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lunedì 25 maggio 2026

Recensione Narrativa: DELITTI IN GIALLO a cura di Franco Forte.

Autore: AA.VV. a cura di Franco Forte.
Anno: 2015.
Genere: Giallo.
Editore: Mondadori.
Pagine: 370.
Prezzo: 6.50 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini
PROSSIMAMENTE

giovedì 14 maggio 2026

Recensione Saggi: SETTE SATANICHE di Mastronardi, De Luca e Fiori.

Autori: Vincenzo Mastronardi, Ruben De Luca e Moreno Fiori.
Anno: 2006.
Genere: Saggio Criminologico.
Editore: Newton Compton Editori.
Pagine: 446.
Prezzo: 19.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Preso appena uscì in libreria e riletto a distanza di venti anni dalla prima volta, Sette Sataniche resta il migliore libro mai pubblicato in Italia d'impronta criminologica sull'argomento satanico. È opportuno premettere che non si tratta di un libro sul diavolo nella religione, nell'arte e nel cinema, come Il Grande Libro di Satana (2022) di Danilo Arona edito da Mondadori né di un saggio antropologico come Il Diavolo (Newton & Compton) di Alfonso Di Noia, ma di un'applicazione della branca satanica alla criminalità. Sebbene risulti firmato a sei mani, l'anima del progetto è senza dubbio da individuare in Ruben De Luca, all'epoca già il migliore ricercatore di criminologia (per valore divulgativo) che sia mai stato presente in Italia. Ricordo che nel 2003/04 mio zio, sapendo che ero alla ricerca del volume (un capolavoro assoluto) Anatomia del Serial Killer 2000 (Giuffré Editore), girò tutte le librerie di Pisa per ricercare il libro salvo poi rivolgersi direttamente alla rivendita autorizzata dell'editore in città perché (all'epoca) certi volumi erano considerati accademici e Feltrinelli declinava l'ordine. I saggi criminologici di De Luca non sono mai stati derivativi, ma si sono sempre caratterizzati per un impulso innovativo e personalizzato, in altre parole si distinguevano dalla massa e non solo per la quantità di materiale debordante persino rispetto ai volumi provenienti dall'estero. A quei tempi recuperai un numero infinito di questi saggi (ne avevo più io che la facoltà di Giurisprudenza di Pisa), tra i quali Delitti Rituali (Centro Scientifico Editore) di Angelo Zappalà e Criminal Profiling (McGraw Hill) di Massimo Picozzi. Ebbene, nessuno riusciva a raggiungere il livello dei volumi di De Luca, sempre attento ad adottare un linguaggio e una delineazione della materia che restasse a metà strada tra l'accademico e il popolare, così da rendere popolare senza banalizzare la materia. Non a caso il suo approccio ha finito con l'interessare un editore “commerciale” come la Newton & Compton. Sette Sataniche, quando uscì, peraltro con la collaborazione del professore Vincenzo Mastronardi (psichiatra e direttore della cattedra di Psicopatologia forense presso La Sapienza Università di Roma), fu un qualcosa di mai visto in Italia. Un volume magnifico, come lo sono i volumi di De Luca (purtroppo, poi, allontanandomi dalla criminologia non ne ho più seguito la carriera ma, come si dice in C'era una volta in America,un cavallo vincente si vede alla partenza”), che affronta la tematica con un mix vincente tra cronaca nera (la seconda parte è interamente dedicata al Mostro di Firenze) e approccio più squisitamente saggistico con definizioni e classificazioni. Il satanismo viene spulciato da ogni punto di vista, soprattutto in una modalità congeniale al tema d'interesse che è l'applicazione sul versante criminologico (ma non solo). Il taglio espositivo è pratico, valido per un lettore comune ma anche per gli operatori di polizia con suggerimenti di indagine e collegamenti ai reati del codice penale di solito commessi dagli aderenti delle sette. Non manca una rapida panoramica sulle varie sette assimilabili alle sataniche che operano nel mondo (dal vudù alla santeria, passando per macumba, palo mayombe e via dicendo) senza mai dimenticare il collegamento diretto con i fatti e la casistica offerta dalla cronaca nera. Una parte, probabilmente a cura di Moreno Fiori (dottore in teologia e demonologo), di matrice occulta è persino dedicata alla stregoneria e ai suoi riti.

Un libro magnifico che non può mancare nella libreria dei cultori di criminologia, anche per la sua particolarità applicata al satanismo. A ogni modo, quando vedete un saggio criminologico che porta la firma Ruben De Luca, non abbiate dubbi: vale sempre l'acquisto.

 
Ruben De Luca,
l'anima del progetto.
 

Recensioni Narrativa: LE CONFESSIONI DI UN PECCATORE ELETTO di James Hogg.

Autore: James Hogg.
Titolo Originale: The Private Memoirs and Confessions of a Justified Sinner.
Anno: 1824.
Genere: Gotico / Crime.
Editore: Agenzia Alcatraz, 2025.
Pagine: 324.
Prezzo: 18.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Diciottesima uscita della collana Bizarre, fiore all'occhiello della lodevole Agenzia Alcatraz e punto di riferimento per chiunque voglia mettere le mani sui grandi classici della narrativa del terrore europeo. Nell'occasione viene rispolverata una pietra miliare della narrativa gotica inglese, già pubblicata in Italia in quattro precedenti edizioni ovvero per Feltrinelli (Confessioni di un Peccatore, 1961), in edicola curiosamente inserito nella serie popolare “I Romanzi Diabolici” col titolo L'Anima Perversa (1963) e di nuovo in libreria per Bollati Boringhieri (Confessioni di un Peccatore Eletto, 1995) e Beat (Confessioni di un Peccatore Eletto, 2016).

L'opera è senz'altro da annoverare tra gli antesignani della nascente narrativa del terrore, al fianco dei più conosciuti romanzi di Ann Radcliffe, Mary Shelley e John Polidori, tanto da aver poi ispirato Robert Louis Stevenson per la stesura de The Strange Case of Doctor Jekyll and Mr Hyde (1886). Stampato in forma anonima nel lontano 1824, seguendo un soggetto un po' sulla scia dei successi de Il Monaco (1796) di Matthew G. Lewis (qua la mia recensione: http://giurista81.blogspot.com/2014/08/recensione-narrativa-il-monaco-di.html) e de Gli Elisir del Diavolo (1815) di E.T.A. Hoffmann, The Private Memoirs and Confessions of a Justified Sinner ha avuto un impatto sulla critica del tempo assai controverso e indignato (“L'impressione che il romanzo ha lasciato nelle nostre menti è così spiacevole, che vorremmo tanto non averlo letto”). Pubblicato in appena mille copie e spacciato quale effettivo resoconto recuperato dalla tomba di un suicida (forse ispirerà per questo persino la trovata editoriale di Dante Gabriel Rossetti e il furto del cranio di Francisco Goya), vendette inizialmente circa cinquecento copie suscitando scandalo per l'ardita vena satirica. Riproposto quattro anni dopo, col titolo leggermente modificato (The Suicide's Grave or Memoirs and Confessions of a Sinner), si impose definitivamente nel 1835, una volta deceduto l'autore, falcidiato dalla censura e da numerosi cambiamenti non riconducibili alla volontà di chi l'avesse scritto. Solo un secolo dopo, grazie alla riscoperta (un po' come avvenuto per Il Monaco) degli intellettuali francesi, il romanzo è diventato un classico, al punto da essere approfondito da otto pagine nel magnifico saggio Storia della Letteratura del Terrore (1985) di David Punter.

L'autore James Hogg, nato in Scozia nel 1770, è stato soprattutto un autore di ballate e di poesie, giunto tardi al successo a causa delle sue umili origini e della sua carriera da pastore agricolo (in tal senso si ritaglia un cammeo metaletterario nella parte terminale del romanzo, dove compare proprio in tale ruolo). Reputato geniale da colleghi e amici, al punto da conquistare Walter Scott (l'autore di Ivanhoe, da molti considerato il Manzoni inglese), non ha disdegnato incursioni nella narrativa dark, come dimostrano celebri racconti quali Expedition to Hell (1836) e The Brow of the Black Haggs. Questo The Private Memoirs and Confessions of a Justified Sinner (“Le Confessioni di un Peccatore Eletto”), senz'altro il suo capolavoro assoluto, rientra a pieno titolo nell'alveo del gotico, pur avendo un taglio da crime story (con tanto di indagini, processi, omicidi, risse e pestaggi) e una struttura alla Rashomon (1950), giusto per intenderci, funzionale, a mio modo di vedere, ad avvalorare le confessioni stesse rese dal protagonista e recuperate dalla sua tomba, così da superare le perplessità della generazione moderna (“non crederà che un uomo sia stato quotidianamente tentato dal diavolo”).

Tema centrale è la satira avverso le distorsioni e i fanatismi legati alle interpretazione dei testi sacri (“Chi ti ha fatto giudice delle azioni o delle inclinazioni delle creature dell'Onnipotente, tu che al suo cospetto sei solo un verme e non un uomo? Con quale diritto distribuisci giudizi e anatemi?”). Nella fattispecie si parla della Bibbia e della predestinazione legata alla dottrina calvinista, ma ciò, sempre a mio modo di vedere, è puramente un dettaglio e un'occasione per veicolare un messaggio di portata più ampia. Se pensate bene, a esempio, la tematica ben si attaglia agli stermini cristiani all'epoca della conquista delle Americhe con relativa conversione degli indigeni e, ai tempi nostri, alla jihad islamica. Il protagonista infatti crede di essere un soldato di Dio, chiamato a eliminare gli infedeli per il trionfo della parola della Bibbia. “Ero una persona giustificata, accolta tra i figli di Dio e nessuna colpa passata né alcuna azione futura, mia o di altri uomini, avrebbe potuto alterare il decreto”. Ecco che il protagonista, Robert Wringhim, già assuefatto da tale impostazione per educazione impartitegli dal padre segreto (un reverendo arrogante e borioso che si è auto proclamato in grazia di Dio), finisce sotto la sfera d'azione di uno spirito manipolatore che altro non è, non ci sono dubbi al riguardo (nonostante molti critici intendano vederne una portata metaforica o un'allucinazione frutto di una malattia mentale), Satana che fa in modo di portarlo verso quella via di perdizione a cui (a differenza de Il Monaco) il soggetto era già indirizzato nonostante la volontà di fare la grazia del Signore. Ecco che sotto la scusa di eliminare i peccatori e i presunti impostori che divulgano un messaggio distorto degli insegnamenti della Bibbia (“era più onorevole e utile eliminare i peccatori con la spada, piuttosto che cercare di riformarli”), Robert si trasforma in quello che oggi definiremmo un serial killer, uccidendo soggetti disarmati (con una pistola d'oro recuperata dall'inseparabile amico) e rubando gli averi del padre e del fratello. Qui si innescano altri due aspetti secondari del romanzo. Da una parte abbiamo il tema, anche questo moderno (si veda l'ultimo tentativo di riformare la giustizia in Italia nonché la querelle di Garlasco), della fallibilità della giustizia che finisce per interpretare in modo errato le prove via via raccolte e di conseguenza incarcerare e condannare innocenti, oltre che a essere sottoposta a ingerenze politiche e tentativi di corruzione (“È risaputo come al giorno d'oggi i cittadini della Scozia giudichino diversamente i casi a seconda che riguardino uomini del proprio partito o di principi politici opposti”). Vi è poi il tema della integrità psicologica di Robert Wringhim, al punto da supporre che sia affetto da una forma di schizofrenia o di disturbo dissociativo della personalità (da qui l'ispirazione successiva di Stevenson) sostanzialmente immaginando un amico che gli ordina i vari omicidi (un po' alla Figlio di Sam per rimandare ai crimini di fine anni settanta di David Berkowitz). Quest'ultima ricostruzione è totalmente sconfessata dalla particolare struttura scelta da Hogg che racconta gli eventi da due distinti punti di vista: quello del narratore, che propone testimonianze e ricostruzioni di terzi soggetti; e quello del protagonista, a sua volta supportato da accadimenti specifici concordanti con l'ipotesi demoniaca in luogo della razionale (le persecuzioni notturne dei demoni che spingono tutti coloro che offrono riparo al protagonista a cacciarlo) e, ancora una volta, dalle testimonianze di terzi soggetti (“dicono che spesso si vede il diavolo camminare di fianco a voi, a volte con una forma, a volte con un'altra. E dicono che a volte prende proprio la vostra forma, oppure entra dentro di voi, e allora diventate voi stesso un diavolo”). Questa seconda parte del romanzo (cioè quella relativa alle confessioni vere e proprie del protagonista) assume grande interesse, in quanto suggerisce un'azione diretta del maligno, che non si limita a tentare e a istruire il protagonista, ma ne assume le veci sfruttando le capacità camaleontiche attraverso le quali ruba le sembianze di chiunque intenda emulare (cosa avvenuta anche nella scena dell'omicidio del fratello del protagonista e testimoniata da terzi, tanto da aver portato all'incriminazione di un innocente) e, in tale veste, compie stupri e omicidi e possiede direttamente il protagonista che perde il contatto della realtà non ricordando eventi che potrebbero averlo visto agire in prima persona (anziché sostituito dal suo doppio impostore che, a differenza di Stevenson, è un vero e proprio alter ego).

È altresì interessante l'evoluzione degli eventi che dapprima vedono Robert nel ruolo di persecutore e poi, una volta eliminate le vittime designate, si ritorcono tutti contro di lui al punto da farne un perseguitato dalle medesime circostanze, con manipolazioni e incastri, in una logica del contrappasso gestita sempre dal demonio che prima concede e poi toglie. In tutto questo, è emblematica la figura di Gill-Martin (termine gaelico per indicare una volpe, in simbologia animale associato a Satana, e che poi è praticamente lo stesso nome – M-Gill – del ragazzino che a scuola era il migliore della classe e che il protagonista sospettava essere figlio di una strega e che, per questo, aveva fatto in modo di farlo espellere dall'istituto tirandosi forse dietro una maledizione), che appare la prima volta emulando le sembianze del protagonista (come poi verosimilmente farà nella parte terminale della storia sostituendosi allo stesso), riferendo di non aver genitori, “se non uno che non riconosco” (evidente rimando a Dio), di avere “più servitori e sudditi di quanti ne possa contare” e promettendo di fare sedere il protagonista “alla destra del mio trono e ti mostrerò la vastità dei miei regni e la felicità dei milioni di miei fedeli seguaci”. I riferimenti, pertanto, non sono ambigui (nonostante la superficialità del protagonista che si è convinto che l'uomo sia un sovrano in esilio). Hogg tuttavia tenta all'epilogo di rimettere tutto in dubbio, suggerendo una pista razionale forse per depotenziare la portata sovversiva (per l'epoca) del romanzo. I riferimenti della pista satanica, a ogni modo, sono debordanti. A esempio le supposizioni del fratello vittima delle persecuzioni del protagonista, che poi ne erediterà le ricchezze dopo averlo ucciso a tradimento, sono dirimenti: “raramente lo vedeva seguirlo... appariva semplicemente al suo posto e George non sapeva né come né da dove fosse arrivato... Penso si trattasse di qualche orrido demone che lo perseguitava e che aveva assunto le fattezze del fratello”. Questa convinzione spiega e anticipa quanto avverrà nella fase terminale del romanzo, col demonio che verosimilmente prenderà del tutto il controllo della vita del suo adepto sostituendosi allo stesso per poi fargli imputare crimini e accuse così da spingerlo al suicidio e, con esso, alla dannazione eterna.

James Hogg dunque si dimostra avanti di almeno cinquant'anni, fa addirittura esprimere al suo demonio quella che diverrà la massima del pensiero di Aleister Crowley ovvero “fai ciò che vuoi”. In un passaggio, infatti, il mutevole Gill-Martin, che cambia di continuo aspetto, dice: “Ciò che la tua mano trova da fare, fallo con tutte le tue forze, perché nessuno di noi sa che cosa può accadere l'indomani... Nessuno di noi sa cosa sia prestabilito, ma qualunque cosa sia, dobbiamo farla e nessuna di queste azioni ci sarà imputata”,

Un romanzo dunque cardinale, in parte appesantito da passaggi incentrati sulle indagini, sul passato familiare del protagonista (tema della famiglia divisa e del rifiuto genitoriale) e su aspetti introduttivi fin troppo dilatati (la rissa per le vie, le prime persecuzioni di Robert ai danni del fratello), ma che trova il suo fascino nella figura di Gill-Martin e in almeno tre momenti squisitamente fantastici e orrorifici quali l'apparizione ectoplasmatica di una figura gigante sull'orlo di un precipizio, il resoconto dei fatti avvenuti in un paesino con un demone impostore presentatosi quale predicatore della parola di Dio e poi scoperto per avere gli zoccoli al posto dei piedi e l'assalto finale dei demoni ai danni di un Robert ormai alla deriva e braccato dalla polizia. Un romanzo non consigliabile a chi cerca mero intrattenimento di grana grossa o pulp, ma che supera il campo della narrativa per accedere a quello della letteratura diabolica. Non fatevi spaventare dallo stile narrativo che, contrariamente a quanto si legge in giro, non è pesante (è tale, in alcuni punti, la trama che prende vie incentrate sull'indagine sui crimini compiuti) ed è di facile comprensione. Da avere nella propria biblioteca dark. Si segnalano, all'interno dell'edizione dell'Agenzia Alcatraz, delle raffigurazioni bonelliane di un altro James Hogg, il pronipote che vive oggi a Firenze: James Hogg jr. Ispirerà, tra gli altri, il romanzo numero 2 de I Racconti di Dracula: La Tomba di Satana.

 
L'autore James Hogg.
 
 Mi ritrovai circondato da una schiera di orrendi demoni, che digrignavano i denti contro di me e stringevano i loro artigli cremisi davanti al mio viso. Nello stesso istante, fui afferrato da dietro per il colletto della giacca dal mio temuto e devoto amico, che mi spinse a muovermi e, brandendo e roteando il suo stocco dorato, mi difese dal loro attacco.

sabato 9 maggio 2026

Recensione Narrativa: LA VOCE DELLA NOTTE di Dean R. Koontz.

Autore: Dean R. Koontz. 
Titolo originale: The Voice of the Night
Anno: 1980. 
Genere: Drammatico / Crime. 
Editore: Bompiani (1992). 
Pagine: 292. 
Prezzo: Fuori catalogo.
 
Commento a cura di Matteo Mancini.  

Romanzo minore di Dean R. Koontz, a suo tempo uscito (nel 1980) sotto lo pseudonimo Brian Coffey, che si focalizza ancora una volta sulle condotte devianti, spostando l'attenzione sulla genesi criminologica di un potenziale serial killer. Il soggetto è poco strutturato, bypassato dalla caratterizzazione dei due protagonisti che calamitano l'intera attenzione dello scrittore. Non vi è una vera e propria trama, ma si assiste all'evoluzione psicologica del protagonista, un ragazzino di quattordici anni piuttosto sfigato, in un'ottica da romanzo di formazione. Siamo dalle parti di romanzi quali The Pet (“La Carezza della Paura, 1986) di Charles L. Grant (qua la recensione http://giurista81.blogspot.com/2024/01/recensione-narrativa-la-carezza-della.html), per farmi capire, sebbene qui non vi sia niente di paranormale o di thrilling. Di Koontz resta la cura sulla psicologia aberrante dei personaggi, l'attenzione sulle famiglie disgregate e assenti che generano mostri e una sorta di comprensione finale (non giustificazione) delle condotte dei soggetti qualificati quali malvagi dalla società. Il killer di turno non è infatti un prodotto delle tenebre, ma è un ragazzino non accettato dalla famiglia, minato dai traumi e da eventi passati che lo hanno portato a maturare delle spiccate tendenze narcisistiche e manipolatorie. Koontz è bravo nel focalizzare i contorni della personalità deviata e lo fa mostrando tutte le abilità manipolatorie tipiche di un certo tipo di delinquenti. Zoosadismo, pirofilia, mentire patologico connaturano il villain che cerca di plagiare l'amico più debole, per avere un aiutante sotto il suo più totale controllo mentale, e al tempo stesso di plasmarlo al fine di accendere la prospettiva del male e legarlo a sé in una dipendenza irreversibile. Nell'occasione la folie a deux non scatta per il senso etico del protagonista che riesce a distinguere tra bene e male e, di conseguenza, agire con la propria testa fino a mettere sotto scacco l'amico e sviluppare, al tempo stesso, la propria personalità.

Romanzo dunque di impronta realistica e drammatica, molto credibile nel suo indagare sul substrato formativo che sottende alla condotta deviante. Da questo punto di vista è un'opera riuscita, peraltro con diverse scene crude (la mattanza degli squali o le aggressioni fisiche). A mio avviso, paga l'assenza di un soggetto forte. Koontz non costruisce una storia, ma affida il tutto ai due protagonisti, plasmando un volume sull'adolescenza che pare uscito dalla penna di Charles L. Grant. Per una volta i personaggi divorano la trama e alla fine non c'è alcuna storia da raccontare, ma una relazione tra due quattordicenni e le loro paranoie e insoddisfazioni che generano mostri o portano alla maturità.

 
Copertina americana.
 
"La voce della notte era dentro di lui ed era sempre stata lì. Era dentro tutti gli uomini e bisbigliava malevola, ventiquattr'ore al giorno. La cosa più importante, nella vita, era ignorarla, escluderla, rifiutarsi di ascoltarla."