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martedì 15 marzo 2016

Intervista a Roberto Albanesi regista de NON NUOTATE IN QUEL FIUME




Articolo intervista  a cura di Matteo Mancini
Abbiamo il piacere di ospitare un vecchio amico del blog, già più volte presentato e intervistato da queste parti dove abbiamo tenuto a battesimo il suo debutto e la sua progressiva e crescente evoluzione artistica.
Stiamo parlando di ROBERTO ALBANESI, filmaker classe 1986 di Casalpusterlengo, che si definisce un auto-didatta con la passione sfrenata per il cinema di genere.  Una presentazione, così detta, che potrebbe far pensare a uno dei tanti appassionati del fine settimana o del ritaglio di tempo libero, ma che vanta menzione sul portale internazionale di imdb.com dove vi compare in virtù del salto di qualità avvenuto nel 2013 con il film a episodi The Pyramid, autoprodotto, tra gli altri, dal volpone Alex Visani. Un'opera che ha fatto schizzare il nome della New Old Story FIlm (nome della casa di produzione fondata da Albanesi) nel mondo underground italiano, che da sempre snobba certi prodotti (vale anche per la narrativa), ma soprattutto sul mercato giapponese, canadese e americano dove il film è stato distribuito e venduto. Una soddisfazione, quest'ultima, non di poco conto, per una squadra auto-didatta. Prodotto quest'ultimo preceduto da una serie di cortometraggi minori, non menzionati su imdb.com, ma di cui Roberto ci ha svelato i retroscena in più di un'occasione e di cui abbiam avuto modo di parlare. Ricordiamo e rinviamo a quanto pubblicato qua su queste pagine relativamente a Happy Birthday, Diesis e Happy Easter, caratterizzati da un'evolutiva crescita di tutto lo storico cast tecnico e artistico (Simone Chiesa su tutti) della New Old Story, esaltata dai riconoscimenti ricevuti al Reign of Horror Film Festival. 

Premesso quanto sopra veniamo a questa nuova fatica, ovvero il debutto di Roberto Albanesi alla direzione di un lungometraggio. Il nostro amico ci presenta un horror di circa 70 minuti dal titolo che omaggia i cari e rimpianti anni '70: Non Nuotate in quel Fiume. Palese l'omaggio iniziale a Tobe Hooper e al suo Non Aprite quella Porta, ma con risvolti che fanno pensare persino al cult movie L'Occhio nel Triangolo. L'atmosfera che pervade l'opera sembra quella dei famosi Grindhouse rievocati da Tarantino e Rodriguez, in particolare salta alla mente il trailer fake intitolato Don't.
La trama si muove sul canovaccio tracciato dall'attuale Lo Chiamavano Jeeg Robot con un trio di manigoldi che sono braccati e che devono consegnare una valigetta a un boss sarcastico, ma crudele. Il luogo della consegna viene individuato attorno a un fiume, un fiume nel quale si nascondono strane entità umanoidi... 

1.  Dopo questa dovuta introduzione, passiamo a salutare Roberto dandogli il benvenuto su questa pagina. Innanzi tutto ci complimentiamo con la New Old Story Film per i successi ottenuti con The Pyramid e col successivo progetto antologico che l'ha vista coinvolta. Abbiam parlato qualche anno fa di The Pyramid, cosa ci puoi dire invece di questo secondo progetto antologico?

R.A: Prima di tutto, grazie Matteo per l'ospitalità che mi riservi sempre sul tuo Blog, a cui sono parecchio legato."CATACOMBA" è un progetto di Lorenzo Lepori, che mi ha voluto fortemente come regista/sceneggiatiore (e la NOS Film come società co-produttrice) dell'episodione che fa da cornice ai 4 episodi (tutti diretti da Lorenzo) che compongono il film. Il film è scritto a 6 mani da Lepori, Antonio Tentori e dal sottoscritto. E' un omaggio ai fumetti degli anni 70 e 80, tutti pensati e realizzati da italiani. C'è parecchio sangue... parecchio sesso... e molta ironia. A breve daremo una bella notizia su "Catacomba"


2. Ricordo che la precedente volta parlammo dell'acquisto da parte dei distributori americani di The Pyramid. Come si è comportato il film da un punto di vista commerciale? Che tipo di contatti hai avuto con critici e distributori stranieri? Hai avuto la stessa accoglienza anche in Italia, ed è cambiato qualcosa rispetto a un paio di anni fa?

R.A: The Pyramid a livello commerciale non ci ha resi ne ricchi ne poveri. La sua parabola distributiva è stata seguita dal capo progetto, ossia il buon Visani... noi registi/sceneggiatori abbiamo "semplicemente" visto il nostro film rimbalzare da una parte all'altra del globo, ed è stato qualcosa da non credersi... sapevamo che il film era molto valido, ma mai e poi mai ci saremmo immaginati una visibilità così ENORME. E' diventato il film antologico di maggior successo del cinema di genere italiano. Per quanto riguarda l'Italia, posso solo dire che è stato allegramente schivato da tutti. Nessuno è profeta in patria.


3. Veniamo a Non Nuotate in quel Fiume. Il film uscirà il 25 marzo e ho visto che lo avete presentato nei libretti di sala quale tributo ai B-Movie degli anni '70-'80. Mi pare di intuire, dalla visione del trailer e dal titolo scelto, uno spiccato omaggio votato alla produzione d'oltreoceano, quella un tempo destinata ai drive in, piuttosto che all'europea. Sbaglio oppure lo reputi più legato all'imprinting italiano di quell'epoca?

R.A.: Ci hai visto bene Matteo! Alla fine son cresciuto più con film stranieri che con film italiani. Il titolo del film invece, è un omaggio alle folli traduzioni italiane di titoli come The Texas Chainsaw Massacre e I Spit on your Grave. In quegli anni lì, i nostri traduttori si sono fatti un po' prendere la mano dalla "NON FATE QUELLA COSA" mania. E son venuti fuori titoli come "Non Aprite quel Cancello" "Non Violentate Jennifer" "Non Entrate in quel Collegio" "Non Entrate in quella Casa" "NON TELEFONATE DOPO LE 22 DI SERA CHE STO GUARDANDO CHI L'HA VISTO E NON VI RISPONDO". Titoloni che facevano presa immediata sul pubblico, titoloni che mi fanno godere non poco.


4. Dalla lettura della trama deduco uno sviluppo sulla falsa riga de Dal Tramonto all'Alba, ovvero un copione che prende le mosse strizzando l'occhio al noir, con un trio di delinquenti protagonista, e che poi vira in modo deciso verso l'horror. Come vi è venuta l'idea di usare il fiume quale fonte da cui nasce l'orrore? C'è qualche legame con film come L'Occhio sul Triangolo di Ken Wiederhorn?

R.A: E' un parallelismo che ci può stare (anche perchè il classico: "criminali in fuga dai problemi che incontrano problemi ancora più grossi", è una storia vecchia quasi quanto il cinema). L'idea del fiume mi è venuta in quanto amante della natura ed eterno visitatore delle valli piacentine, soprattutto della Val Trebbia, dove Bellocchio realizzò uno dei miei film preferiti di sempre I Pugni in Tasca. Il legame con L'Occhio nel Triangolo non c'è, semplicemente perchè è un film di cui non conoscevo l'esistenza. Lo recupererò a breve. Mi hai incuriosito.


5. Noto delle curiose analogie, come si suol dire prima facie, con Lo Chiamavano Jeeg Robot. Hai ripreso l'idea dei delinquenti protagonisti contrapposti a un boss donna e con un fiume a fungere da elemento scatenante. Credo che sia tutto casuale, in caso contrario sconfessami.

R.A: Assolutamente casuale.Ho finito di scrivere Non Nuotate in quel Fiume un anno fa esatto.


6. Perché hai optato per un boss donna? Hai voluto introdurre delle venature erotiche oppure costituisce un mero diversivo?

R.A: Per due grandi motivi. MOTIVO 1. Quando hai a disposizione un talento puro come quello di Roberta Nicosia (famosa in tutta Italia per i video con gli youtuber Pantellas Ndr.) non vedi l'ora di darle un ruolo che possa far scatenare tutta la sua bravura. MOTIVO 2. Per quanto continuiamo a raccontarci il contrario, sono le donne a comandare gli uomini. Ho perso recentemente un amico di vecchia data per la sua totale inzerbinatura nei confronti della sua donna. Forse questo mi ha ispirato inconsciamente.


7. Come è nata la sceneggiatura del film, quando l'hai concepita? E' un progetto che maturavi di realizzare da molto tempo, cioè era un copione nel cassetto oppure è nuovo? Ti faccio questa domanda perché essendo un copione di un lungometraggio, molti registi hanno una loro sceneggiatura del cuore che lasciano chiusa in un cassetto con la speranza poi di portarla in scena.

R.A: La sceneggiatura l'ho scritta nel Febbraio del 2015. Da anni desideravo realizzare un film che toccasse i temi dei film di serie-b, semi-invisibili, che hanno riempito i nastri magnetici delle nostre vecchie, care, amate ed estinte videoteche. L'idea del film mi è semplicemente SALTATA FUORI, dal nulla, senza motivo o diretta ispirazione. La famosa "sceneggiatura nel cassetto" ce l'ho davvero, ma non posso realizzarla perchè necessita di un VERO budget (Non Nuotate in quel Fiume, per esempio, mi è costato 80 euro). Si intitola "VIDEOCLIPPER" ed è un omaggio alla videoteca in cui ho lavorato da ragazzino.


8. Quali, se ci sono state, le difficoltà maggiori a girare un lungometraggio piuttosto che un corto?

R.A: Un lungo, ovviamente, ti porta via più tempo.Grazie a Dio avevo accanto a me Amici (ancora prima che colleghi) che mi hanno dato una mano enorme a portare tutto a compimento. Il ping pong è qualcosa che si deve far da soli (e di cui non esiste persona che può battermi), ma il cinema no... ed è bellissimo così.


9. La scelta delle location. Il film è ambientato nel piacentino. Avete scelto il set per una qualche ragione o leggenda del posto, oppure perché era semplcemente strumentale alla trama? Quanto, secondo te, è importante una scenografia al fine della riuscita del prodotto finale e quanto ha influito quella da voi scelta?

R.A: Come già detto, io amo il piacentino... il suo clima, la sua pace, le sue valli e la sua atmosfera indefinibile a parole semplici (bisognerebbe scivolare nella poesia). E' un film costruito intorno a un luogo dell'anima. La scelta degli ambienti giusti per un film è FONDAMENTALE. A mio parere bisognerebbe sempre pensare prima all'ambiente e poi a quello che ci accade dentro.

Foto di scena de NON NUOTATE IN QUEL FIUME

10. Nel cast artistico figura il tuo attore e socio Simone Chiesa nei panni di Papillon. Il suo personaggio, dato il nome, è un omaggio al protagonista di Schaffner? Quanto c'è di Chiesa nei tuoi film, si limita a fungere da attore o partecipa attivamente alla costruzione del film? Te lo chiedo perché in The Pyramid lo avevamo visto all'opera anche dietro alla macchina da presa, qua invece lo ritroviamo al montaggio.

R.A: Il nome "Papillon" è un omaggio a tre diverse cose:
1. Il film con Hoffman e McQueen (regia di Schaffner, ndr di Mancini);
2. Il ricordo di mio padre (il papillon che indossa Papillon era suo e lo indossò il giorno della sue nozze con mia mamma);
3. Il brano degli Editors.
In questo film di Chiesa c'è... un montaggio davvero valido e una performance attoriale davvero forte (contando che Simo non è un attore). Ho diviso la regia con lui sempre, da quando è nata la NOS Film (Dicembre 2008 Ndr.), ma da Catacomba in avanti credo che ognuno farà le proprie cose da solo.

11. Dalla lettura del cast artistico scorgo molti nomi per te nuovi, ma che hanno discreto curriculum nel settore dei corti. Penso a Ivan Brusa, a Roberta Nicosia, Stefano Galli, ci sono persino Leo Salemi, che annovera il film L'Albero delle Zoccole (1995), e Denis Frison e Roberto D'Antona (conosciutissimi, entrambi, nei fan movie dedicati a Dylan Dog). Un cast molto numeroso. Come hai scelto gli attori? La presenza di Frison e D'Antona, mi suona un po' da cammeo di gusto per gli amanti dei prodotti dell'underground... Ci vedo giusto o ci sono altri motivi?

R.A: Ho voluto unire sotto lo stesso tetto i miei amici-attori, agli amici-non attori, agli amici-registi. Non ho fatto provini, ho semplicemente chiamato tutte le persone a cui sono legato sia umanamente che artisticamente. Il duo Frison e D'Antona lo conosco prima come Denis e Roby che come "I DUE DYLAN DOG"...ovviamente, c'è anche un certo gusto da parte mia nell'unire tanti volti noti del cinema indie italiano. Poi ho l'onore di avere Pietro De Silva, uno che prima di lavorare con Roberto ALBANESI ha lavorato con Roberto BENIGNI ne La Vita è Bella (per citare un film a caso). In totale Non Nuotate in quel Fiume ha una quarantina di personaggi. Siamo una famigliona.


12. Puoi regalarci qualche aneddoto legato alla realizzazione del film?

R.A: Certo.Un giorno Stefano Galli ha dovuto indossare un pesante costume di scena; stavamo girando in pieno luglio e c'erano (non sto esagerando) 38 gradi. A un certo punto è stato colpito da allucinazioni e quasi sveniva.

13. Le musiche sono curate da Oscar Perticoni e da Alberto Masoni, che mi pare di vedere non avevano mai collaborato con voi. Perché hai deciso di cambiare compositore? Hai avuto un ruolo particolare nel far plasmare le musiche, cioè hai chiesto che i compositori si ispirassero a particolari temi o li hai lasciati liberi di interpretare il film? Come ti sei trovato rispetto alle precedenti esperienze?

R.A: Il compositore ufficiale del film è il Maestro Masoni (Perticoni ha realizzato dei brani aggiuntivi).Con lui sono alla terza collaborazione. Il nostro sodalizio è nato con WOOF! un mio mediometraggio di prossima uscita, poi ha proseguito con Catacomba e infine con questo. Sono un paio di anni che collaboriamo assieme e ora come ora non mi vedo a collaborare con nessun altro se non con Alberto. Per il film avevo previsto una colonna sonora retro wave. A Masoni inviai un tema molto synth 80's relizzato dal Maestro Perticoni (a cui, a sua volta, suggerii di ascoltare Alberto Camerini)... lui ci ha tirato fuori una cosa che... non so, mi commuovo solo a pensarci.

14. La fotografia da l'impressione di essere quella naturale. Avete applicato particolari filtri in post-produzione?

R.A: La fotografia è totalmente e assolutamente naturale.Non ho voluto nessuna luce extra diegetica , manco per errore. In post produzione il buon Chiesa aveva un dictat da parte mia: "VOGLIO UNA VIDEOCASSETTA".Mi ha dato una videocassetta.


15. Avete fatto ritocchi in computer grafica? Pensi che possa essere una soluzione per ovviare a carenze di budget oppure sei per lattice, frattaglie e make up di scena?

R.A: Sono per il buon vecchio artigianale lavoro dell'effettista di scena. I quattro piccoli insertini digitali (a opera del Grande Matteo Cassetta) li ho dovuti mettere perchè con 80 euro non potevamo costruire... non posso dire altro, se no vi sputtano il film.

Foto di scena da NON NUOTATE IN QUEL FIUME


16. Ancora una volta hai portato a termine un progetto dal budget praticamente pari a zero. Soffri un po' questa mancanza di budget o, tutto sommato, non ti limita più del dovuto anzi ti aiuta ad aguzzare l'intelletto?

R.A: Mancanza di soldi significa grande presenza di idee.Questo mi stimola moltissimo. Ovvio, tutti vorrebbero avere soldi e mezzi per realizzare la propria visione, ma visto che il sogno è una cosa mentre la realtà è un'altra, mi tengo i miei 80 euro di budget a film.


17. Quando giri usi rigidi storyboard o lasci molto all'illuminazione del momento? Quanto improvvisi e quanto programmi, quanto lasci margine ai tuoi collaboratori (anche in montaggio)? Lasci libertà agli attori?  

R.A: Non ho mai usato degli storyboard in vita mia. Scrivo e dirigo con la tecnica brevettata da me del "CAOS ORGANIZZATO". Parto dalla sceneggiatura e poi mi faccio trasportare dal momento, dal luogo e dall'attore. I miei attori sono liberi, do le indicazioni base e poi li lascio andare da soli... nel frattempo io faccio quello che voglio con la camera, molte volte senza avvisarli di quello che farò e che accadrà a loro. Tutti quelli che hanno lavorato con me non vedono l'ora di ritornare sui miei set, ciò significa che la mia tecnica ha qualcosa di valido... oppure che sono tutti pazzi (io compreso).


18. Dove si potrà vedere questo Non Nuotate in quel Fiume? Uscirà in qualche cinema, avete già preso accordi per l'uscita in dvd e pensi di esportarlo all'estero?

R.A: Partiremo con delle proiezioni ovunque vorranno ospitarci. Le date le annunceremo in divenire. Durante le proiezioni venderemo noi stessi i Dvd del film a prezzi a dir poco irrisori. Passeremo anche per i vari festival, italiani ed esteri (il film lo abbiamo sottotitolato). Infine, un giorno, lo gireremo a tutte le tv private che riusciremo a contattare e che vorranno metterlo in onda... mi è venuto questa fissa delle piccole tv e non me la leva nessuno. Un giorno arriverà su youtube. Insomma, non vogliamo parlare tanto di un film che poi si vedranno massimo 1000 persone.

19. Abbiamo accennato poco sopra al film di Mainetti, Lo Chiamavano Jeeg Robot, lo hai visto? Come ti è sembrato? Pensi possa dare avvio a un filone che possa esser decisivo per il grande salto anche di altri registi? Ci speri un pochino o restano sogni?

R.A: Di Mainetti vidi anni fa Basette (sono un megafan del duo Giallini-Mastandrea) e pensai subito "SE A QUESTO GLI DANNO I SOLDI GIUSTI CI SARA' DA DIVERTIRSI".Quei soldi glieli hanno dati e ora abbiamo un gran bel film per le mani. Per il futuro non so, sul cinema di genere italiano rimango sempre pessimista... mi piacerebbe solo che venisse fuori qualcosa che non fosse come sempre "DE ROMA".


20. Quanto il tuo lavoro ti aiuta per la realizzazione dei film?

R.A: Sono un ex filmaker/autore per Sky e Gazzetta dello sport... faccio volontariato in un'associazione di ragazzi disabili qui a Casalpusterlengo. Direi che la felicità dei miei ragazzi, soprattutto, faccia la differenza. Quando mi chiedono di vedere in super-anteprima Non Nuotate in quel Fiume mi dico: "Faccio il lavoro non retribuito più bello del Mondo".

21. Immancabile domanda relativa ai progetti per il futuro. So che sta per uscire un altro tuo prodotto. Hai già delle nuove sceneggiature da realizzare o pensi a un po' di pausa?

R.A: Sono della scuola di pensiero del "CHI SI FERMA E' PERDUTO". Finchè ho cartucce da sparare, io sparo. Nell'immediato promuoveremo il film, ma da qui a una settimana inizierò la sceneggiatura di "NON NUOTATE IN QUEL FIUME: ATTO SECONDO". Sei il primo a saperlo.


22. Un invito o un incoraggiamento per chi vuol lanciarsi nell'avventura della regia o della scrittura di copioni di cortometraggi. Cosa ti senti di dire?

R.A.: C'è poco da dire, la creatività è una cosa che o abbiamo o non abbiamo.Chi ce l'ha non potrà fare altro che tirarla fuori nella vita, prima o poi. Quindi se dovete esprimervi in qualche modo... ESPRIMETEVI. Se non raccontassi le mie storie credo che morirei. E morirei atrocemente, affogando in un fiume di rimpianti... un fiume in cui NON AVREI DOVUTO NUOTARE.


Un saluto all'amico Roberto Albanesi augurandogli, se possibile, una fortuna superiore a quella riscontrata dai suoi precedenti lavori e ricordate: "IN QUEL FIUME STA ACCADENDO QUALCOSA DI STRANO... IN QUEL FIUME STA ACCADENDO QUALCOSA DI MISTERIOSO...PREPARATEVI ALLA PEGGIORE NUOTATA DELLA VOSTRA VITA!"

Il Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=2A5xwfgiaqI 

Roberto Albanesi in compagnia dell'amico
ANDREA PINKETTS, noto giallista italiano
nonché componente dello staff di MISTERO
di ITALIA 1.

giovedì 3 marzo 2016

Recensioni Cinematografiche: LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT di Gabriele Mainetti



Produzione: Goon Film & Rai Cinema.
Soggetto: Nicola Guaglianone.
Sceneggiatura: Nicola Guaglianone & Roberto Marchionni (Menotti).
Regia: Gabriele Mainetti.
Montaggio: Andrea Maguolo.
Fotografia: Michele D'Attanasio.
Colonna Sonora: Michele Braga & Gabriele Mainetti.
Interpreti Principali: Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli, Antonia Truppo, Stefano Ambrogi.
Durata: 118 min.

Commento Matteo Mancini.

Applauso a Mainetti e a chi ha creduto nel progetto. In Italia, per ragioni becere, veder portare a termine un film di questo genere (B-Movie girato con i crismi italiani piuttosto che americani, infatti non è political correct) è diventato un'impresa eroica, eppure un tempo era prerogativa del nostro bel paese esportare il cinema di genere arrivando persino a ispirare il cinema hollywoodiano e, talvolta, batterlo al botteghino. Tutto questo avveniva pur dovendo agire con capitali ridotti, tempi tecnici brevi e soprattutto attaccati di continuo da un atteggiamento assurdo (unici al mondo in questo) dei critici più legati alle correnti politiche che a un attento esame di costumi, tecniche di ripresa e linguaggio cinematografico. Uno stuolo di personaggi che traevano piacere nell'affossare registi, nel distruggere le opere senza andare a ricercare e valorizzare gli aspetti positivi, senza promuovere all'estero un prodotto griffato "Italia" e tutto questo per il gusto di penalizzare gli altri, a favore dell'importazione o di film di nicchia, magari anche apprezzabili, ma di certo incapaci di divertire gli occhi e di portare lo spettatore a dire: "come diavolo l'hanno girata questa sequenza...? Pazzesca!" Un modo di lavorare che va oltre le forme, che si distingue in modo netto da un approccio documentaristico finalizzato alla riproposizione di storie che potrebbero concretamente verificarsi nella vita di tutti giorni (prerogativa tipica, a esempio, del neorealismo). Una specie di rapporto scrittore-giornalista caratterizzato dalla ricerca della creazione, nel primo caso, e dalla descrizione di fatti asettici nel secondo. Il cinema, pur dovendo seguire certe regole, è sospensione dalla realtà, ricerca del c.d. sense of wonder, giocando anche sulle estremizzazioni, pur se calibrate, cercando di studiare le inquadrature, di meravigliare chi guarda e di dosare bene effetti speciali e gusto per l'immagine. Tutto questo è fondamentale per il cinema di genere, che è cosa assai diversa da un'impronta più vicina al teatro o da un taglio castrante che, prima di dare buona una sequenza, fa lo screening tra realtà e quanto ammirato sugli schermi per poi dare l'okay solo in caso di risposta affermativa tra le due verità (la percettibile con i cinque sensi e quella percettibile con due). Aspetti che certi critici con la puzza sotto il naso (senso facente parte solo della realtà fenomenica, a parte certi cinema americani) si ostinano a non voler fare e il risultato è evidente agli occhi di tutti: LA MORTE DEL CINEMA ITALIANO DI GENERE, con maestri come Michele Soavi costretti a fare le fiction tv (peraltro gradevoli) e altri costretti a ritirarsi per fortuna, poi, rivalutati da personaggi come Quentin Tarantino, Robert Rodriguez, Eli Roth che han portato persone che, quindici anni fa (quando il sottoscritto e qualche altro appassionato valorizzavano certe pellicole) sparavano a zero, a valutare sotto un'altra lente quelle pellicole: la lente della moda del periodo, purtroppo (altrimenti saprebbero valutare un film con criteri lineari), una luce deformante comunque indispensabile per portare nuove leve a riscoprire quello che era il marchio del cinema di genere italiano.

Detto questo in premessa, andiamo a vedere nel dettaglio questo Lo Chiamavano Jeeg Robot. Prodotto con un budget minimale, sotto ai due milioni di euro, dalla neonata Goon Films di Mainetti e dalla Rai Cinema. Una somma bassa per un fantasy con venature horror (non perché spaventi, piuttosto per il tocco gore), ma che diviene importante se si considera che parte dei capitali arrivano dal regista stesso, costretto a scommettere di tasca propria pur essendo, a tutti gli effetti, un debuttante. Non più giovanissimo, ormai prossimo a spegnere quaranta candeline sulla torta, ma costretto, anche per questo, ad azzardare il grande passo puntando sul proprio talento. Attore prima di belle speranze, con ruoli di rilievo in commedie, comici e serial televisivi, poi regista apprezzato nell'ambiente, meno dal pubblico, grazie a corti come Tiger Boy (2012), premiato con il Nastro d'Argento e inserito nel lotto dei cortometraggi da cui stilare le nomination all'Oscar, o il meno qualitativo Basette (2008) comunque nominato per il Nastro d'Argento. Esperienze, queste, precedute da altri cortometraggi per un arco temporale di oltre dodici anni, racimolando soldi con interpretazioni attoriali e una dozzina di regie di episodi di famose serie televisive. Tempo utile a crescere, ma anche sperperio di energie pazzesco se si considera che un tempo, a quarant'anni, certi registi italiani avevano già plasmato buona parte della loro filmografia.
Appassionato del mondo dei manga e dei cartoon, Mainetti persevera nel suo cammino concependo col suo soggettista di fiducia la scheletratura de Lo Chiamavano Jeeg Robot, forse aiutato dal buon esito di Tiger Boy. Ancora una volta, riprende l'idea iniziale di un classico dei cartoni giapponesi (alla fine comparirà la maschera a maglia di Jeeg Robot), come già avvenuto in Tiger Boy, dove vi era un protagonista bambino fissato su un wrestler romano dal volto celato da una maschera di tigre (evidenti riferimenti a L'Uomo Tigre). Così Nicola Guaglianone, questo il nome del soggettista, un romano classe 1973 cresciuto e formatosi alla corte di Mainetti ma anche di alcuni serial tv, mantiene l'impronta legata all'infanzia e al mondo perduto degli anni '80 inserendola in un contesto da fantasy stile Marvel, ma con toni e personaggi alla Monnezza. Così la storia viene ambientata a Roma, nel mondo delinquenziale e coatto che ricorda un po' i film italiani anni '70 e non disdegna il ricorso alla violenza e allo squallido (le scenografie sono squallidissime, a parte una sequenza in un pub che richiama un po' quella di Arriverderci Amore Ciao di Soavi), riuscendo tuttavia a donare a tale contesto un tocco poetico che, in più punti, sfiora le corde della sensibilità in chi guarda per poi cambiare registro e passare dalla poesia allo squallore (voluto) e viceversa. Un effetto assimilabile a un mix di dolcezza e crudeltà che rendono molto particolare questa pellicola, impregnandola di un sottostrato di originalità che, in tempo di remake e copie, è oro colato. Merito soprattutto della caratterizzazione dei personaggi, a cui mette mano anche Menotti, al secolo Roberto Marchionni, conosciuto fumettista sotto contratto della Black Velvet e che arriva dal serial 7 Vite, probabilmente su suggerimento dello stesso Guaglianone che in quel serial ha anch'esso messo mano.


La storia propone la figura, apparentemente classica, dello sfigato (qua un delinquente) che per caso finisce per acquisire i superpoteri (finisce immerso in un barile contenente liquido radioattivo) dopo aver contratto una specie di febbre con relativa reazione corporea. Segue la presa di coscienza di questi poteri (invulnerabilità a cadute, colpi di proiettili e cazzotti, ma anche una potenza fisica alla Hulk) e da qui la decisione di sfruttarli per le proprie esigenze, un po' come avveniva all'inizio di Spiderman. A differenza però dei personaggi Marvel, Guaglianone e Menotti mettono in scena un vero e proprio coatto, che ha collezioni di video porno, sradica bancomat, assalta furgoni portavalori e poco gli importa di salvare o proteggere i più deboli, almeno come vocazione immediata. Non ha un vero costume, va in giro con scarpe di camoscio, una tuta lercia e una specie di benda che usa per tapparsi la bocca come un ninja de "noi artri".
Anche il taglio è da vietato ai minori di 14 anni piuttosto che aperto ai ragazzini e questo nonostante il fuorviante titolo che strizza un po' l'occhio a Jeeg Robot e a Lo Chiamavano Bulldozer, avendo poi poco o nulla da spartire con entrambi. A dare corpo a questo supereroe c'è un Claudio Santamaria costretto a salire di peso, più sottotono del solito, penso all'affascinante bandito de Romanzo Criminale (2005) di Placido o allo spiritato Cartaio (2004) nell'omonimo film di Dario Argento, ma comunque funzionale alla causa, anche se poteva fare meglio. Il suo è un personaggio che vive per inerzia, non ha interessi, non ha gusti (se non una passione smodata per i budini), non legge giornali ne guarda la tv (a parte una bruttina pubblicita a QVC con l'americanona biondona che vende attrezzi per la ginnastica). Lo vediamo, all'epilogo, scontrarsi con il cattivone di turno, il sopra le righe Luca Marinelli, altro coattissimo (si inchiappetta pure un viados, giusto per far capire l'atmosfera coatta che pervade questa pellicola) costruito vagamente a somiglianza del joker e del drogatissimo poliziotto di Leon. Attore classe 1984, protagonista nel famoso La Solitudine dei Numeri Primi (2010) e presente ne La Grande Bellezza (2013) di Sorrentino, Marinelli rende schizoide il suo personaggio, un malvivente romano in combutta con la camorra che cerca di farsi strada nella malvivenza locale, col sogno di emulare i boss di un'eventuale e nuova banda della magliana. Un personaggio narcisista che ama lo spettacolo, con esperienze nei reality show e che ama il canto, ma non ha alcun principio etico. Calpesta patti, amicizie, persino i soldi. Quello che vuole è la notorietà e il rispetto di chi lo ha sempre calpestato. I due si troveranno a scontrarsi, ma non in modo contrapposto come potrebbe verificarsi in un film della Marvel, e cioè uno a incarnare il bene e l'altro il male. No, niente di questo. I due entreranno in competizione, ma mentre il cattivo è un vero delinquente che va in giro armato fino ai denti, l'altro è un perfetto idiota dal punto di vista delinquenziale pur dotato di una forza sovraumana. "Ci vorrebbe uno così, magari ad aveccelo in batteria" commenta l'antagonista nel vederlo all'opera immortalato dalle telecamere di una banca. Una competizione a cui si unirà anche una banda di napoletani, capeggiati da una donna, un'imbruttita e burbera Antonia Truppo. Quest'ultima, pur provenendo da un film che si chiama La Kryptonite nella Borsa (2011), ben poco potrà fare contro i due criminali (anche il personaggio di Marinelli finirà, allo stesso modo del protagonista, per acquisire i superpoteri), del resto Superman era altra cosa pur essendo presente una sequenza che ricorda l'epilogo di Superman II (stritolamento della mano di Terence Stamp) e certe sequenze di Batman di Burton (nel balletto Marinelli è Nicholson, impossibile pensare diversamente).

In questo contesto delinquenziale, dove non si lesinano rapporti sessuali per nulla poetici, pestaggi, sparatorie, sangue e assassinii, si inserisce l'innovativa figura di una giovane che funge da correttivo all'apatia del protagonista. E' lei a chiamarlo Jeeg Robot. "Lo sapevo io, te sei Hiroshi Shiba! Ti puoi trasforma' in un Jeeg! Ma che pure te c'hai la spada alata?" gli dice quando lo vede per la prima volta in azione. E' una giovane affetta da disturbi psichiatrici, fissata col cartoon giapponese, e con un passato fatto di abusi e traumi che la rendono involontariamente provocante (Mainetti piazza un topless che mette in imbarazzo il protagonista). Tra i due cresce un rapporto che ricorda molto da vicino quello tra Leon e Matilda nel famoso film di Luc Besson. Il personaggio di Santamaria è un asociale, come e più di Leon (che almeno aveva un mentore), non ha mai avuto rapporti con donne e finisce per prendere cura di Alessia (questo il nome della ragazza) perché anche a lei viene ucciso il padre e perché viene molestata dalla banda dell'antagonista (Marinelli dice di essersi ispirato al Buffalo Bill de Il Silenzio degli Innocenti, a me sembra invece più in sintonia con l'Oldman di Leon, non certo per chiamare in causa l'Oldboy di fumettistica memoria, ma per gli improvvisi scatti d'umore e lo spiccato gusto per la musica, nella fattispecie pop, anziché classica). Il rapporto tra i due ha del malato, ma anche  e soprattutto del poetico (bellissima e dolce la sequenza al luna park che cela qualcosa del paterno più che dell'amore tra fidanzati). Sono due bambini cresciuti a loro modo poco, come se un qualcosa avesse spezzato il loro regolare sviluppo mentale. Vederli insieme ha dell'esilarante, la scena al supermercato con la ragazza che afferma di conoscere i passanti e ne da un immagine e ricostruzione assurda ha del grottesco assoluto. Ilenia Pastorelli, è lei a dare corpo alla ragazza, è bravissima, specie se si considera che è al debutto assoluto. Una prova maiuscola la sua, in un ruolo difficile, con un personaggio visionario, sognante, alterato (si veda quando ha una crisi epilettica ricordando stupri passati, spettacolare tocco di regia col volto gigante del robottone proiettato sul muro a simulare infanzia-maturità sessuale) che non distingue tra cartoon e realtà. Fa molta tenerezza, alla luce anche dei traumi subiti (rapporti incestuosi col padre), al punto da rompere la freddezza anche del protagonista che ripete di continuo: "Io non amici... A me non frega niente di nessuno...ma adesso ho te" Di rilievo il cambio di espressione nella sequenza in cui prova il vestito da principessa e inizia a baciare in modo innocente Santamaria, dando l'avvio a una sequenza poetica e romantica che si trasforma però in squallida per l'istinto animale del protagonista che la prende di forza, senza tanti preliminari rompendole quasi il vestito. La Pastorelli è perfetta nel cambio d'espressione, davvero brava, soprattutto nella sequenza successiva quando cammina offesa, come distrutta nell'anima, alla stregua di chi vede il sogno del principe azzurro disintegrarsi e assumere le sembianze del classico bruto che si cela sotto mentite spoglie.

Io solo una cosa voglio sape': Ma te chi cazzo sei...?
Ti ha mozzicato un ragno, un pipistrello,
sei cascato da n'artro pianeta?

Epilogo in stile supereroe cattivo (praticamente una sorta di Joker, con tanto di volto bruciato, capelli caduti e verve ironica nera, spettacolare la sequenza in cui si vendica sui camorristi) vs supereroe buono, con colpi e voli sulla scia della Marvel. Un qualcosa di mai visto in Italia, nello scenario di uno stadio Olimpico che rievoca, pur cambiando il genere e i personaggi, il celebre scontro tra Bruce Lee e Chuck Norris ne L'Urlo di Chen Terrorizza anche l'Occidente (1972). Mainetti gira la sequenza, probabilmente, buttando un occhio a questa pellicola; la lotta infatti è girata all'interno dello stadio, ma nella parte retrostante rispetto al campo di gioco dove è in scena il derby Lazio - Roma (poi va anche al di là). Si tratta di una delle tante sequenze riuscite del film. Mainetti sa girare con i controca', non ha paura di censure (gioiellino, per gli amanti del gore, la testa mozzata che vola nel finale), muove con criterio la macchina da presa e ha gusto per il cinema di genere (terribile la sequenza con uno degli amici dell'antagonista sbranato dai cani fatti sciogliere dallo stesso, come nel prologo de Le Colt Cantarono la Morte... E Fu Tempo di Massacro). Grande ritmo, dunque, per un film che non annoia mai e gira sempre ad alti livelli. Certo, per l'esportazione verrà un po' penalizzato dal doppiaggio, ma andrà all'estero e questo è ciò che conta. La scelta di girarlo in romanaccio è un'arma vincente in Italia, ma non comprensibile fuori i confini nazionali indebolendo non poco la pellicola a livello internazionale. Anche perché sia Santamaria che Marinelli non sono eccezionali, pur non sfigurando (complici le buone caratterizzazioni e l'ottima regia). Grande gusto nella scelta delle canzoni, con uno splendido Latin Lover della Nannini in un assalto a un autoblindo (con i due banditi che si scagliano l'uno contro l'altro per fare il colpo e le guardie giurate che vengono frullate via come stecchini da denti) e una beffarda Ti Stringerò di Nada usata a mo' di presa di giro per la boss di Scampia che viene stretta in un abbraccio che le farà male, dopo che avrà assistito alla morte di tutti i componenti della propria banda, preceduti da un "Ciak, azione" proferito dall'antagonista in camera di ripresa. Non di poco conto il ruolo massmediatico che gira attorno al narrato e che passa dai canali giornalistici classici a quelli popolari, fatti di video internet, riprese con cellulari e visualizzazioni di video che spingono lo stesso antagonista a filmarsi in azione per poi verificare lo share su internet delle proprie imprese. E' il progresso demenziale che avanza, purtroppo anche e soprattutto nella realtà fenomenica.
Probabile un sequel, francamente spero di vedere Mainetti impegnato in un nuovo progetto, questo è già perfetto così, insistere vorrebbe dire rischiare tutto perché la carta della novità è già stata giocata. Vediamo come si comporterà col passare del tempo, sicuramente può definirsi tra i cinque migliori film di genere italiano del nuovo secolo, anche perché regge negli effetti al confronto di Hollywood. Tamarrissimo.

Chiusura con una nota personale, caratterizzata, sotto, dalla foto del mio titolo d'ingresso nella sala, con due ragazzotti che, due file più avanti, hanno limonato per tutto il tempo e questo non credo certo perché alla disperata ricerca di contrastare stimoli suscitati dalla visione del film. Questo infatti sortisce un effetto  del tutto contrario a quello proprio di certe pellicole che, in assenza di certe pertinenze, inducono a maledire chi ha posto all'altezza dei bagni la scritta DIVIETO DI BALNEAZIONE! Un pericolo da cui ci si può salvare, forse, solo in un certo modo: limonando i liquidi!



venerdì 12 febbraio 2016

Recensione Saggi: PORTIERI - FIGLI DI PUTTANA di Fausto Bagattini




Autore: Fausto Bagattini.
Anno: 2015
Edizione: Ultra Sport.
Genere: Antologia biografica sportiva.
Prezzo: 16,50 euro.

Commento di Matteo Mancini.
Spassoso e diverntente oltre misura, un viaggio nella follia e nelle personalità straripanti, istrioniche e talvolta narcisistiche di circa cinquanta portieri. Una vera e propria filosofia di vita, un approccio che non consente tentennamenti, paure o calcoli. Chi vi scrive è stato portiere, in bassa categoria a undici ma a livelli nazionali a cinque pur se da meteora, e vi posso dire che è il regalo perfetto da fare a chi gioca in porta. Un vero e proprio omaggio da scartare, storia dietro storia, come un bambino che alla festa di Natale si trova davanti a una serie di pacchi dono e, preso dalla bramosia, non sa da quale iniziare.
Fausto Bagattini, giornalista collaboratore de Il Tirreno ma soprattutto ex portiere dell'Aglianese e, da buon portiere, oltre che assessore alla cultura, osservatore internazionale alle elezioni in Palestina e nella Repubblica Democratica del Congo, ha le idee chiare. Classe '78, arriva da due volumi, il secondo dei quali, Portieri. Eroi di Sventura (2013), già dedicato all'argomento. Il giornalista pratese concepisce un seguito ideale del precedente volume, da cui mutua lo stile e lo schema. Propone storie schematiche che oscillano dalle due alle otto pagine, precedute dalla foto del diretto interessato e da un soprannome, cercando e riuscendo a perfezionare il primo volume (peraltro, a differenza del secondo, non di facile reperimento). Per prima cosa divide il folto gruppo di pazzi scatenati, e chi leggerà il volume capirà perché si suol dire che i portieri sono tutti matti, in sette sottogruppi più l'omaggio di apertura concesso al gentil sesso (cosa che ho apprezzato molto). Gentilezza o beffarda ironia toscana amplificata dal fatto che chi scrive è un ex portiere, l'opera si apre con Hope Solo, il più forte e "maledetto" portiere del calcio femminile, una donna capace di smuovere il Senato degli Stati Uniti che farà pressioni sulla Federazione americana perché non reputerà la donna degna di rappresentare gli States in una competizione internazionale. Passioni sessuali promiscue, gusto per gli eccessi, ma soprattutto risse e violenze in famiglia non saranno sufficienti a farla sbattere fuori, lei che "figlia di puttana" lo è davvero, ma non certo per il suo clamoroso concepimento in carcere frutto dell'unione tra un reduce del Vietnam dedito alle rapine e un'alcolizzata, piuttosto per quella strafottenza e convinzione (confermata dal campo) di essere la numero uno al mondo. Bagattini cerca di spiegare cosa intenda con un'espressione che altrove sarebbe offensiva, ma che qua assume valenza del "bastardo" di Tarantiniana memoria. Per trasformare l'espressione arriva a chiamare in causa la battuta finale che Eli Wallach urla alle spalle de il biondo ne Il Buono, il Brutto, Il Cattivo, lo spaghetti western per eccellenza, il film che farà innamorare Quentin Tarantino del regista Leone e del cinema italiano di genere. E qua di leoni ce ne sono davvero tanti, a partire da Sebastian Frey che cercherà, non riuscendoci, di acquistare un Tigrotto. "Figlio di puttana serve anche a a identificare pazzi incredibili e guappi a volte maldestri... Ribelli, menefreghisti, donnaioli impenitenti o scanzonati guasconi. Soggetti il cui confine tra il bene e il male è spesso incerto o quanto meno discutibile, ma per i quali non si può fare a meno di provare simpatia."

E così il volume si apre all'insegna "dell'Amazzone" in una Memory of Hope, nome dell'autobiografia calcistica dai contenuti scandalistici più venduta in america (si parlerà addirittura di orge a cielo aperto durante i giochi olimpici in cui tutti fanno sesso con tutti), colletiva che centra in pieno il bersaglio, appassionando e regalando continui aneddoti, non solo legati alla carriera dei vari portieri e alle loro pazzie calcistiche ed extracalcitiche, ma anche a episodi connessi a finali discusse, partite truccate o influenzati da clamorosi errori arbitrali.
Il primo gruppo, da cui mancano personaggi come Bertrand Lamà o Angelo Pagotto (tanto per citarne due), si apre all'insegna del Doping - Tra Sospetti, Accuse e Condanne. Bello, al riguardo, l'aneddoto legato alla finale dei mondiali che vide la Germania Ovest conquistare la sua prima coppa del mondo, ai danni dell'Ungheria di Puskas. Un successo viziato dal doping coperto dalla FIFA per ragioni politiche e che si palesò determinando la fine prematura della carriera di vari calciatori tedeschi, oltre il sorgere del medesimo morbo itterico sviluppato al fronte dai soldati nazisti. 
Si prosegue poi con il capitolo dedicato agli Intrighi e ai Complotti, quindi si passa ai portieri violenti e da questi ai delinquenti veri e propri con addirittura la presenza di un assassino (il portiere e capitano del Flamengo che fece fare a pezzi la propria donna per darla in pasto ai cani) e ancora con quelli con problemi matrimoniali, quindi i sopra le righe per chiudere con gli implicati in combine e scommesse (inevitabile chiusura con Paoloni, il portiere dei tranquillanti somministrati ai compagni di squadra della Cremonese). Ce n'è davvero per tutti i gusti, anche se mancano portieri come Jorge Campos (comunque ricordato da Bagattini come La Zanzara), Mohamed Al Deayea (eseguì un rinvio di fondo in rovesciata, quasi a fare il verso, ma in modo invertito, a René Higuita di cui Bagattini narra le gesta), Fernando Aurrecoechea (conosciuto per il vezzo di indossare maglie con i loghi dei fumetti), Jeremy Janot (pazzo scatenato che scese in campo col costume di Spider-man, maschera compresa) Tony Meola (smise di giocare per andare a fare l'attore quindi tentare la via del football americano, per ritornare al calcio ormai alle spalle dei vari Friedel e Keller) o Thomas N'Kono (vinse, alla vigilia di Italia '90, il duello col collega Bell perché preferito dal governo camerunense, ma poi finì anni dopo arrestato per stregoneria), Rufai (rinunciò alla carica di principe per disputare i mondiali con la Nigeria), personaggi che di certo non avrebbero sfigurato e che costituiscono linfa vitale per dare avvio a un terzo gradito e potenziale volume. Certo, Bagattini non spreca colpi. E' un cecchino che si è ben armato e che spara come quel Whitman esaltato dal sergente Hartmann in Full Metal Jacket, merito di un lavoro che lui afferma essere pluriennale e caratterizzato da suggerimenti e dritte avanzate dall'entourage con cui lavora. Tutte le storie presentate sono quindi divertenti (qualcuna macabra, a dire la verità, tanto da sembrare di esser uscita da un manuale di criminologia) o comunque ricche di aneddoti, pur se raccontate in modo semplice, diretto e sintentico. Un volume pertanto per tutti e che si divora.

L'autore FAUSTO BAGATTINI

Alcune curiosità, tanto per fare il verso a Mascheroni (non c'è refuso argentino). Sapevate che Giorgio Ghezzi fu il primo portiere italiano a sollevare una coppa dei campioni? Chi di voi poi ricorda il tedesco del Werder Brema che in uscita bloccò il pallone e poi, rotolando in terra, lo perse e lo mise sui piedi di Emerson? Ebbene ora fa il Wrestler nella WBE, il nome è Wiese. E chi di voi sapeva che il primo portiere a diventare attore fu Zamora, un mito che scendeva in campo quasi come se dovesse sfilare su una passerella di alta moda e che finì per esser contattato da Benito Mussolini perché costituiva l'unica minaccia eretta al cospetto dell'Italia di Pozzo? E poi gli speciali occhiali da sole con i quali Preud'homme pretendeva di scendere in campo a Italia '90 e che purtroppo la Fifa gli impedì di indossare, manco fossero dotati di poteri speciali come quelli del wrestler di antico corso Rody Piper in Essi Vivono. E via con gli aneddoti legati alla "Partita della lattina" che vide l'Inter perdere per 7 a uno contro il Moenchendlagbach, nelle coppe europee, ma ottenere la ripetizione della partita a causa del lancio di una bottiglietta dagli spalti e per questo riuscire ad avere la meglio nel re-match. Per non parlare della pretesa dell'Irlanda, del duo Trapattoni-Tardelli, di essere ammessa come trentatreesima squadra ai Mondiali del Sud Africa dopo la "partita dello scandalo" della Francia, che vinse lo spareggio a seguito di una rete viziata da un clamoroso fallo di mano di Henry. Per un pazzesco errore arbitrale che ha fatto storia, relativo all'inversione di un rigore in rimessa dal fondo dovuto a un'irregolarità dell'incaricato alla battuta, l'Uzbekistan vedrà cacciarsi fuori da un mondiale vedendo svanire la vittoria maturata sul campo nella ripetizione del match col Bahrein, questo non lo trovate sul libro, ve lo aggiungo io. Di certo la Francia, con le roi Michel in certe posizioni politiche, era nazionale di ben altro lignaggio degli uomini di Taskent e allora nessuno accolse i reclami dei figli di Dublino.

Dunque troverete pane per i vostri denti. Portieri da ogni continente, manca solo l'asia dove però viene raccontata l'odissea del tedesco Pfannenstiel, finito in carcere a Singapore "perché troppo bravo" per chi voleva aggiustare i risultati. E ancora portieri "locos", ovvero i sudamericani che si spingono all'attacco, le goliardate di Pfaff, il dualismo Tacconi-Zenga, lo scandaloso mondiale in Argentina con il regime che provvedeva a sopprimere i rivoltosi e intervenne per favorire la probabile combine contro il Perù, nella cui porta giocava proprio un Argentino (tale Quiroga) nato nella città in cui si disputava la partita, sotto gli occhi del dittatore Videla e del toscano Gelli (noto in Italia per certe pratiche e certe frequentazioni più o meno segrete) con tanto di coinvolgimento della CIA. Davvero pazzesco, con Breitner (Germania) e Cruijff (Olanda) che per motivi vari decisero di non prendere parte alla competizione. Quindi la mano di dios al cospetto di Shilton e la mano del papa morto a esorcizzare il diavolo incarnato da Shevchenko, come la racconta la meteora Dudek che si mise a scimmiottare Grobbelaar (anch'esso presente nella trattazione). E allora correte in libreria e acquistate questo volume, ideale omaggio per gli appassionati di sport in generale ma soprattutto per chi ha ricoperto o ricopre quello che è stato definito, a ragione, il più bel ruolo nel calcio ma anche il più bastardo.

Suggerimenti per il terzo volume
MOHAMMED AL DEAYEA

Chiudo con la poesia di un utente youtube che ascoltai quattro anni fa e che mi piacque moltissimo, perché sintetizza bene il ruolo, tanto che lo contattai chiedendogli se potevo usarla (contavo infatti di scrivere un volume come quello scritto da Bagattini, poi fui ingaggiato per una trilogia western). Quel ruolo che intrapresi a otto anni e che quando iniziai a giocare proprio non volevo fare. "Mettetemi dovunque, ma non in porta". Prima attaccante poi difensore falloso alla Ruggeri, segnai anche una rete, ma per incapacità tecnica di adattarmi ad alcun ruolo finii in porta, anzi proposi quella soluzione anche per sostituire l'unico portiere che avevamo e che si era ammalato. Ero infatti abituato, come ultimo esponente di una generazione non ancora fagocitata dalla tentazione delle console, a giocare a porta a porta, uno contro uno, nel gigantesco cortile di casa, inscenando improbabili scontri mondiali con tanto di inni riprodotti da un piccolo pallone con le bandierine delle squadre partecipanti a Italia '90. Non ne sono più uscito, togliendomi più di una soddisfazione a calcio a cinque. Giocando due anni da titolare nei campionati under 21 nazionali, con riserva un ragazzo di Matera che poi metterà da parte numerose presenze in A/2 nello Jula Matera (ricordo che lo leggevo sempre in formazione nel Corriere dello Sport e dicevo: "Come si spiega che questo mi faceva da riserva e io qua devo sgomitare?"), poi il passaggio all'appena nata squadra del mio paese, Tirrenia, con due spettacolari campionati vinti (D e C/2) con interminabili serie di vittorie consecutive e seconda partita disputata sotto gli occhi di Hugo Enynnaya (quello che fece gol a Peruzzi da metàcampo nella serata dell'esplosione di Cassano e dei quattro portieri in campo: due per parte), quindi la parabola discendente, complice un carattere poco portato alla sopportazione della panchina (fu acquistato un portiere proveniente dall'A/1) e uno strappo all'altezza della schiena il giorno prima di laurearmi con una tesi sulla repressione penale del doping. Una mia caratteristica era lo studio dei portieri, l'idea di venire addosso a chi calciava i tiri liberi ripresa da Castracane (ma anche da Petr Kouba, reattivo nel fiondarsi sugli avversari senza farli ragionare ma condannato da un errore in finale contro la Germania, il primo GOLDEN GOAL della storia), riserva della BNL ROMA, e poi il tentativo di emulare lo schema di gioco dei portieri spagnoli del Futsal (per chi non lo sapesse erano e sono professionisti, tanto che un allenatore che ho avuto si faceva mandare i manuali da tradurre, un matto scatenato in chiave positiva) che giovavano altissimi, senza però avere i piedi buoni come, a esempio, quel Boccero che nel Firenze Calcio a 5 faceva il quinto giocatore aggiunto incarnando la figura del loco sudamericano (stazionando, in fase di costruzione, costantemente a metà campo). Ricordi belli, parate importanti di un tempo ormai evaporato da più di dieci anni e che ogni tanto mi manca (quasi come se non fosse più mio). E allora eccomi a condividere la poesia di cui ho fatto cenno, augurando a tutti i colleghi, presenti e futuri, di reparto il proverbiale motto: "Lunga vita ai portieri, i più matti e i più decisivi, nel bene e nel male!"

"Un portiere non è un giocatore qualunque, 
lui non può sbagliare.
Passa la vita laggiù, da solo,
a difendere l' attacco alla diligenza.
e si prepara al peggio.
La sua vita è tutta lì, in quei pochi metri di campo.
Salva una partita con gesta da grande condottiero, mentre è osannato dal suo popolo.
Se invece vede la rete gonfiarsi, dietro di se, ormai è tardi.
Un portiere, quando sbaglia, non è un uomo solo.
ma soltanto un uomo.
Come dura la vita di un portiere.
" (Dario Calen, da un video trovato anni fa su youtube).

venerdì 15 gennaio 2016

Recensione Narrativa: IL RITRATTO DI DORIAN GRAY di Oscar Wilde



Autore: Oscar Wilde.
Genere: Fantastico/Drammatico.
Anno: 1890.
Pagine: 150.

Commento di Matteo Mancini.
Manifesto del decadentismo, un po' sulla scia delle opere di Huysmans, che non necessita presentazioni, un caposaldo della narrativa britannica capace di suscitare un'infinita serie di polemiche al momento della sua uscita nell'ipocrita e perbenista società vittoriana. "L'arte è indipendente dalla morale" cercherà di giustificarsi Dorian Gray/Oscar Wilde dalle accuse che gli vengon mosse contro, come se la sua vita, per il resto, fosse irreprensibile. All'epoca l'autore ha già trentasei anni, è un apprezzato commediografo e celebre poeta irlandese (è nato a Dublino), ma soprattutto è conosciuto per le sue pose provocanti da esibizionista, le battute sempre pronte e spiritose nonché il fare da dandy che andava a osteggiare in giro per Londra e anche all'estero, Italia e Stati Uniti compresi. E' un animale da salotto, coltissimo, sa un po' di tutto, ma soprattutto ha grande dialettica ed è un instancabile oratore scevro da preconcetti e spesso controcorrente con la morale dell'epoca. Sostiene con forza la necessità del bello, si nomina quale leader del movimento esteta ponendosi come emblema anticonformista e antiborghese, a evidenziare il proprio netto distacco dal materialismo e dall'utilitarsimo che domina la società. In altre parole va a suggerire, come farà in Italia D'Annunzio, che la vita di una persona deve essere come una vera e propria opera d'arte. Non è la vita a imitare l'arte, piuttosto quest'ultima a dare come risultato la vita. L'apparenza e il dominio dei sensi sono i pilastri di questa filosofia, finalizzati alla ricerca del piacere, al godersi le proprie ricchezze sfiorando la dissolutezza e poco importandosi del futuro, del calcolo. "L'arte deve essere fine a sé stessa, non ha intenti morali, religiosi o didattici." Wilde afferma che il mondo è alla stregua di un palcoscenico dove ogni persona deve mirare a ricoprire il ruolo di protagonista. 
Il vignettista Punch lo tratteggia con verve ironica per giocare sul suo gusto estetico, sulla sua ricercatezza nel vestire e su quella autoironia che lo porta a definirsi "un genio" e a darsi una serie di titoli altisonanti. Scrive recensioni e saggi su opere teatrali e poesie, senza dimenticare l'umorismo che lo caratterizza e che usa per rendere briosi i suoi scritti, finché nel 1888 da alle stampe una raccolta di fiabe e racconti. E' in questi anni che la produzione di Wilde diventa fitta, inizia a scrivere romanzi, drammi, racconti e saggi e riscuote subito gran successo.
Il suo spirito libero e il suo fare divertito e divertente, spesso cadenzato da espressioni paradossali (celebre il suo Posso resistere a tutto ma non alle tentazioni) che necessitano un'intelligenza attiva in chi l'ascolta, iniziano però a ruotargli contro. "L'arte non deve rendersi popolare per farsi meglio comprendere, è il popolo che deve diventare artistico!" I recensori però prendono a ignorarlo, perché non gli perdonano i modi altezzosi e impertinenti, mentre chi gli sta intorno inizia a vederlo come un giullare, inoltre lo sperimentalismo di Wilde porta il poeta a intraprendere vie sessuali all'epoca sanzionate dal codice penale. Finisce così sottogiudizio per reati contro natura (tra cui la sodomia) e viene condannato a due anni di lavori forzati, ironia della sorta ad attivare la via giudiziale era stato proprio lui che si riteneva offeso da certe voci sul suo conto mosse dal padre del suo fidanzato di fatto. La condanna ha risvolti pesanti, perché su Wilde cade la tanto attesa ignominia che comporta il ritiro di tutti i suoi spettacoli e opere. Dichiarato insolvete, Wilde subisce anche l'onta di non vedere più i propri figli, spediti all'estero e costretti a cambiare il cognome. Il popolo la prende bene, addirittura festeggia, soddisfatto nel vedere cadere nella polvere un tipo come Wilde. Quando il poeta esce dal carcere, ormai povero e abbandonato, si trasferisce nella città dell'anello d'ostacoli di Dieppe, ma passa di città in città per tre ulteriori anni, sotto lo pseudonimo di Sebastian Melmoth (in onore allo zio materno Maturin e al suo famoso romanzo gotico), ormai privato della carica emotiva che lo aveva da sempre caratterizzato. Muore nel 1900 per i postumi di un'operazione all'orecchio e suona un po' da beffa per un purista dei sensi come lui, nato grazie  all'impegno di un celebre oculista (suo padre era un rinomato dottore specializzato in questa branca), va beh le accuse per il poco tatto e il gusto discutibile, però ci pare davvero troppo e per favore non chiamate in causa l'olfatto, perché potreste offendere i canoni della bellezza mettendo in dubbio la perfezione del naso e come sapete, o meglio dovreste, ciò è prerogativa della sola pazza penna di Gogol, uno che con i Ritratti e le recensioni accomodanti, insomma, ci siam capiti...


Una vignetta di PUNCH.

E allora vediamo di addentrarci in questo The Picture of Dorian Gray, romanzo breve datato 1890 subito additato come immorale dai ben pensanti dell'epoca per la sua apparente valenza da promotore e ispiratore di vite dissolute. Un atteggiamento quest'ultimo che costrinse, o quanto meno spinse, Oscar Wilde a scrivere nel 1891 una prefazione alla propria opera per difendersi dalle accuse. Difesa senz'altro condividisibile soprattutto alla luce di un'attenta analisi dell'elaborato che, come cercheremo di spiegare, può essere interpretato in chiave diametralmente opposta rispetto a quella colta in prima analisi e che si sintetizza in questa massima di Sir Henry, il maestro di Gray: "Se reprimiamo i nostri desideri ci riduciamo a orribili marionette, ossessionate dal ricordo delle passioni delle quali avevamo troppa paura e delle forti emozioni a cui non avemmo il coraggio di abbandonarci" da qui la liberazione totale a ogni desiderio e tentazione come viatico per esorcizzare rimorsi e frustrazioni.

La storia è ben nota a tutti, grazie anche alle numerose trasposizioni cinematografiche che si sono evolute nel corso degli anni. Basti pensare che risale al 1910 il primo approdo al mondo del cinema, addirittura per mano di un regista danese, seguito da versioni americane, russe, tedesche e ungheresi uscite con uno scarto inferiore a dieci anni dal capostipite. Negli anni '70 usciranno la versione italiana, a cura di Massimo Dallamano con Il Dio Chiamato Dorian (1974), e addirittura una versione spagnola in chiave femminile (Doriana Gray), dall'alto contenuto erotico, firmata dal maestro del cinema a luci rosse Jess Franco. Ancora oggi persistono a uscire nuovi adattamenti che hanno coinvolto persino il mondo dei fumetti, per non parlare degli sceneggiati televisivi e degli omaggi musicali. Un background che ha trasformato il personaggio nato dalla penna di Oscar Wilde in un vero e proprio divo, un destino che forse neppure l'autore avrebbe mai potuto immaginare.

La trama è piuttosto semplice, strumentale alla volontà di Wilde di tracciare un manifesto di un edonismo decadente, elitario e maledetto. Tutto parte da un pensiero del protagonista, un giovane e illibato ragazzo di origini nobiliari a cui un pittore di talento, ma incapace di esternarlo, confeziona un autoritratto che sarà il capolavoro dannato di una carriera insulsa. Vedendo l'opera completata, il giovane sarà colto dalla tristezza, un sentimento dettato dall'abile e sentito lavoro dell'artista che ha visto in Gray un eccezionale fonte di ispirazione al punto da trasferirne l'anima su tela. «Che tristezza! Io diventerò vecchio, orribile, spaventoso, ma questo ritratto rimarrà sempre giovane. Non sarà mai più vecchio di quel che non sia in questo particolare giorno di giugno... Oh, se fosse il contrario! Se fossi io a restare sempre giovane e il ritratto a invecchiare! Per questo... darei qualsiasi cosa... darei persino l'anima!» Così il giovane Dorian Gray invoca una transazione che si materializza, ma senza intervento divino o maligno, quanto meno all'apparenza. Non c'è un vero e proprio patto diabolico di faustiniana memoria, si verifica e basta. Così Dorian Gray vive la sua vita mantenendo la gioventù nel fisico e nei modi, mentre il ritratto si deriora, si trasforma, non dico invecchia poiché la definizione più corretta è legata a un termine che si avvicina alla corruzione etico/morale. Il ritratto infatti va ad assumere il ruolo di specchio dell'anima, mostrando, a ogni cattiveria messa in atto dal protagonista, il deturpamento di quella perfezione che ne rappresentava l'innocenza iniziale. "Per ogni peccato commesso una macchia ne avrebbe insozzato e deturpato la bellezza. Il ritratto avrebbe costituito l'emblema della coscienza". Dorian Gray se ne rende conto presto, nasconde l'opera d'arte in soffitta, la tiene coperta perché se ne vergogna, dimostrandosi quanto mai ipocrita. Giura più volte a sé stesso di cambiare atteggiamenti, di voler esser buono, ma si tratta di sentimenti non di vero pentimento piuttosto di esternazioni di quell'egoismo che costituisce la caratteristica principale del personaggio, sfoghi dettati dalla paura di non salvarsi al cospetto di un eventuale qualcuno che sta in alto, di Dio forse, senza però volerne ammettere l'esistenza. E così, poco a poco, guidato da un mentore luciferino (nell'accezione "pura" del termine) che fa dell'edonismo una scuola di vita (una sorta di dotto Lucignolo della fiaba di Pinocchio), Gray prende la via della perdizione morale a cui però corrisponde l'ascesa in quella sociale. Un'ascesa comunque che ha il suo prezzo da pagare sull'altare del giudizio altrui. Dorian Gray è un amante dell'arte al punto da reputare che la vita stessa debba trasformarsi in un'opera d'arte, un'opera che deve tendere al bello superficiale senza scopi d'ascensione o di profondità intellettuale di rilievo socio-culturale. La forma sulla sostanza, l'apparenza sui contenuti. "Lo scopo della vita deve essere il piacere dei sensi... Soltanto le persone superficiali non giudicano dalle apparenze. Il vero mistero del mondo è il visibile, non l'invisibile". Un modo di vivere che porta all'autodistruzione, alla perdita delle vere amicizie, addirittura all'incapacità di amare e al non credere a una vita oltre la morte. Dorian Gray non ama le persone, piuttosto quello che rappresentano. E' un cinico narcisista che non si dona mai agli altri, anzi pretende l'esatto opposto in virtù di una superiorità artistica che egli pensa di personificare. E' questo il motivo per cui indurrà al suicidio l'unica donna da cui sia stato davvero rapito. Un'attricetta talentuosa disposta a rinunciare alla sua arte perché subordinata a quella che per lei è il vero scopo della vita, cioè l'amore. Una rivelazione che indurrà Gray a mollarla in asso, poiché innamorato delle doti artistiche della giovane e non del suo cuore. La sua reazione sarà talmente violenta da spezzare l'animo della giovinetta che deciderà di assumere un cocktail di barbiturici e congedarsi dalla vita, reputandosi responsabile della propria rovina. Così il mentore Henry convincerà Gray di non avere alcuna colpa per la morte della poveretta, rea di aver offeso l'arte con il suo atteggiamento: "Le donne apprezzano la crudeltà... Noi le abbiamo emancipate, ma esse son rimaste delle schiave in cerca di un padrone. Amano essere dominate." Gray arriva così ad apprezzare il gesto della giovane che ha sacrificato la sua vita per il perduto amore, un modo che vede come redenzione al precedente atteggiamento superficiale. Dunque se ne sente onorato più che rattristato, ne intravede un ruolo da eroina dannata la cui storia può essere ostentata nei salotti bene alla stregua di un dramma teatrale di rilievo shakesperiano.

Al cospetto della corruzione dell'anima.

Wilde infarcisce la narrazione di aforismi ed espressioni paradossali, ma soprattutto mette molto del suo modo di pensare, del suo stile di vita. In alcuni tratti si può giungere a sostenere che vi sia una sovrapposizione tra Gray e l'autore che sfiora l'autobiografia e che culminerà in un profetico destino infausto. Fin qui si potrebbe ben capire l'atteggiamento di presa di distanza messo in atto dalla critica dell'epoca, se non fosse che Wilde inserisce dei moniti, pone il suo "eroe decadente" sotto una cattiva luce. Mostra infatti, pur non narrandone i fatti, salvo l'assassinio del pittore autore del ritratto (ucciso da Gray perché ritenuto colpevole della maledizione che lo costringe ad ammirare, giorno dopo giorno, la lenta morte della sua anima), la costante deriva del protagonista, che finisce isolato ed evitato da buona parte di coloro che lo hanno consciuto poiché i suoi insegnamenti hanno portato alla perdizione i vari giovani che hanno deciso di seguirlo. "Sembra che i tuoi amici perdano ogni senso dell'onore, di bontà, di purezza. Tu hai instillato in loro la follia del piacere e se sono sprofondati nell'abisso sei tu che ce li hai condotti. Ce li hai condotti, eppure puoi sorridere" così lo accusa l'autore del ritratto, una sorta di grillo parlante, ovvero l'anima buona contrapposta al mentore responsabile di aver fatto nascere il germe del piacere nell'animo di Gray, un po' come la serpe che ha convinto i due ospiti dell'eden ad assaggiare la mela del peccato. Atteggiamenti che porteranno Gray a non accettare la verità delle cose, a non prendersi le sue responsabilità, ma a proiettarle sul pittore stesso reputandolo il vero responsabile della sua caduta negli inferi della perdizione. L'epilogo della storia costituisce ulteriore conferma, Gray crede, o forse spera, di liberarsi dalla realtà dei fatti, ovvero che è una persona malvagia, distruggendo il quadro come se questo gesto potesse cancellare l'onta dei suoi peccati e derimerne l'anima. Una decisione che porterà alla sua stessa morte, un po' come in William Wilson di Edgar Allan Poe. Una conclusione cruenta che fa de Il Ritratto di Dorian Gray un'opera tragica cadenzata da un inizio e da un epilogo che la pongono nell'ambito della narrativa fantastica, ma con una parte centrale che invece poco ha da spartire col fantastico, rientrando invece in quella corrente filosofico/esistenziale che è il decadentismo alla Huysmans, non a caso è direttamente citato il romanzo Controcorrente quale fonte di ispirazione.

Un romanzo dunque in cui l'autore, a differenza del protagonista, compie una redenzione con la distruzione dello stesso Gray. Quest'ultimo infatti capisce di aver sbagliato nella sua vita, comprende che l'anima e dunque la valenza di una vita ascetica non sono credenze religiose fini a loro stesse, ma sono "terribili realtà" come lui stesso cerca di spiegare al mentore ("L'anima può essere comperata, venduta, barattata; può essere avvelenata o resa perfetta. C'è un'anima in ciascuno di noi; lo so."). Passaggi questi ultimi che pongono Il Ritratto di Dorian Gray sotto una diversa lente che trasforma l'elaborato da immorale a morale, addirittura potremmo definirlo di interesse religioso e ascetico ovvero l'esatto contrario di quanto potrebbe sembrare a inizio testo, in un costante gioco alla ricerca del paradosso d'effetto che sembra costituire la croce e delizia dell'autore. Una via fatta di una discesa verso il piacere che assume però la valenza di una salita da percorrere con azioni e pensieri che si tramutano in un modo di vivere falso, che promette la bellezza come scopo cui tendere ma che conduce all'isolamento, alla pazzia e all'allontanamento delle persone che potrebbero ricondurre sulla retta via ovvero all'esatto contrario del valore ricercato che però diviene proprio la bellezza effettiva finale. Chiarificatore di questa ascesa/discesa è quel "viso avvizzito, rugoso, repellente" che costituisce il risultato perseguito alla fine dal cammino senza aver avuto niente di sostanzioso quale contropartita. Dunque una vita come fuga dal vero senso che sta alla base dell'esistenza verso mistificazioni del reale paragonabili ad ameni panorami degenerati dal menzoniero effetto delle droghe mortali. A tal riguardo è importante ed eloquente il passaggio del romanzo in cui Gray entra nella sala dei fumatori d'oppio, frequentazione finale per cercare di evadere da quella realtà che inizia a intravedere nella parte terminale dell'opera ovvero una realtà che risponde al nome di fallimento esistenziale. Come potremmo infatti definire il pensiero che Dorian Gray ha di sé stesso ormai giunto al cospetto della morte? "Sapeva di aver insozzato se stesso, di aver riempito di corruzione la propria mente e di orrore la propria fantasia; di aver esercitato un'influenza deleteria sugli altri e di aver provato in questo una gioia terribile; e sapeva che di tutte le vite che si erano incontrate con la sua, quella che aveva portato all'ignominia era la più bella e promettente. Ma tutto ciò era irreparabile? Non c'era nessuna speranza per lui?" Queste le domande che Oscar Wilde lascia ai lettori e a cui sarà egli stesso costretto a dover rispondere, vittima di un destino, in un certo senso, identico a quello del suo personaggio. Quello che di certo non è errato è rispondere con un'aforisma tanto caro all'autore: "La vita imita l'arte molto più di quanto l'arte non imiti la vita."



giovedì 31 dicembre 2015

Recensione Narrativa SINFONIA DEL TERRORE (IL GOLEM) di Frank Graegorius aka Libero Samale.




Autore: Frank Graegorius, pseudonimo del dottor Libero Samale.
Anno: 2005 (romanzo però scritto negli anni '60, uscito col titolo Il Golem nella serie I Racconti di Dracula).
Edizione: Greco & Greco.
Genere: Horror.
Pagine: 135.
Prezzo: 10,50 euro.

Commento di Matteo Mancini.
Romanzo scritto a metà del secolo scorso, probabilmente nel 1963, per essere inserito nella serie horror italiana I Racconti di Dracula ideata dal nobile siciliano Antonino Cantarella e ribattezzata, dopo decenni, come la Weird Tales Italiana, una serie dove trovavano spazio attori shakesperiani e registi di spaghetti western poi passati a fare da periti di balistica per il Tribunale di Roma. Serie questa che costituisce il fiore all'occhiello della narrativa horror nostrana ma che purtroppo, non essendo legata a grandi editori, è di fatto sconosciuta e di difficile reperibilità. C'è allora da elogiare il lavoro di Sergio Bissoli, scrittore e saggista e grande cultore della narrativa fantastica italiana (non chiamatela di genere, perché è riduttivo) degli anni '60 e '70, e non solo di questa, naturalmente. Una passione che lo ha spinto, quando ancora gli autori della collana erano in vita, a mettersi in contatto con ciascuno di loro. L'impresa potrebbe sembrare, seppur ardimentosa e volenterosa, tutt'altro che difficile da compiere, penserete voi. E invece fu titanica poiché questi autori, per ragioni contrattuali (dovute all'idiozia del pubblico italiano, sempre orientato a cassare i propri artisti, sia che siano registi sia che siano scrittori), erano costretti a nascondersi dietro pseudonimi inglesi arrivando persino a ricreare delle biografie di comodo e di fantasia.  Perché questo? Perché se i lettori avessero saputo che gli scrittori erano italiani mica avrebbero comprato le copie, ne sa qualcosa anche Riccardo Freda quando uscì il primo horror movie italiano, I Vampiri, e il pubblico fuori dalla sala mormorava che non sarebbe entrato perché mica era un film americano... Sotterfugi che però non furono sufficienti a frenare la curiosità di Bissoli. L'autore era innamorato della collana, voleva conoscere questi fantomatici scrittori australiani, americani e inglesi di cui non vi era altra traccia nel mondo editoriale. A questo infatti erano giunte le sue indagini. Niente di niente. Alla fine però la soluzione che ha condiviso con tutti gli appassionati, mettendo nero su bianco gli scambi epistolari intrattenuti con questi autori, riportandoli all'interno di un saggio La Storia dei Racconti di Dracula pubblicato per le edizioni Profondo Rosso. Un volume quest'ultimo un po' caro, ma indispensabile per la tradizione horror italiana, in cui rivela aneddoti e ripercorre la genesi e la fine di questo bel momento della narrativa horror italiana.

Oltre a Bissoli un grande elogio è da fare alla piccola Dagon Press, casa editrice minusola, autofinanziata, sempre tesa a proporre ai suoi fan volumi inediti in Italia della Grande Narrativa Fantastica, ma anche a riproporre i romanzi brevi dei più grandi autori della serie I Racconti di Dracula, proprio su consiglio e aiuto di Sergio Bissoli. Il romanzo qui esaminato fa parte di questa serie, in cui fu proposto con il più appropriato titolo de Il Golem, omaggio forse anche all'omonimo romanzo dell'austriaco Gustav Meyrink, e riproposto con tale titolo dalla Dagon Press e, prima di loro (unico caso tra tutti i Racconti di Dracula), dalla Greco & Greco che lo ha messo sul mercato nel 2005, sempre con Bissoli in cabina di regia, col titolo Sinfonia del Terrore.

Vediamo un po' ora chi è l'autore. Si tratta dello psichiatra, autore di svariati testi dedicati alla mente e alle cure delle malattie mentali, Libero Samale. "Autentico genio della narrativa nera" lo definisce il suo cultore e studioso Sergio Bissoli. Personaggio monumentale il Dottor Samale, appassionato di occultismo, pratiche medianiche ma anche, e soprattutto (per quel che interessa a noi), di narrativa. Possedeva una collezione di oltre seimila libri, oltre a volumi acquistati in giro per il mondo tutti incentrati su riti magici e leggende popolari. Sì, perché il dottor Samale era anche un inguaribile viaggiatore, con la mente come il più illustre predecessore Emilio Salgari, ma anche col corpo. A differenza del gusto esotico del collega di penna prediligeva i paesi dell'est Europa, perché più calati nell'atmosfera magica. Ecco che le sedi dei suoi viaggi innumerevoli ricadevano in Cecoslovacchia, Ungheria, Romania. Andava in giro non tanto per turismo, ma per fare conoscenze, per crescere spiritualmente e culturalmente. Più le persone erano strane o davano dimostrazione di possedere qualità che andavano oltre i canoni del comune vivere, più diventavano sue amiche. Si parla di una vera e propria schiera di medium, sciamani, occultisti, personaggi enigmatici con cui era in relazione e con cui si misurava, sfidando ordini e confrontandosi con movimenti esoterici più o meno segreti. Un vezzo che poi è comune a molti autori di narrativa fantastica di fine ottocento primi del novecento, basti ricordare, uno su tutti, l'immenso Conan Doyle che passava da uno spiritista all'altro per testare le sue teorie sull'Aldilà, fino a scontrarsi con l'amico Harry Houdini.
Figlio di un perseguitato politico, originario della Basilicata, dal carattere chiuso ma buono d'animo, e di una coraggiosa professoressa fiorentina i cui fratelli (gli zii di Libero), da fonti acquisite su internet, erano gli ingegneri che progettarono i ponti sull'Arno sia a Firenze che a Pisa, Libero vede la luce proprio in Toscana, a Firenze, terzogenito, dopo Vera e Sonia così chiamate dalla madre perché accanita lettrice e appassionata del romanzo Guerra e Pace di Tolstoij.
Cognome atipico quello dei Samale, si pensa di origine araba, una famiglia che fa dei peregrinaggi il proprio marchio di fabbrica. Dopo pochi anni dalla nascita, Libero si sposta in giro per l'Italia, soprattutto in Emilia, con la famiglia. La sorella Vera si trasferisce addirittura in Inghilterra dove si stabilizza e diviene insegnante. Libero invece frequenta l'università, come Conan Doyle sposa medicina, più per volere del padre che per inclinazione naturale. Curiosamente eredita dal principale personaggio dello scrittore scozzese, ma di origine irlandese, la passione per il violino e una sconfinata curiosità aperta su più campi del sapere. Incredibile poliglotta, capace di comprendere persino ebraico e arabo, si appassiona presto alla narrativa, senza però dimenticare gli studi che completa a Bologna. Diventa medico e parte dal basso. Dapprima presso la mutua, poi fa tappa in più studi dell'Emilia facendo esperienze persino in Croazia. E qua che conosce la sua futura moglie, una pianista di Pola, che sposa trasferendosi a Imola. La cittadina in cui ha sede il famoso autodromo di Formula 1 si presta per uno degli aneddoti più curiosi della famiglia Samale, almeno per chi scrive. Durante i bombardamenti per la liberazione dell'italia dalle truppe nazi-fasciste, il dottor Samale sta dormendo in una stalla per paura che qualche bomba possa cadere sulla casa, eventualità che puntualmente si materializza. Il fischio delle bombe che piovono e il boato sono lancinanti, le lingue di fuoco colorano le tenebre avviluppando la timidezza propria della notte. Urla, pianti e grida strozzano i cuori, come pugni in pieno stomaco che cacciano via gli ultimi vortici di ossigeno. La gente scappa in ogni dove, la pazzia consuma la ragione, rende simili agli animali, tutto istinto e zero controllo. La signora Nilde, questo il nome della moglie, però è donna coraggiosa, non si fa prendere dalla situazione, fa la cosa saggia. Si alza, si lancia fuori dalla stalla e accorre verso la casa squartata dalle lame grezze liberate dalle carlinghe dei maiali volanti, come li chiamava lo scrittore inglese della RAF Leslie Allin Lewis. Il passo è veloce, la fronte imperlata dal sudore. Entra in casa, non fa caso all'acro odore del fumo, che gli aggredisce le narici, né ai rumori che violentano la quiete simili al terrore che esplode in un mattatoio. Accorre per salvare quel poco di cibo che può portare via. Una salsiccia, dei frutti, un pezzo di pane... non è che in quel periodo ci fosse molto di più. Il Dottor Samale, invece, che fa? Insegue la moglie, ma non per aiutarla o confortarla. Prima di tutto vengono i i libri... Sfida la morte come un personaggio delle sue storie, magari armato di fioretto piuttosto che di sciabola, vola sulle fiamme, le attraversa, benedetto da una forza ultraterrena sensibile al sapere occulto serrato in impenetrabili strati di fogli. Quindi esce e, in mezzo al frambusto, zigzaga nella follia propria della bestialità umana con pile di volumi sulla schiena da collocare al riparo dalla proverbiale bomba a cui la cultura certo poco importa... Mitico!

Finita la guerra, arrivano tempi migliori per il dottore. E' ancora medico della mutua a Bologna, ma cinque anni dopo la sua carriera inizia a decollare, parimenti alla passione per la letteratura. Inventa, insieme a un collega, la Chionina per arginare la tubercolosi, scrive persino un trattato in materia e brevetta la scoperta, ma ha la sfortuna di esser superato da un medicinale inglese più incisivo. Inizia allora a interessarsi di psicologia medica. Passione quest'ultima che lo porterà a specializzarsi in psichiatria e a traferirsi a Roma. E' nella capitale, poco prima degli anni '60, che forgia l'interesse che lo lancerà nella scrittura, ovvero la passione per l'esoterismo. A "iniziarlo", oltre al pittore Ivan Mosca, è un collega psichiatra dal nome quanto mai adatto all'argomento: Servadio.
Dal 1960, a quarantasei anni, sotto il nome di Frank Graegorius, Libero Samale da sfogo alla propria passione e scrive qualcosa come cento romanzi, prevalentemente horror con risvolti esoterici e ambientazioni sparse in giro per l'Europa. Soluzione quest'ultima che permette all'autore di inserire leggende e folklore locale di cui ha preso cognizione diretta grazie agli innumerevoli viaggi intrapresi.
Un ictus lo colpisce nel 1984, lo rende semi infermo. Il danno è tanto grave che muore dopo appena nove mesi dalla lesione per un'ulteriore emorragia. Viene sepolto nel cimitero di Prima Porta, a Roma.

Libero Samale era uno scrittore che trattava temi macabri, con grande gusto nell'evocare atmosfere dense di mistero, oniriche e tendenti al claustrofobico, in questo forse il migliore in Italia. Meno ridondante e ripetitivo di Lovecraft, di certo meno pessimista e più legato alla tradizione esoterica (piuttosto che a inventare nuovi mondi o a toccare la fantascienza), ma forse meno capace di tenere compatto l'intero involucro al cui interno si compongono i passi di una storia. Di certo dotato di una verve ironica capace di renderlo simpatico. All'amico Sergio Bissoli, una volta, raccontò: "Un editore mi ha proposto di scrivere romanzi rosa... A me che scrivo romanzi gialli e neri, come i colori della bandiera asburgica. Via, su... Siamo seri!" Divertente il riferimento alla bandiera asburgica, davvero una chicca, specie quando dice di esser seri, in ossequio, penso io, al notorio umorismo asburgico. Una frase da cui però si evince anche lo spirito dell'autore, il suo approccio alla narrativa, un approccio che non è affatto dettato da ragioni commerciali. Samale utilizzava la scrittura come via per restare giovani, una magia autoindotta che traccia percorsi invisibili per evadare dalla monotonia che spesso caratterizza la vita di tutti i giorni, da qui la ricerca del fantastico, dell'avventura, buttando un occhio, e qualcosa di più di un occhio, verso quell'altrove su cui i sofisti affermavano di non doversi interrogare. "Scrivete soprattutto per voi" soleva dire ai colleghi in crisi di riscontri, anche per evitare che subissero fuorvianti influenze.

LIBERO SAMALE
aka
FRANK GRAEGORIUS

Abbiamo parlato dell'autore, adesso passiamo al testo, uno dei primi di Samale, uscito nel 1963, col numero 42 nella collana I Racconti di Dracula. Il titolo di uscita originario è fin da subito evocativo circa il contenuto del romanzo. Samale lo intitola, giustamente, Il Golem, scelta dettata dalla creatura leggendaria della tradizione ebraica protagonista nella parte terminale dell'elaborato, piuttosto che omaggio al famoso romanzo di Gustav Meyrink edito, col medesimo titolo, nel 1913 e divenuto uno dei romanzi importanti, se non il più importante, nel panorama letterario fantastico teutonico delle immediato dopo guerra. Vedremo nel testo come sia intenzione dell'autore avvicinarsi alla tradizione che sta alla base della figura del golem, anziché ispirarsi all'introspezione evocata dal collega austriaco che usa il golem in forma indiretta e non come un essere votato alla protezione degli ebrei da soprusi e angherie. Meyrink tende a nascondere addirittura la creatura, la trasforma in un qualcosa di ectoplasmatico, una specie di spettro che ricompare ogni 33 anni in un ghetto praghese, creando quel disordine ricordo della nefasta fuga verificatesi secoli indietro, quando il rabbino interessato dalla genesi dell'essere ne perse il controllo, un po' come, ci perdoneranno i puristi, raccontato da Crichton nella fuga dei dinosauri nel parco del Jurassic Park. Samale è vicino alla tradizione, se vogliamo il suo romanzo si accosta, pur restando più fedele alla tradizione, al capolavoro dell'espressionismo tedesco, anch'esso intitolato Il Golem e anch'esso privo di relazioni con Meyrink (contrariamente a quanto abbia sostenuto qualcuno su alcuni volumi). Film quest'ultimo uscito nel 1915 e diretto da Henrik Galeen e da Paul Wegener (cinque anni dopo sarà girato un prequel). Un film che parte dalla tradizione per preferire, in corso d'opera, sviluppo più vicini, se vogliamo, al Frankenstein di Mary Shelley (1818) piuttosto che ai lavori di Meyrink o alle leggende di Rabbi Low. Romanzo, quest'ultimo, a sua volta anticipato da L'Uomo della Sabbia - Der Sandmann (1815) di Ernst Theodor A. Hoffmann che per primo, pur se in chiave originale e fantascientifica (essendo il Dottor Spalanzani uno scienziato, non un mago o un alchemico o un cabbalista), ha portato in narrativa la figura dell'automa.
Ma vediamo prima di chiarire che cosa sia il golem. Innanzi tutto individuiamo l'area e la tradizione di appartenenza. Il golem viene spesso definito una "figura stanziale", poiché strettamente correlata alla tradizione cecoslovacca e, ancor più nel dettaglio, ai quartieri ebraici praghesi. Si tratta di un'analisi un po' superficiale, che trova forse corrispondenza nella narrativa ma non certo nella tradizione culturale dove ha una valenza e un significato molto più ampio e profondo, che si dilata per tutta la storia dell'uomo. Una figura che è in stretta relazione con la "genesi" dei testi sacri, significando "golem" materia grezza, informe, se vogliamo un qualcosa da plasmare come l'argilla e la terra nelle mani di Dio nell'ultimo giorno, dei sette (che poi son sei effettivi), dedicati alla creazione. Un termine che ai tempi moderni, in ebraico, viene usato anche per individuare i robot antropomorfi.
La parola compare per la prima volta proprio nei testi sacri, nel Tanakh, al verso sedici del salmo 139. Si tratta di un sostantivo che richiama il verbo "avviluppare" da intendersi, secondo interpretazioni esegete di studiosi della materia, "cosa ravvolta in sé stessa, ancora informe", in altri termini embrionale e dunque ancora imperfetta, accostata ad Adamo prima che Dio lo dotasse di un'anima. Il golem viene poi definito ne la Vulgata (382) di San Girolamo, ovvero la prima traduzione in lingua latina dall'ebraico della Bibbia, quale "Imperfetto, il non sviluppato, l'esistenza che precede l'essenza, la confusione che implica l'ordine e così via, di anologia in anologia". Dunque un termine e una figura antichissima, legata alla nascita delle religioni monoteiste e più fedelmente di quella ebraica, da cui poi si è quasi liberata per entrare nell'immaginifico dove prendono forma leggende e da queste la narrativa. E così, dalla genesi dell'uomo per opera di Dio, si è giunti alla genesi imperfetta per mano dell'uomo stesso, più nello specifico, dei maestri della Kabbalah in grado di plasmare una creatura gigantesca di argilla, secondo i dettami de Il Libro della Creazione (lo Sefer Yetzirah), e di renderla "viva" in virtù della conoscenza degli alfabeti delle 121 porte da ripetere sugli organi della creatura nonché della conoscenza delle parole proferite da Dio nell'atto della creazione di Adamo. A quest'ultimo riguardo, aspetto questo ripreso anche dalla narrativa, è fondamentale l'incisione della parola "AEMETH" ("verità") sulla fronte della creatura o sotto la sua lingua piuttosto che dietro i denti. Una combinazione di lettere, a emulare la parola proferita da Dio al cospetto di Adamo, in grado di animare la creatura, arrestabile in seguito solo cancellando il dittongo "AE" così da creare la parola "METH" ("morte"). Da qui il mito da non confondere con quello dell'homunculus, essere anch'esso antropomorfo, ma di creazione alchemica piuttosto che cabbalistica, risultato finale di un processo "sporco" e ancor più "blasfemo" rispetto alla tradizione del golem, che invece è legata alla tradizone divina, poiché tende a scimmiottare, per altra via, il tema della creazione addirittura prevedendo la presenza di sterco di cavallo e di seme umano. Da qui il monito dei maestri della Kabbalah: "L'uomo che crea la vita in modo artificiale, uccide la presenza di Dio suscitando l'idolatria, poiché passare dal simbolo mistico alla realtà uccide Dio in quanto la formula completa informa un altro testo."
E qual'era allora lo scopo di queste creature antropomorfe, mute e prive di anima? In origine era quello di proteggere la popolazione ebraica dai soprusi e dalle angherie, ma anche di rispondere agli ordini del loro creatore per eseguire lavori pesanti. Quest'ultima evoluzione è dovuta soprattutto alle storie che gravitavano, nel XVI secolo, attorno alla figura del rabbino Jeudah Low di Praga. Secondo la leggenda, questo rabbino, nel 1580 plasmò dal fango della Moldava il Golem e perseverò in queste creazioni per impiegare gli esseri per le ragioni sopracitate. Purtroppo però era incapace di controllarli nel lungo periodo, a causa dalla costante ma graduale crescita di dimensione degli stessi. Allora ecco l'intervento volto a eliminare il dittongo della vita, fin quando un giorno perse il controllo di una sua creatura che devastò l'intero villaggio. Leggenda quest'ultima che sta alla base delle storie della narrativa e che, come vedremo, è lo spunto di ispirazione del romanzo di Libero Samale aka Frank Graegorius.
Per dirla in termini semplici, con la figura del Golem l'uomo gioca a fare Dio, emulandolo nell'atto di creare vita, partendo dal medesimo fango e argilla e usando la stessa "magia", definiamola così, per dare vita e corpo alla creazione, senza però esser in grado di infondere l'anima e la carne al uomo plasmato. Da qui un essere imperfetto, privo di emozioni, paure, parola e pensiero... un automa, appunto.
Su questo tema rinvio all'articolo dell'amico Giuliano Conconi che sulla materia ha compiuto un vero e proprio studio. Trovate qua un sunto:   http://nerocafe.net/nero-history/la-leggenda-del-golem/

La locandina della I Edizione.

Chiarito di cosa si stia parlando, analizziamo il romanzo di Samale. Centotrentacinque pagine circa, tredici capitoli seguiti dalla conclusione, storia tutta ambientata in una notte, in un paese di campagna sul confine della Slovacchia.
Protagonista è un giovane procuratore legale, Jan Hodza, che ricorda vagamente il Jonathan Harker del Dracula di Stoker. Come il più famoso collega, Jan viene inviato dal suo studio in un paese periferico di campagna, Poldice, per relazionarsi con un ricco mercante. Questa volta il giovane non deve trattare un acquisto, bensì una vendita sui Monti Tatra (località che da il nome a un lussuoso marchio di auto ceke, n.d.r.). Lo accompagna nel viaggio un losco e ambiguo contrabbandiere, tale Milan. Il cliente, un po' come Dracula, è un misantropo che esce poco di casa e su cui girano strane voci di stregoneria. A differenza però dell'antagonista di Stoker, il cliente di Jan, tale Simeon Goldstein, è un cabbalista votato al bene, quanto meno nelle intenzioni.

La sfortuna del protagonista è di giungere in paese nella serata sbagliata, la notte definita del diavolo. Muore infatti un giovane di tubercolosi e il popolo, fatto di bigotti e di pagani che finiscono col rinnegare la parola di Dio rappresentata dal tentativo di un prete che cerca di farli ragionare, si scaglia contro il vecchio cabbalista. Lo accusano infatti di stregoneria, inoltre lanciano proclami antisemiti e il vecchio è un ebreo. Il protagonista deve star ben attento a dire dove si reca, un po' come l'Harker di Stoker quando giunge in Romania, anche se a differenza del romanzo dell'irlandese gli indigeni stanno progettando di assaltare la magione dell'uomo. Se gli zigani rumeni sono al servizio del principe della notte, quelli ceki sono tutti contro il cabbalista. Diciamo che Simeon è una sorta di negativo di Dracula e dunque un corrispettivo benigno. I locali, un volgo degenere, si fanno infatti forza della carica di una strega, la regina degli Zigani, che è l'elemento di maggiore personalità del paese in cui trova spazio un campo di nomadi. La vecchia, insieme alla sua combriccola, va in giro a estorcere denaro sotto la minaccia di maledizioni, garantisce guarigioni in cambio di denaro, scredita medici e uomini di religione, ma soprattutto si scaglia contro il grande rivale ebreo. Samale non spiega più di tanto il motivo, lo pone solo come lotta tra la bellissima figlia della zingara, anch'essa strega che evoca demoni e ipnotizza con il ricorso di droghe, musica e suggestione, e la nipote del cabbalista, entrambe interessate al giovane procuratore piovuto in paese. La prima usa la seduzione erotica e il ballo, la seconda la dolcezza timida e casta. La prima è falsa ma eccitante (carica erotica enorme ed elegante ben resa da Samale), la seconda sincera e castigata. La zingara è attratta dalla purezza del giovane, la vuole contaminare per inebriarlo e portarlo alla perdizione strappandogli via l'anima e, non da ultimo, i suoi patrimoni. Diametralmente opposto l'obiettivo dell'altra. Se quest'ultima vuole il cuore del giovane per condividere la vita fino all'intervento della morte, la prima desidera domarlo per provare a se stessa quanto sia forte. Dunque la dicotomia dell'altruismo funzionale al donarsi all'altro contro l'egoismo funzionale all'affermazione personale. E' il vecchio tema della magia bianca contro la magia nera, su cui si innesca la passione amorosa di cui il protagonista è pedina vittima degli eventi, assimilabile a una biglia che schizza da una parte all'altra, protagonista di un flipper impazzito e schiavo di ingranaggi più grandi.

Tutto succede in ventiquattro ore, un incubo dove fanno il loro gioco le droghe, l'alcool, le allucinazioni più perverse, agevolate da quadri sinistri, tarocchi, riti magici e musica ipnotica. Jan riesce a resistere grazie alla forza d'animo, a una purezza che gli permette di contemplare il golem, prima che questo entri in azione, senza subire danno alcuno, contrariamente alla leggenda che dice che chi guarda il golem muore poiché ciò è prerogativa degli eletti. E' per questo che il vecchio Simeon gli affida la nipote, come se l'arrivo del giovane fosse il risultato di un destino già scritto e di cui il vecchio ha sempre saputo.
L'incontro tra i due avviene nella casa del vecchio ed è una visione che stordisce Jan, sempre sul filo da cui è facile cadere negli abissi del non ritorno ovvero quelli della pazzia. Il vecchio è un ottantenne ancora in forma, è seduto con un libro in grembo ed è contornato da strani quadri. Ha alle spalle un'enorme gigantografia che rappresenta un vecchio disteso in una bara scoperta (ancora rimandi indiretti a Dracula), sulla quale se ne sta appollaiato un corvo (animale dalla forte ma contraddittoria carica simbolica), oltre al quale divampano fiamme che avvolgono una grottesca creatura androgina, metà uomo e metà donna, sospesa fra nubi tempestose. Samale/Graegorius impreziosisce il testo di molte descrizioni come questa, dotando il tutto di un forte simbolismo non sempre facilmente intelliggibile. Purtroppo la parte centrale è un continuo passsare da realtà a visioni, molto affascinante senz'altro ma che dilata il contenuto, col povero Jan costretto a subire un bombardamento di immagini e di incubi per poi tornare a immergersi nella follia di una notte degenere (forse ancor più folle delle visioni arcane), sperando di salvare Simeon e la sua nipote dalla spinta omicida di un intero popolo. Tra le visioni è centrale quella di un mascherone scolpito nel marmo, una faccia ipocrita, vagamente asimmetrica nei lineamenti con un sorriso "faunesco" distorto, accompagnato dall'iscrizione in caratteri gotici "In Hoc Signo, Perdes".

Solo negli ultmi capitoli, quando i due giovani saranno nelle grinfie della giovane strega ormai sul punto di soccombere, entrerà in azione il golem. Se da una parte Graegorius riesce a creare aspettativa e a suscitare orrore (su tutti è da segnalare l'attacco dei topi che cercheranno di sbranare i due prigionieri protagonisti, incapaci di difendersi perché legati), pecca un po' nella costruzione dei dialoghi, a mio avviso troppo cinematografici. C'è invece da elogiare il rispetto della tradizione dell'antica figura ebraica. Il golem, antropomorfo e costruito di argilla, da statua, entra in azione grazie a una pergamena contenente il nome di Dio e che Simeon gli infila in bocca. Ecco che si anima per portare aiuto al suo creatore e si scaglia contro la popolazione impazzita, facendo scempio e distruggendo quanto gli capiti a tiro. A violenza si risponde con violenza, curioso che il nome di Dio venga quindi fatto inserire in bocca alla creatura, quasi come verbo, come voce silente dato che l'essere è muto, ma di questi tempi si potrebbe anche capire il perché, visto che non succede poi molto di diverso in nome della religione. I nomadi vengono travolti, così come i popolani ignoranti. A ogni gesto l'essere cresce di dimensioni, diventa una sorta di dinosauro. Ideale metafora che vuole che dalla violenza nasca ulteriore violenza in una spirale crescente di morte e di distruzione, aspetti questi ultimi che Graegorius andrà a descrivere con scenari proprio di un campo di battaglia. "Il fragore cadenzato, che aveva già scosso la terra tornò a farsi udire sovrastando il vocio scomposto della folla... Quel tremito si trasformò in un terremoto che sussultò e ondulò a lungo", questo è il clima apocalittico in cui va a versare l'epilogo, proprio come quando in Jurassic Park le creature estinte da Dio per lasciar spazio all'uomo vengono riportate in vita da quest'ultimo in quella che altro non è la base iniziale della genesi: la manipolazione del DNA, da intendersi come la lavorazione dell'argilla e della terra usata da Dio all'alba del mondo. Un gioco pericoloso, come sottolinea Spielberg quando parla della genetica (da leggersi creazione) quale forza più dirompente che esista col rischio di usarla come un bambino (leggersi uomo) che giochi con la pistola (leggersi distruzione) del padre (leggersi Dio).
Graegorius introduce qua un contenuto di valenza metaforica, qualificando l'essere come un qualcosa di neutro, originariamente inoffensivo come tutte le creazioni dell'uomo, ma che assume connotati negativi in funzione dell'ambiente in cui viene inserito o che comunque funge da catalizzatore delle passioni umane con conseguenze negative se queste assumono valore distruttivo. E' un po' l'esempio costituito dall'energia nucleare, nata non certo per essere distruttiva o per placare un popolo (quello giapponese) fin troppo belligerante e tutt'altro che arrendevole, ma che poi... abbiamo visto le conseguenze. "Il golem diventava sempre più alto, sempre più grosso, come se la malvagità umana accumulata dentro di lui nutrisse il suo corpo d'argilla via via che centuplicava il suo furore."

Gli ultimi due capitoli del romanzo sono notevoli, Graegorius si serve di una figura leggendaria per ricreare riflessioni che si sviluppano su versanti esoterici ma anche essoterici. Da quest'ultimo punto di vista si pongono riflessioni relative alle capacità distruttive delle scoperte dell'uomo, che finiscono per prendere una piega contraria alla creazione e alla costruzione, al miglioramento umano. Dalla genesi nasce così la morte, un po' come minacciato da quei moniti che abbiamo evidenziato quando abbiam parlato dei pericoli connessi alla creazione del golem, al voler ergersi quale soggetti che giocano nell'imitare Dio senza rendersi conto che questo non è stato concesso all'uomo, il quale è solo un ospite di un mondo creato da altri. Atteggiamenti arroganti che portano alla guerra, perché, in fondo, l'uomo, o meglio la massa, è cattiva, regala spesso il peggio per la volontà di sopraffare chi è diverso, chi è migliore o chi, come diceva Socrate, assume l'atteggiamento del tafano per cercare di convincere che è più importante la cura dell'anima rispetto al materialismo. Notevole conclusione, che non anticipo, ma che è in perfetta linea con la tradizione ebraica del sacrificio e in cui il cabbalista capisce di aver peccato, perché ha agito in nome di Dio creando distruzione, contravvenendo a uno dei dettami donati sul Sinai. "Ho voluto imitare Leon Ben Bezabel, per proteggere la mia famiglia. Ma ho peccato. Ho scatenato le forze dell'inferno e, quel che è peggio, mi sono servito del nome del signore di Giustizia!" Ecco che, implicitamente, Graegorius propone il tema del rapporto magia bianca - magia nera, evidenziando come il confine sia molto sottile e come sia difficile restare in una zona franca quando si ricorre alla magia per perseguire risultati esterni. La magia è sempre pericolosa, perché si fonda sull'evocazione di intelligenze esterne per ottenere come risultato il controllo, il potere e il dominio, tutti aspetti negativi. Il vero asceta deve invece sviluppare il proprio io, aiutare gli altri a fare altrettanto e non perseguire biechi risultati apprezzabili in termini economici o di potere. Ecco allora che il golem, come spiega Goldstein, nella visione di Samale, "è la stessa umanità destinata a perire per colpa della sua bestialità"

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In definitiva Sinfonia del Terrore alias Il Golem è un breve romanzo dell'orrore, che si legge molto velocemente e scorre in modo fluente, testimonianza di una narrativa fantastica italiana che in modo assurdo si persevera, salvo pochi appassionati, a voler continuare a tenere sepolta nell'undergroung. Ci sono dei limiti, forse l'opera paga qualcosa nel fatto di essere diluita da una duplice anima, da una parte quella visionaria che si sviluppa in una dimensione fantasiosa e claustrofobica, una sorta di peregrinaccio mentale indotto da svariate componenti e fatto di colori, fughe in dedali sotterranei, apparizioni oniriche e inquietanti; dall'altra, la più interessante, quella terrena, che diviene teatro di scontro tra il male e un bene che si trasforma anch'esso in male, per mano di una creatura neutra figlia della mitologia religiosa ebraica che si anima però in funzione del mondo in cui viene chiamata a vivere; un mondo che non può che essere animato da propositi malvagi e, a loro modo, distruttivi, dove corruzione (carnale ed economica), ignoranza e materialismo trovano sempre terreno fertile. Un humus che dona frutti avariati e velenosi come quelli che costarono la cacciata dall'eden di quella prima creatura che, secondo alcuni racconti, costituì l'evoluzione dal golem all'uomo e che ne testi risponde al nome di Adamo. Mitologia e religione che si inseguono dunque in un'eterna corsa, sotto la benedizione di quella narrativa reputata da molti come minoritaria, ma che invece costituisce spesso campo di capolavori incompresi: lunga vita dunque alla narrativa fantastica e ai suoi immortali autori.