Trentatré
racconti che segnano il debutto letterario di Philip K. Dick, un
ventitreenne dipendente di un negozio di dischi musicali che a inizio
anni ottanta, veicolato dal potere trainante e straripante del
cinema, diverrà una delle più grandi leggende della fantascienza,
grazie a pellicole quali Blade
Runner
(1982), Atto
di Forza
(1990) e poi Minority
Report (2002)
e Paycheck
(2003)
per regie di maestri del calibro di Ridley Scott, Paul Verhoeven, Steven
Spielberg e John Woo. Autore di poco meno di cinquanta romanzi,
scritti tra il 1955 e il 1981, con cult
assoluti consegnati alla memoria degli appassionati presenti e futuri
come The
Man in High Castle (“La
Svastica sul Sole”, 1962), The
Three Stigmata of Palmer Eldritch (“Le
Tre Stigmate di Palmer Eldritch”, 1965), Dr.
Bloodmoney, or How we Got Along After the Bomb (“Cronache
del Dopobomba”, 1965), Do
Androids Dream of Electric Sheep? (“Il
Cacciatore di Androidi”, 1968), Ubik
(1969)
e Deus
Irae (1976),
Philip K. Dick inizia la propria carriera quale autore di short
stories
che scrive, prevalentemente, per pagarsi le bollette e vincere la
castrazione di una realtà che non sente propria (nonostante le mogli
che cambia per motivi anche assurdi, come non starlo a sentire
mentre spiega passaggi del criptico Joyce). Stende il suo primo racconto nel
1947, ancora diciannovenne, e riesce a uscire sulla carta stampata
(sulla rivista Magazine
of fantasy and Science Fiction diretta
da Anthony Boucher) nel 1953, dopo aver completato un pugno di racconti
(appena cinque, quattro dei quali nel 1952). Spronato da Anthony
Boucher, che diventa il suo mentore, evolve in una fucina prolifica
di idee. Sulla macchina da scrivere è un lampo (riusciva a battere con un ritmo doppio rispetto alle capacità della media, del tutto impossibilitata a stargli dietro) e gli spunti non gli mancano.
Fin dai primi approcci ha una gestione autoriale delle storie.
Sceglie la via della scrittura popolare, ma non è un mero narratore
né, tanto meno, uno spocchioso stilista che si diletta nel far
vedere i muscoli delle proprie capacità linguistiche. Scrive a getto
continuo tanto che, tra il 1953 e il 1954, consegna ai posteri cinquantotto
racconti (di cui trenta scritti nel 1953) piazzandoli, solo nel 1953, in
quindici riviste diverse (tra cui Astounding, Galaxy, If e Planet
Stories). Per sostenere i carichi di lavoro ed esorcizzare gli stati depressivi, assume
anfetamine che è lo stesso psichiatra, che lo ha in cura, a prescrivergli per curare una
lieve forma di schizofrenia.
In
queste prime esperienze emergono fin da subito i temi che ne
caratterizzeranno l'intera carriera: l'ossessione per un Pianeta
Terra destinato a crollare sotto l'effetto delle bombe nucleari, la
minaccia di un futuro in cui l'uomo non saprà più distinguere se il
suo vicino di casa è stato replicato da un androide o da un alieno,
il colonialismo interplanetario (sia nel sistema solare che al di là
dello stesso), la dipendenza dell'uomo dalla guerra, la malattia
mentale di soggetti che si credono al centro di complotti (tematica
rappresentata dai modesti The
King of the Elves ed
Expendable),
la persecuzione per mano dei rappresentanti del sistema (militari,
poliziotti e burocrati) a danno di antieroi costretti alla fuga
(Paycheck,
Stability,
The
Variable Man,
The
Hanging Stranger),
il mistero legato alla creazione del mondo (fulcro di The
Trouble with Bubbles
e di Project:
Earth)
e poi la tematica dei viaggi nel tempo affrontata da diverse
prospettive fin dal primo racconto scritto (il visionario Stability)
e che arriva a contemplare quella che diverrà un'ossessione
dell'autore convinto davvero che si possa modificare il passato per
alterare il presente (The
Skull e
soprattutto The
Commuter).
Non mancano poi racconti fantastici che sconfinano in un orrore
kinghiano (la vecchietta di The
Cookie Lady
che assorbe energia vitale da un ragazzino che le legge i libri nel
tempo libero) o in un surreale condito da punte di black
humor
(il folle Out
in the Garden,
che parte da una poesia di William B. Yeats per realizzare una
metafora sul tradimento sessuale della donna). La lettura è sempre accattivante,
le trame coinvolgenti e sviluppate sulla breve distanza, adatte anche a chi si distinteressi delle sottotrame. Solo due
racconti superano le trenta pagine e lo fanno all'insegna
dell'azione, tra inseguimenti polizieschi, colpi di scena, trovate
thrilling (nel caso di Paycheck)
o bombardamenti, esplosioni e consultazioni di computer che anticipano quanto negli anni ottanta si vedrà in film come Wargames
(nel
caso di The
Variable Man).
Quindi è palese la natura autoriale di Philip K. Dick che funge
da scuola per gli autori successivi, così come avverrà al cinema con la cosiddetta New
Hollywood
negli anni settanta grazie all'ascesa dei maestri dell'horror John
Carpenter, George A. Romero e David Cronenberg, veri artisti non al
servizio del sistema e spesso costretti a ripiegare sul cinema
indipendente per proseguire la loro arte. Non si scrive e non si lavora per fare soldi, ma lo si fa per comunicare, destare le masse dal sonno e proporre alternative di pensiero nuove. Dick intrattiene,
diverte, coinvolge senza velleità letterarie, senza lirismi o
ricercati giochi di parole ma, allo stesso tempo, veicola idee di
denuncia sociale, sociologica e si schiera in favore di un approccio
anticapitalista tanto che l'occhio inquisitorio del maccartismo finirà per interessarsi a lui. Dick è un conservatore, sogna un'America di
provincia che si regge sul genio artistico di piccoli artigiani e self
made man solitari
contrapposti alle politiche di gruppo ed espansionistiche (rappresentante in via
metaforica dall'esplorazione spaziale), alle avidità volute dal finto
benessere (The
Cosmic Poachers)
e dalla sete di potere delle multinazionali e dei militarismi che
ingannano l'umanità di un progresso che porta alla distruzione e
alla soggezione alle macchine verso l'involuzione culturale e l'incapacità di sapere prendere decisioni in autonomia. Evidenti i
rimandi profetici che ipotizzano l'ascesa dell'intelligenza
artificiale (si veda The
Great C o
The
Variable Man).
Dick condanna le guerre, il più delle volte motivate dalla dipendenza da
materiali di cui ormai l'umanità non sa più fare a meno e che,
in realtà, costituiscono aspetti tranquillamente trascurabili (è il caso di Some
Kinds of Life).
Dunque un autore che riconosce la natura distruttiva dell'uomo e che
pare muoversi proprio dall'assunto hobbesiano dell'homo
homini lupus.
Vediamo ora qui di seguito i racconti che definirei più
rappresentativi di un'antologia che ha davvero pochissime uscite a
vuoto: l'insulso The
Eyes Have It
(un noioso divertissment in stile commedia degli equivoci), Roog
(primo racconto pubblicato da Dick, in cui l'autore cerca di entrare
nella testa di un cane che reputa minacciosi i netturbini che vengono
a prelevare l'immondizia dei padroni), The
Indefatigable Frog
(incentrato sulle tesi del filosofo greco Zenone e sul duello tra due
insegnanti narcisisti), i già indicati The
King of the Elves ed
Expendable,
nonché i carini, ma in verità modesti, Beyond
Lies the Wub e
Piper
in the Woods che,
a differenza dei precedenti, sono ambientati nello spazio e hanno il
pregio di divertire per la presenza di entità aliene alquanto
sarcastiche e per epiloghi a sorpresa nello stile di Frederic Brown.

La locandina del film PAYCHECK
diretto da John Woo.
LA RECENSIONE NEL DETTAGLIO
Il
racconto simbolo di questa antologia, a mio modo di vedere, è
l'eccellente Paycheck
(1953),
tradotto in italiano con i titoli “I
Labirinti della Mente”
o
“Previdenza”. Dick miscela action,
thriller, critica al sistema capitalistico americano, distopia,
cancellazione della memoria e sottotraccia legata alla presenza di
macchine industriali che consentono di guardare nel futuro
(spionaggio industriale) e di conseguenza modificare gli eventi, con
un adrenalinico piglio cinematografico che, non a caso, verrà sfruttato da Hollywood e dal regista di azione John Woo. Tutto ruota
attorno a un tecnico, di ritorno da un lavoro di due anni al servizio dela Rethrick Construction di cui non
ricorda niente perché gli sono stati asportati i relativi ricordi. L'uomo viene
braccato dalla polizia intenzionata ad acquisire notizie utili per
avviare un'indagine per spionaggio industriale a carico proprio della
Rethrick Construction. Nel futuro distopico di Dick le società infatti godono di una sorta di immunità e non
possono subire controlli diretti da parte della polizia. Ha così
inizio una fuga, scandita da oggetti all'apparenza inutili,
che l'uomo si troverà a dover utilizzare al posto dei 50.000 dollari
che gli sarebbero spettati quale compenso per l'attività prestata e che lui stesso, prima di
farsi espiantare la memoria, ha rifiutato in favore della consegna di chiavi, stralci di biglietti e fili di ferro. Prende così piede una doppia indagine (da parte del
protagonista e dall'altra della polizia), piena zeppa di colpi di scena, fino
alla ricostruzione del mistero legato al ruolo della Rethrick
Construction: una società che trama nell'ombra per sovvertire il
sistema capitalistico.
Il
racconto gioca su contesti scenografici e tematiche che erano già al
centro del primo elaborato scritto da Dick ovvero Stability
(1947),
un
mix di fantascienza (per il contesto urbano futuristico) e sorcery
alla Abraham Merritt (penso a Il
Vascello di Ishtar).
L'autore immagina una società del XXV secolo giunta al punto di
massimo sviluppo economico, così da decidere di interrompere ogni
possibile nuova scoperta rivoluzionaria. Un giorno, un inventore propone uno strano macchinario di cui viene rigettato il brevetto.
L'oggetto è infatti il tramite per accedere in una dimensione
parallela in cui è stata confinata una città malvagia e tutti i
suoi abitanti finiti imprigionati in una bolla di cristallo. Già in questo racconto compare il tema della memoria
perduta, visto che il protagonista non ricorda di aver realizzato il
macchinario, e della caccia della polizia a un uomo (antieroe) che è
costretto a nascondersi e a fuggire per venire a capo dei misteri che
il sistema vorrebbe sotterrare. Il risveglio della città condurrà
di nuovo l'umanità alla schiavitù. Si tratta di un racconto
estremamente visionario, impressionante se si considera che è stato
scritto da un ragazzo di diciannove anni. Sei anni dopo, Dick
riproporrà l'idea delle sfere di vetro che racchiudono un microcosmo
vivente con The
Trouble with Bubbles (1953).
Qui l'uomo gioca a fare Dio, creando piccoli mondi racchiusi
all'interno di ampolle che poi si diverte a distruggere a discapito
delle creature che si sono sviluppate all'interno. Capiterà qualcosa
di simile anche sulla Terra e da qui sorgerà il dubbio del
protagonista circa il senso della vita (creazione da parte di
un'entità superiore che ammazza la noia divertendosi a creare mondi
per sfidare i propri simili in concorsi o similari).
Se
Paycheck
è il racconto migliore dell'antologia, per ragioni simili, The
Variable Man (1953),
da noi tradotto come “L'Uomo Variabile”, conquista il mio ideale
argento. Domina ancora l'azione, legata alla sottotraccia “macchine
del tempo” (questa volta viene abdotto, per sbaglio, un uomo dal
ventesimo secolo, mentre viene studiata l'epoca della prima guerra
mondiale). Dick conferma la sua sfiducia nel futuro, vede una New York
rasa al suolo, tra cumuli di cenere e foreste artificiali, dove la
natura viene calpestata da una società militaresca che pensa solo
all'espansionismo nello spazio fino a valutare di intraprendere una
guerra interplanetaria con i Centuriani (di Alpha Centauri) colpevoli di
impedire l'espansionismo in quello che una volta si sarebbe
definito il far
west.
L'arrivo dell'uomo del ventesimo secolo sconquasserà le previsioni
dell'intelligenza artificiale (costantemente interpellata alla
stregua di un oracolo) e delle ipotetiche previsioni sul conflitto influenzate da variabili di volta in volta proposte e su cui gli
uomini si basano prima di intraprendere la guerra (come avverrà nel
film Wargames).
L'uomo del passato si rivelerà determinante per perfezionare
un'astronave supersonica che consentirà di evitare lo scontro con i
Centuriani superandone le relative barriere d'ostacolo per effetto
della velocità. Prima di riuscire nell'impresa però l'uomo del
passato, unico in grado di riparare gli oggetti danneggiati (in un
futuro in cui il consumismo ha abituato ad acquistare sempre prodotti
nuovi a discapito dei vecchi e delle riparazioni), verrà braccato (tema ritornante) dal
sistema, sfuggendo a bombardamenti, attentati e sparatorie. Il
villain è un ottuso militare schiavo dei responsi dell'intelligenza
artificiale. La riuscita dell'uomo del passato porterà alla
destituzione del militare e all'elaborazione di un sistema politico
rivoluzionario in grado di reggersi sulla volontà del popolo e non
più sulle decisioni di un'oligarchia militare.

Grande
qualità anche dalle parti di The
Defenders
(1953), in Italia “I Difensori della Terra”, dove automezzi
robotici, utilizzando l'inganno e la divulgazione di video e immagini
artefatte (argomento alquanto contemporaneo oggi con le fake
news),
riducono all'inerzia l'uomo, rintanato a decine di metri sottoterra e
convinto dai telegiornali che in superficie vi siano radiazioni e
conflitti tra robot che hanno proseguito la guerra tra Usa e Urss.
Dick fa le prove generali per Cronache
del Dopobomba tratteggiando
il rischio di un futuro in balia della distruzione e delle
radiazioni, dove la guerra continua per il tramite della macchine. Il
colpo di scena finale conferisce al testo un valore che va oltre il
mero intrattenimento, mostrando – per una volta – robot più
umani dei terrestri, tanto che anziché distruggersi tra loro hanno
ripristinato il pianeta a beneficio degli animali e della natura.
L'immagine infernale e nefasta di un ipotetico conflitto nucleare
arriva invece con The
Impossible Planet (1953)
e Planet
for Transients (1953)
caratterizzati da una visione morente del pianeta, in cui l'uomo
ormai è divenuto alieno, già emigrato su altri pianeti nel primo
caso o costretto a pianificare la fuga (dopo essersi rintanato
sottoterra) nella seconda proposta. Altre creature sorgeranno al posto dell'uomo, creature
umanoidi adattatesi al fallout fino diventare la nuova razza
dominante sul pianeta.
Altri racconti eccellenti, dopo i tre testi che abbiamo
collocato sul nostro ipotetico podio, sono quelli incentrati sul
camaleontismo di androidi o creature aliene capaci di sostituirsi
agli uomini o prendere la forma degli oggetti di cui l'uomo si serve,
così da utilizzare l'inganno per loro specifici obiettivi.
Strepitoso,
a mio modo di vedere, è The
Hanging Stranger (1953),
“L'Impiccato”, che ha il grosso merito di anticipare di un anno
The
Body Snatcher di
Jack Finney, da cui Don Siegel, nel 1956, trarrà il film capolavoro
sci-fi “L'Invasione degli Ultracorpi”, ma anche Eight
O'Clock in the Morning (1963)
di Ray Nelson da cui John Carpenter trarrà Essi
Vivono (1988).
Qui si respira tutta la paranoia di Dick, la convinzione
dell'esistenza di un governo ombra e di un complottismo che mette
alla berlina i dissidenti e, al tempo stesso, addormenta le menti e
atrofizza i cittadini modello (sono dei dormienti, incapaci di vedere
la realtà), in un clima di indifferenza cittadina in cui i passanti
negano l'evidenza (la presenza di un uomo impiccato in bella vista
nel cuore della città) per accusare di pazzia mentale chi, in
realtà, è l'unico savio della storia. Una razza di mosconi volanti,
che richiamano la fisionomia dei demoni della Bibbia, ha preso di
fatto possesso degli uomini. Dick anticipa molti topoi, tra i quali è da ricordare altresì The
Midwich Cuckoos (1957)
di John Wyndham da noi noto come “I Figli dell'Invasione” o, al
cinema, come “Il Villaggio dei Dannati” (altro grande cult di
John Carpenter, che ne curerà un remake). Bellissima la scena del
municipio corrotto dall'alto da creature demoniache (emblema di
corruzione dei valori). “Si
impadroniscono di una zona per volta. Partono dall'alto, dai massimi
livelli di autorità. Poi scendono gradualmente... La Bibbia è un
resoconto delle loro disfatte... Non riescono a soggiogare tutti e
non hanno soggiogato gli ebrei. Gli ebrei hanno trasmesso il
messaggio al mondo intero.
La
relazione tra John Carpenter e Philip K. Dick viene ancor più
evidenziata da Colony
(1953).
Questa volta è Dick a prendere ispirazione da colleghi e dai film.
L'idea arriva da John W. Campbell e dal celebre Who
Goes There? (1938)
portato al cinema da Howard Hawks come “La Cosa da un Altro Mondo”
(1951) che, negli anni ottanta, sarà riproposto da Carpenter come "La Cosa". Dick concepisce infatti un racconto derivativo, spostando la
scenografia (dalla terra) in un pianeta alieno, una sorta di eden da Giardino delle
Delizie (rimando al trittico di Bosch) su cui gli esploratori umani
programmano di esportare inquinamento e distruzione. Una
sconosciuta specie aliena riesce però a replicare gli oggetti
inanimati e, in tale veste, attacca gli umani. Cinematografica la
scena in cui, attraverso la propagazione di uno speciale acido,
verranno messe alla berlina le creature. Sorge così la paura di
importare sulla Terra le creature. Pertanto, prima di abbandonare
il pianeta, gli esploratori superstiti penseranno di giocare di astuzia: chiameranno
un'astronave di appoggio e, completamente nudi, si appresteranno a
rientrare a casa, ma gli alieni sono più furbi e hanno già capito che a finire colonizzata sarà proprio la Terra.

Stupidità
e arroganza umana al centro anche di The
Cosmic Poachers
(1953) ovvero “Pirati Cosmici” dove, questa volta, gli alieni
sono passivi, vittime delle incomprensioni degli umani che si sono
erroneamente convinti di aver depredato un cargo alieno pieno di ricchezze e
diamanti quando invece, in realtà, si apprestano a importare sulla
terra le uova di una razza aliena insettoide.Vaghi accenni anticipatori ad Alien.
In
Impostor
(1953),
che verrà traslato al cinema nel 2002 da Gary Felder (regista, tra
gli altri, de Il
Collezionista
e La
Giuria),
assistiamo a un anticipo della tematica che sarà al centro di Blade
Runner con
androidi che non sono consci del loro stato e pensano di essere umani
e, dall'altra parte, umani che dubitano delle informazioni trasmesse dallo spionaggio e
mettono a rischio la sicurezza dell'intero pianeta per la paura di condannare a morte un innocente. Dunque se ne La
Cosa di
Carpenter è in azione un impostore conscio del suo stato, qua
l'impostore pensa di essere davvero umano, con tanto di ricordi
fasulli impiantati (come avverrà nel film Dark
City
di Alex Proyas del 1998). Entra in ballo la difficoltà di prendere la decisione giusta, in carenza di prove certe e di indizi
contrastanti. Finale magistrale. Posizione numero cinque nella mia
classifica.
Il
giovane Dick ispira anche un altro celebre classico della
cinematografia fantascientifica anni ottanta: Terminator
(di
cui si ricorda il teschio, quale emblema della locandina de Il
Giorno del Giudizio).
Nel racconto The
Skull (1952),
“Il Teschio”, un sicario accetta, con la promessa di avere
condonata la propria pena (non vi ricorda Jena Plissken?), una
missione ben specifica: tornare a metà novecento e far fuori colui
che darà vita a una nuova chiesa. Munito del teschio dell'uomo, il
sicario tornerà nel passato ma scoprirà di essere lui stesso l'uomo che è
stato incaricato di uccidere in un'incongruenza non troppo dissimile
da quella in cui si vedrà coinvolto Kyle Reese nel celebre film di
lancio di James Cameron che nessuno, prima dell'arrivo della Orion,
voleva produrre. Posizione numero sei.
Precursori
delle idee che saranno poi integrate nel prosieguo da Dick sono altri
due racconti germinali. Il primo è The
Commuter (1953),
“Il Pendolare”, storia narrata dal punto di vista di un
capostazione che indaga sulle strane apparizioni di passeggeri che
chiedono di acquistare biglietti per un villaggio non esistente che,
a poco a poco, prenderà ad apparire tra la nebbia. Qui Dick parla di
viaggi del tempo in modo indiretto, mostrando le conseguenze nel presente di una modifica effettuata nel passato e che provoca progressive
ripercussioni sulla quotidianità. Avverrà qualcosa del genere nel
film Sound
of Thunder (2005)
di Peter Hyams ispirato dall'omonimo racconto di Ray Bradbury del
1952. L'altro racconto, non privo di ironia, è The
World She Wanted (1953),
“Il Mondo che lei Voleva”, in cui l'autore filosofeggia sia sul rapporto familiare di un uomo zerbino della futura moglie, sia su una
concezione della realtà caratterizzata da tanti mondi paralleli in
cui per ogni individuo della realtà corrisponde un mondo dove lo
stesso è protagonista, mentre negli altri è mero figurante.
Epilogo a sorpresa con ribaltamento, in ossequio allo stile di molti racconti
dell'epoca.
Questi
sono, a mio modo di vedere, le storie caratterizzanti di
un'antologia che offre altri ottimi esempi, anticipando Matheson, con
racconti quali The
Little Movement (1952),
una sorta di Small
Soldiers,
film anni '90 diretto da Joe Dante, con giocattoli animati dotati di
un'autocoscienza e bellicosi nei confronti di altri giocattoli. Un
racconto che genererà un vero e proprio sottogenere basti pensare
ai Gremlins
o
al racconto Campo
di Battaglia incluso
nell'antologia kinghiana A
Volte Ritornano.
Soggetti in miniatura in azione anche in Project: Earth in cui Dick propone una bizzarra e aliena creazione di una nuova razza uomana (il creatore è un alieno). Altro racconto tra Matheson e King è The
Cookie Lady (1953)
che propone, un po' come Art
Pupil (“Un
Ragazzo Sveglio” di King),
il
rapporto tra un ragazzino delle elementari e una signora anziana che
si fa leggere brani di libro in cambio di biscotti. A differenza di
King, la signora trae un beneficio fisico dagli incontri perché
assorbe la vitalità del ragazzo per ringiovanire a discapito del
giovane che non riesce a sganciarsi per la ghiottoneria che lo spinge
a divorare i biscotti.
Bello anche Tony and the Beetles (1953), una
sorta di metafora sul colonialismo espansionista britannico, con Dick
che ben rappresenta i rapporti tra umani e indigeni con questi ultimi
stanchi di servire e pronti alla ribellione. Un racconto in cui
l'autore propone un razzismo invertito in un'ottica che ricorda quanto poi
avverrà in Sud Africa con gli invasori vittima di razzismo dopo aver
sfruttato i locali per anni.
Tra
gli altri racconti si ricorda l'ironia graffiante di Beyond
Lies the Wub (1952),
un racconto metaforico che piacerebbe molto agli animalisti e che
ruota attorno a una creatura marziana, una specie di maiale parlante
(si capirà poi il motivo), che finisce per essere uccisa e cucinata
dagli astronauti di ritorno sulla Terra nonostante manifesti
un'intelligenza tale da leggere nel pensiero degli stessi. Esilarante
l'epilogo. Altro testo molto carino è Mr
Spaceship che
sposta la narrazione dalla Terra nello spazio, con un'astronave condotta da un
cervello di uno scienziato estirpato dal suo corpo di origine.
Interessanti i ragionamenti (al centro anche di un mio racconto
finito su un ebook del concorso Esecranda) sull'individualità umana,
con la celebre frase cartesiana cogito
ergo sum,
così come un'impostazione che richiama la genesi di un nuovo mondo a misura di uomo generato dalla prole di un novello Adamo e una novella Eva, chiamati a dar vita a una nuova
stirpe, isolata in un pianeta vergine, così da uccidere il “tumore”
della guerra (si conferma l'idea di una genesi di origine extraterrestre).
Di
caratura inferiore, a mio modo di vedere, la restante dozzina di
racconti, tra cui valgono una menzione il folle The
Preserving Machine (1953)
che ruota attorno a una speciale macchina capace di materializzare
gli spartiti dei maggiori componimenti di musica classica nella forma
di animali; e il concettuale Some
Kinds of Life (1953)
nel quale la dipendenza dell'uomo dalle materie prime, da recuperare
negli svariati pianeti del sistema solare, genera guerre continue e
con esse la morte, in un clima in cui la ricerca del benessere e dei
vizi determina la scomparsa della razza umana sul pianeta Terra su
cui gli alieni attendono il ritorno dell'uomo. Interessante infine
The
Infinites (1953)
che propone una space opera in cui l'equipaggio di un'astronave viene
investito dalle radiazioni rilasciate da un asteroide sconosciuto. Le
radiazioni hanno la particolarità di accelerare gli sviluppi
evolutivi delle specie. Scopriamo così il futuro della razza umana,
cieca e mutante, modificata nel corpo ma non nell'animo, ancora
assuefatto di potere e malvagità. Andrà meglio con gli animali che
si dimostreranno eticamente superiori all'uomo.
Dunque
un'antologia magnifica di un giovane autore, ancora lontano dai
capolavori dei romanzi, ma già da prendere di riferimento per
chiunque voglia fare fantascienza. Bradbury, Dick, Ballard, Asimov,
Sheckley e altri, risiede in questi autori la fantascientifica con la F maiuscola,
non altrove con sperimentalismi ed esercizi di stile che si
dimenticano della trama, del divertimento e del coinvolgimento di chi
apprezza la speculative fiction. La buona narrativa di genere intrattiene, mandando messaggi, non appesantisce con i messaggi o i lirismi e solo eventualmente intrattiene. La Fanucci realizzerà altre tre
antologie di racconti di Dick, tutte imperdibili.
Un giovane Philip K. Dick.
"Condizioni simili non possono durare a lungo. La gente non può vivere così, sballottata di qua e di là dal potere economico e da quello politico. I governi e le grandi potenze industriali continuano a trattare la gente come formiche, a servirsene per i loro bisogni. Prima o poi nascerà una resistenza, una resistenza forte e disperata, formata non da persone importanti, potenti, ma da quelle piccole, insignificanti. Autisti, droghieri, operatori Tv, camerieri. Ed ecco dove interverrà la compagnia" (da Paycheck).