

Con Mr. Crowley, Mancusi penetra nel cuore delle sue passioni più profonde e mai nascoste. L'occultismo e la magia rituale da una parte, nel mezzo il mistero di Crowley (personaggio di cui lo scrittore non nasconde di essere affascinato) e dall'altra un'intelaiatura gialla sospesa tra la tradizione degli scrittori vittoriani e la “modernità” del Camilleri legato alle indagini di Montalbano (con tanto di dialoghi scritti in siciliano).

L'idea è quella di scrivere un giallo che prenda le mosse dalla realtà, per svilupparlo in una via alternativa sulla scia delle operazioni meta-storiche di Quentin Tarantino rappresentate da “esperimenti” quali Bastardi senza Gloria e C'era una volta a... Hollywood. Si parte così da un omicidio immaginario perpetrato nella Londra degli anni '20 e si perviene a Cefalù, dove ha sede la setta di Aleister Crowley e dove succedono fatti (sanguinosi) per buona parte inventati dallo scrittore. L'intreccio è quello tipico del page turner che inchioda il lettore sulla pagina e lo porta tutto di un fiato alla fine della lettura (capacità tutt'altro che semplice). Mancusi scrive in modo asciutto, snello e sa imprimere un ritmo accattivante che aggrazia la lettura rendendola sempre coinvolgente. I tempi morti sono stati, in tutta probabilità, tagliati in fase di editing. Poco importa poi se le caratterizzazioni siano stereotipate. Protagonista è il solito detective espulso dalla polizia, che beve alcolici e va a prostitute, chiamato all'incarico che potrebbe portarlo a essere reintegrato nei ranghi di Scotland Yard. Ingaggiato da un facoltoso londinese per far luce sulla morte della figlia, si ritroverà dalla Londra nebbiosa ed elegante alla calda e ambigua realtà siciliana. Nella parte ambientata a Cefalù, a mio modo di vedere, Mancusi è meno bravo (non che non sia gustoso da leggere). Semplifica infatti le relazioni interpersonali e fa muovere quasi con disinvoltura uno straniero in un territorio arretrato e sospettoso, peraltro limitato da un analfabetismo di fondo non certo secondario. Così vedere un inglese, che parla a malapena in italiano, interrogare le comari siciliane degli anni '20, riuscendo a ottenere informazioni dalle medesime è quanto di più assurdo ci si possa attendere (ma siamo disposti a sorvolare per esigenze narrative). Non mancano poi tutti i cliché dei siciliani mostrati dalla cinematografia nostrana, con tanto di “minchie”, “bottanazze”, lupare, ammiccamenti per evidenziare risposte negative, picciotti e quanto più si possa pensare. C'è comunque da dare atto allo scrittore di saper scrivere dei dialoghi vivaci e di usare un lessico che combina perfettamente l'eleganza stilistica alla semplicità. Mr Crowley, pur proponendo qualche scena forte, ha tutte le carte in regola per aggraziarsi l'editoria mainstream e dunque ottenere spazio nelle librerie e sugli scaffali di realtà importanti. Intrattiene, intriga e non va oltre i limiti del buongusto, adatto a ogni tipologia di lettore. La struttura, assai lineare, viene scossa dall'ultimo capitolo, dove il giallo lascia definitivamente campo al fantastico a beneficio di un epilogo che dovrebbe nelle intenzioni consentire alla novella di elevarsi dal giallo classico per imboccare la via dell'horror (quasi a offrire una poetica e catartica seconda chance anche a Crowley). Una scelta, quest'ultima, che rompe l'equilibrio di un giallo fin li fatto di equilibri ed efficacia essenziale.

Buon testo dunque, ma non certo innovativo. Le fonti di ispirazione di Mancusi partono laddove Vincenzo Consolo, nel 1992, con Nottetempo, Casa per Casa aveva vinto il Premio Strega. Le scorribande siciliane di Crowley non sono infatti una novità in editoria, così come non lo è la presenza di un personaggio più o meno costruito sull'uomo Aleister Crowley. Se Mancusi parla direttamente del “mago” inglese, altri autori, in passato e per evitare dispute legali, avevano portato in scena il mago trincerandolo sotto nomi di fantasia. È il caso dell'Oliver Haddo antagonista nel romanzo The Magician (1908) di Maugham, oppure del Mocata al centro dell'intreccio di The Devil Rides Out (1934) di Dennis Wheatley o del meno famoso ma più preciso Servius Jerome di Black Magic (1938), un racconto di Sax Rohmer in cui un investigatore privato deve recuperare la figlia di un facoltoso imprenditore finita nelle mani di un mago guarda caso espulso dalla Sicilia dopo la morte avvenuta in un Tempio di alcuni suoi accoliti. Mancusi prende ispirazione da tutta questa esperienza per plasma a mestiere un intreccio in grado di intrattenere. Il suo Crowley, in verità ai margini della vicenda (il punto di vista è quello dell'investigatore che narra il tutto in prima persona), conferma il carattere viscido, ambiguo e brutale dei suoi predecessori letterari. Mancusi se ne esce così sul mercato sotto una veste patinata che ammicca alla novità rispolverando quanto già scritto da altri. Niente di male in questo, sia chiaro, specie quando è scritto - come in questo caso - con maestria e volontà di intrattenere.

Rituali e possessioni similar demoniache alla Wheatley fanno capolino nel testo che, per almeno trequarti, resta un giallo. Consigliato, sicuramente.  Mancusi tornerà presto su queste pagine. E ora, come cantavano coloro che dopo Miss Italia temevano l'avvento di un papa nero: silenzio.

L'autore ALDO LUIGI MANCUSI
Perché io so' io... e voi invece cosa siete?
A

"Tutti viviamo in equilibrio ai confini dell'abisso, ma pochi hanno avuto il coraggio di andare oltre." 

giovedì 11 luglio 2024

Recensioni Narrativa: GRIMORIA di AA.VV (Strani Aeoni).

Autore: AA.VV..
Anno: 2023.
Genere:  Antologia Horror.
Editore: Colomò Editore.
Pagine: 162.
Prezzo: 13.50 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Antologia dei fan del Solitario di Providence iscritti al Gruppo Telegram Lovecraft Italia curata dal quadrunvirato composto da Palazzi, Possanzini, Sista e Zanelli e data alle stampe nel 2023 dalla Colomò Editore. Siamo a metà strada tra un'antologia e una rivista. Sedici racconti, tre poesie, tre illustrazioni (re-interpretazioni di foto di Lovecraft) e un contenuto saggistico su Lovecraft e le sue inclinazioni razziste.

Per la natura del progetto, che evidenzia diversi refusi spalmati in quasi tutti i racconti, il prodotto finale non è disprezzabile. Spicca la presenza di tantissimi under trentacinque affiancati da qualche nome noto nell'ambito della saggistica di settore come Cesare Buttaboni (autore di tre racconti e del contributo saggistico) e Daniele Corradi (ex direttore editoriale di Dario Abate Editore).

I racconti si distinguono, nei contenuti e nella loro proposta stilistica, in quattro sottogruppi. Il più rappresentato è quello costituito dagli emuli di Lovecraft nei contenuti e nello stile (Cesare Buttaboni e Flavio Deri), seguiti da coloro che decidono di prendere la via della parodia (Enrico Nanni, Davide Russo). Cospicuo è inoltre il gruppo delle storie che evocano orrori solo marginalmente toccati dalle tematiche dello scrittore americano (Francesco Urbinati, Thomas Andrigo, Natan Sergio) fino a giungere a qualche raro tentativo di commistione tipica del cosiddetto modern weird come fatto da Daniele Corradi.

L'orrore è la costante, sovente rappresentato dall'evocazione di atmosfere che ricordano quelle dei testi di weird tales, con rari tentativi di personalizzare le trame o di proporre elaborati finalizzati a veicolare una qualche idea di fondo. L'intrattenimento e la volontà di provare a inquietare i lettori sono i propositi ricercati, anche perché fare qualcosa di diverso con sei/sette pagine (lunghezza media dei racconti) a disposizione non è certo facile. Manca la presenza di curatori severi, non tanto nel ripulire i testi dai refusi (errori di battute, declinazioni verbali ballerine, in fin dei conti non così disturbanti), ma nell'incidere sui soggetti al fine di ottenere contributi originali negli sviluppi (questo è uno dei punti deboli del progetto).

A mio modesto parere, sono da segnare sul taccuino alcuni nomi da rivedere alla prossima utile. Tra tutti piacciono in modo particolare Thomas Andrigo e Natan Sergio. Il primo è un classe 1991 dal curriculum nebuloso, sebbene risulti attivo in altre antologie horror edite dalla “famiglia” della Colomò Editore. Qua presenta tre racconti, uno dei quali – Il Nipote del Terribile Vecchio – particolarmente efficace e probabilmente il migliore dell'antologia. Una coppia di ladri pensa bene di sfruttare l'assenza dei proprietari di una villa per fare razzia di quanto sia in essa custodito. Si troveranno, loro malgrado, alle prese con una sorta di casa stregata manovrata dall'estro di un ragazzino di dieci anni (un limite del testo è che per i ladri, evidentemente fan della saga Mamma ho Perso l'Aereo, sia normale che un bimbo venga lasciato per giorni da solo in una casa dai genitori) particolarmente diabolico (mi ha fatto venire in mente un racconto minore di Arthur Machen pubblicato su un'antologia della Fanucci). Testo visionario e claustrofobico, che gioca sulla presenza di creature che si muovono su diversi piani dimensionali e che si prendono gioco dei principi euclidei. Meno convincente, sempre di Andrigo, L'Ospite di Edgar Allan Poe che conferma la predilezione dell'autore nel destreggiarsi in atmosfere oniriche e nel generare momenti claustrofobici. Manca nella circostanza il tocco che permette al testo di distinguersi da quello di un altro autore. Non è infatti sufficiente il risvolto finale, un po' ironico, in cui Edgar Allan Poe si desta da un incubo convinto di aver sognato di essere un tale aspirante scrittore horror di nome Thomas Andrigo. L'autore va invece sul sicuro con Le Ultime Parole di mio Nonno, terzo apporto di Andrigo, che sceglie la via derivativa per proporre un mistero legato a uno strano oggetto trafugato in Egitto dalla tomba di un faraone. Buon esercizio di stile, adatto soprattutto per essere inserito in una rivista di settore.

Molto più calibrato, rispetto a questi ultimi due racconti, Il Dipinto di Natan Sergio, altro autore a me sconosciuto ma sul pezzo dagli anni ottanta. Testo e sviluppo classico, ben gestito e narrato con esperienza. Una coppia di amanti, dopo aver copulato, scherza al cospetto del dipinto di una suora famosa per aver praticato delle estirpazioni di feti dai grembi di donne adultere (abbastanza assurdo che la protagonista tenga un quadro del genere in casa). L'incubo, come era lecito attendersi, si materializza di lì a poco e porta a uno dei picchi horror più elevati dell'antologia. Niente di originale, sia nella tematiche (un po' The Nun) che negli sviluppi (in verità prevedibili), ma narrato con discreta maestria. Risultato centrato, soprattutto per la presenza del doppio finale.

Altro autore on fire è Flavio Deri, uno dei pochi (insieme a Buttaboni) da me conosciuti. Valido recensore ed emergente narratore weird, già pubblicato – tra gli altri - da Delos Digital. Presenta due valide storie, seppur con qualche limite negli sviluppi. Arkham: Requiem per un Anima Dannata è uno supernatural horror con elementi polizieschi che richiama sia il ciclo dei Miti di Cthulhu sia il sottogenere degli indagatori del soprannaturale (potrebbe dare il via a un personaggio seriale). Protagonista è un detective privato dotato di poteri parapsicologici (è un esperto di retrospettiva investigativa) che gli permettono di retroagire nel passato per vivere i momenti antecedenti agli eventi oggetto di indagine. Sarà chiamato dalla polizia a risolvere l'enigma legato alla morte di un professore (Nathaniel Hawthorne, niente a che vedere con l'omonimo scrittore) al centro di una vera e propria faida tra sette deviate. Fin qui, è un ottimo racconto da weird tales per senso di mistero e capacità di generare aspettative nel lettore, ma pecca in un finale inflazionato e molto deludente. Sempre del medesimo autore risulta migliore, ma meno strutturato, Il Monastero, che punta tutto sull'atmosfera e su una sovrapposizione tra ritualità cristiana e ritualità blasfema che rimanda ai Miti di Cthulhu. Qua il pathos e il senso d'orrore si rivelano crescenti e culminano in un finale, pur se non originale, di sicuro effetto.

Tra gli altri racconti brilla inoltre, soprattutto per potenza onirica e per un epilogo in cui si cerca di fornire una spiegazione razionale all'accaduto, Gli Abissi Cosmici di Yuggoth di Cesare Buttaboni. Testo che potrebbe apparire pesante per i gusti dei lettori di fresca generazione, per il suo ancorarsi a una narrazione aulica votata al weird dei primordi; pochi i dialoghi, forma anteposta ai contenuti e grande cura nella scelta dei vocaboli (a fronte di una narrazione di eventi non poi così sviluppata). Buttaboni riesce a fornire squarci visionari popolati da creature fameliche e fantastiche, prossime per iconografia a una regressione ai tempi dei mostri preistorici in lotta tra loro e pronti a sconfinare nella realtà per effetto della lettura di un volume proibito e misterioso scritto dallo stesso Lovecraft. Echi da The House on the Borderland di Hodgson impreziosiscono il tutto, tra architetture frutto dell'ingegno di intelligenze estinte e blasfeme profezie.

Piuttosto simili (ed è un limite), per tematiche e stile, gli altri due contributi narrativi di Buttaboni, che hanno la particolarità di proporre personaggi destinati alla follia, uomini battezzati con nomi di culto nell'ambito dei cultori (più o meno) underground legato al mondo italico di Lovecraft, quali l'editore Andrea Vaccaro (Edizioni Hypnos), lo scultore Bonazzi e il critico letterario Sebastiano Fusco (coinvolto in due testi). Punte di ironia beffarda che tuttavia non modificano le visioni cupe e apocalittiche dei testi, con una certa predilezione per la devastazione del mondo civile.

Sprazzi interessanti si ravvedono poi in Oltre la Soglia di Francesco Urbinati (classe 1993), che strizza più di un occhio, pur se spostando la narrazione in Italia, alla tematica del “piccolo popolo” di Machen. Buon esercizio senza ironie e con taglio classico.

Questi sono, a mio avviso, i migliori contributi. Sono comunque da segnalare, soprattutto per maturità stilistica, Una Famiglia Nera Unita di Corradi e Ioannes Virdi di Enrico Nanni, probabilmente i più personali del complesso. Corradi fonde tra loro Dunwich Horror e i Culti Svedesi di Anders Fager, ammodernando ed esplicitando le fornicazioni supposte da Lovecraft. Quanto il solitario alludeva, qua si rende esplicito e lo diventa con un piglio fiabesco che mette assieme dialoghi in dialetto a violenze sessuali di matrice incestuosa plasmate da un tocco poetico e grandguignolesco. Ho l'impressione che sia un testo che o lo si ama o lo si odia, di certo non passa inosservato. Nanni, invece, propone una sorta di rivisitazione tra Poe (penso a The Masque of the Red Death) e Lovecraft, molto ben narrata ma non massimizzata – a mio modesto parere – nello sviluppo. Più classico, per costruzione ma totalmente virato alla parodia sfrenata (con tanto di intervento finale di Ezio Greggio!), Il Ritorno dello Starman, un racconto che rischia di indisporre i cultori del Solitario, peraltro con un'indagine e un epilogo forzati che sconfinano nell'ufologia e nelle sette che ricercano gli dei nello spazio.

Altra via parodistica, percorsa però attraverso il ricorso a improbabili mostri e in ossequio a una costruzione lontana da Lovecraft, è quella seguita da Davide Russo e dal suo Progetto Devasto 2. I Miti di Cthulhu, un po' come letto in uno dei racconti iniziali dell'antologia di Mattia De Pascali 5 Biglietti per un Drive-In, sconvolgono il mondo scolastico, ma lo fanno con poca presa critica e molta ilarità. Non mi ha convinto, così come non lo ha fatto l'altro fulmineo (appena mezza pagina) contributo dell'autore (Natale con gli Heilung).

Gioca su una bizzarra alternanza, tra il punto di vista di un ragazzo e quello di una ragazza, che inizialmente fornisce l'impressione di essere in presenza di una serie di errori nei pronomi (poi si capisce che lo scrittore cambia di continuo il punto di vista), Andrea Carissoni con la ghost story Hulon-Rhommar.

Completano il volume tre poesie di Alessandro Repetto, su cui non mi esprimo non avendo basi per giudicare le poesie, e un saggio sintetico e ben focalizzato di Cesare Buttaboni incentrato sulla genesi e gli effetti sui racconti delle inclinazioni razziste di Lovecraft.


Grimoria è dunque un'antologia di estrema nicchia, probabilmente con una tiratura estremamente limitata sebbe indirizzata ai numerosi iscritti del Gruppo, ma con contenuti interessanti e dei nomi che hanno le carte in regola per farsi valere nei prossimi concorsi weird. Il materiale umano per proporre qualcosa di notevole c'è ma, a mio avviso, occorrerebbe un editing (non tanto formale) più aggressivo nel cercare di proporre storie innovative e sviluppi maggiormente imprevedibili. Il punto debole del progetto, infatti, sta proprio in un'eccessiva riproposizione di quanto già letto in Lovecraft o nei suoi epigoni. Troppi pochi autori hanno cercato di rompere lo schema. Penso poi che la scelta della parodia sia un'arma a doppio taglio, che rischia di indisporre piuttosto che di divertire i lettori. Nel complesso è un volume interessante per gli oltranzisti del Solitario di Providence e per gli addetti ai lavori che siano a caccia di qualche nome nuovo da reclutare. D'occasione il prezzo: appena 13,50 euro per centosessantadue pagine.

Concludo con una frase in calce, estratta da uno dei tre racconti di Thomas Andrigo, che esprime bene – forse con ironia – la critica principale che ho mosso al progetto.


Il malessere interiore è fondamentale se si vuole intraprendere questa strada, è quello che distingue un imbrattafogli da un vero scrittore... La scrittura è un arte e in quanto tale serve a dare voce all'autore, solo se si ha qualcosa di veramente degno di essere detto si può fare vera scrittura.”