Curatore: Christian Sartirana.
Anno: 2023.
Genere: Antologia AA.VV. Horror.
Editore: Acheron Books.
Pagine: 280.
Prezzo: 16.00 euro.
Commento a cura di Matteo Mancini.
Sorpresa
sul mercato editoriale italiano condotta in porto da Christian
Sartirana. Scrittore, recensore e curatore di antologie, Sartirana
allestisce insieme all'Acheron Books (ennesima realtà nostrana
impegnata nell'horror di qualità) una seconda antologia, dopo i
buoni risultati ottenuti da Satanica, cercando di intercettare i gusti dei lettori nostalgici.
Il
progetto, fin da subito interessante, è quello di omaggiare gli anni
ottanta come epoca e sovrastruttura sociale, guardando ai cult horror
che popolavano le notti estive di Italia 1, quando tutti gli
appassionati aspettavano in gloria la “maratona” Notte
Horror.
ANALISI GENERALE
Il
risultato finale supera le aspettative, probabilmente degli stessi
coinvolti. Favorito da un vero e proprio passaparola, il volume si è installato per mesi in prima posizione dei volumi horror più venduti sulla piattaforma amazon e, in un
paio di mesi dalla sua uscita, è finito sold out (siamo in attesa della seconda ristampa).
Interessante la composizione del lotto degli scrittori: dodici eletti. Tantissimi i
giovani, con addirittura una debuttante (la classe '96 Stefania
Toniolo) e quattro partecipanti nati negli anni '90. Ad Andrea
Cavaletto (sceneggiatore, tra gli altri, di Dylan Dog) e al
Premio Urania Claudio Vastano i gradi di ufficiali chamati a guidare
un plotone formato da nomi che, probabilmente, potrebbero portare diversi
lettori a prendere sottogamba il prodotto. Farebbero decisamente male,
perché questo Notte Horror '80 ha tutto per centrare la
finale del Premio Italia quale migliore antologia italiana
dell'anno nel campo dell'horror.
Sartirana
è stato molto, ma molto, bravo a rendere omogeneo il pacchetto.
Certo, ci sono racconti migliori di altri, vuoi per l'originalità
(Crescizz, batte tutti) vuoi per la capacità di rievocare in modo
più convincente il periodo (in questo sono stati bravi in tanti), tuttavia
il livello generale non scade mai (e sottolineo "mai") sotto i livelli di guardia. Ci sono
ovviamente racconti che a mio avviso, pur essendo stati scritti bene,
non propongono niente di innovativo, ma si limitano a costituire un
riempitivo comunque idoneo a intrattenere. Ciò detto, tutti i coinvolti (e non lo dico
per ragioni personali), dimostrano di poterci stare e riescono a divertire gli appassionati in nome di quel coinvolgimento che era
tipico dei racconti del secolo scorso. Dimenticate l'hardcore
Horror, l'Extreme o
gli sperimentalismi autoriali che costringono a leggere più e più
volte un testo e magari a non capirci nulla o a perdere il filo. Qua si opta per un'impostazione cinematografica. I
racconti sono confezionati con piglio “visivo”, traducibili
pertanto in film, con stili narrativi veloci che non appesantiscono
mai la lettura. Il gore c'è e pure in abbondanza, ma non è mai
oltraggioso o contemplativo.
I CONTENUTI
La
composizione della rosa di scrittori è frutto delle scelte di
Sartirana, che punta su uno zoccolo duro di scrittori, tra cui la mia
“vecchia” conoscenza Simone Corà, il finalista Mystfest
Decimo Tagliapietra e i già citati Cavaletto, Crescizz e Vastano,
rivolgendosi per il resto a tutti gli appassionati della rete
attraverso una selezione aperta al pubblico. Una scelta,
quest'ultima, vincente in quanto consente di avere tra
le mani diverse soluzioni e alternative, oltre che di proporre qualche
debuttante che potrebbe farsi valere nel futuro (e qui ce ne sono, siamo pronti a scommettere).
Forte
il legame che fa da collante tra i racconti. A parte i rimandi
cinematografici, di rado cannibalizzanti essendo utilizzati più per
avere degli spunti che per fare dei veri e propri cloni (ci sono
anche quelli, in alcuni casi), spicca l'atmosfera degli anni '80. Una
visione nostalgica in cui tornano a rivivere sale giochi, le mitiche
vhs, le Fiat Panda o le Alfa Sud, i lunapark dove tutti fanno a gara per avere
lo zucchero filato, i giocattoli manuali, le pubblicità, le trasmissioni "vietatissime" come Colpo
Grosso, la musica di Michael
Jackson o Madonna, Topo Gigio, ma anche una serie di elettrodomestici visti con
sospetto eppur destinati a scrivere il futuro del consumismo civilizzato (la televisione, il fax, le console
per videogicohi e i forni microonde). Non manca poi lo spettro di
Chernobyl, delle nubi radioattive che solcano i cieli, il terrore
dell'AIDS, la rabbia contro i sovietici e ancora i rimandi ai
campionati di calcio dell'epoca con Maradona e Roberto Baggio che
impolpano i tabellini mandando in giubilo i tifosi. Insomma, un bel
viaggio all'interno di una macchina del tempo che prende per mano
coloro che negli anni ottanta hanno vissuto e li illude di cancellare
gli oltre trent'anni che sono trascorsi alla stregua di un proiettile sputato da un winchester, così da rievocare per
interposta persona i primi appuntamenti amorosi, le idiote prove di
maturità, i giochi in cortile, ma anche la paura dei bulli più
grandi e i desideri di riscatto sociale immaginandosi di diventare un
super-eroe, passando per le preghiere della sera e per la paura che i
genitori possano improvvisamente morire, ma anche al desiderio, più o meno,
inconscio di non voler crescere per vivere per sempre quelli che, in
tutta probabilità, sono i migliori anni della vita di un essere
umano: gli anni del gioco, del sogno e della spensieratezza.
ANALISI NEL DETTAGLIO (OCCHIO AGLI SPOILER)
Il
gioiello lo sforna sorprendentemente (vista la presenza di almeno tre soggetti dai
curriculum superiori) Marco Crescizz col suo All'Inferno,
I Paradisi,
un racconto degno di candidatura al Premio
Italia. Angeli
e demoni si alternano in una vicenda che guarda, con originalità, al
Clive Barker di Hellraiser
e più dettagliatamente a quello di The
Scarlett Gospels
(2015). In una banale sera degli anni '80, in cui i ragazzini bramano
di vedere la loro vhs preferita, alla stregua di un meteorite un angelo precipita dallo spazio (sembra di leggere un omaggio a Howard Fast e al suo Il Generale Abbatte un Angelo). Un globo di fuoco imprecisato taglia il cielo
crepuscolare ed esplode, all'interno di un salotto, con gran
frastuono e distruzione. È l'inizio di un incubo che ruota attorno a
una sfera, lasciata in consegna a un ragazzino, e alla volontà del
giovane di distruggerla per vendicare la morte del padre, rimasto
vittima delle schegge deflagrate dalla caduta dell'angelo.
Testo
estremamente onirico, originale, con la delineazione di un inferno in
cui si muovono milioni di paradisi racchiusi in sfere e mostri
titanici che contengono, nelle loro fauci e a loro volta, ulteriori
mondi (e paradisi). Crescizz sposa l'attitudine barkeriana
di lavorare sugli ossimori, con la trasformazione del dolore in
piacere e del male in bene, ma lo fa senza rubare niente dal maestro di Liverpool, se
non l'ispirazione. Il suo è un racconto, piuttosto, in linea alla
filosofia barkeriana
ma capace di prendere una piega personale. Crescizz riscrive
l'inferno e il paradiso in una modalità lontana dalle visioni
stereotipate, tanto che appare arduo scorgerne un
precedente (lontano anche da Tanith Lee). Dimenticate le fiamme
dantesche o la celestialità dell'immaginario collettivo legata allo stereotipo del paradiso cattolico. Crescizz
plasma tanti paradisi e tanti inferni, ognuno dei quali a misura di
pianeti extraterrestri, mettendo gli stessi in relazione tra loro in
modalità matrioska. L'epilogo è notevole, così come sono altamente
qualitativi i dialoghi. Da sottolineare, quale valore aggiunto, i
messaggi di formazione che sottendono la storia. La sofferenza è
parte della vita e la paura non deve bloccare lo sviluppo e la
crescita nella maturazione di un ragazzino. Ecco che la paura diviene
il trampolino da cui lanciarsi verso la gioia, superando la rabbia e
i conflitti irrisolti. Applausi.
Prova
di classe stilistica per il veterano Andrea Cavaletto, firma Bonelli
Editore, col suo La Pelle dell'Eroe.
Pur giostrando su un soggetto che innovativo non è, Cavaletto
caratterizza i personaggi e lavora su un tessuto sociale di un villaggio di campagna da cui si sogna di evadere. Il suo protagonista è il classico sfigato (tale lo era anche il
protagonista di Crescizz) bullizzato, con la madre gravemente
ammalata che resta il suo unico affetto in una vita da schifo. Incapace di dichiararsi alla ragazza da cui è attratto (e che ovviamente se la cucca un altro), sogna di trasformarsi in un maestro degli effetti speciali, conducendo una vita solitaria.
Sviluppo lento, ma mai pesante, funzionale a far fraternizzare il
lettore con il protagonista, che scorrazza per il paese con la
leggendaria bmx. Un giorno, tra una preghiera e l'altra (anche qua è
forte, come con Crescizz, il conflitto tra bene e male nonché tra dio e
diavolo), il ragazzino trova una strana tuta abbandonata in un campo.
È l'inizio di un sogno che si traduce in un incubo. Sartirana, in
prefazione, intravede nella storia i semi germinali de La
Mosca di David
Cronenberg, in realtà il rimando più prossimo è legato a una serie
di film sui super-eroi che vedono nel costume del protagonista la
fonte dei poteri e delle dannazioni del personaggio. Un tema spesso
utilizzato negli ultimi film hollywoodiani, si pensi a Venom
o Spiderman
3, che l'autore riconnette ai fumetti cartacei degli anni ottanta (c'è anche un rimando alla prossima uscita del numero 1 di Dylan Dog). In azione vi è un vero e proprio simbionte
alieno, che ha la forma di una tuta attillata che rende inizialmente
più prestante e muscoloso chi la indossa, salvo poi pretendere un salato
corrispettivo in termini di nutrimento. Non originale, ma
interessante la resa. Alto contenuto gore, senza scendere nel compiacimento della violenza. Ottimo.
Un
altro esempio di sapiente tecnica narrativa è offerto dall'altro
“Maestro” del gruppo: Claudio Vastano. Vincitore del Premio
Urania e pubblicato da
Mondadori (scusate se è poco), mostra il suo talento con il serrato (e anche questo non
originale) Chiamata Notturna.
Qui il rinvio va a Blob,
ma soprattutto al celebre racconto di Joseph Payne Brennan pubblicato su Weird
Tales intitolato Slime
(1953), lo trovate nell'antologia Il Custode della Polvere della Dagon Press.
Una creatura, frutto di
un esperimento militare, sfugge ai suoi creatori, sotto forma di uovo
piovuto dal cielo (questo aspetto è poco chiaro), e assimila tutto
ciò che di animale trova sul suo cammino, acquisendo sempre più
massa (l'epilogo ricorda un po' il mostro di Leviathan, visto che si intravedono i volti delle persone inglobate).
Un coraggioso carabiniere indaga sul caso, accompagnato da un oscuro agente governativo (aria di X-Files). Ritmo sostenuto, col piede sempre
sull'acceleratore, cadenzato dalle chiamate della centrale operativa
e dall'indicazione degli orari (sarebbe stato preferibile usare
l'orario 00-24). Si parla anche di cattle mutilations e si respira una vaga atmosfera da The Colour out of Space di H.P. Lovecraft. Non sarà originale, ma intrattiene “a bestia”.
Se
dai veterani era lecito attendersi i colpi a maggior effetto, più
difficile era sperare in qualcosa di sorprendente dai debuttanti. E
invece anche qua veniamo smentiti. Strong-Him e i Maestri
del Destino (miglior titolo dell'antologia) della giovanissima
Stefania Toniolo (classe '96) è un racconto che ho amato e che mi
sarebbe piaciuto avere scritto. Sebbene l'autrice non abbia vissuto
negli anni ottanta e appartenga a tutt'altra generazione, l'atmosfera
dell'epoca è palpabile e ben ricostruita. Sartirana, in prefazione,
riconosce nel soggetto i Gremlins
di Joe Dante tuttavia, a
mio avviso, il riferimento più forte va alla saga cartoon (e ai
relativi giocattoli Mattel) He-Man
and The Masters of the Universe,
lasciando al film di Dante il mero spunto iniziale (racconto e film
condividono il prologo).
Un papà è in cerca de
La Fortezza del Teschio
Nero, un play-set da
donare al figlio per Natale. Purtroppo nessuno sembra avere a
disposizione il gioco, tanto che il papà decide di orientarsi su uno
strano personaggio della serie, mai visto prima in commercio e che il
commerciante cinese non vorrebbe cedergli (allo stesso modo del
commerciante di Gremlins):
Falsor. Ha qui inizio un incubo che mischia Gremlins,
Battleground (celebre
racconto del 1972 inserito nell'antologia di Stephen King A
Volte Ritornano col
titolo di Campo di
Battaglia), il film
Small Soldiers (1998)
di Joe Dante e i giocattoli Mattel della serie He-Man, oltre a una
serie di cortometraggi underground (saga Toys
Killer) girati a inizio secolo da un tale
Fabrizio Spurio che la Toniolo non credo proprio conosca. Il piccolo
protagonista, infatti, possiede una vera e propria collezione di
questi personaggi umanoidi e, per ognuno di loro, la tv spiega
caratteristiche, funzioni e poteri speciali. Falsor ha la
caratteristica, una volta danneggiato (cosa che capitava spesso con
certi giocattoli), di emulare la forma di qualunque personaggio della
serie che gli venga accostato e di muoversi autonomamente senza essere manovrato dalle mani di un giocatore. Non so se la Toniolo abbia
avuto fratelli fissati con questi giocattoli, come lo sono stato io
(ne avevo una borsata e possedevo anche il castello di Eternia,
oltre la tana del
serpente e il veicolo Land-Shark
o la tigre-cavallo
Battle-Cat),
non a caso possiedo una gatta chiamata Cringer,
ma nella serie Mattel vi era davvero un personaggio malvagio che
emulava in tutto e per tutto He-Man e che era chiamato Faker
(Falsor è un suo
sinonimo). Faker nella sua scatola d'acquisto era descritto come “una
creazione magica, replica fisica esatta di He-Man destinata a
ingannare il popolo di Eternia”.
Inutile sottolineare come Strong-Him e Lord Tibia, menzionati nel
racconto, siano rispettivamente He-Man e Skeletor, mentre “I
Maestri del Destino” sposino alla perfezione “I Maestri
dell'Universo”. Da evidenziare infine i litigi familiari che
coinvolgono i genitori del piccolo, in una visione alquanto moderna
delle violenze in famiglia (la madre abbandona il marito, prendendo
subito il figlio per portarlo dalla nonna, dopo esser stata colpita
da uno schiaffo) e soprattutto il finale maledetto (sebbene lasciato
all'interpretazione dei lettori, un po' come per La
Cosa di Carpenter) che
anticipa, volgendo il tutto all'horror, il film Barbie
che sta imperversando al
cinema e che è uscito qualche mese dopo l'antologia (occhio agli
squilli del telefono: a Hollywood cercano sceneggiatori per il film
sui Masters).
Chapeau
alla giovane Stefania, addirittura al debutto editoriale. Se il buon
giorno si vede dal mattino, si toglierà tante soddisfazioni... un
augurio che siamo certi di poter “riscuotere” alla cassa dove si
remunerano le scommesse vincenti.
Molto
divertente il racconto che ha l'onere di aprire l'antologia:
Frequenze
di
quella vecchia volpe di Simone Corà (compagno di tante macellerie di
quasi venti anni fa). Qui l'omaggio, assai originale, va a John
Carpenter e al film La
Cosa.
Ci sono almeno tre sequenze riproposte o adattate, per l'occasione,
tra cui l'epilogo ambiguo. A parte questo, cambia tutto il soggetto e
soprattutto vengono modificate le ambientazioni. Dagli scenari artici, ci spostiamo in
un negozio di elettrodomestici nella regione del Veneto. Una squadra
di addette alle pulizie, composta da tre donne, si imbatte in strani
fenomeni elettromagnetici. I televisori, le radio e i telefoni
ammassati sui palchi sembrano vivere di vita autonoma, ripetendo i medesimi video, le medesime canzoni e le medesime
frequenze in un loop che non conosce sosta. Impossibile cambiare
canale, impossibile persino spegnere gli strumenti. È l'inizio di
una non meglio specificata invasione aliena (così l'ho interpretata io) che corre sulle frequenze
elettromagnetiche riproducendo tutto, corpi compresi.
Corà
combina La
Cosa a
Cell
di
Stephen King e lo fa con grande competenza ed equilibrio, riuscendo
anche a intavolare un retrogusto di critica al consumismo imperante che proprio dagli anni ottanta ha preso piede (dipendenza dalle
televisioni, impatto manipolativo e truffaldino delle pubblicità, senso di effimera sicurezza riposto nell'essere al passo delle presunte innovazioni tecnologiche).
Non manca l'ambiguo finale dove non si capisce più chi sia il vero
umano e chi sia il doppio artificioso, così come è martellante
l'ironia (da sottolineare l'omaggio a Wanna Marchi) con la canzone
Who's
that Girl di
Madonna che fa da pendant
con
la comparsa dal nulla di soggetti di cui le protagoniste si chiedono
l'identità e la provenienza. Lodevole l'ottima atmosfera vintage
ricostruita con i rimandi a oggetti tipici del periodo, quali fax,
forni microonde e persino la “mitica” console Sega (presumo Master System) che costa
150.000 lire. Ma quanto è bella e utile la tecnologia... anzi, no...
ci abbiamo ripensato, viste le conseguenze!
Altro
autore in vena di burle è Massimo Cerrotta, classe '92, che riesce a
rendere spassoso un racconto ultra derivativo, esaltato da dialoghi
in napoletano assai divertenti. Avete mai pensato di trovare Topo
Gigio in
versione horror in un racconto? No, immagino... Dovrete ricredervi, ve lo assicuro.
Con Topovidio, Cerrotta riporta in vita il celebre pupazzetto della
Rai e lo fa, cosa che gli ha portato fortuna (vista la provenienza),
nel giorno in cui il Napoli conquistò il suo primo scudetto, con tanto di cori in omaggio a Diego Armando Maradona. Un
collezionista, da qui il titolo Collezionisti
si Muore (omaggio
non so quanto volontario al titolo poliziottesco “Uomini
si Nasce, Poliziotti si Muore”
di Ruggero Deodato, ricordato dal poster di Cannibal
Holocaust
presente nel racconto di Crescizz), recupera da uno strano
faccendiere un bambolotto da collezione con cui infoltire la sua
larga schiera di bambole. Cerrotta sembra, inizialmente, strizzare
l'occhiolino ad Annabelle con una stanza in cui gli oggetti della collezione sono raccolti in una mega teca,
salvo poi virare dalle parti di Chucky
La Bambola Assassina
e The
Banana Splits Movie (da dove arriva l'idea del bambolotto un tempo utilizzato in tv per divertire i bambini).
Risultato centrato, con il topolino che metterà soqquadro la casa
del collezionista, prendendosela con il suo acquirente e col gatto, ma soprattutto
sfottendo in continuazione chiunque trovi. A parte i dialoghi, nessuna originalità
e nessun contenuto di fondo, eppure dannatamente divertente (forse il più divertente dell'antologia).
Il
racconto che ricostruisce meglio l'epoca oggetto di esame è
probabilmente Carovana
Notturna di
Germano “Hell” Greco che, occhieggiando a Ragazzi
Perduti di
Joel Schumacher, delinea un periodo molto più spontaneo e sognante
dell'attuale, in cui gli adolescenti si recano al luna-park per
pomiciare o divertirsi (oggi chi ci va più, a parte gli infanti?). Lo spettro della nube nucleare di Chernobyl (citata anche
da Cavaletto), l'incubo AIDS, i preconcetti e il look punkettone
fungono da corredo a un racconto che miscela giallo (scomparsa di una
ragazza), azione e orrore. Bello l'epilogo in cui l'evasione verso un
futuro di dannazione è preferita a una realtà che minaccia orrori
ben più profondi. Tra le sottotracce vi è il tema
dell'omosessualità (qui in salsa lesbica) e il clima di sospetto
delle “vecchie” generazioni verso quell'onda di perdizione
rappresentata da hard-rock, eroina e sesso, insomma il famoso sex,
drugs & rock 'n roll, a prescindere poi da un effettivo ricorso (bastano le frequentazioni o il look).
Sulla
stessa lunghezza d'onda, ma meno riuscito, si muove Flavio Dionigi
con M.
Scatola Infernale,
un
vero e proprio cocktail (non certo d'amore, giusto per fare il verso ai revival del periodo) di omaggi anni '80,
partendo da Colpo
Grosso e Umberto
Smaila, proseguendo per le sale giochi (leggendarie negli anni '80 e oggi scomparse),
Michael Jackson e il suo moonwalk e ancora Christine
La Macchina Infernale, Carrie e
Videodrome.
Non manca la sottotraccia della ricerca dell'identità sessuale del protagonista,
sopraffatto da un clima di repressione, sia casalinga che esterna,
che gli impedisce di riconoscere i suoi orientamenti. Ci
penserà la televisione, in un ribaltamento situazionale, a
esorcizzare il vero inferno, quello sociale, per ripristinare il
paradiso, quello fantastico.
Alti
e bassi dalle parti di Masa, che piace moltissimo per alcune
soluzioni fumettistiche e meno per altre, a partire dal lessico
infarcito di parolacce (problema mio, ci mancherebbe). Il suo Il
Senza Volto è
un loop diabolico che omaggia Nightmare,
sebbene l'autore personalizzi il villain di turno.
Costruito su un duplice binario: da una parte l'abusatissima prova di
coraggio consistente nel passare una notte all'interno di una casa
maledetta, dall'altra un incubo ricorrente che, ogni volta, presenta
qualche elemento in più e si chiude con gli artigli del killer che
affondano nella carne (sorta di rimando dantesco delle pene inflitte
all'inferno che si rinnovano in un moto perenne senza lasciare scampo ai dannati, neppure con la quite della morte). Masa scrive in modo
sporco, con largo ricorso alle parolacce, tuttavia riesce a trattare
la tematica dell'incubo attraverso una via che va ben al di là dei risultati ottenuti dai capitoli della saga ideata da Wes Craven. Il Freddy di
Masa è un killer che si dilettava nello scuoiare ragazzini, a cui i
cittadini inferociti hanno distrutto la faccia sparandogli fucilate
in pieno volto. Ritornato in vita, perché (come insegnano Halloween e lo stesso Nightmare) il male non muore mai,
assorbe nel suo volto le vittime facendole piombare in un vero e
proprio buco nero per l'eternità. Un epilogo dunque molto
qualitativo, costruito su un soggetto stereotipato, che conferisce
valore al racconto. Una caratteristica, quest'ultima, che manca al
similare Ego
Sum della
giovanissima (classe '96) e grandguignolesca Michela Mosca. Ancora
una volta abbiamo adolescenti, super arrapati, alle prese con le
prove di coraggio che pensano “male” di passare una notte
all'interno di una casa infestata dove, puntualmente, si concretizza il pericolo supposto. Più letterario del racconto di
Masa (che invece sposa il registro cinematografico), Ego
Sum guarda
a Lovecraft, con omaggi a The
Rats in the Wall o
Pickman's
Model,
ma anche al “moderno” The
Nun (2018) con tanto di suora indemoniata che rimanda al Valek pronto, tra qualche mese, a tornare al cinema.
Niente di originale, ma narrato con un certo piglio e un buon gusto
per la tensione. Il talento della scrittrice c'è, questo è indubbio.
Piuttosto
convenzionali e in parte simili sono gli altri due racconti che ci restano
da analizzare, peraltro tra i meno calati nell'atmosfera anni '80.
Argento
Cabesano
è un classico racconto sui licantropi che ha la particolarità di
avere un'ambientazione veneta. Un lavoratore, a bordo di un autocarro
Fiat, si sperde in un sentiero boscoso dove rimane coinvolto in un sinistro. Qualcosa, forse un animale, ha d'improvviso attraversato
la strada impedendogli di evitare l'incidente. Uscito fuori
dall'auto, il giovane si accorge di aver messo sotto un ragazzo
completamente nudo. Disperato e intenzionato a darsi alla fuga per sottrarsi da ogni responsabilità, non
sa ancora in che pasticcio ben più grande si sia cacciato. Il paese infatti sembra
esser popolato da due categorie di abitanti: gli umani da una parte e
dall'altra... i licantropi. Un classico che, oltre a omaggiare
L'Ululato
di
Joe Dante, richiama un intero genere, facendo propri tutti (o quasi) gli
stereotipi del caso (mancano le pallottole d'argento). Lo firma il
bravo Decimo Tagliapietra che sembra, tra gli altri, fare il verso a
Lisa Morton e al racconto Messo
alla Prova (lo
trovate nell'antologia I
Figli del Buio della
Independent Legions).
Nebbia
in Val Padana di
Paolo Prevedoni (il titolo fa venire in mente Cochi & Renato), a parte la mitica Alfa Sud su cui si muove il
protagonista, sembra un racconto revival degli anni '40.
La storia propone un vero e proprio loop
che
torna a ripetersi ogni anno in una sperduta località della Val
Padana, dove partigiani e nazisti tornano a incrociare le armi. Il racconto ha in comune con Argento
Cabesano l'idea
dei villeggianti che si trincerano in un'osteria, attendendo un
nemico esterno. Se Tagliapietra ricorre ai licantropi, Prevedoni
chiama all'appello gli zombi, con un occhio, più che a Fog
di
Carpenter (presenza della nebbia che avvolge l'orda infernale), alla
saga zombi di Amando de Ossorio e soprattutto a Shock
Waves – L'Occhio nel Triangolo (1977)
di Ken Wiederhorn, sfumando il tutto nella sostanza dei fantasmi. Più azione grandguignol che horror, con l'apice
costituito dalla comparsa di Mussolini (LVI). Non mi è piaciuta
l'insistenza stilistica dell'autore nel suo narrare con soluzioni che
rimandano più alla stesura di una sceneggiatura piuttosto che di un
racconto. Prevedoni scrive spesso frasi come: "Tizio si volse e vide
questo:" dando poi seguito alla descrizione.
CONCLUSIONI
Notte
Horror 80
è un vero e proprio dono, peraltro in vendita a prezzo economico (16
euro), agli appassionati del cinema horror degli anni ottanta. Ottimo
il lavoro di Sartirana nella selezione. I racconti, qualcuno con
qualche concessione, sono tutti promossi, con almeno la metà di
ottima qualità. Vale sicuramente l'acquisto e piacerà agli
appassionati di quell'horror alla Stephen King prima maniera (quello
di A
Volte Ritornano).
Successo commerciale e popolare (piuttosto che "intellettualoide" o sperimentale). Si farà valere al Premio
Italia prossimo
venturo, ne siamo certi, così come siamo pronti a scommettere sull'uscita di un
secondo volume: il materiale non manca...