Curatore: Alessandro Manzetti.
Edizione: Collection a serie limitata.
Anno: 2022.
Genere: Antologia AA.VV. Horror.
Editore: Independent Legions.
Pagine: 194.
Prezzo: 16.90 euro.
Commento a cura di Matteo Mancini.
Secondo
volume della serie antologica concepita da Alessandro Manzetti per
fungere da vetrina agli scrittori facenti parte della sua accademia
di scrittura creativa. Si segue il modello rappresentato dal primo
volume della collana (qua trovate la recensone http://giurista81.blogspot.com/2023/07/recensione-narrativa-horror-academy.html ). Abbiamo infatti una carrellata di otto giovani
scrittori italiani, più o meno noti, alternati a racconti di sei firme
autorevoli di caratura internazionale che comprendono i grandi
maestri (Campbell, R.C. Matheson e Masterton) e nuove proposte sul mercato editoriale nostrano (Taylor, Taborska e Kiste).
A
differenza del primo volume, Manzetti opta per un fil rouge
costituito dalla narrativa di Howard P. Lovecraft. Quattro dei sei
racconti internazionali possono definirsi, a giusto titolo,
lovecraftiani
e
altrettanto, seppur implicitamente, si potrebbe dire del racconto di
Enrico Graglia (di gran lunga il migliore tra gli italiani).
Punto
forte dell'antologia, tanto da attirare i collezionisti delle
opere derivative dell'arte lovecraftiana, è The
Inhabitant of the Lake (“L'Abitatore
del Lago”) di Ramsey Campbell. Racconto famosissimo, colpevolmente
mai tradotto in italiano prima dell'intervento di Manzetti, scritto
nel lontano 1964. Campbell omaggia Lovecraft, citando Alhazred,
Yuggoth, Shaggai, e al contempo crea un proprio mito
personalizzato. The
Inhabitant of the Lake non
è un racconto meramente derivativo, ma aggiunge qualcosa alla
cosmogonia lovecraftiana. Siamo in Inghilterra, a dieci miglia da
Brichester (località di invenzione letteraria), ai margini di un
lago, a quanto pare, creatosi più di cento anni prima a seguito della
caduta di un meteora. Un pittore, dedito a raffigurare soggetti macabri, decide di acquistare una delle case
abbandonate che sorgono attorno alle acque. Intende infatti sfruttare il luogo per trovare nuove fonti di ispirazione. Gli stabili, visibilmente
fatiscenti, sono la testimonianza della presenza passata di un gruppo di individui votati a
uno strano culto ultraterreno.
Campbell,
che scrisse il racconto all'età di sedici anni, mostra fin da subito
il suo smisurato talento. Atmosfere lugubri, scenari palustri, clima malsano e umido, graduale e progressivo
insinuarsi del mistero, ambiguità (alla fine risolta in favore del
soprannaturale) e aderenza agli insegnamenti lasciati da Lovecfraft
si manifestano all'ennesima potenza. Un nuovo “grande antico”,
capace di contornarsi di cadaveri umani posseduti e manovrati in modo
da trasformarli in veri e propri morti viventi (Brian Keene ne sa qualcosa), entra
nell'immaginario orrorifico degli appassionati. Appare infatti per la prima volta in assoluto Glaaki (si ricorda il volume, edito da Hypnos,
L'Ultima
Rivelazione di Gla'aki).
Creatura extraterrestre acquatica, dotata di spine metalliche costituite da cellule
viventi, piovuta sulla terra insieme a un'enorme meteora e
sopravvissuta all'impatto. Sarebbe capace di comunicare con gli
uomini attraverso sogni ipnotici, condizionandone le condotte per renderli suoi schiavi.
Campbell caratterizza la creatura nel dettaglio e lo fa utilizzando
l'artificio del racconto epistolare. Il protagonista (un pittore)
comunica a un amico le sue scoperte, attraverso lo studio di un'opera
(“Le Rivelazioni di Glaaki”) costituita da undici volumi che ha rinvenuto in una delle case abbandonate.
L'epilogo sorprende per la capacità di anticipare cult assoluti
quali Night
of the Living Dead
(1968) di George A. Romero, che riprenderà tutta la parte dell'assedio, e The Rising di Brian Keene. Davvero una perla; non a caso, trovò
l'apprezzamento di August Derleth che la pubblicò annettendo Campbell nella sua Arkham
House.
Non
è ai livelli di The Inhabitant of the Lake l'assai più derivativo Will
(1996)
di Graham Masterton. Lo scrittore scozzese, conosciuto soprattutto
per i suoi racconti grandguignoleschi, nulla propone di nuovo
rispetto alla narrativa del solitario di Providence, andando peraltro
a smarrire la propria cifra stilistica (dimenticate racconti come Pastone per Maiali e Sei quello che Mangi). Ci spostiamo a Londra,
addirittura in un cantiere archeologico che porta alla luce il Globe
Theatre in
cui era solito esibirsi William Shakespeare. Masteron guarda a
Yog-Shothot (che diventa Y'g Southothe), ma soprattutto ai patti
diabolici di faustiana
memoria, dietro ai quali si celano contropartite nefaste che,
tuttavia, consentano a chi li sottoscrive (Shakespeare compreso) di avere successo nel campo
dell'arte. A tale tematica si aggiunge quella del mostro che vive
sottoterra, pronto a compiere mattanza se liberato dalla prigionia.
Per essere al cospetto di un racconto di un “Maestro”, si resta
delusi. Nulla più di un clone, molto simile a vecchi racconti quali
Harold's
Blues di
Glen Singer, inserito nell'antologia The
Year's Best Horror Stories.
Fa allora meglio Lucy Snyder con Sunset
on Mott Island (2017)
dove, dalla disperazione della protagonista colpita da un probabile
tumore e alle prese con una madre morente, si allarga il campo
mostrando un mondo gravato da una vera e propria apocalisse.
Tutto è sfumato e lasciato all'immagininazone del lettore, ma ci viene detto del crollo delle comunicazioni, delle citta' in balia delle fiamme, dell'insorgenza di strane mutazioni
genetiche, e dell'imminenza di uno tsunami che, sotto la spinta provocata dal risveglio
dei vari Dagon e Cthulhu, si appresta a travolgere l'umanità
inondando la terra ferma con le acque dell'oceano. Molto evocativo e
tragico. Ricorda un po' il mio Oltre
la Torre di P Town, inserito
nell'antologia Il
Ritorno dei Grandi Antichi (2021)
a cura di Gianfranco De Turris.
Piacciono
meno gli altri tre racconti “internazionali”.
Cyril's
Mission (2022)
di Anna Taborska suggerisce il periodico risveglio ultracentenario di
un grasso e grosso verme (tematica utilizzata anche da Predatori
dall'Abisso di
Ivo Torello) che, dalla sagrestia di una chiesa, reclama la vita di
un determinato numero di ragazzini. Storia allusiva, forse tributo a The Lair of White Worm di Bram Stoker, dai tratti
metaforici velatamente blasfemi (l'epilogo in cui viene addossata la
responsabilità al prete). Cade un po' nel ridicolo e nel dejà
vù nel
proporre lo scontro tra un bizzarro prete e il mostro.
Estranei rispetto ai contenuti dei quattro precedenti racconti
e per buoni versi sperimentali gli altri due elaborati dei “big”. Stile
minimalista, quasi connaturato da un'impostazione poetica, per il
fulmineo Birds
(2022)
di Richard Christian Matheson. Una storia allusiva e, in parte, criptica. Una pagina e
mezzo in cui si suggeriscono maltrattamenti in famiglia e una
ribellione finale per mano di un ragazzo stanco dei soprusi compiuti
dai violenti genitori. Tutto però è lasciato all'interpretazione
del lettore.
Tenta
la via della contaminazione Gwendolyn Kiste, anche lei su un
substrato allusivo che suggerisce maltrattamenti in famiglia. La
scrittrice americana propone ai lettori, a cui si rivolge
direttamente con Sister Glitter Blood (2021), di prendere parte a un gioco da tavola di cui fornisce
le regole e gli obiettivi. Epilogo vagamente Edgar Allan Poeniano con
rimando a The
Fall of the House of Usher. Molto femminile, con un perturbante che non regala divertimento o stupore nella lettura, cercando più che altro di inquietare (non proprio riuscendoci).
Enrico Graglia,
è il caso di dire,
on fire.
Tra
il lotto degli scrittori dell'accademia di Manzetti brilla, e la cosa
mi fa piacere avendo già prenotato da mesi il romanzo Il
Deserto degli Striati, Enrico
Graglia col folk
horror I
Passeggiatori.
Classica storia che avrebbe fatto bella figura sulle pagine della
rivista weird
tales e
che, per certi versi, mi ha ricordato alcuni racconti di Thorp
McClusky, quali White
Zombies Walked (1939).
Graglia inserisce nel plot fantastico l'elemento della malattia (alzheimer), di cui è affetto il
protagonista, e il profondo senso di solitudine che influenza la
condotta della vittima degli eventi. Il senso dell'ambiguità, tuttavia, viene spazzato via
dall'epilogo che, curiosamente, sembra ricollegarsi a quello del
racconto della Taborska senza tuttavia andare sopra le righe. La malattia del protagonista infatti poco incide su quanto effettivamente accaduto. A
differenza di molti suoi colleghi di corso, il sense
of wonder
di Graglia si antepone alla ricercatezza stilistica. La storia non è
originalissima, tuttavia è gestita centellinando la tensione fino
all'esplosione finale. In un paese montano, una strana processione di
dodici uomini accompagnati da un giovane prete sconquassa l'animo del
protagonista e crea malessere negli animali che sembrano fiutare
qualcosa di alieno (o forse sarebbe il caso di dire diabolico). Cosa
si nasconde dietro le strane preghiere del gruppo e che rapporto c'è
tra esse e le strane sculture in legno rinvenute nel cuore del bosco?
Il collegamento tra oggetti e persone, che fungerà da trampolino di
lancio per il pirotecnico finale, ricorda molto la magia voodoo. Piccolo omaggio anche a Jack London (il nome del cane rimanda a Il Richiamo della Foresta).
Oltre
al racconto di Graglia, davvero un piccolo gioiellino, colpisce nel
segno Fino
all'Altra Parte del Mondo di
Andrea Mungiello. Strutturato in due parti ben distinte tra loro,
riesce a miscelare la disperazione nella vita quotidiana di
un'immigrata clandestina con la beffa di un'aldilà "alieno" dove la
libertà persisterà a mantenere i tratti della chimera. L'inizio è
drammatico, dagli spiccati risvolti sociali, con una prostituta che sogna di fuggire insieme a
un'amica, così da ricrearsi una vita. La ricerca dell'amica tuttavia si fa disperata. Forse le è successo qualcosa di irrimediabile, al punto da portare la protagonista a visionare i corridoi di un ospedale salvo desistere e fare mesto ritorno a casa, bersagliata
dalla voce del magnaccia. La droga è forse l'unica via per evadere dalla realtà nonché portale d'accesso per entrare in un
onirico e allucinato fantastico di presa metaforica. Il sogno della
felicità rappresentato dalla fuga in un isola caraibica si trasforma
così in una prigionia che è divertimento di qualcun altro: un
collezionista di anime non troppo dissimile al magnaccia (che sia Dio?).
Gli
altri sei racconti, tutti ben serviti sotto l'occhio dei lettori,
tendono, salvo qualche raro caso, a privilegiare la forma e lo stile
ai contenuti e al sense
of wonder.
Anna Silvia Armenise evoca scenari da fiaba nera con Nella
Bruma, una Fata,
una ghost
story
cupa alla Gwendolyn Kiste ma anche alla Oliver Onions (penso a The
Beckoning Fair One - “La
Bella Adescatrice”), in cui tornano i contenuti sociali,
rappresentati dalla ristrettezza culturale degli abitanti di un paese
campagnolo che non accetta la relazione amorosa tra due ragazze
adolescenti, provocando il suicidio di una di loro. Finale tragico, a
cui si giunge stillando aspetti di un mistero passato. Buona prova
per la delicatezza con cui viene trattato il tema.
Inquieta
parecchio, soprattutto nella prima parte, Massimo Costante col suo
Ave
Maria.
Siamo in epoca vittoriana con una storia che, cercando di far luce
sul passato di una potenziale vittima di Jack lo Squartatore, ci
mostra la fine del celebre killer di Whitechapel. Notevole,
per capacità di creare disturbo nel lettore, la primissima parte,
dove Costante guarda a racconti quali L'Incubatrice
di
Paolo Di Orazio. Piace meno l'epilogo soprannaturale che suggerisce
la natura, in parte non umana, della protagonista.
Niccolò
Ratto si ispira, più degli altri, alla mano di Alessando Manzetti o,
meglio ancora, al suo alter ego Caleb Battiago. Iene
è un racconto, per atmosfere e contenuti, che potremmo definire
narakiano.
Scritto con uno stile che ricorda delle brevi pennellate assestate
qua e in là, senza articolare troppo i periodi e con flash
frammentati funzionali a tratteggiare un'ambientazione degradata e
contaminata da un male non precisato (forse radiazioni). Gli scenari
prevalgono sulla sostanza, per quello che sembra essere un estratto
di un materiale più ampio. Una giovane transgender
scopre che nei sotterranei di una struttura su più piani vivono
veramente le creature di cui si mormora in città: delle iene dagli
occhi azzurri. Storia molto evocativa, che non trova un epilogo in
grado di permetterle il salto di qualità (si prende la via della
metafora).
Un
altro racconto che sembra esser stato estrapolato da un'opera più
ampia è Lupi
di
Roberto Risso, probabilmente il meno interessante tra i racconti italiani
proposti. Survival
sulla
scia delle
apoalisse zombi,
anche se si ha a che fare con un'epidemia di idrofobi voraci di viscere e fegato (c'e qualcosa del genere, se non ricordo male, in un episodio di X-Files). Il buon ritmo garantisce il
coinvolgimento continuo del lettore, ma l'originalità
latita. Pur se chiuso con un finale sarcastico, è una storia che si
dimentica presto.
Migliore
rispetto a Lupi
è Il
Muro di
Sergio Mastrillo, un racconto di formazione che riscrive il mito
delle sirene, spostando il tutto dalle acque alla terraferma. Ottima
la costruzione iniziale, che ben rappresenta il senso del mistero e
ben alimenta le aspettative dei lettori, peraltro con rimandi a incubi
subliminali (presenza di centrali nucleari, rimandi alla guerra,
quartieri isolati dal resto del villaggio da mura che ricordano i
ghetti ebraici) che rendono estraniante l'atmosfera. Purtroppo,
secondo questo recensore, manca un epilogo “sconquassante” in
grado di rendere il racconto un qualcosa di veramente memorabile.
Abbonda il sense
of wonder in
Pallida
di Andrea Guido Silvi che ha, tuttavia, il demerito (secondo il
modesto parere di questo recensore) di diluire la tensione con
dialoghi più da prodotto cinematografico che narrativo. Ci spostiamo
sui sentieri innevati, con due alpinisti che celano nel loro passato
uno stupro terminato in omicidio ai danni di una minorenne. Colpiti
da quella che sembrerebbe una maledizione, i due si perdono nell'ascesa, ritrovandosi al cospetto di una bizzarra tribù capace
di leggere il passato delle persone e di ergersi al ruolo di giudice
soprannaturale. Lento nella prima parte, viene portato avanti, piuttosto che dai contenuti, per
effetto delle descrizioni scenografiche.
In conclusione Horror
Academy conferma
l'attenzione di Alessandro Manzetti per la cura e la componente
stilistica dei suoi giovani scrittori. Gli otto racconti italiani sono tutti
presentati con estrema cura, avendo sempre un occhio aperto sulle
problematiche della vita comune. Probabilmente il testo è superiore
rispetto al primo volume e ha il grosso merito di avere al suo
interno il racconto
The Inhabitant of the Lake,
non trovabile in italiano altrove. Quattordici racconti, con poche
delusioni e almeno due grosse perle: il citato racconto di Campbell e
I
Passeggiatori di
Enrico Graglia. Bene anche Lucy Snyder, Andrea Mungiello e Anna
Silvia Armenise. L'horror italiano è vivo e presente.