PRESENTAZIONE AUTORE E ANALISI GENERALE
Maurizio
Bianciotto è una novità assoluta che arriva direttamente dal
panorama underground delle pubblicazioni digitali senza aver
trascorsi o segnalazioni in concorsi apicali nell'ambito del
fantastico e del weird. Cultore, più che mero appassionato, di
storia e soprattutto di quel cinema commerciale legato ai grandi
capolavori inglesi griffati Hammer, ma anche alle produzioni di
genere italiane degli anni sessanta e settanta e a un mondo sommerso
e sconosciuto fatto di pellicole russe mai giunte nella nostra landa
e visionate dall'autore in lingua originale, grazie alle pubbliche
relazioni intrattenute negli uffici del piacere con le burocrati e
funzionarie che mai un savio di mente si sognerebbe di incontrare
negli alti piani dell'amministrazione pubblica.
Torinese,
classe 1970, autore di molteplici e-book legati soprattutto al genere
western e al bellico, con Trilogia
dell'Incubo,
messa in vendita (anche su amazon) a partire dall'ottobre del 2018,
ha dato avvio al suo tributo al genere dell'orrore figlio degli
insegnamenti della prima metà del novecento. Le sue storie, pur se
derivative, spiccano sempre per la capillare attenzione nella
delineazione delle caratterizzazioni (vezzi caratteriali, armi,
divise, abitudini locali), dei contesti ambientali spesso legati al
folklore dell'Est Europa (Ungheria soprattutto) e dei riferimenti
storici riportati sempre in abbondanza. L'erotico, il giallo e
l'azione vengono, di volta in volta, a impreziosire canovacci legati
ai grandi archetipi dell'orrore della tradizione, trasformando un
semplice racconto fantastico in altro. Il vampiro, il licantropo e lo
zombi sono i grandi protagonisti del trittico qua oggetto di esame
realizzato per la distribuzione dalla Santi Editore.
Il
livello dei racconti è qualitativo, specie per i dialoghi (notevoli per la "categoria") e la
gestione dei tempi narrativi. Manca un po' di originalità, talvolta
latente per un approccio citazionista così evidente da essere
sottolineato dai continui rimandi a scrittori, registi, film e
persino fumetti italiani degli anni settanta. Bianciotto non vuole
rivoluzionare il genere, ma regalare il suo atto d'amore per un mondo
che, evidentemente, adora. Ecco allora lo sguardo proiettato verso la
tradizione piuttosto che in direzione di quell'orrore contemporaneo
fatto di splatter o di una traslitterazone in chiave quotidiana o
sociale delle grande paure dell'uomo moderno. Per tale via arrivano i
cammei di personaggi realmente esistiti quali la contessa Bathory
(ribattezzata sotto altro nome) e persino Himmler, così come le ambientazioni sono sovente nel passato, tra il 1880 e il 1943.
In
vendita al modico prezzo di due euro (qua il link per l'acquisto
https://www.amazon.it/Trilogia-dellincubo-Maurizio-Bianciotto-ebook/dp/B07JC46Z4V/ref=sr_1_10?qid=1677790544&refinements=p_27%3AMaurizio+Bianciotto&s=books&sr=1-10),
La
Trilogia dell'Incubo è
un'antologia di circa 140 pagine molto scorrevole e ben scritta,
tanto da dare la sensazione che dietro alle storie vi sia la mano di
un narratore esperto. Al di là della superficie delle storie, emerge
un atteggiamento di sfavore nei confronti della religione e delle
dittature (vuoi che siano politiche che religiose), nelle quali l'autore tende a vedere
la matrice e la ragione di ogni male.
Vediamo
nel dettaglio i racconti.
ANALISI DETTAGLIATA
Il
Ritratto della Contessa è un dichiarato ed evidente tributo al
sottogenere del vampirismo classico. Bianciotto mischia Dracula (soprattutto la parte iniziale con Harker ospitato presso il castello del Conte) alla contessa sanguinaria Erszebet Bathory (la vampiressa del racconto è costruita sul modello della nobildonna ungherese), in un continuo rimando di citazioni che strizzano l'occhiolino ai prodotti cinematografici della Hammer, passando per i romanzetti da edicola calibrati su un connubio fatto di sesso e terrore (citata la serie Terror, ma è individuabile una matrice comune anche a I Racconti di Dracula). Non si contano gli omaggi, per un soggetto che è fedele alla tradizione di inizio novecento, per contesto scenografico (ambientazione est europea, a trecento chilometri da Budapest, in un castello isolato) e atmosfere (bufere di pioggia, tra fulmini e tuoni), ma che, al contempo, si abbandona alla contemporaneità rappresentata da un protagonista che racconta la storia in prima persona con tutte le ingenuità del giovane moderno, tanto da rendere partecipe il lettore dei suoi pensieri (non certo filosofici) incentrati su una valutazione della bellezza femminile filtrata dai modelli spinti del cinema hardcore. Una visione, questa, da cui si lascia corrompere (“In fondo, in una donna l'aspetto esteriore è sempre quello che conta di più...”). Tra le scene più piccanti vi è una sorta di riproduzione della scena di Harker sedotto da una vampiressa, che fu poi la prima scena che venne in mente a Bram Stoker. La corruzione dei valori genera un dolore che svanisce e si tramuta in perverso piacere (“Non provo nessun timore quando mi attira a sè. Fremo di gioia quando le sue labbra si avvicinano al mio collo e la mia felicità è al culmine quando i suoi canini straziano la mia gola.”), ideale via attraverso il quale la perversione viene lasciata figliare altrove (forse è questo il motivo per cui la contessa lascia scappare la sua preda).
Bianciotto dimostra di essere un ottimo narratore, soprattutto nella costruzione dei dialoghi. Opta per un romanzo scritto in prima persona, che perde qualcosa nei pensieri libidinosi del protagonista e nel continuo ammiccamento circa la vera natura dell'ospite, un approccio questo che rende prevedibile il successivo sviluppo del testo dai risvolti un po' telefonati.
Le stigmate del vampirismo d'autore, tuttavia, ci sono. La corruzione dei valori e il progressivo allontanamento dalle fede (“ho sempre trovato difficile affidarmi ad un dio che predica la rassegnazione ed il perdono”), rappresentato da un'abiura espressa dal protagonista al cospetto di una donna seducente che alla fine si rivelerà essere quella che tutti aspettavano fosse, incarnano la matrice comune alle origini. Ecco che Il Ritratto della Contessa è un elaborato classico, caratterizzato da venature erotiche mai volgari, e da qualche momento di tensione rappresentato soprattutto dalla forza evocativa di una serie di quadri che propongono momenti di tortura e di morte che rapiscono l'attenzione del protagonista. Piacerà ai puristi del genere allineati ai vecchi stilemi.
Lycanthropus.
Racconto nella tradizione del folklore legato all'archetipo del
licantropo (ci sono alcune innovazioni, tipo le metamorfosi scandite
dall'assunzione di pastiglie scatenanti) su cui Bianciotto ricama con
classe, lavorando sul background e sulle caratterizzazioni a
corollario dell'intreccio. La storia è lineare, gestita senza colpi
di scena tanto che il finale giunge telefonato. Ciò detto, lo stile,
i dialoghi e la gestione dei tempi sono eccellenti. Bianciotto ha
evidenti qualità e sa essere ottimo narratore, anche se forse è un
po' troppo legato ai contenuti classici. Appassionato di arte, gioca
di nuovo sugli elementi pittorici rappresentati da quadri dai
soggetti evocativi (qua il ritratto di un licantropo). Allo stesso
modo torna l'artificio letterario del sogno/incubo svelatore e del
viaggio. A tratti onirico, Lycanthropus
segue
per il resto gli stilemi del giallo, partendo da una strana lettera
da cui poi si innescherà un sanguinoso omicidio su cui il
protagonista e un poliziotto si troveranno a indagare.
Punto
di forza sono l'ambientazione e lo studio che l'autore fa, in relazione
all'impero austro-ungarico e alle differenze tra austriaci e
ungheresi che si guardano, rispettivamente, con sospetto e reciproca
superiorità. Siamo ancora in Ungheria, questa volta nel 1880 nella
cittadina di Gyor. Bianciotto lavora sulla tradizione, parla del
tempio romano presente in città, del culto di Mitra e della
repressione per mano cristiana consequenziale all'Editto di Teodosio
del 391 d.c.. Proprio questa è la sottotraccia su cui si struttura
il testo. L'autore opera una feroce critica della religione
cristiana, vedendone la matrice di mali in origine assenti. Alla
stessa maniera dei cattolici, i seguaci di Mitra erano in legati al
culto dell'anima salvo poi trasformarsi in individui votati alla
perpetrazione della carne in quanto perseguitati e costretti con la
forza ad abiurare ai propri credi. Ecco così assumere la qualità di
rivoltosi (una posizione che può accomunarsi, se vogliamo, a quella
legata alla caccia di Satana dal paradiso), tanto da sposare gli
insegnamenti dei negromanti e mutuare, per tale via, la propria
esistenza nel tempo.
“Trasformarono il loro credo da religione della luce a religione delle tenebre”.
Emerge ancora una volta una visione di stampo materialista, che porta con sé una critica che lascia trapelare la supposizione, peraltro evidenziata da studiosi del calibro di Marx, di un approccio manipolatorio e ottenebrante operato della religione cattolica sulla mente degli uomini. “Quale migliore vendetta nei confronti dei cristiani e del loro inutile dio, che non è in grado di salvarti dalla morte e pretende una fede incondizionata in cambio di...di cosa? Della vita ultraterrena, quando sappiamo benissimo che la vera vita è un fatto esclusivamente materiale e composto di bisogni primari? Mangiare, respirare, accoppiarsi, non porsi nessun assurdo limite morale. Questa è la vera esistenza e per rappresentarla non vi è nessuna creatura più degna del lupo. Invincibile, libero, spietato”.
SS Campo 5 – Protocollo Apocalisse. Dopo il vampiro e
il licantropo, è il turno di un altro grande archetipo
dell'orrore classico: lo zombi.
Forse ispirato dal fake trailer di Rob Zombi
Werewolf Women of the S.S., inserito nel progetto Grindhouse
del duo Tarantino-Rodriguez, arriva un altro bizzarro esperimento
nazista diretto a creare dei soldati invincibili e, al tempo stesso,
scatenare un virus letale a danno degli avversari americani e russi
impegnati nel secondo conflitto mondiale. Prendendo le mosse dalla
tradizione haitiana e da film come Ho Camminato con uno Zombi,
uscito nel medesimo anno in cui è ambientata la storia, ovvero il
1943, Bianciotto miscela gli stilemi del sottogenere ricorrendo alle
soluzioni romeriane (colpo in testa per uccidere i non morti e
l'inconveniente del cannibalismo). A gestire l'operazione vi è un manipolo
di ufficiali SS e di soldati chiamati a operare un ordine di
insabbiamento richiesto da Himmler, anch'esso presente nella storia.
Eccellenti i dialoghi e le caratterizzazioni, così come
la cura nel delineare gli armamenti, le divise e la gestione dei
campi. Eloquente infine la brutalità dei modi nazisti, così come
non mancano densi stralci intrisi di un'azione da war movie con
inserti gore in stile La Notte dei Morti Viventi. Il grande
Reich, o forse i sistemi politici in generale, non amano gli uomini
pensanti. “Purtroppo lei è un ottimo soldato ma un pessimo nazista. La Germania di Adolf Hitler non ha bisogno di gente come lei. Gente che si pone domande, che non crede incondizionatamente, che porta in sè il seme del dubbio e di conseguenza della disfatta. No, mi creda, nel nostro glorioso Reich non sappiamo che farcene di gente del suo livello”
La successiva trilogia del terrore
pubblicata da Maurizio Bianciotto.
"Apprezzo gli uomini che non sentono il bisogno di ostentare i propri meriti."