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sabato 22 giugno 2024

Recensione Narrativa: NARAKA di Caleb Battiago.

Autore: Caleb Battiago (alias Alessandro Manzetti)
Anno: 2013.
Genere:  Distopico / Torture Porn.
Editore: Independent Legions (2018).
Pagine: 232.
Prezzo: 14.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Opera di esordio che ha rivelato e lanciato Alessandro Manzetti nel gota internazionale dell'editoria horror, tanto da portarlo - nel giro di un paio di anni - a conquistare il primo dei tre Bram Stoker Award che gli sono stati riconosciuti (su quattordici nomination) negli States. Un premio quest'ultimo, attenzione, mai conseguito da nessun altro scrittore italiano e dunque base di partenza da evidenziare ogni volta di cui si parla di questo autore, non poi così semplice da metabolizzare e dunque facile da ripudiare (mai vincitore di un Premio Italia, ma idolo della sagra del Cicatiello). Seppur a forte trazione sci-fi distopica, possiamo definire Naraka un horror manifesto nel suo “rivoluzionare” il genere, proponendo qualcosa che in ambito editoriale non era ancora mai stato visto in Italia. Il romanzo esce nel 2013 – poi riproposto nel 2018 dalla Independent Legions - e si propone di scioccare i lettori scegliendo la via di un oltranzismo che non si frena al cospetto di alcunché, esondando oltre i limiti del sostenibile. Manzetti mischia un soggetto action alla Nikita (1990) di Luc Besson impiantato sul cosiddetto body horror, con richiami a pellicole quali 2022: I Sopravvissuti (1973), al tema della “nuova carne” di David Cronenberg e al torture porn alla Hostel (2005) di Eli Roth per stemperare (purtroppo) il taglio commerciale e di intrattenimento con l'amore mai celato per il marchese De Sade, le “perversioni malate” della rappresentazione cinematografica di Salò o Le 120 Giornate di Sodoma di Pasolini e con quell'estremismo ereditato dai “maestri” del cosiddetto hardcore horror rappresentato da Edward Lee, Graham Masterton e Charlee Jacob (non a caso poi proposti dallo stesso Manzetti all'interno del suo catalogo editoriale). A differenza di Edward Lee mancano del tutto l'ironia e le situazione iperboliche. In Naraka l'orrore è reale, tragico e cattivo senza alcuna speranza, poiché tutto è marcio (anche in quello che viene definito “il mondo di sopra”) e non vi sono personaggi positivi né un paradiso ideale in cui evadere. Lo stile, pur se sperimentale e con delle continue interruzioni di ritmo rappresentate da richiami citazionisti (alla lunga, a mio modo di vedere, leziosi), non ha il lirismo della Jacob (non che sia un difetto), ponendosi a metà strada tra taglio cinematografico e peregrinazioni filosofeggianti. La sensazione è che si tratti di un Manzetti non ancora maturo nella gestione di un soggetto valido e accattivante, ma non sviluppato appieno (buchi narrativi dovuti alla scelta di portare avanti il tutto per "schizzi" piuttosto che in funzione di una visione dettagliata d'insieme). C'è troppa carne al fuoco (è proprio il caso di dire), messa sotto lo sguardo del lettore e poi non sfruttata, tra cui interessanti spunti sociali e religiosi che indubbiamente elevano il testo dal mero pulp. Il Naraka è una sorta di inferno dantesco, con i suoi gironi (qualche girone in più non avrebbe guastato), scavato sul lato oscuro della luna con l'intento ufficiale di ripulire la Terra dalla feccia. Un carcere dunque che diventa un mattatoio probabilmente ispirato ai campi di concentramento nazisti, dove si selezionano le carni, si utilizzano gli uomini come energia destinata ad alimentare le macchine (vachi echi a Matrix), si allevano uomini in cattività selezionando gli accoppiamenti come si potrebbe fare con stalloni e fattrici e si sperimentano strane mutazioni genetiche che rimandano vagamente agli esperimenti del Dottor Moreau (parte non ben sviluppata). Bello spunto, nulla da dire, che Manzetti trasforma in una metafora delle cattiverie che dominano il mondo (capitalismo su tutto?) vedendo nella religione (rappresentata da un prete pedofilo spacciatore di allucinogeni) una droga funzionale a garantire il controllo sociale, in vista di un menzognero aldilà in cui l'anima potrà finalmente liberarsi dalla prigionia e dalle sofferenze. È chiaro che Manzetti adotti un'impronta atea che sembra escludere l'esistenza dell'anima. Tutto è inganno. La parola data non viene rispettata. La politica fornisce risposte ipocrite e promette una civiltà, con i suoi 37 miliardi di abitanti affamati (contro gli attuali 8 miliardi scarsi), ormai sfuggita di mano e sul punto di tramutarsi in un inferno romeriano. Questa era la parte su cui si doveva puntare forte, sviluppando meglio il capitolo dell'evasione dell'eroina “bessoniana” Kiki Leger, una sicario professionista francese finita – insieme ad altri assassini seriali – nella prigione di massima sicurezza. Manzetti invece tende a ripetersi (propone tre tentativi di evasione) per farsi prendere la mano dalla tentazione di dettagliare le atrocità che diventano – non ce ne voglia – il contenuto dominante, ciclico e ripetitivo. Un peccato, perché gli spunti c'erano ed erano tanti (ivi compresa l'evoluzione tecnologica che si ripercuote contro l'uomo). La fanno da padrona gli stupri, le violenze sulle donne con tante scene eccessive sia nel numero sia nei contenuti. Difficile da leggere, ma anche da concepirle certe scene. Mi verrebbe da chiedere cosa avrebbe pensato la donna di Lucio Fulci, che decise di abbandonarlo dopo aver visto Lo Squartatore di New York. La storia infatti, dopo un inizio giostrato sulla luna su due diversi periodi temporali che si alternano tra loro nella narrazione finché uno di questi, a circa metà romanzo (altra scelta discutibile), arriva al suo epilogo, si sposta in una Parigi post-apocalittica, flagellata dalle radiazioni e schiava di un sesso liberalizzato in ogni sua più perversa follia. Manzetti dopo essersi presentato da novello Quentin Tarantino (il primo capitolo è tarantiniano per come presenta i vari personaggi) si traveste da Philip K. Dick, traccia scenari urbani cupi e notturni da vero e proprio noir, giostrati tra flashback e una gestione della storia tutt'altro che lineare, per poi “scadere” (non me ne voglia) in sodomizzazioni brutali, stupri compiuti da uomini deformati da pus e pustole, sventramenti di donne, depezzamenti e altre soluzioni che – a mio modo di vedere – contaminano un buono spunto di interesse cinematografico con volgarità che rubano la scena ai contenuti e all'atmosfera contraendo il cerchio dei potenziali lettori. Le nefandezze infatti sono pressoché continue, le troviamo in ogni capitolo, con un'insistenza che da l'impressione di essere compiaciuta (oltre che ripetitiva). Un aspetto quest'ultimo che esalta uno zoccolo duro di afecionados dell'autore, ma al tempo stesso allontana tutti gli altri. Perché devo esaltarmi nel legggere depravazioni di ogni specie? Leggo il romanzo perché cerco queste esagerazioni, oppure perché voglio trovare qualcos'altro che sia il sense of wonder, il divertimento, l'aspettativa di sapere cosa succederà oppure il trovare spunti riflessivi? Paradossalmente, credo che la presenza di un editore sopra Manzetti avrebbe permesso al romanzo di migliorare e di tanto, come peraltro succedeva ai tempi della cinematografia di genere quando il demone della censura faceva a fette certe scorciatoie (attivando indirettamente la fantasia degli autori). Dico questo, si badi bene, da cultore di una certa cerchia di registi. Ritengo infatti doveroso, perché richiesto dalla tipologia di storia, inserire momenti ad alto tasso grandguignolesco, ma questo non deve diventare un qualcosa di dettagliato e persistente. Il troppo, dice un vecchio detto, “stroppia”. Si deve comunque riconoscere a Manzetti, tra i tanti momenti (diversi ripetitivi), di aver descritto molte scene estremamente efficaci. Tra queste citerei il primo arrivo all'affettatrice, le scene delle sparatorie descritte con divertente gusto pulp e l'eccezionale (sia per cattiveria che per erotismo, nella fattispecie e per una volta non tramutatosi in pornografia) del primo incontro tra Kiki e “l'ape regina”. L'epilogo, giusto per non farsi mancare niente in tema di perversioni, strizza l'occhiolino alla storia di Armin Meiwes e suggerisce i contenuti di un sequel (che verrà pubblicato anni dopo col titolo di Naraka 2) diretto a riscrivere le coordinate dell'antropofagia romeriana in vista di un'interessante critica al capitalismo scandagliato nelle sue più estreme conseguenze. Insomma, c'è del buono ma troppo contaminato da concessioni stilistiche, lirismi e soprattutto una contemplazione del macabro applicato a parafilie di ogni tipo che, alla lunga, indispongono la lettura.

Da un punto di vista oggettivo, Naraka ha dato vita a una serie di volumi, tra seguiti, spin-off e prequel, che ne hanno fatto un romanzo, piaccia o non piaccia il genere, da leggere per quanti siano interessati alle mutazioni e all'evoluzione della narrativa dark a tinte horror. Testo dunque storico, eppure da evitare per chi non dovesse tollerare violenze, sangue e torture.

All'interno dell'edizione Independent Legions sono presenti alcune illustrazioni di Stefano Cardoselli, altro autore apprezzato negli Stati Uniti, col suo inconfondibile stile – a mio modesto e non qualificato parere – di grana grossa, eppure reputato tra i migliori in certi ambienti altolocati. Per quel che mi riguarda, sceglierei tutta la vita Giorgio Finamore, Boris Vallejo e, per restare in campo Independent Legions, Vincent Chong.

In una frase: pietra miliare dell'hardcore horror italiano, con spunti contenutistici su cui lavorare.

 
Caleb Battiago ovvero Alessandro Manzetti, 
versione CANTA TU:
suggeriamo il brano NUDA E SENZA SENO di Alberto Fortis:
"Mi è stato risposto non farlo perché, una mucca potrebbe morire per me!"
 
"Questo è il futuro... Mangiati e digeriti da una macchina da noi costruita: il creatore che diventa cibo, carburante. Non ci sono confini a questa tecnologia."

sabato 15 giugno 2024

Recensione Narrativa: OSSESSIONI di Vernon Lee.

Autore: Vernon Lee.
Titolo Originale: Les Epèes de l'Effroi (1970).
Anno: 1886-1896.
Genere: Ghost stories.
Editore: Agenzia Alcatraz, 2023.
Pagine: 360.
Prezzo: 17.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Riproposta dell'Agenzia Alcatraz che mette sul mercato una raccolta non originale, inserita nel 1970 nel catalogo Marabout Fantastique col titolo Les Epées de l'Effroi, composta da otto racconti tutti già apparsi in versione italiana. Ossessioni non è un progetto ideato e concepito dal suo autore, la scrittrice di origine britannica Violet Paget passata alla storia con lo pseudonimo Vernon Lee (nome da lei scelto per aggirare la convinzione che altrimenti nessun lettore avrebbe apprezzato degli articoli su arte, storia ed estetica scritti da una donna), ma è una selezione figlia delle scelte di curatori indipendenti. Otto racconti, dunque, scritti tra il 1886 e il 1896, all'epoca in cui la scrittrice, dopo una serie di peregrinaggi in giro per l'Europa, era residente a Firenze, città in cui sarebbe poi morta nel 1935. L'influenza italica è massiccia, riflesso della passione della scrittrice per il belpaese. Ecco allora che tre-quarti delle storie sono ambientate tra Umbria, Firenze, Massa (ribattezzata ducato di Luna) e Venezia, con alcune rare escurisioni all'estero rappresentate dalla Spagna e dall'Inghilterra.

Nonostante l'origine di selezione "disorganica" le storie che ne fanno parte sono contraddistinte da un fortissimo fil rouge che conferisce al progetto un valore unico. Si tratta di elaborati ascrivibili alle ghost stories di matrice gotica, fatte salve alcune incursioni nel fiabesco e alcune concessioni a un grandguignol che spicca per un'inusuale presa onirica. Protagonisti sono sempre facoltosi esponenti dell'alta borghesia o della nobiltà legati a una sorta di culto del passato contrapposto a una visione decadente della modernità. In tale ottica, secondo modalità diverse, viene a insinuarsi nella vita di tutti i giorni una qualche ossessione, di volta in volta innescata dallo studio di un quadro, piuttosto che di un arazzo o dall'ascolto di una leggenda narrata in una sala da pranzo o, ancora, dalla proposta d'acquisto di un oggetto d'antiquariato. Un'idea, uno sfizio, inizialmente rigettate e poi sempre più pressanti, al punto da rendere inutile tutto il resto fino al graduale e lento germogliare nel profondo subconscio di un seme della follia che rapisce i vari personaggi dal loro cammino per indurli a imboccare la via della perdizione e dell'isolamento. L'integrità psicologica viene minata, quindi deflagrata da fenomeni di sovrapposizione di personalità non troppo lontani dalla cosiddetta possessione o dall'insorgere di una frenesia omicida inarrestabile o da un'apatia irreversibile. L'esaurimento nervoso dapprima e infine la pazzia saranno gli inevitabili sbocchi. Non tutte le storie però sono fantastiche, sebbene la cifra orrorifica sia l'ingrediente di massima e sia pressoché presente quantomeno nei tratti violenti. 

Centrale è lo stile narrativo estremamente rifinito e aulico che rende i racconti assai diversi dalle pulp stories che andranno per la maggiore un ventennio dopo. Vernon Lee trasfonde nella sua narrativa gli studi saggistici (scrisse qualcosa come quarantadue libri) sulla storia delle tradizioni italiche, sull'arte rinascimentale e sulla musica, conferendo una cifra culturale di fondo non certo secondaria rispetto ai soggetti. Ciò comporta la necessità di una lettura più concentrata, talvolta rendendo necessario un secondo esame del testo. I soggetti sono dilatati, sovente lenti e impreziositi da descrizioni ornamentali che pongono la loro attenzione sui costumi d'epoca, sulla vita di corte, sugli stili architettonici e su un'impostazione vintage che cerca sempre di evadere dalla quotidianità per riscoprire un passato sfarzoso ed epico. In tale contesto viene a essere evocato il fantastico, che si rivela perché intensamente ricercato e agognato dai vari personaggi e non perché indipendente dagli stessi e autosufficiente.

Nata in Francia nel 1856, Violet Paget fu un personaggio inviso ai poteri forti soprattutto per le sue simpatie socialiste e le sue idee rivoluzionarie. Pacifista contraria alla prima guerra mondiale, lesbica dichiarata, sostenitrice delle lotte per i diritti civili e per la giustizia sociale a favore delle donne e dei lavoratori, viaggiò molto fin dall'infanzia arrivando a parlare fluentemente quattro lingue. Amica di Henry James e di Bernard Berenson, fu definita dallo studioso di occultismo suo coevo Montague Summers “la più grande tra le moderne esponenti della narrativa del soprannaturale”. Eppure i suoi racconti hanno faticato ad affermarsi, persino in Italia dove la scrittrice ha vissuto buona parte della propria vita.

La sua produzione narrativa, a differenza della saggistica, è tutt'altro che sterminata. Si parla di una dozzina di racconti, apparsi per la prima volta in Italia a partire dal 1982. Nessuno dei racconti inseriti in Ossessioni è inedito in lingua italiana sebbene tali siano le traduzioni di Stefania Renzetti. Sei degli otto racconti fanno parte dell'antologia Ombre Italiane (1988) edita da Guanda e qua integralmente assorbita. Ne sono esclusi Oke of Okehurst e The Doll che ritroviamo in altre opere. The Doll è una delle tre proposte della prima pubblicazione italiana dedicata all'autrice: Possessioni – Tre Storie Improbabili (1982). L'altro invece è inserito nella trilogia intitolata L'Amante Fantasma (1984) edita da Passigli Editori, di cui fa parte altresì il racconto The Lady and Death non incluso nel volume della Alcatraz. 

LA RECENSIONE NEL DETTAGLIO

Siamo alle prese con una raccolta di ghost stories particolari, scritte con uno stile narrativo che farà la felicità dei cultori della letteratura piuttosto che degli appassionati della narrativa di genere e del pulp. Vernon Lee è una scrittrice che arriva dal mondo dell'arte e porta con sé le caratteristiche di questo mondo. Lavora sulla simbologia, cura i dettagli dei capi di vestiario, fornisce nozioni particolareggiate della vita di corte e svela leggende del folklore locale. Il suo è un approccio che appesantisce la componente fantastica, dominante solo alla distanza e nelle ultime pagine dei vari racconti, rendendo necessaria una seconda lettura finalizzata ad assaporare la poetica di un'epoca perduta.

Delle otto storie, una almeno è un capolavoro assoluto. Stiamo parlando di The Virgin of the Seven Daggers (La Vergine dei Sette Pugnali, 1889), un autentico viaggio nel mondo dell'oltretomba dischiuso da un rituale di negromanzia eseguito da uno stregone ebreo su ordine di un nobile avvezzo al peccato. Vernon Lee si assesta a metà strada tra la fiaba nera e le storie di Mille e una Notte, toccando un apice di sense of wonder intriso di una potenza onirica assai rara per l'epoca. Protagonista è un nobile di Granada, celebre per la sua crudeltà e il suo essere uno sciupa femmine rapido di spada, infatuatosi dell'idea di avere per sua sposa una principessa araba deceduta trecento anni prima che si dice esser stata la più bella donna mai esistita ed essere addormentata da un sortilegio nelle segrete di una torre.

Perla horror a tutti gli effetti, senza tanti preamboli e dilatazioni, tra apparizioni di demoni zoomorfi (“Una legione di demoni, sotto forma di elefanti bianchi, con serpenti al posto della proboscide e della coda, e il seno di belle donne, eseguì una danza frenetica intorno al calderone tenendosi per mano, in equilibrio sulle zampe posteriori”) e una lenta discesa in un cunicolo infestato da pipistrelli e serpenti che immette alla corte del regno dei morti. Epilogo grandguignolesco, con il nobile spagnolo salvato dalle grinfie dell'inferno dalla Madonna dei Sette Pugnali di cui è devoto fedele. Eccellente è dir poco, anche se costruito su situazioni già ammirate nell'altro grande elaborato di Vernon Lee: Amour Dure (1887). Da questa storia arriva infatti la processione delle ex amanti, sette, che cercano di frenare il protagonista durante il suo cammino verso l'abbraccio di una femme fatale che lo condurrà alla morte. A differenza de La Vergine dei Sette Pugnali, in Amour Dure acquisisce maggior rilievo l'idea del rigetto del presente in favore di un lontano passato, in cui il protagonista avrebbe voluto vivere bramando amanti che non ha potuto conoscere. Protagonista è un professore polacco, in vacanza a Urbania (verosimilmente Urbino) per scrivere un volume sugli usi locali. Vernon Lee sceglie l'artificio delle pagine di un diario, in cui il protagonista racconta la sua lenta e graduale discesa nella follia. Grande attenzione per le descrizioni ambientali e storico-culturali su cui, a poco a poco, si insinua l'ossessione per una femme fatale vissuta secoli prima. La donna è famosa per aver condotto a morte tutti gli amanti che si sono susseguiti sul suo cammino, in un intrigo di tranelli, macchinazioni politiche e sete di potere. La bramosia e il rimpianto di non aver potuto conoscere una simile donna, porta il professore a proclamarne il suo amore arrivando a giustificarne le infauste condotte. Un atteggiamento ossessivo che evoca indirettamente, a differenza del precedente racconto dove l'evocazione era stata diretta e ricercata, lo spirito della defunta dapprima incorporea e poi sempre più fisica. Bellissima la parte finale, dopo una prima parte in verità un po' soporifera, ambientata all'interno di una chiesa fantasma, con un epilogo in cui la componente orrorifica raggiunge un vero e proprio apice nella produzione della scrittrice sebbene al servizio di una conclusione meno convincente rispetto al precedente racconto.

Questi, a mio modo di vedere, sono i due capolavori dell'autrice che, per il resto, mostra grande eleganza e continuità di contenuti, senza però più riuscire a evocare un orrore degno di una grande firma.

Valido, per il suo giocare tra sovrannaturale e delirio psichico, è Oke of Okehurst (Oke di Okehurst o L'amante Fantasma, 1886) dove abbiamo una giovane nobildonna inglese che rifiuta la quotidianità preferendo una vita immaginativa in cui si immedesima con le sorti, tutt'altro che raccomandabili, di un'antenata. La storia viene raccontata tramite il punto di vista di un narratore testimone oculare degli eventi, un pittore ingaggiato per realizzare il ritratto di una coppia di nobili che vivono nel Kent. Al centro dell'intreccio vi sono le fissazioni della moglie del nobile padrone di casa, convinta di somigliare in tutto e per tutto a un'antenata celebre per aver tradito il marito e aver poi ucciso l'amante in un agguato. La giovane è così presa dalla cosa da indossare i vestiti dell'antenata e da torturare mentalmente il marito, convincendolo che nella magione si aggiri lo spettro del vecchio amante dell'antenata giunto per appartarsi con lei. Vernon Lee cura in modo maniacale la lenta discesa nella follia del povero uomo, innamorato perso della moglie e per questo geloso marcio. Finale tragico, delirante, assai ben calibrato e sospeso tra psicosi ed evento soprannaturale.


Molto più “pesanti” gli altri racconti che mischiano il tema sovrannaturale con ampie descrizioni di vita di corte o di aspetti legati alla tradizione storica delle città di volta in volta coinvolte. Interessante, ma eccessivamente dilatato, Prince Alberic and the Snake Lady (Il Principe Alberico e la Donna Serpente, 1896), a cui curiosamente viene riservato l'onere di aprire l'antologia (scelta forse criticabile). Fiaba nera, che parla del sortilegio che condanna una donna a vivere all'infinito nella forma di una biscia, salvo riconquistare per qualche ora le proprie sembianze se baciata per tre volte sulla pelle. Vernon Lee attinge dal campionario dei Grimm, in particolare da Il Principe Ranocchio, per parlare del principe del ducato di Luna (Massa) che, infatuatosi di una donna serpente vista in un arazzo, rifiuta di sposarsi per avere una vita casta promettendo amore eterno a una biscia nella convinzione che trascorsi dieci anni questa si tramuti in una splendida dama. Molta ironia di fondo e qualche decisa stoccata alla superficialità religiosa (subito propensa a sospettare l'influenza del demonio laddove non vi sia traccia), in vista di un triste finale preceduto però da tanti momenti morti.

A Wicked Voice (Una Voce Malefica, 1890) riprende l'idea del sotterraneo popolato da pipistrelli e il leitmotiv dell'ossessione che martella il protagonista, spostando l'ambientazione tra le calli di Venezia. Nella fattispecie si parla di un compositore, cultore dei grandi classici del passato e denigratore del canto, preda della voce e delle melodie di un cantante diabolico vissuto nel diciottesimo secolo. Un voce in falsetto che si dice esser stata in grado di far innamorare le donne fino a indurle alla morte. L'ossessione, alimentata dagli strani canti che risuonano nella notte e per i canali di Venezia, porta il compositore a perdere la propria ispirazione tanto da non riuscire più a completare alcun componimento. Da segnalare un incubo a occhi aperti in cui gli oggetti del passato (tra cui un clavicembalo) tornano a vivere manovrati dal fantasma del cantante impegnato nella sua arte al cospetto di altri fantasmi.


Inquieta The Legend of Madame Krasinska (La Leggenda di Madame Krasinska, 1890) che propone una graduale sovrapposizione di personalità in una nobildonna interessata alle sorti di una barbona morta suicida. Un interesse che arriva al punto da determinare una possessione psichica che inizia a manifestarsi durante un ballo in maschera (che rimanda a Edgar Allan Poe). Ancora una volta, tutto ha inizio da un dipinto di una disgraziata fiorentina impazzita dopo la morte in battaglia dei suoi due figli. Buono il finale, lento lo sviluppo.


Gli altri due racconti, pur se macabri, non sono ascrivibili alla narrativa del sovrannaturale. A Wedding Chest (Un Baule Nuziale, 1888) è la storia di una vendetta che vede un'artista pianificare l'assassinio di un suo vecchio committente. Al centro vi è una giovane innocente, bramata sia da un nobile di biechi costumi che non ha tollerato di esser stato respinto e sia da un artista suo promesso sposo. Rifiniture decisamente truci (un neonato viene smaltito in una discarica di rifiuti e di carogne animali, mentre la madre, anch'essa rivenuta morta, riceve degna sepoltura con tutti i crismi per mano di colui che avrebbe dovuta sposarla e che non è padre del bimbo verosimilmente frutto di uno stupro). La mercificazione della donna, trattata come un oggetto a prescindere da ogni sua volontà, è più evidenziata in The Doll (La Bambola, 1896) che vede entrare in gioco una bambola, a grandezza naturale, che riproduce i lineamenti di una nobildonna deceduta da giovanissima dopo aver partorito il suo primogenito. Fatta realizzare dal marito, la bambola, dopo esser stata spazzolata e spolverata per anni, è finita in uno sgabuzzino del tutto ignorata dagli eredi, ma oggetto di attenzione di una collezionista di oggetti appartenuti ai defunti. Epilogo liberatorio.


In conclusione Ossessioni non è un'antologia per tutti. Più letteraria di altri volumi proposti dalla collana Bizarre, evidenzia uno stile nobiliare, molto curato nella sua prosa. Un paio di racconti sono di grande livello e valgono l'acquisto. Il sovrannaturale è particolare, evocato – spesso involontariamente – dagli stessi personaggi secondo modalità figlie di desideri inconsci non di rado frutto di pulsioni sessuali in un certo qual modo represse o comunque legate a un desiderio di trasgressione sopito dalle regole della buona etica. Narrativa molto lontana da quella legata ai maestri affiliati alle organizzazioni iniziatiche di matrice magica o cabalistica. In un'unica parola: particolare.

 
L'autrice Violet Paget
in arte Vernon Lee.
 
"Se i fantasmi esistessero non credo ch andrebbero presi alla leggera. Dio non permetterebbe la loro esistenza, se non come monito o punizione."

domenica 9 giugno 2024

Recensione Narrativa: LA BAMBOLA - CINQUE RACCONTI di Pier Francesco Grasselli.

Autore: Pier Francesco Grasselli.
Anno: 2024.
Genere:  Antologia Fantascienza / Grottesco / Fantastico.
Editore: Edizioni Il Foglio.
Pagine: 126.
Prezzo: 14.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Primo libro che mi capita di leggere del simpatico Pier Francesco Grasselli, che sarà presto di nuovo oggetto del nostro interesse. Scrittore emiliano estremamente prolifico, operativo da circa un ventennio soprattutto nei cataloghi di Mursia Editore, ma pubblicato anche da Porto Seguro, Edizioni Pendragon, Gruppo Macro e altre. La Bambola Cinque Racconti è la sua ultima fatica, licenziata da Il Foglio Letterario di Piombino nell'aprile 2024, una raccolta snella e fluida da leggere che, seppur orientata al fantastico, rispecchia lo stile e i contenuti di un autore che si è fatto ben conoscere nel circuito dell'editoria indipendente per la sua irriverenza. Erotismo, fantastico, satira e soprattutto un'ironia farsesca prossima alla parodia accompagnano i provocanti e provocatori racconti di Grasselli. Studioso di esoterismo, è uno scrittore poliedrico e maturo, dalla tecnica elegante (non a caso recensito con favore da Panorama e da Libero), abile nel destreggiarsi non solo nel campo della narrativa, ma anche in quello della saggistica, della poesia e persino delle favole per ragazzi.

Sbarazzino, senza compromessi o timori reverenziali, con una spiccata propensione al sarcasmo si è fatto apprezzare in particolar modo per la cosiddetta “trilogia maledetta” aperta dal romanzo del debutto L'Ultimo Cuba Libre (2006) nonché per la serie illustrata in cinque volumi “La Ricerca di sé Stessi”, in cui affronta il tema del disorientamento dei giovani e della necessità di una ricerca interiore e spirituale in un mondo dominato dall'esteriorità e dalla superficialità rappresentata dalla perdita dei punti di riferimento. Il sesso, gli eccessi, l'attrazione delle droghe sono al centro dello studio dell'autore, presentandosi quali simulacri in grado di offrire una parvenza di soddisfazione a fronte di vite prive di uno scopo. Non c'è spazio per il politically correct, poiché Grasselli, pur sdrammatizzando e scegliendo di adottare uno stile per nulla retorico o pomposo, non vede la salvezza, tratteggiando la generazione contemporanea quale prodotto di un mondo in declino dominato dai reality show, dal materialismo e dai divertimenti sfrenati che portano all'autodistruzione. Stile diretto (ma non volgare), sorretto da dialoghi surreali, talvolta divertenti, che celano dietro al taglio disimpegnato un background di profonda amarezza e di totale fallimento. Tra le sue antologie incentrate sul fantastico si ricordano Uno Scrittore all'Inferno e Altre Avventure di Raimondo Spallanzani (2020) e Le Nuove Avventure di Sinbad il Marinaio (2020). Da segnalare anche il bizzarro Don Giovanni all'Inferno (2021). Una mole che gli è valsa il riconoscimento dello Special Award for Culture conferitogli nel 2019 per i numerosi romanzi sul tema dei giovani e dei loro problemi.

La Bambola, antologia abbastanza breve e articolata su cinque racconti, prosegue la via fantastica già da alcuni anni imboccata dall'autore, rispolverando quale protagonista Raimondo Spallanzani, apparso per la prima volta nell'apprezzatissimo romanzo La Musa (2021). Un cognome curiosamente legato al celebre protagonista di E.T.A. Hoffmann del racconto Der Sandmann (1815), dove rappresentava le generalità di un professore costruttore di una bambola responsabile della perdita del senno di un uomo (alla Kokoschka) innamorato perso del bizzarro oggetto. Proprio di “automi” femminili parla la storia di Grasselli che da il titolo all'antologia, con la particolarità di modernizzare il concetto traslandolo sul piano della realtà virtuale, così da delineare uno sci-fi decisamente sarcastico e dissacrante nonché piccantissimo. Vero e proprio punto di forza della raccolta, La Bambola propone un futuro distopico in cui l'erotismo è divenuto l'unico motivo di vita, tra hostess ferroviarie che offrono prestazioni orali durante i viaggi, laureande presso Facoltà di Pornografia e soprattutto una consolle (stile conchigliette di Demolition Man) che consente di vivere notti di sesso scegliendo, di volta in volta attraverso il caricamento di tre foto, la propria donna dei sogni e il suo temperamento psicologico. Grasselli ricorda il sarcasmo di Howard Fast, si veda il racconto The Talent of Harvey inserito nell'antologia A Touch of Infinity (edita in Italia sulla collana Urania col titolo “La Mano”), miscelandolo a quella fantascienza esaltata da pellicole di ultima generazione che vanno da Matrix (1999) a Ready Player One (2018). È il sesso il protagonista assoluto (ma anche l'incapacità di valorizzare la dimensione spirituale spazzata via dal culto dei corpi), con descrizioni dettagliate sulle varie versioni dei programmi. La cura nella descrizione del funzionamento del pacchetto, fatto di programma, tuta e manichini, è estremamente dettagliata e “maniacale”. Si arriva persino a immaginare la possibilità di scaricare patch che consentono di sbloccare i limiti imposti dai programmatori, così da caricare rapporti sessuali senza limiti in cui giungere a stuprare donne non consenzienti, uccidere o intrattenere rapporti con minori, il tutto senza incorrere in condanne penali. Un mondo dunque completamente svuotato dalla passione e dal rispetto dell'altro, dove diviene priva di interesse la necessità di intrattenere rapporti interpersonali giostrati sulla conoscenza delle persone. Tutto viene mercificato, preteso e subordinato a comando delle pulsioni del momento, in un'estremizzazione che riduce la donna al rango di oggetto, annullando ogni altro interesse al punto da portare alla sovrapposizione tra realtà e finzione con la seconda prevaricante sulla prima in quando modulabile in virtù delle inclinazioni del momento. L'isolamento e l'allontanamento dalla vita quotidiana divengono dunque l'inevitabile conseguenza, in un'ottica che assimila l'utilizzatore della consolle a un intossicato da sostanze stupefacenti del tutto dipendente dai programmi e refrettario alle insidie quotidiane. “Ora il gioco è la sua realtà e la realtà è un posto in cui si reca, di malavoglia, per dormire, per mangiare e per lavorare.”

Grasselli condisce il tutto con l'ipocrisia di fondo che governa il consumismo (che va di pari passo alle richieste dei cittadini, sfruttando le pulsioni sopite e non dichiarate così da alimentarle e diffonderle), cercando di studiare le implicazioni sociali - dovute all'introduzione di certi prodotti - ivi comprese le reazioni delle varie caste politico-religiose, in una visione bacchettona (e un po' freudiana) in cui tutti, malgrado quanto formalmente espresso, finiscono per cedere alla nuova invenzione multimediale, poiché non vi è modo di tenere a freno i “desideri” e il richiamo illusorio della carne. Un bel connubio di tematiche raccontate con una leggerezza che è tipica di chi è giunto a una certa maturità professionale.

Più legato al sense of wonder l'interessante Tempo Pazzo che si orienta, con originalità, sul tema degli universi paralleli. È un altro racconto alla Howard Fast, forse meno in linea ai temi tipici delle storie di Grasselli. Tutto ruota su una casa situata nel punto in cui due universi paralleli entrano in contatto, così da trovarsi investita da uno strano fenomeno atmosferico che si palesa secondo modalità opposte a seconda che venga osservato dalla finestra collocata a nord piuttosto che da quella a sud. Il protagonista ne approfitterà, a seconda delle esigenze, per uscire dai due versanti opposti e vivere, in contemporanea, in due realtà diverse, così da raddoppiare le proprie possibilità. Molto carino, con una parte satirica caratterizzata dal tentativo del fisco di cercare di obbligare il protagonista a pagare una doppia tassazione a causa dell'ambigua ubicazione dell'immobile.

Sherlock Holmes e il Mistero di Villa Liffredi è una parodia pura che beffeggia i racconti legati alle storie del celebre indagatore nato dalla penna di Conan Doyle. Scritto in modo molto scorrevole e sorretto da dialoghi graffianti e incisivi, ironizza sulle capacità deduttive dell'indagatore, che troviamo calato nella quotidianità italiana oltre che esser cresciuto leggendo Lovecraft e Blackwood, capace di risolvere in quattro e quattr'otto, dopo una folle chiacchierata con i clienti, un caso che - partendo da un supposto poltergeist - finisce per coinvolgere alieni indemoniati, Ufo e fantasmi che gridano bestemmie. Della serie di tutto e di più, dove scartato l'impossibile, ciò che rimane (praticamente sempre l'impossibile), per quanto improbabile, è la verità.

Ghost story, dagli sviluppi non classici e dal tratto parodistico, Breve Storia della Contessa Matile di Fossalta che ironizza sui casi di morte apparente, stile “La Sepoltura Prematura” di Poe, per proseguire all'ìnsegna del farsesco alimentato dalla credulità popolare, dalle superstizioni e, ancora, dai matrimoni combinati che portano a una fuga adultera destinata a non essere consumata in virtù di una realtà soprannaturale incompatibile a un rapporto di natura fisica. “Il contatto e la vista del corpo flaccido del marchese mi hanno traumatizzata nei riguardi del sesso maschile e di tutti i suoi attributi, e sento che ho bisogno di tempo per riprendermi.”

Divertissement puro Il Copione che affronta, in modo comico, il tema dei plagi letterari, partendo da due ragazzotti che si misurano tra loro in sfide letterarie per farsi belli agli occhi degli amici di scuola per arrivare a provocare un caos a livello internazionale dominato da una catena di plagi che costringe i giudici a intervenire in una confusione totale in cui non si capirà più chi sia davvero uno scrittore originale. Qualche velata stoccata all'editoria americana di consumo, proposta come originale quando in realtà è un rimasticare quanto sia già presente sul mercato, e alla saggistica dove si può tranquillamente copiare a condizione che si citi la fonte. 


Buona prova di Grasselli dunque, abile nel miscelare narrativa di genere (fantascienza, fantastico, ghost story e giallo/horror), comicità, satira, sense of wonder, erotismo e critica sociale su uno sfondo di vacuità spirituale, dove ogni cosa è piegata a favore della logica del possesso e del materialismo. Non sarà probabilmente l'opera simbolo dell'autore ma di certo è un volume che rinnova con successo la tradizione della piccola casa editrice Il Foglio Letterario di Piombino nel campo del “fantastico e altri orrori”. Approcciabile da tutti, facile da leggere e in grado di regalare sorrisi, ma senza banalizzare i contenuti.

 
L'autore Pier Francesco Grasselli.
 
"Un giudice non può certo mostrarsi titubante o ritroso quando si tratta di emettere una sentenza o stabilire una pena."