Anno: 2018.
Genere: Horror.
Editore: Cut-Up (2019).
Pagine: 338.
Prezzo: 18,90 euro.
Commento a cura di Matteo Mancini.
Ennesima antologia che viene analizzata su queste pagine. Come è facilmente intuibile, amo questa tipologia di volumi, sebbene non sempre – come in questo caso – ne esca impressionato. Shivers, uscita negli States col titolo Shivers VIII, è una raccolta di ventitré racconti (ventisette nella versione originale) selezionati nel 2018 da Richard Chizmar, coautore di Stephen King di una serie di romanzi facenti parte della mini-saga Gwendy, e acclamato antologista d'oltreoceano nel campo del fantastico e del terrore. L'antologia fa parte di un progetto avviato nel 2002 che è finito sotto la luce dei riflettori ai Bram Stoker Awards, avendo ottenuto due nomination per la migliore antologia dell'anno nel 2002 (Shivers) e nel 2004 (Shivers III) senza poi riuscire a ripetersi e subendo il lavoro di altri colleghi di Chizmar (Ellen Datlow, su tutti).
La Cut-Up decide di importare l'ottava edizione, quando forse sarebbe stato opportuno valutare la possibilità di realizzare un the best of della serie (sempre se fosse stato possibile acquisire i diritti dei singoli racconti, soluzione certamente più complicata e onerosa), per la sola presenza di un inedito di Stephen King. Il volume infatti si apre con Squad D, una riscoperta risalente alla fine degli anni '70 mai finita in nessuna altra antologia. La scelta è dunque puramente commerciale e non c'è – almeno sulla carta – da dare torno all'editore visto che il solo nome di King dovrebbe garantire il successo di un libro. I completisti del Maestro del Maine infatti dovranno per forza comprare questo volume per poter leggere il racconto, dal momento che lo stesso non è stato incluso neppure nella recente You Like It Darker (2024). Ecco che Shivers ripercorre il cammino della precedente antologia Shining in The Dark (http://giurista81.blogspot.com/2023/12/recensione-narrativa-shining-in-dark.html), edita l'anno prima dalle Independent Legions sempre con un racconto di King ripescato dal passato.
Dunque
un bel biglietto di presentazione, col nome STEPHEN KING che
campeggia in alto in copertina. A differenza però di Shining
in the Dark i
nomi degli altri scrittori alimentano subito nei lettori medi la sensazione di trovarsi
su un livello inferiore. Certo, ci sono nomi importanti, quali
Richard C. Matheson, Laird Barron, il saggista Bev Vincent (Stephen
King – La Guida Definitiva al Re),
Jack Ketchum, la vecchia conoscenza “Urania” David Gerrold (qua
la nostra recensione di un suo vecchio romanzo
http://giurista81.blogspot.com/2017/03/recensioni-narrativa-superbestia-di.html),
Bentley Little (vincitore del Bram
Stoker Awards
nel 1990 e definito “un
discepolo di King”)
e molti altri scrittori non conosciutissimi in Italia ma
pluripremiati negli States.
Molte aspettative comunque, purtroppo disattese nel complesso e anche dai singoli racconti. Non ci sono dei capolavori all'interno di questa raccolta, bensì un livello sufficiente, senza capacità di modificare la storia del genere. L'orrore selezionato da Chizmar è un orrore che tende ad ancorarsi al quotidiano, tanto che in diverse storie compare nelle ultime pagine apparendo persino superfluo e fuori luogo, inserito giusto per trasformare nel genere fantastico un racconto che in realtà verte sul dramma sociale e che si sarebbe potuto mantenere tranquillamente in quel contesto (Alan Peter Ryan, Adam-Troy Castro, Darrell Speegle, Bruce McAllister, Kealan P. Burke, Bentley Little, Jack Dann e Laird Barron). Dimenticate pertanto il weird, ma anche l'extreme horror. Chizmar si assesta sul mainstream horror, ma lo fa selezionando racconti che non hanno la forza di imporsi nel lungo periodo. Certo, ci sono storie più riuscite di altre, ma se pensiamo che un racconto come Squad D, di fatto non considerato neppure dal suo autore che non l'ha mai preso in considerazione per raccoglierlo nelle sue antologie, brilla tra i migliori del lotto, si può già ben intuire come il volume, forse, non sia poi così riuscito. È pur vero che il livello non scende mai sotto l'indecenza, nonostante una traduzione che non convince del tutto, ma quando si vedono certi nomi non si può che confidare in un volume capace di fare la differenza se raffrontato con raccolte di fan, dilettanti o appassionati che – vi assicuro – non sono peggiori di questa (in altre parole, a mio modesto avviso, gli sono superiori).
A tenere a livello di guardia il tutto ci sono, oltre King, Richard C. Matheson, Daniel Braum (che non ha neppure una pagina wikipedia), Darrell Speegle (anche per lui nessuna pagina wikipedia) e in parte Ray Garton. Naufragano invece "luminari" del calibro di Laird Barron, Jack Ketchum e David Gerrold con storie confuse, frettolose o comunque non lineari nella struttura o deformanti nella caraterizzazione dei personaggi. Gli altri testi sono, per lo più, racconti drammatici (alcuni anche validi) o riproposizioni di soggetti triti e ritriti tra zombie, fantasmi, vampiri, baubau e soprammobili maledetti. Insomma, deludente. Vediamo ora la recensione nel dettaglio.
LA RECENSIONE DETTAGLIATA
Ventitré racconti non sono certo pochi, eppure nessuno può considerarsi un vero e proprio capolavoro. L'opinione, peraltro, sembra condivisa da molti lettori (controllate pure su godreads). Manca, o comunque non la si ricerca, la volontà di essere originali o comunque di provare a meravigliare il lettore.
Salvo giusto una mezza dozzina di racconti (non che gli altri siano ciofeche), alcuni dei quali – a mio modo di vedere – rovinati da finali posticci forzati per rendere horror o fantastiche storie che in realtà sono drammatiche. Il racconto più interessante, probabilmente, è quello di Richard C. Matheson, nome che non ha bisogno di presentazioni (non solo per essere l'erede di una delle più importanti firme dell'orrore della seconda metà del novecento). Il suo Transfiguration (Trasfigurazione) è un contorto delirio di un camionista serial killer che si è convinto di essere un angelo e se ne va in giro a seppellire cadaveri lungo le strade ghiacciate dell'Alaska, finché non si rende conto della sua reale natura. Domina il contesto scenografico e vi sono molti momenti affascinanti tra ghiacci che si sciolgono e strade che franano nell'oceano. Tuttavia, come la maggior parte delle storie di Shivers, è una storia drammatica mascherata da horror.
Un altro racconto che gioca con le location è il thriller soprannaturale Above the Buried City (Sopra la Città Sepolta) di Daniel Braum, che mi ha un po' ricordato (pur essendo inferiore) Lo Scorticato di Max Dave (autore Carlo Belli) della serie anni '60 I Racconti di Dracula. Gli ingredienti sono pressoché gli stessi. Un ladro di reperti maya finisce in arresto e muore misteriosamente in carcere. Si tratta però di una morte apparente, poiché il cadavere sparisce e ricompare in un museo dove viene immortalato dalle telecamere di sicurezza. Seguito fino in Messico da un poliziotto statunitense, il ladro si rifugia nel cuore della giungla Messicana ai piedi di una piramide Maya. Finale all'insegna dell'ossessione per uno dei pochi racconti soprannaturali dell'antologia. Daniel Braum si rivela, pertanto, una delle sorprese del gruppo.
Squad D (Squadra D) di Stephen King sceglie la via della metafora fantastica per perseverare sul versante drammatico, seppur amalgamando il tutto a mestiere ed evitando finali posticci. Una foto di una squadra di giovani militari americani periti in una medesima azione in Vietnam subisce, a distanza di anni, un'inattesa modifica: tra i nove militari compare d'un tratto un decimo ragazzo. Il padre di uno dei militari deceduti decide di contattare l'autore dello scatto: l'unico giovane superstite della missione. Scopre così che il poveretto non ha retto allo stress e, colmo di sensi di colpa, si è suicidato il giorno prima della strana comparsa nella foto. Il decimo ragazzo che si vede è proprio il giovane che si è appena suicidato. Racconto quadrato, di certo tra i migliori dell'antologia.
Molto interessante, seppur estremamente allusivo, è Open Wound (Ferita Aperta) di Darrell Speegle. Testo volutamente confusionario, che riprende lo stato di alterazione psichica del protagonista, un uomo con una lunga cicatrice in faccia che non riesce a ricordare il passato. Il lettore intuisce tra le righe. Una setta, dedita al sadismo, muove i fili dietro le quinte e induce i suoi adepti a comportamenti estremi. Epilogo al cardiopalma, tra azione e follia. Discreto, ma più thriller/action che horror pur se impreziosito da qualche omaggio barkeriano.
Sulla stessa lunghezza d'onda si muove, l'ancora più tragico, The Hour in Between (L'Ora in Mezzo) di Castro, in cui va in scena un uxoricidio seguito dal suicidio dell'assassino. Storia triste, che trasuda depressione da ogni poro. La drammaticità accompagna l'intera minuziosa narrazione dei fatti e dei preparativi al suicidio salvo, nell'ultima pagina, prendere toni beffardi e ironici, con gli stanchi usi coniugali che si ripropongono post-mortem. I due racconti sembrano, in altre parole, adattati al formato horror senza essere nati con tale proposito. Sono racconti drammatici che cercano un colpo finale, a mio avviso, fuori luogo e di cattivo gusto, con vizi e abitudini della vita che si rinnovano post mortem. Allo stesso modo ha lavorato il prolifico Jack Dann (è un vincitore di Nebula Award) con The Carbon Dreamer (Il Sognatore di Carbonio), forse la storia più elaborata dell'antologia (30 pagine) che, per gradi e con una lavoro di ricostruzione da parte della ragione, riporta a galla, per mano del protagonista, lo stupro rigettato dall'Io cosciente e perpetrato dallo stesso protagonista, cioè un vecchio insegnate di musica invaghito di una ragazzina sua allieva. Anche qua il finale rovina un testo onirico molto ben gestito.
Si
perde per strada Autophagy
(Autofagia)
di Ray Garton che parte alla grande ma si rivela inconcludente.
Ambientazione distopica che rievoca la parte centrale del romanzo
1984
di
George Orwell, in un futuro in cui l'aborto e gli amori clandestini
sono considerati reato. Due amanti decidono di sfidare le norme, ma
qualcosa di allarmante mina le loro esistenze. Nel defecare
estromettano esseri misteriosi che si radunano nei muri in attesa di
qualcosa... Racconto metaforico, in parte folle, eppure ben costruito, che lascia un po' con
l'amaro in bocca al suo epilogo. La sensazione è che Garton lo abbia
reso troppo criptico. A cavallo tra sci-fi e horror, con qualche
eco de I
Ratti nel Muro di
Lovecraft.
Questo, a mio avviso, il meglio. Per il resto ci si assesta su prove che, nei casi migliori, non aggiungono niente, ma riescono a intrattenere. È il caso di The Blue Cat (Il Gatto Blu), classico racconto che propone un soprammobile (felino) maledetto in grado di animarsi e di uccidere i gatti della padrona di casa. Niente di nuovo al fronte, ma ben gestito. Carino il finale. Lo stesso lo possiamo dire di The Dungeon of Count Verlock di Norman Prentiss che prova a riscrivere le coordinate di Dracula. Un racconto che riprende sia l'eccitazione del vampiro nel vedere che la sua ospite (qua una ragazza) è ferita sia la sua promessa di dare sollievo intervenendo direttamente sulle ferite, ma anche i richiami sessuali di cui è vittima Lucy (la dama a cui Mina Harker faceva compagnia) e l'idea che il vampiro debba essere invitato a entrare nelle abitazioni (qua si ribalta il concetto con la protagonista che chiede di poter esser ricevuta). Una costruzione interessante, cadenzata da illusioni ottiche e da una tensione montante che scema in un finale che strizza l'occhiolino al cosiddetto women in prison, con la protagonista che passa da una prigione protettiva impostale dal fidanzato a una prigione imposta dall'amante (il vampiro). L'arrivo della polizia infine distrugge il climax. Tra alti e bassi.
Gode di una buona costruzione il deprimente Hoarder (Accumulatore) di Kealan P. Burke, che propone due personaggi perdenti (un'accumulatrice seriale e un rappresentante di detersivi) che dialogano all'interno di un appartamento sommerso dall'immondizia. Finale horror, dal retrogusto metaforico, posticcio. Abile gestione dei dialoghi, ma soggetto debole. Altresì debole e inflazionato è il soggetto di The Shrieking Woman (La Donna Urlante) di Bev Vincent, incentrato sul tema dei manicomi e sui relativi sotterranei dove persistono a muoversi i fantasmi dei ricoverati deceduti. Buona atmosfera, nulla più.
Always and Forever (Sempre e per Sempre) è una storia di zombie, scritta nella forma di un diario, che Greg Kishbaugh scandisce con buon piglio fino all'epilogo. Prevedibile nello sviluppo, non riesce a proporre niente di innovativo. Coinvolge nella lettura, ma è modesto. Così come non spicca Mama's Sleeping (La Mamma sta Dormendo) di Briam James Freeman, ben narrato ma anche qua con tentativi di colpi di coda già visti (penso a un racconto dell'amico Carmine Cantile o a Il Problema di Darla di Kristofer Rufty). Il tema è ancora il sotto filone zombie intrecciato a quello dell'amore. Se nel caso di Kishbaugh il punto di vista è quello del sopravvissuto (che prova a recuperare lo zombie e gestirlo come un uomo), nel caso di Freeman è quello del morto vivente che si desta per salvare la figlia da un tentativo di stupro.
Il livello cala ancora con racconti incentrati sui ragazzini. In Dearly Beloved (Miei Cari) di Bruce McAllister, si propone il crudele assassinio di una ragazzina provocato in un campo solare da un gruppo di bambini asociali intenti a scavare tunnell nella sabbia. Epilogo grandguignolesco senza grandi colpi di coda. Disagi infantili al centro del più fantastico A House for the we Ones (Una Casa per i più Piccoli), una storia di contrasti familiari sull'incapacità degli adulti (a differenza dei bimbi) di vedere oltre la quotidianità, tra amici immaginari ed effettive creature che vivono in una realtà ulteriore alla nostra.
Ancora ragazzini protagonisti nel modesto, ma ben scritto, Ms Wysle and Licorice Man (La Signorina Wysle e L'Uomo Liquirizia) di Shane Nelson, che punisce il conservatorismo istruttivo rappresentato da una Maestra old style che non intende riconoscere come festa i festeggiamenti di Halloween e che, per questo, pratica un regime educativo retto sulla punizione a carico dei bimbi “ribelli”. Una buona costruzione rovinata da un finale strampalato e tirato via, in cui la fantasia di un ragazzino si materializza nella forma di un ragno antropomorfo personificazione della festa di Halloween.
The Chair (La Sedia) di Bentley Little è la storia di un'ossessione che un ex cacciatore prova per una sedia rinvenuta in uno spiazzo nel bosco. Storia psicanalitica di matrice freudiana che è costantemente sul punto di decollare, ma non lo fa mai. Decolla invece Eyes Like Poisoned Wells (Occhi come Pozzi Avvelenati) di Ian Rogers che propone una prima parte noir molto interessante che involve nell'inverosimile fracassone. Un detective privato, che odia accettare incarichi al servizio di mariti gelosi, finisce nelle grinfie del coniuge di un'ex cliente. Quest'ultimo, intenzionato a vendicarsi, innesca una modalità a dir poco folle e ingiustificata rispetto allo spunto iniziale. In altre parole ricorre ai servigi di una creatura uscita da un'altra dimensione. Simile, per la presenza di uno strano mostro licantropico di natura femminile, è Spice (Come una Spezia) di David Gerrold, di nuovo incentrato su un corpo a corpo tra uomo e mostro. Cambia il punto di vista che passa da quello umano a quello del mostro.
Lucien's Tale (Il Racconto di Lucien) di David Niall Wilson propone l'attività di un restauratore di vecchi libri dedito a usare la pelle dei topi per riparare copertine, finché non pensa di ricorrere alla pelle di qualcosa di più grande.
Delude Laird Barron con il frammentato Gamma, una storia dai risvolti apocalittici costruita su un soggetto deflagrato che salta di palo in frasca per ricollegare il tutto nel finale. Irritante.
Anche Jack Ketchum delude con un raccontino ironico di una pagina: Gorilla in my Room (C'è un Gorilla nella mia Stanza).
CONCLUSIONI
E' una delusione, inutile girarci intorno. Non ci sono molti racconti non meritevoli di essere letti, tuttavia è anche vero che non ci sono grandi opere. Spuntato, si mantiene su livelli generali accettabili, ma ci si diverte poco e si ragiona anche meno. Come canterebbero Morandi, Tozzi e Ruggeri: si può fare di più.
Nessun commento:
Posta un commento