Autore: Gianfranco De Turris.
Anno: 1986-2000.
Genere: Fantastico - Esoterismo - Weird.
Editore: Bietti, 2021.
Pagine: 262.
Prezzo: 16,00 euro.
A cura di Matteo Mancini
In queste nostre pagine, abbiamo già incontrato e
presentato più volte Gianfranco De Turris, soprattutto in veste di
curatore. Oggi lo proponiamo in un'ottica diversa rispetto a quella
in cui siamo abituati a conoscerlo.
Saggista dotto e pungente, divulgatore di fantastico fin
dagli anni settanta, coraggioso pioniere di interpretazioni
oltraggiate dalla sinistra intellettuale (spesso ingenerosa col
“nostro”), ma anche narratore o, meglio ancora, autore capace di
andare al di là del semplice narrato per proporre storie
perturbanti sospese tra il fantastico/orrorifico e la fantascienza, opere in
grado di scardinare la quotidianità per proiettare il lettore in un
qualcos'altro.
Ecco che Edizioni Bietti offre la succulenta e
imperdibile opportunità di apprezzare la scrittura creativa del De
Turris dell'ultimo ventennio del secolo scorso. Un'occasione che
rivela, a pieno titolo, quanto si sia stata erronea e affrettata la
scelta dei curatori del saggio Guida ai Narratori Italiani del
Fantastico (2018) dell'Odoya (opera che si fregia del Premio
Italia quale miglior saggio dell'anno di riferimento)
nell'escluderlo dall'elenco degli ottanta autori imprescindibili.
Un'esclusione in parte, a nostro modo di vedere, dovuta a ragioni
politiche (cosa grave e antidemocratica), tuttavia mitigata da altre
scellerate esclusioni (Carlo Hakim de Medici, Alessandro Manzetti,
Ivo Torello per citarne alcuni).
Uscita nel 2021, Qualcosa d'Altro è la seconda
antologia di racconti pubblicata dall'autore, preceduta dalla
lontana nel tempo Il Silenzio dell'Universo (Solfanelli, 1988)
più votata alla fantascienza e al racconto brevissimo (allora furono
proposti trentadue racconti). Raccoglie diciannove racconti, molti
dei quali già editi seppur dispersi in antologie collettive e
riviste ormai introvabili; storie scritte tra il 1986 e il 2000, che
De Turris presenta quale “l'antologia conclusiva della sua narrativa”.
È dunque un'antologia assai più matura rispetto alla
precedente. Ne Il Silenzio dell'Universo è possibile valutare
un De Turris ancora giovane, trattandosi di racconti scritti tra il
1961 e il 1969 quando l'autore aveva un'età compresa tra i
diciassette e i venticinque anni ed era ancora lontano dallo studio
completo dell'opera di Julius Evola.
L'autore, grande conoscitore del fantastico e della
narrativa lovecraftiana, riscrive i caratteri del
genere. Laddove nei paesi anglosassoni si opta per nebbia,
acqua e scenari cupi, De Turris compie un processo di
lavorazione agli antipodi, plasmando quello che potremmo definire un
orrore mediterraneo. Il caldo, gli scenari estivi e il sole
la fanno da padroni, salvo qualche rara eccezione. Così come gli
scenari sono quasi tutti italici, abbracciando realtà urbane, marine
e campestri. I protagonisti sono sempre dei “perdenti”
se analizzati nell'ottica della società contemporanea. Emarginati,
reietti, uomini che vivono di rimpianti o vagano disperati in
ambienti impazziti in attesa di un riscatto che non potrà esserci. È
la lunga ombra del kali yuga che discende nelle storie dello
scrittore romano. “Siamo in un mondo che non crede più a nulla,
senza più prospettive, che genera la sensazione di vivere una realtà
fittizia e superficiale” spiega l'autore.
Materialismo, ignoranza spirituale e uccisione del
genius loci sono i tratti comuni che toccano quasi tutti i
racconti per altri aspetti assai diversi tra loro. L'idea delle
maschere pirandelliane e della realtà relativa frantumata in tante
porzioni, l'una parallela all'altra e tutte - al tempo stesso –
concorrenti, sono altri minimi comuni denominatori dell'antologia. È
un De Turris maturo quello che scrive, un autore che vuol
portare a riflettere il lettore che non si accontenta di subire
passivamente la lettura. La passione per l'esoterismo è
palpabile, ma non diventa mai preponderante o eccessivamente
iniziatica. Si respira forte l'idea della necessità di sviluppare
l'anima attraverso processi alchemici finalizzati alla
trasmutazione dell'uomo in quella creatura superiore in grado di
ascendere e di liberarsi dalle maglie del capitalismo e delle falsità
sociali.
Ecco che Qualcosa d'Altro è un'antologia assai
rara da leggere in Italia, specie in un periodo in cui personaggi
come Alessandro Manzetti stanno cercando di sdoganare un fantastico
assai diverso da quello che potremmo definire
aristocratico/ermetico. Un branca, quest'ultima, a cui si
avvicina certo più l'opera di De Turris, che pure non esagera
facendo in modo che il tutto sia fruibile ai più. Diversa è anche
l'eleganza, il gusto per un erotismo mai spinto oltre la soglia del
volgare, eppure vorticoso e sfrenato, sia esso condotto da
disperazione o ardente desiderio. La malinconia è la
sensazione che più di tutte si avverte, la sensazione di aver
fallito e di aver smarrito il proprio tempo in una realtà
sfuggevole, che cambia forma e connotati e lascia nello
sbaraglio coloro che vi si muovono all'interno.
ANALISI NEL DETTAGLIO
Sono almeno cinque i capolavori dell'opera. Su tutti
brilla il distopico La Torre
dell'Eclissi (2000),
un racconto che non si può far a meno che giudicare una perla che
funge da summa dell'intera produzione creativa di De Turris. Ironia,
critica socio-politica, azione, fantascienza e anche un fantastico
orrorifico intrecciano le loro coordinate fino a un epilogo tra i più
potenti che mi sia mai capitato di leggere tra le storie scritte da
un autore italiano. De Turris immagina un mondo abbandonato dagli
Dei, in cui l'Italia del 2027 (data troppo prossima visti gli
avvenimenti narrati) si è ridotta a una landa di morte e di
disperazione di valenza post-atomica; uno stato (“che
non rappresentava più sé stesso, ma era variegato come il costume
di quell'antica maschera... Arlecchino”)
in totale balia di albanesi, romeni, musulmani e altri immigrati, con
una polizia finita in mano ai rom. Un'Italia ormai priva di italiani,
spazzati via da immigrati dotati di ben altro carisma. De Turris
immagina veicoli del futuro, ricostruisce in chiave farsesca il
tessuto socio-politico e traccia un contesto ambientale che riporta
alla memoria i più ispirati testi apocalittici firmati da James G.
Ballard. Il pessimismo di De Turris, qua, è all'ennesima potenza e
del tutto non allineato alle politiche di integrazione razziale che
vanno per la maggiore in epoca moderna. Un'impostazione che culmina
in un epilogo da urlo, durante un'eclissi solare ammirata dall'alto
di una torre imbottita di cadaveri mummificati, in cui l'onirismo e
la visionarietà toccano livelli degni di una penna di un grande
maestro pubblicato sulle mitiche pagine di Weird
Tales. Ecco
infatti che
sulla fantascienza
distopica si innesca un orrore che ricorda Wings
in the Night (1932) di
Robert Ervin Howard, con i suoi demoni alati e le creature deformi
che piombano sull'uomo. La risposta finale è orientata alla
battaglia, una battaglia però per la mera sopravvivenza fisica
perché l'uomo ha smarrito ormai ogni valore. Non è più possibile
vincere o riscattarsi, si può solo combattere e andare avanti poiché
gli dei non sono più padroni di questo mondo. Chapeau,
poco altro da dire.
Non troppo
dissimile, per tematica ed epilogo, è Passeggiata
romantica al chiaro di luna durante l'ultima notte di carnevale
(1999). L'autore opta per uno stile sperimentale, prediligendo una
struttura prossima a una sceneggiatura teatrale giostrata su un
dialogo esistenziale tra Pierrot e Colombina. Le due maschere si
muovono in una piazza deserta in attesa dell'ultimo minuto di
carnevale ormai prossimo ad andare in inventario. Qualcosa però va
storto. Qualcuno, forse un dio usurpatore, ha bloccato l'orologio e
il tempo, permettendo alle due maschere, invece di vivere il momento,
di calarsi in una lunga serie di dissertazioni sulla loro situazione
e sulla loro essenza. Pierrot capisce che c'è qualcosa di corrotto,
di malato. Non può togliersi la maschera, è costretto a recitare un
ruolo che non sente proprio. “Non
vedi che è la Menzogna l'unico idolo dei nostri tempi e la
Perversione la sua ancella?” grida
a Colombina che vorrebbe ingannare il tempo facendo all'amore.
Finale apocalittico e crudele, altamente visionario, in
cui De Turris mette alla berlina la falsità della realtà
quotidiana, mostrando una realtà infernale tenuta nascosta dal
burattinaio del gran teatrino.
Altro racconto di notevole impatto è Il Vecchio che
camminava lungo il mare (1990). Gioiellino che guarda in chiave
personale e originale a Machen (idea della duplice realtà), Meyrink
e Blackwood (penso racconti quali L'Orologiaio o Il Vecchio
delle Visioni) per stendere un racconto sfumato (sospeso tra
suggestione/follia ed effettiva realtà) che vada oltre la semplice
narrazione in una chiave allegorico/iniziatica. È in gioco la
realizzazione di sé stessi, un qualcosa che passa dalla comprensione
del proprio io e dalla liberazione delle catene sociali oggetto di
convenzioni e fittizie realtà spacciate quali incontestabili e
opportune.
Al centro della narrazione c'è una visione che
accompagna fin dall'adolescenza il protagonista della storia. È
l'immagine di un vecchio strambo e solitario che vaga sulla spiaggia
in cerca di oggetti portati dalla risacca. Dapprima sfumato e quasi
ignorato, a poco a poco, il vecchio si insinua nella mente del
giovane che, tuttavia, ha altro a cui pensare. Passano gli anni, il
protagonista è diventato un adulto e ha deciso di tornare nei luoghi
di gioventù per trascorrere l'Estate. Mentre contempla la spiaggia,
preso dalla visione di una splendida ragazza, ecco che qualcosa
affiora dal passato: il vecchio viandante. Lo vede camminare proprio
come ai vecchi tempi. Eccolo che si china, raccoglie oggetti
all'apparenza inutili e se ne va, con la sua indefinibile età e il
passo claudicante. Chi è? Perché colleziona inutili pezzi di vetro
probabilmente ricollegati a birrini distrutti?
Parte
un'indagine che conduce il protagonista, un uomo insoddisfatto della
propria vita (pur avendo tutto), oltre i confini del villaggio dove i
lampioni cessano di illuminare la via (allegoria), al di là di quei
veli che separano la presunta realtà (luce) dall'effettiva realtà
(buio), quella che è collocata al di là del velo che rende ciechi i
limitati sensi delle persone comuni. L'ingresso nell'abitazione del
vecchio è una vera e propria iniziazione che proietta il
protagonista in un viaggio oltre le consuetudini sociali e oltre i
limiti imposti dalla società consumistica e materialista. Il vecchio
spiega che il paradiso è a portata di mano di ogni persona e non è
quel luogo decantato dalla religioni, bensì un luogo personale
assimilabile a quello spirito che ogni uomo deve sviluppare nel
cammino della sua vita. “Questo
paradiso coesiste con noi e la nostra vita di ogni giorno, ma noi lo
abbiamo perduto perché la Realtà ci induce a dimenticarlo e quindi
a non preoccuparci più di raggiungerlo. Esso viene inesorabilmente
sepolti dagli eventi quotidiani, dalle banalità, dalla vita corriva
che conduciamo, dall'abitudine che soffoca ogni slancio,
dall'incredulità, dallo scetticismo, dal cinismo di cui alla fine ci
corazziamo... mano a mano che si cresce diventiamo succubi di altri
problemi, schiavi di altre mete... Il segreto è questo: non far
diventare elementi determinanti semplici accidenti, non fare dei
mezzi il fine della propria vita.”
Gestito con una calibrata tensione finalizzata a
centellinare il narrato e a dilatarlo nei tempi richiesti dalla
narrazione, Il Vecchio che camminava lungo il mare è un
classico esempio di racconto figlio di quella scuola legata ai grandi
autori della scuola inglese di inizio novecento, pur se
caratterizzato in chiave mediterranea con sole, mare e caldo in luogo
di nebbie, brughiere e freddo.
Poesia allo stato puro è il sensuale e altamente
erotico Il Bacio della Sirena (1997). Metafora, ben gestita e
ben calibrata, sia dal punto di vista fantastico che erotico, delle
nozze alchemiche. Racconto che parla, a livello simbolico, di
trasmutazione dei metalli e di oro individuando l'uomo, e non il
metallo, quale materiale da trasformare in creatura completa, frutto
dell'incontro di elementi maschili e femminili, grazie ai veleni
evoluti a medicina in virtù di una loro perfetta comprensione e
conseguenziale corretto impiego. Notevole.
Di particolare valore e connessi a un fantastico scuola
inglese di inizio novecento sono Meridies (fine anni 80) e Il
Segno (1987). Il primo dei due affronta l'archetipo del genius
loci (tematica toccata anche dal meno riuscito L'Ora senza
Ombre). La calura e il meriggio di un pomeriggio fuori
porta, nella campagna agreste romana, diventano occasione per un
miraggio confinato in un lontano passato. Il protagonista nota
infatti il tentativo di un genius loci di riaffiorare da un'epoca
morta e sepolta. Un baluginare vagamente percepito; una testimonianza
di un passato lontano soffocato dalla banale contemporaneità. Più
classico Il Segno, un vero e proprio racconto lovecraftiano
sviluppato e gestito in maniera personale. Una vacanza estiva con
moglie e figli si trasforma, per un intraprendente turista
appassionato di immersioni subacquee, in un'occasione di scoperta di
una “realtà” diversa pur se adiacente alla “nostra”. Ottima
gestione tra suggestioni, intuizioni, sogni e realtà, fino alla
rivelazione dell'impronta umana palmata riscontrata su un fondale
marino.
Questi sono forse i sei elaborati più riusciti, anche
se c'è da dire che la qualità generale è assai ricercata. È
probabile che De Turris abbia condotto un'approfondita selezione tra
i testi disponibili, poiché tutti gli elaborati hanno una loro
valenza. Tra quelli non ancora indicati ve ne sono molti, forse
troppi, legati all'idea delle realtà parallele che si sovrastano e
disintegrano la supposta realtà quotidiana. Emblema di questi
racconti è Radionotte (1993), un breve elaborato che fa porre
domande al lettore. Esiste davvero un'unica realtà oppure siamo
immersi in un caleidoscopio di realtà alternative? Un radiofonista a
fine turno, alla guida della sua auto e diretto verso la propria
abitazione, finisce all'interno di un buco nero in cui la radio
sembra essere l'unico oggetto ancorato a una qualche forma di realtà.
Una realtà mutevole però che, a ogni metro, riscrive la storia e i
suoi protagonisti. Simile, pur se da altra prospettiva, è
Conversazione notturna nella sala d'aspetto di terza classe di una
stazione ferroviaria di campagna (1993). Durante una camminata un
viandante si imbatte in un barbone che dichiara di esser l'ideatore
della realtà che c'è intorno e che ha innestato la stessa in un
nulla cosmico oltre il quale non vi è altro. Bello l'epilogo a
sorpresa con un'inaspettata rivelazione post-apocalittica. Da lodare
il fatto che il testo sia stato scritto nell'estate del 1993,
anticipando di gran lunga il dialogo in cui nella pellicola Matrix
(1999) Morpheus spiega a Neon cosa sia Matrix.
Si muove invece su un doppio binario Spettacolo di
Marionette (1986), il racconto che inaugura l'antologia. De
Turris si muove in dimensioni e archi temporali diversi, usando
sempre il medesimo protagonista. L'ingresso in un bizzarro negozio di
antiquariato, con De Turris che omaggia volontariamente il romanzo La
Faccia Verde di Meyrink, diviene un'occasione per vivere una
realtà parallela che permette al protagonista di scrollarsi di dosso
l'onta del tempo e di vivere un'esistenza alternativa con l'unica
persona che ha veramente amato e che poi, per vicissitudini varie, si
è lasciato alle spalle. Notevole gestione dell'erotismo che non
sfiora mai la volgarità.
L'erotismo è protagonista in altri due racconti. Ne La
Dama della Pioggia (1999) torna l'idea dell'uomo pieno di
rimpianti che, in un abbandonato paese montano, attende chi mai
arriverà (probabilmente la donna dei sogni), finché non nota
qualcosa di diverso che sembra affiorare da un passato risalente al
periodo del fascio. Ghost story stile anni sessanta/settanta,
penso alle collane de I Racconti di Dracula, tutta giocata su
mystery, erotismo e una spruzzata di grandguignol. Cosa si
cela dietro l'apparizione di una donna, che appare sempre in un luogo
isolato di montagna alla guida di un auto dell'epoca fascista e
vestita in modo antico, quando dal cielo scende acqua a catinelle?
È un De Turris che parla del dopo morte quale status in
cui chi si è macchiato di certi peccati in vita si trova costretto a
dover ancora camminare sulla Terra, separato dalle persone che ha
amato in vita e costretto a rivivere ciclicamente un incubo che
rischia di non aver mai fine.
In Viaggio con Cleo (1998) è un seducente
omaggio alla figura del gatto. Si capisce fin dall'inizio, sebbene si
cerchi di nascondere la cosa, dove si vada a parare (gatta mannara),
ma la gestione del testo, giocato su un erotismo sottile e mai
volgare, rende piacevole la lettura. Manca forse il colpo a effetto
che possa far fare il salto di qualità al testo che tende a non
decollare.
Molti sono poi i racconti, forse meno personali, legati
a una forma di fantastico sdoganata dai vari Richard Matheson e
Stephen King. Ne è un evidente esempio Manoscritto trovato in un
cimitero di automobili (1988) che pare esser stato partorito
dalla penna dell'asso del Maine. È un racconto dalla tensione
crescente che prende il suo abbrivio dalla banalità quotidiana per
evadere, forse per suggestione o per l'intensa calura estiva che
soffoca il protagonista, in territori ulteriori. De Turris si muove
su coordinante kinghiane, ma non perde occasione per lanciare strali
anti-progressisti che vedono nell'auto “l'espressione più turpe
del mondo moderno, il precipitato massimo dell'errore, la concrezione
ultima della catastrofe occidentale”. Il riferimento a King va
all'epilogo di Christine, dove i protagonisti lottano contro
un auto infernale capace di auto-rigenerarsi all'interno di uno
sfasciacarrozze. La location e l'idea della macchina
infernale vengono riprese da De Turris, sebbene quest'ultimo aspetto
venga sfumato a beneficio di una visione che potrebbe essere stata
artefatta e influenzata dal contesto. Un ordinario viaggio verso un
adempimento burocratico si trasforma infatti in un incubo da cui il
protagonista, che narra in prima persona i fatti, sembra essere
attratto e al tempo stesso respinto.
Nostalgico e decadente, con un occhio a Lovecraft (e
Meyrink) sia per lo stile narrativo che per la presenza di
manoscritti che riportano misteri inconfessabili che aprono la porta
della paura e smuovono la mente verso una realtà altra che induce
alla follia o alla fuga. Al centro del tutto vi è una macchina
indefinibile, sommersa da una catasta di relitti, di cui il
protagonista non riesce a comprenderne né il modello né la marca.
All'interno del mezzo l'uomo trova uno strano biglietto inserito in
una cassetta. Nel foglio sono scritte le seguenti parole: “Questa
cosa diabolica che mi succhia la vita si sta impadronendo di me: non
solo della mia anima ma anche del mio corpo, non solo del mio corpo
ma anche della mia anima...” Suggestione o realtà si
confondono quando l'auto si libera dalla catasta che la sovrasta,
inducendo alla fuga il malcapitato curioso di turno.
Rispondono invece a un Fritz Leiber o a un Richard
Matheson racconti quali Autobus (1986) o Nella Torre
(1993). Autobus propone una quotidianità urbana che si
trasforma in un qualcosa di orrorifico. Anche qua siamo all'insegna
dei passaggi dimensionali. Nel torrido clima primaverile un autobus,
condotto da un crumiro che non ha aderito allo sciopero che ha
paralizzato la città, passa a caricare i passeggeri ammassati alle
fermate del bus. C'è un particolare... dove scendono i passeggeri se
il protagonista non li vede apparire sul marciapiede che costeggia le
fermate?
Nella Torre gioca sull'idea che le paure di cui
gli uomini si liberano possano trasformarsi in entità maligne capace
di proliferare in un luogo chiuso. Scritto su un doppio binario, il
racconto procede da una parte con la visione di una antica torre di
avvistamento teatro di prove di coraggio di ragazzini intenzionati a
dimostrare di esser divenuti adulti; dall'altra con la visione nel
presente della medesima torre divenuta teatro di un misterioso fatto
di cronaca nera dopo esser stata riconvertita ad abitazione. Ma chi è
stato l'autore del massacro? Può un luogo farsi carico delle paure
liberate dagli uomini e caricarsi di negatività così da divenire un
luogo maledetto capace di uccidere?
Più orientato al pulp splatter è Ferragosto
(1991). L'arrivo delle ferie d'agosto si trasforma in
un'occasione di libertà per un marito, costretto a restare sul luogo
di lavoro, dai continui litigi con una moglie oppressiva e comandina.
È una sorta di plot in stile La Moglie in vacanza,
L'Amante in Città se non fosse per i controlli ferrei di una
moglie che bombarda di chiamate il marito, che si muove in una città
deserta resa soffocante dal caldo. L'acquisto di un nuovo modello di
scatolette di carne fornirà motivo di liberazione dalla tortura
delle telefonate, in cambio però di un orrore superiore che diviene
l'emblema del capitalismo più sfrenato: il fast food.
Segreto di Stato (2000) chiude l'antologia ed è
l'unico elaborato scritto a quattro mani. Vi partecipa alla
realizzazione il veterano Errico Passaro. È una sorta di x-files
italiano (con tanto di Area 51 de “noi attri” e relativo
alieno precipitato sul suolo italiano) ambientato in epoca fascista e
in cui si mettono alla berlina le gelosie e le antipatie tra
organizzazioni che dovrebbero cooperare tra loro.
Molto personali gli altri due elaborati. La Notte che
Morì mio Padre (1989), più che scrittura creativa, sembra un
omaggio autobiografico che si carica delle emozioni e delle
sensazioni di un figlio, a sua volta padre, nell'attimo in cui
l'ultimo appiglio all'infanzia viene meno: la morte di un genitore.
Solo allora può dirsi davvero finita l'epoca della giovinezza. Più
conosciuto dagli estimatori di De Turris, tanto da esser stato
oggetto di numerose ristampe, è L'Appuntamento Mancato
(1989). Una gita a Parigi in compagnia di moglie e figli si trasforma
in occasione di incontro con quello che sembra essere lo scrittore
dei sogni, seppur defunto da decenni. De Turris non rivela chi esso
sia, ma è chiaro che si tratti di Howard P. Lovecraft. L'incertezza,
dovuta allo stupore, costa la conoscenza di un segreto non a misura
d'uomo. Impossibile che il miracolo si ripeta.
CONCLUSIONI
Qualcosa d'Altro è
un'antologia uscita a
fari spenti, non
aiutata da una copertina che predilige la sobrietà al richiamo delle
masse, eppure è una
delle più interessanti uscite nel nuovo secolo nell'ambito del
fantastico italiano.
Gianfranco De Turris si conferma (o si rivela) un grande maestro
della parola, superando le aspettative e forse persino il suo
prioritario ruolo di saggista. Il De Turris scrittore, infatti, tocca
apici che in pochi sono riusciti a raggiungere. Elegante nello stile,
dotto nei contenuti e, al tempo stesso, non pesante nello sviluppo
delle trame che restano accessibili a qualsiasi categoria di lettore.
La prefazione di
Giuseppe O. Longo e la colta postfazione di Alessio de Giglio
corredano un'antologia che deve essere acquistata e che ha
l'ulteriore vantaggio di esser disponibile alla modica cifra di 16
euro. Notevole.