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giovedì 9 gennaio 2025

Recensione Narrativa: SUSSURRI di Dean R. Koontz


Autore: Dean R. Koontz. 
Titolo originale: Whispers.
Anno: 1980. 
Genere: Thriller. 
Editore: Bompiani (1992). 
Pagine: 555. 
Prezzo: Fuori catalogo.
 
Commento a cura di Matteo Mancini.  

Vero e proprio spartiacque nella produzione di Dean R. Koontz (per approfondimenti sulla carriera rinvio a quanto scritto a questo link http://giurista81.blogspot.com/2024/08/recensione-narrativa-spedizione-verso.html), all'epoca già molto attivo (oltre venti romanzi alle spalle), soprattutto nel campo della fantascienza. Con Whispers lo scrittore americano compie il salto di qualità, iniziando a sperimentare quello che diventerà il suo campo di elezione ovvero il thriller violento contaminato dal soprannaturale (in realtà in precedenza già trattato da romanzi quali The Face of Fear, Night Chills e The Vision, da noi proposti con i titoli “Il Volto della Paura”, “Quando Scendono le Tenebre” e “Visioni di Morte”). Il successo è immediato e suggerisce all'autore la via da battere per diventare uno degli autori dark più acquistati negli anni '80 e '90. Sebbene non esente da difetti, Whispers riesce a vendere qualcosa come 20 milioni di copie, un livello precedentemente mai toccato dall'autore. Koontz concepisce il soggetto contravvenendo alle richieste dell'editore. Struttura un thriller fortemente contaminato da altri generi, quali il romance, l'horror, il poliziesco e persino un erotico che sconfina nel pornografico (viste le voci secondo le quali, sotto pseudonimo, Koontz avrebbe scritto una ventina di storie pornografiche, non c'è da sorprendersi). Cinquecento pagine abbondanti che, inizialmente, fanno storcere la bocca all'editore che suggerisce di operare tagli in favore di un ridimensionamento che, tutto sommato, avrebbe fatto bene a una storia assai dispersiva ed eccessivamente prolissa nelle caratterizzazioni (sia ambientali che dei personaggi). Koontz resiste alle pressioni e il pubblico, nonostante tutto, ne premia la caparbietà. Eppure di nuovo c'è davvero poco. Il romanzo, infatti, nasce sulle ceneri del precedente Funhouse (“Il Tunnel dell'Orrore”, qua trovate la mia recensione: http://giurista81.blogspot.com/2024/08/recensione-narrativa-il-tunnel.html) che Koontz, sotto pseudonimo, aveva scritto accettando un'offerta della Universal per il lancio dell'omonimo film diretto da Tobe Hooper. Le due opere hanno un DNA costituito dai medesimi ingredienti, sebbene qua il tutto venga messo al servizio di un prodotto con la struttura di un mainstream narrato con estremo coraggio e una certa predilezione per momenti che oggi definiremmo hardcore (indimenticabile un omicidio brutale e truce preceduto da uno stupro proposto senza filtri). Torna l'idea del serial killer dominato da impulsi sessuali repressi, per effetto del lavoro “mentale” prodotto di una madre castrante e mentalmente instabile (viene un po' in mente la vicenda di Edmund Kemper III). Il cattivo di Koontz è ancora una volta un energumeno muscoloso, a cui piace usare armi bianche e percepire nelle proprie vene la convinzione di avere il controllo sull'altro. Il killer si comporta alla stregua di una bestia sessualmente vorace (le descrizioni degli stupri sono tra le più viscide e brutali che mi sia capitato di leggere) e uccide per portare a termine una delirante sete di vendetta messa in atto per interposta persona (uccide serialmente e continuativamente la madre). Come il villain di Funhouse, il pazzo di turno è convinto di essere un mostro, addirittura il figlio del demonio (riesce difficile immaginarlo quale uomo di successo capace di intrattenere rapporti interpersonali di un certo tipo). In realtà è solo il prodotto di un'infanzia infelice, fatta di soprusi e di un bombardamento psichico che ne ha plasmato una mentalità paranoica e complessata. Torna altresì, quale elemento che funge da spinta allo sviluppo della storia, il movente della vendetta per interposta persona.

Whispers è dunque un ulteriore romanzo in cui, sotto diversa forma, fanno la comparsa i demoni dell'infanzia di Koontz. Lo scrittore rivive, sotto la metafora narrativa, l'inferno di un'infanzia vissuta in una famiglia altamente problematica. È in questo humus che si sviluppa la storia, guardando ai due possibili canali di sbocco del futuro uomo allora bambino: da una parte abbiamo la follia e la perversione quali demoni da cui non si è stati esorcizzati, mentre dall'altra abbiamo la possibilità di sottrarsi all'inferno e di ricostruirsi una vita felice e di successo all'insegna della creatività. La protagonista, infatti, ha avuto un passato non troppo dissimile a quello del villain ma, a differenza di questo, è riuscita a vincere e a diventare una sceneggiatrice di successo. Koontz, in tutta probabilità, si riconosce in questo personaggio femminile e gioca sulle due facce della medaglia plasmate da un'infanzia infelice e problematica. Sembra quasi chiedersi cosa sarebbe successo, nella sua vita, se non fosse riuscito a farcela: sarebbe forse diventato un assassino? Per sua fortuna (e delle eventuali e sventurate vittime) si è limitato a uccidere e a violentare sulla carta...

Da un punto di vista formale, il romanzo è scritto in modo fluido, eppure soffre di cali di ritmo e di una ripetitività che appesantisce la lettura. Koontz si diletta nel cambiare di continuo di registro, alternandosi tra poliziesco (ben scritto), romance (palloso) e horror (ipotetico) salvo poi ritornare sul thriller vero e proprio. Intere parti del romanzo, pur se narrativamente interessanti (bellissima quella della cattura dello spacciatore in preda delle allucinazioni), sono del tutto superflue e inutili, sortendo il solo effetto di allungare il testo. Koontz introduce personaggi irrilevanti rispetto alla trama (il libraio satanista o i testimoni legati alle vicende dello spacciatore, a esempio), uomini e donne che entrano in scena e poi spariscono senza lasciare traccia. Da questo punto di vista, è del tutto superflua tutta la parte in cui il co-protagonista lavora con un poliziotto turbato per il fallimento della propria vita coniugale. Koontz spende pagine e pagine per delineare questo personaggio (gli trova addirittura una compagna), salvo poi toglierlo di scena senza che incida sulla vicenda. La sensazione è che lo scrittore cerchi, per tale via, un realismo che sovente non è presente nei romanzi. In altre parole, non massimizza il tutto in funzione della storia, ma lascia che i vari personaggi vivano come se non sapesse dove la storia lo andrà a condurre. Ne viene fuori un romanzo che somiglia, per certi versi, a un libro game. La storia, a ogni pagina, potrebbe prendere una via diversa rispetto a quella definitiva e pertanto tutti i personaggi sono potenzialmente importanti e presentati accuratamente. È proprio questo l'aspetto più rilevante del testo. Si ha la sensazione che ogni cosa possa decollare, mutare di forma e di punto di vista, andando a ipotizzare persino una direzione fantastica. A un certo punto si suggerisce che in azione vi sia un morto vivente, un qualcosa in stile Michael Myers che torna a funestare la protagonista nonostante sia stato ucciso dalla stessa. Il sopranaturale fa capolino a metà romanzo – come in Funhouse – guardando al satanismo e all'idea di un figlio generato dal demonio. Purtroppo tutto resta infondato e converge verso un epilogo razionale decisamente cinematografico e altamente drammatico tanto che, nel 1990, Douglas Jackson dirigerà un poco fortunato adattamento per il grande schermo.

Ne esce fuori un romanzo che divide, tra chi lo reputa uno dei migliori prodotti dell'autore e chi, come il sottoscritto, ne ravvisa i tanti difetti. Tra questi vi sono, di certo, gli inneschi. Senza fare spoiler e senza parlare dei colpi di scena sulla natura del killer, non si può non evidenziare l'atteggiamento poco realistico della polizia. Eloquente l'interrogatorio che viene condotto ai danni di una vittima di stupro. Koontz sembra voler portare a galla la propria sfiducia verso le istituzioni. La vittima, in luogo dell'accusato, diviene la persona da sottoporre a indagini, col risultato di lasciare campo aperto al vero responsabile del misfatto. Non vi è alcuna sensibilità o empatia verso la persona offesa dal reato. Si accusa una potenziale vittima di stupro di essersi inventata tutto per ragioni di pubblicità e la si lascia, sprovvista protezioni, in balia di un pazzo scatenato che, senza alcun controllo e nel giro di poche ore, torna sulla scena del delitto per terminare il proprio lavoro. Uno sceriffo, chiamato a verificare la presenza a casa dell'uomo indicato quale autore di uno stupro, con leggerezza si limita a fare una mera verifica telefonica fornendo l'alibi all'accusato. Un'altra cosa che lascia perplessi sono i tanti momenti morti, come l'assurda storia d'amore tra una sceneggiatrice/regista di Hollywood e un poliziotto dell'antidroga (colpo di fulmine tra due soggetti molto diversi e difficilmente compatibili nella realtà) che non perde occasione per intrattenere una relazione amorosa con un'indagata di omicidio. Koontz non lesina nel proporre scene di amore anche spinte e pornografiche, persino tra questi due personaggi. Insomma, abbiamo approfondimenti interessanti di matrice psicologica alternati a banalità relative all'atteggiamento dei poliziotti, oltre a una certa insistenza sulle scene sessuali anche quando queste non interessano il folle di turno. Non manca il didascalico “spiegone” finale che, di certo, non fa impazzire. Stephen King resta altra roba, anche se qua, in un certo senso, Koontz anticipa tematiche che lo scrittore del Maine proporrà in modo assai più fantasioso per The Dark Half e Secret Window, Secret Garden.

Spicca infine una critica, non poi tanto velata, verso una facoltosa borghesia che, dietro la facciata di rispettabilità e di riconoscimento sociale, cela un'abietta perversione che arriva a ricomprendere oscenità quali l'incesto e l'omicidio, producendo “mostri” che il potere e il denaro non riusciranno a disinnescare.

Al di là di tutto, resta un romanzo fondamentale per lo studio della carriera di Dean Koontz. In Italia fu proposto con un ritardo di dieci anni rispetto all'uscita americana.

 


Poche persone hanno il coraggio di usare il coltello contro un altro essere vivente. Più di ogni altra arma, evidenzia la delicatezza della carne, la terribile fragilità della vita umana; nel momento in cui distrugge, l'assassino vede fin troppo chiaramente la natura della sua stessa mortalità. Una pistola, una dose di veleno, una bomba, un oggetto smussato, una corda possono essere utilizzati in modo relativamente pulito e spesso anche a distanza. Ma l'uomo con il coltello deve essere preparato a sporcarsi e deve essere vicino alla vittima, così vicino da avvertire il calore sprigionato dalle ferite da lui stesso provocate. Ci vuole un certo coraggio, o una certa follia, per squarciare un'altra persona e non provare repulsione di fronte al sangue caldo che scorre sulla propria mano.

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