venerdì 24 aprile 2026

Recensione Cinema: THE LONG WALK (2025) di Francis Lawrence.

Produzione: Francis Lawrence, Roy Lee, Cameron MacConomy e Steven Schneider (2025).
Soggetto: Stephen King, tratto dall'omonimo romanzo del 1979.
Sceneggiatura: JT Mollner.
Regia: Francis Lawrence.  
Montaggio: Mark Yoshikawa e Peggy Eghbalian. 
Fotografia: Jo Willems. 
Colonna Sonora: Jeremiah Fraites.
Interpreti Principali: David Jonsson, Cooper Hoffman, Mark Hamil, Garrett Wareing, Charlie Plummer, Ben Wang...
Durata: 108 min.


Commento Matteo Mancini.

A distanza di cinque mesi dall'uscita italiana di The Running Man (2025) di Edgar Wright (qua la mia recensione http://giurista81.blogspot.com/2025/11/recensione-cinema-running-man-2025-di.html), arriva nei nostri cinema, peraltro con colpevole ritardo rispetto agli Stati Uniti (dove è uscito a settembre 2025), la trasposizione dell'altro distopico in odore Hunger Games scritto sotto pseudonimo negli anni settanta da Stephen King: The Long Walk. Se il soggetto del precedente film pescava a piene mani dalla produzione narrativa di Robert Sheckley, si pensi soprattutto a The Seventh Victim (“La Settima Vittima”, 1953), questo è debitore del romanzo They Shoot Horses, Don't They? (“Non si Uccidono così anche i Cavalli?, 1935) di Horace McCoy poi reso celebre dalla trasposizione dal titolo omonimo diretta da Sydney Pollack.

Gli ingredienti per tirare fuori un buon prodotto spiccano già nella lettura del cast tecnico. Dietro al progetto si muove il newyorkese Roy Lee (venuto alla ribalta a inizio secolo con gli horror asiatici più celebri), già artefice della produzione di alcuni dei migliori film, degli ultimi dieci anni, legati alla produzione di King e destinati a diventare culto quali l'horror del “pagliaccio” per antonomasia It (2017-2019) di Andres Muschietti e Doctor Sleep (2019), seguito di “redrum” Shining, per la regia di Mike Flanagan. Se già questo non bastasse, costituisce ulteriore rafforzativo il coinvolgimento alla regia di quello che forse è il regista più indicato per un prodotto del genere ovvero Francis Lawrence, connazionale (di nascita) di Arnold Schwarzenegger, meglio noto per aver diretto – tra gli altri - l'intera saga di Hunger Games. The Long Walk può infatti essere considerato un vero e proprio spin-off della celebre serie. Lawrence viene coinvolto dopo che, nel tempo, registi apicali nella storia della cinematografia kinghiana, quali George A. Romero o Frank Darabont, e altri meno noti come André Ovredal avevano rinunciato all'impegno. Mettere in scena un film su un soggetto come quello di The Long Walk (qua la recensione del romanzo presente su questo blog: http://giurista81.blogspot.com/2016/10/recensione-narrativa-la-lunga-marcia-di.html) risultava infatti concettualmente molto difficile, per ritmo e capacità di mantenere viva l'attenzione, rientrando in una di quelle sfide folli in cui King piaceva misurarsi ovvero scrivere una storia in continuo movimento giostrata tutta sui dialoghi e senza spaziare di contesto scenografico e senza ricorrere a particolari colpi di scena. Lawrence sale a bordo della giostra, asciugando ai minimi termini i contorni. Le scenografie sono naturalistiche e campagnole, con un taglio registico fatto di campi lunghissimi su autostrade deserte che ricordano molto le sequenze di spostamento di Civil War (2024) di Alex Garland (film recensito, a suo tempo, su queste pagine) o anche del primo 28 Giorni Dopo. La fotografia è glaciale e quasi privata dei colori. Sembra di assistere a una corsa di animali lanciati al macello, come sottolineano alcuni abbattimenti con l'effetto sonoro dei cavalli che nitriscono, da spettatori, al di là degli steccati. Lawrence snellisce, defalca i costi di produzione e fornisce un prodotto che definirei complementare allo sfarzoso e assai più ricco The Running Man. Rispetto al lavoro di Wright, questo è molto più riflessivo, ad ampio respiro, con fiammate di fredda brutalità che stordiscono lo spettatore soprattutto per quell'alchimia che arriva direttamente dalla penna di King. Qui non sono lo spettacolo e l'adrenalina a farla da padroni, ma sono la tensione e la disperazione di chi è coinvolto in una specie di roulette russa, dove chi assiste lo fa in modo distaccato alla stregua di un giudice di gara assassino o che accetta quale normalità la giustizia sommaria di chi ha infranto le regole del gioco (si evocano i gerarchi nazisti). Lo sceneggiatore JT Mollner, sull'esempio del Maestro del Maine, definisce i personaggi, li caratterizza nel dettaglio e fa in modo che fraternizzino tra loro e, allo stesso tempo, con lo spettatore. E' proprio questa l'arma vincente sia del romanzo che del film. Molto curate sono altresì le dinamiche della marcia, con tutte le problematiche del caso che vanno dalle variazioni meteorologiche, alla caduta degli alimenti, ai litigi, agli infortuni che rendono impossibile la prosecuzione, all'insorgere della follia dovuta dagli abbagli della stanchezza, ai cambi di dislivello della strada fino all'impellenza delle esigenze fisiologiche. Il clima spensierato e festoso del pregara si trasforma così in un inferno di dannazione interminabile dove la linea del traguardo è determinata dalla morte dell'ultimo possibile contendente alla vittoria. Non ci sono piazzamenti remunerati, si deve solo vincere. Il film, così come il romanzo, è una marcia a eliminazione continua in stile Battle Royale (“ne resterà solo uno”) con la differenza che qua i partecipanti si aiutano a vicenda, giusto per allietare l'attesa della morte e sentirsi meno soli, con una solidarietà che è tipica dei soldati spediti al fronte in una missione dove sanno che non ne usciranno vivi. E tutto questo per cosa? Per il divertimento di altri o per dare un esempio a una società addormentata e spenta con la promessa di un premio finale che non ci si potrà mai godere, perché si è visto morire tutti i propri compagni di marcia e forse ci si sente anche responsabili per questo avendo contribuito indirettamente alla loro morte.

Cinquanta volontari (tutti maschi), dotati di numero di gara e di dispositivo per verificare l'andatura di marcia (non si deve scendere sotto una data velocità). Chi sbaglia viene dapprima ammonito e poi eliminato con un colpo di mitra. Il regolamento prevede tutta una serie di meccanismi per il recupero punti o per l'acquisizione di acqua e cibo. Il ritmo è lento, ma il film non ne risente. Gli attori, tutti giovani, sono molto bravi. Spicca David Jonsson, già visto il Alien: Romolus, che calamita l'attenzione del pubblico, rubando la scena al protagonista Cooper Hoffman (dieci anni più giovane). Molto bene anche Charlie Plummer, nei panni di uno schizzato preda del rimorso, Ben Wang (il nerd asiatico) e quindi il veterano Mark Hamil nei panni del maggiore, con i suoi dialoghi militaristi carichi di retorica. La morte aleggia costante in quella che potrebbe essere una metafora della vita. Non importa quanto si viva, l'importante è il presente, è rendere più confortevole e divertente l'adesso, anche se sappiamo che probabilmente non arriveremo mai a fine corsa e, se invece lo faremo, saremo soli senza più il sostegno di chi ci ha accompagnato al successo.

Questi gli ingredienti, con il background accennato del passato di una guerra mondiale che ha messo in ginocchio gli Stati Uniti. Il taglio visivo anni settanta, i costumi retrò e le telecamere che sembrano quelle che si usavano nel quaranta, forse, suggeriscono una correlazione con un dato periodo storico (l'epoca dei regimi di estrema destra nel continente europeo). La diretta tv della corsa (a differenza di The Running Man) è marginale, così come lo sono le interferenze del pubblico che assiste quasi distaccato alla mattanza. Un horror psicologico socialmente fantascientifico, con effetti splatter che costano al film il divieto ai minori di anni 14. Forte l'eco del “Club dei Perdenti”  di King basato sull'importanza della fratellanza e del mutuo soccorso. L'epilogo è lievemente diverso rispetto al romanzo, smarrendo quell'alone indefinito e sfumato che King aveva lasciato al termine della sua opera. Lawrence piazza un omaggio, forse non a caso, a Full Metal Jacket in un'ottica antimilitarista, che rende forse un po' di giustizia in una storia che si regge su valori impazziti. Definirei in un'unica parola The Long Walk, pensando anche alle competizioni animali: brutale. Da vedere al cinema. Nella sala, alla proiezione serale del primo spettacolo andato in scena a Pisa, erano presenti appena cinque spettatori. La gente deve imparare a riscoprire il cinema di genere, quello dei Maestri, invece che appiattirsi sui reality show e sulla monnezza che gira in televisione.

 
Da sx a dx, il regista Francis Lawrence, il co-protagonista David Jonsson 
e l'antagonista Mark Hamil.
 

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