Commento Matteo Mancini.
A distanza di cinque mesi dall'uscita italiana di The Running Man (2025) di Edgar Wright (qua la mia recensione http://giurista81.blogspot.com/2025/11/recensione-cinema-running-man-2025-di.html), arriva nei nostri cinema, peraltro con colpevole ritardo rispetto agli Stati Uniti (dove è uscito a settembre 2025), la trasposizione dell'altro distopico in odore Hunger Games scritto sotto pseudonimo negli anni settanta da Stephen King: The Long Walk. Se il soggetto del precedente film pescava a piene mani dalla produzione narrativa di Robert Sheckley, si pensi soprattutto a The Seventh Victim (“La Settima Vittima”, 1953), questo è debitore del romanzo They Shoot Horses, Don't They? (“Non si Uccidono così anche i Cavalli?, 1935) di Horace McCoy poi reso celebre dalla trasposizione dal titolo omonimo diretta da Sydney Pollack.
Gli
ingredienti per tirare fuori un buon prodotto spiccano già nella lettura del cast tecnico. Dietro al progetto si muove il newyorkese
Roy Lee (venuto alla ribalta a inizio secolo con gli horror asiatici più celebri), già artefice della produzione di alcuni dei migliori film,
degli ultimi dieci anni, legati alla produzione di King e destinati a
diventare culto quali l'horror del “pagliaccio” per antonomasia
It
(2017-2019)
di Andres Muschietti e Doctor
Sleep
(2019), seguito di “redrum” Shining,
per la regia di Mike Flanagan. Se già questo non bastasse,
costituisce ulteriore rafforzativo il coinvolgimento alla regia di
quello che forse è il regista
più
indicato per un prodotto del genere ovvero Francis Lawrence,
connazionale (di nascita) di Arnold Schwarzenegger, meglio
noto per aver diretto – tra gli altri - l'intera saga di
Hunger
Games.
The
Long Walk
può infatti essere considerato un vero e proprio spin-off della
celebre serie. Lawrence viene coinvolto dopo che, nel tempo, registi
apicali nella storia della cinematografia kinghiana, quali George A.
Romero o Frank Darabont, e altri meno noti come André Ovredal
avevano rinunciato all'impegno. Mettere in scena un film su un
soggetto come quello di The
Long Walk (qua
la recensione del romanzo presente su questo blog:
http://giurista81.blogspot.com/2016/10/recensione-narrativa-la-lunga-marcia-di.html)
risultava infatti concettualmente molto difficile, per ritmo e capacità di mantenere viva l'attenzione, rientrando in una di quelle sfide
folli in cui King piaceva misurarsi ovvero scrivere una storia in
continuo movimento giostrata tutta sui dialoghi e senza
spaziare di contesto scenografico e senza ricorrere a particolari colpi di scena. Lawrence sale a bordo della
giostra, asciugando ai minimi termini i contorni. Le scenografie sono
naturalistiche e campagnole, con un taglio registico fatto di campi
lunghissimi su autostrade deserte che ricordano molto le sequenze di spostamento di Civil
War (2024)
di Alex Garland (film recensito, a suo tempo, su queste pagine) o anche del primo 28 Giorni Dopo. La
fotografia è glaciale e quasi privata dei colori. Sembra di
assistere a una corsa di animali lanciati al macello, come
sottolineano alcuni abbattimenti con l'effetto sonoro dei cavalli che
nitriscono, da spettatori, al di là degli steccati. Lawrence snellisce, defalca i
costi di produzione e fornisce un prodotto che definirei
complementare allo sfarzoso e assai più ricco The
Running Man.
Rispetto al lavoro di Wright, questo è molto più riflessivo, ad ampio respiro, con fiammate di fredda brutalità
che stordiscono lo spettatore soprattutto per quell'alchimia che
arriva direttamente dalla penna di King. Qui non sono lo spettacolo e
l'adrenalina a farla da padroni, ma sono la tensione e la disperazione
di chi è coinvolto in una specie di roulette russa, dove chi
assiste lo fa in modo distaccato alla stregua di un giudice di gara
assassino o che accetta quale normalità la giustizia sommaria di chi ha infranto le regole del gioco (si evocano i gerarchi nazisti). Lo sceneggiatore JT Mollner, sull'esempio del Maestro del
Maine, definisce i personaggi, li caratterizza nel dettaglio e fa in
modo che fraternizzino tra loro e, allo stesso tempo, con lo
spettatore. E' proprio questa l'arma vincente sia del romanzo che del film. Molto curate sono altresì le dinamiche della marcia, con
tutte le problematiche del caso che vanno dalle variazioni
meteorologiche, alla caduta degli alimenti, ai litigi, agli infortuni che rendono impossibile la prosecuzione, all'insorgere della follia
dovuta dagli abbagli della stanchezza, ai cambi di dislivello della
strada fino all'impellenza delle esigenze fisiologiche. Il clima
spensierato e festoso del pregara si trasforma così in un inferno
di dannazione interminabile dove la linea del traguardo è determinata dalla morte
dell'ultimo possibile contendente alla vittoria. Non ci sono piazzamenti remunerati, si deve solo vincere. Il film, così come
il romanzo, è una marcia a eliminazione continua in stile Battle
Royale (“ne
resterà solo uno”) con la differenza che qua i partecipanti si aiutano a vicenda,
giusto per allietare l'attesa della morte e sentirsi meno soli, con una solidarietà che è tipica dei soldati spediti al fronte in
una missione dove sanno che non ne usciranno vivi. E tutto questo per
cosa? Per il divertimento di altri o per dare un esempio a una società addormentata e spenta con la promessa di un
premio finale che non ci si potrà mai godere, perché si è visto morire tutti i propri compagni di marcia e forse ci si sente anche responsabili per questo avendo contribuito indirettamente alla loro morte.
Cinquanta volontari (tutti maschi), dotati di numero di gara e di dispositivo per verificare l'andatura di marcia (non si deve scendere sotto una data velocità). Chi sbaglia viene dapprima ammonito e poi eliminato con un colpo di mitra. Il regolamento prevede tutta una serie di meccanismi per il recupero punti o per l'acquisizione di acqua e cibo. Il ritmo è lento, ma il film non ne risente. Gli attori, tutti giovani, sono molto bravi. Spicca David Jonsson, già visto il Alien: Romolus, che calamita l'attenzione del pubblico, rubando la scena al protagonista Cooper Hoffman (dieci anni più giovane). Molto bene anche Charlie Plummer, nei panni di uno schizzato preda del rimorso, Ben Wang (il nerd asiatico) e quindi il veterano Mark Hamil nei panni del maggiore, con i suoi dialoghi militaristi carichi di retorica. La morte aleggia costante in quella che potrebbe essere una metafora della vita. Non importa quanto si viva, l'importante è il presente, è rendere più confortevole e divertente l'adesso, anche se sappiamo che probabilmente non arriveremo mai a fine corsa e, se invece lo faremo, saremo soli senza più il sostegno di chi ci ha accompagnato al successo.
Questi
gli ingredienti, con il background accennato del passato di una
guerra mondiale che ha messo in ginocchio gli Stati Uniti. Il taglio
visivo anni settanta, i costumi retrò e le telecamere che sembrano quelle che si usavano nel quaranta, forse, suggeriscono una correlazione con un dato
periodo storico (l'epoca dei regimi di estrema destra nel continente europeo). La diretta tv della corsa (a differenza di The
Running Man)
è marginale, così come lo sono le interferenze del pubblico che
assiste quasi distaccato alla mattanza. Un horror psicologico
socialmente fantascientifico, con effetti splatter che costano al film il divieto ai
minori di anni 14. Forte l'eco del “Club dei
Perdenti” di King basato sull'importanza della fratellanza e del mutuo
soccorso. L'epilogo è lievemente diverso rispetto al romanzo,
smarrendo quell'alone indefinito e sfumato che King aveva lasciato al
termine della sua opera. Lawrence piazza un omaggio, forse non a
caso, a Full
Metal Jacket
in un'ottica antimilitarista, che rende forse un po' di giustizia in una storia che si regge su valori impazziti. Definirei in un'unica parola The
Long Walk,
pensando anche alle competizioni animali: brutale. Da vedere al
cinema. Nella sala, alla proiezione serale del primo spettacolo
andato in scena a Pisa, erano presenti appena cinque spettatori. La gente deve imparare a riscoprire il cinema di genere, quello dei Maestri, invece che appiattirsi sui reality show e sulla monnezza che gira in televisione.


Nessun commento:
Posta un commento