Genere: Horror / Dark Fantasy.
Editore: Bompiani (1990).
Pagine: 446.
Prezzo: Fuori catalogo.
Commento a cura di Matteo Mancini.
Pietra miliare del new horror o, se vogliamo, dell'extreme horror, che fa di Clive Barker, fin da subito, un fenomeno spinto da critica e colleghi di settore che non tardano a presentarlo quale nuovo Stephen King sebbene i due siano molto diversi.
La Bompiani decide di proporre il romanzo, uscito in Inghilterra nel 1988, associandolo a quattro racconti inediti, scritti tre anni prima, che saranno poi riproposti nelle antologie Libri di Sangue 3 (1997) e Monsters (2002). Oltre quattrocentoquaranta pagine per un volume che, non venendo più stampato dal 1994, finirà presto tra gli oggetti di desiderio dei collezionisti.
Cabal esce per la prima volta in Italia nel 1990 (avrà tre sole edizioni), quando nella nostra penisola di Clive Barker sono già uscite le antologie Infernalia ed Ectoplasm, oltre ai romanzi Gioco Dannato e Il Mondo in un Tappeto. È ancora un Barker non particolarmente conosciuto dal pubblico italiano che lo ha apprezzato per due delle sei antologie che comporranno il memorabile ciclo dei “libri di sangue”. Eppure i quattro racconti proposti a corredo di Cabal sono quelli conclusivi della serie. A ingolosire la Bompiani è l'uscita, proprio nel 1990, del film Cabal diretto dallo stesso Clive Barker. Lo scrittore/regista di Liverpool, pur se alle prime armi, è già considerato un maestro del genere, per le sue storie refrattarie a ogni compromesso, estremamente sanguinolente e visionarie ma soprattutto caratterizzate da un malato rapporto sadomaso che tende a sovrapporre il dolore fisico al piacere carnale. Emblema di tutto questo è il film che precede Cabal ovvero Hellraiser (1987), trasposizione cinematografica della novella Hellbound Heart (1986) che in Italia giungerà “solo” nel 1991 col titolo Schiavi dell'Inferno.
In Cabal (in particolar modo nel film) si assiste di nuovo alla predilezione dell'autore verso l'onirismo e un immaginario personalizzato che tende a delineare un vero e proprio pantheon infernale. Più votato al dark fantasy rispetto a Hellraiser, la storia prende le mosse dallo slasher per sviluppare un soggetto intriso di romanticismo (può essere anche letto come una storia d'amore) che guarda ai diversi e ai mostri da una prospettiva alternativa. Un'ottica quest'ultima particolarmente caldeggiata nel periodo (si pensi alla filosofia del nascente Dylan Dog). I veri cattivi non sono i demoni o gli “alieni”, ma coloro che dovrebbero garantire l'aiuto al prossimo (poliziotti e psichiatri). I diversi sono incompresi, individui costretti alla ghettizzazione e infine all'eliminazione fisica defraudati dai diritti come lo possono essere i morti. Barker è brutale nel gestire i suoi personaggi “umani”, delineati alla stregua di serial killer degni di uno slasher di fine anni settanta o di veri e propri redneck sul modello di quelli ammirati nella versione originale di Night of the Living Dead (1968) di George A. Romero (si veda la scena alla stazione di polizia, in cui il protagonista fugge per tornare a Midian inseguito da una folla inferocita). Il soggetto tuttavia è meno originale di quanto potrebbe apparire a un primo esame. Barker si appoggia ai grandi archetipi del genere (la luce che polverizza i notturni, il morso che rende dannati, le metamorfosi corporee da umano a bestia) che mette al servizio delle sue straordinarie doti visionarie. Indimenticabili infatti le scenografie di Midian, la città fantasma che accoglie i diversi e in cui ha sede uno dei cimiteri più affascinanti della narrativa horror che rimanda a racconti come La Città Vampira di Feval. Sono queste le parti del romanzo che spiccano in una storia che, per il resto, fatica a mantenere un adeguato ritmo passando di continuo da slasher a dark fantasy. Al tema soprannaturale, infatti, si associa quello assai meno interessante di un serial killer che si diverte a trucidare il prossimo, calzando una maschera e brandendo una lama.
Meno dettagliato rispetto al film (in cui si svilupperanno i “notturni” in modo da renderli unici e diversi tra loro), sono comunque da sottolineare alcuni personaggi “altri” quali il Baphomet dantesco diviso in più parti che funge da divinità che domina nelle cripte dell'immaginifica necropoli (eccezionalmente resa dal film) e che fungerà da base, decenni dopo, per la delineazione dell'inferno di The Scarlet Gospels. Torna, come per Hellraiser, il tema delle creature altre, i Notturni ovvero la razza della notte (Night Breed). Laddove però i cenobiti sono creature dannate, perverse, legate a un rapporto distorto tra il piacere e il dolore, i Notturni sono i diversi (bambini compresi), sono coloro che non si riconoscono nei canoni della società e che per questo vengono perseguitati da chi avrebbe il compito di capirli e difenderli. Non a caso i veri mostri sono lo psichiatra killer, i poliziotti reazionari e un prete che veste mutandine di pizzo. Non c'è pace per i diversi, neppure se vivono isolati nei sotterranei di una necropoli fuori dal mondo. Devono morire poiché “come può essere sbagliato ammazzare i morti perché se ne restino morti?”
Barker riscrive così le coordinate dell'horror della tradizione, prendendo spunto da licantropi e vampiri (il morso di un Notturno trasforma il contagiato in uno di loro, fornendo una vita ulteriore che, tuttavia, può conoscere la morte definitiva). Esseri che vengono ridotti in cenere dalla luce e che non vedono di buon occhio i religiosi né gli umani. Barker da il meglio di sé nella descrizione di Midian, la città fantasma in cui si trova un fastoso ma decadente cimitero, e nel pirotecnico finale. Non tutto però, a mio avviso, gira bene. I fatti narrati sono ridotti. Al centro della narrazione vi è il tentativo di uno psichiatra folle (nel film interpretato nientemeno che da David Cronenberg, mitico regista di cult quali Videodrome e La Mosca) di addossare i propri omicidi a un capro espiatorio ovvero un paziente ossessionato da strane visioni. Tutto qua, con una metafora che sovrappone i “mostri” ai diversi invertendo il rapporto tra male e bene, con l'intenzione – riuscita – di far apparire per veri mostri i cosiddetti “normali”. L'amore funge da benzina trainante della storia, portando a un epilogo romantico che ribalta il Dracula di Bram Stoker (da cui arriva l'idea del collegamento psichico tra la protagonista femminile e la creatura della notte). Buono, ma non proprio il top dell'autore.
Se Cabal appare, a suo modo, "autoriale" i quattro racconti che lo seguono sono derivativi e, pur se validi e apprezzabili, appaiono alla stregua di sperimentazioni in cui l'autore prova a contaminare con l'horror generi e contesti ambientali molto diversi tra loro.
Il
tema della morte e, più in particolare, delle cripte contenenti
cadaveri torna col più classico The
Life of Death (“La
Vita della Morte”).
Come in Cabal
abbiamo
la fascinazione della protagonista, una donna che ha subito un
delicato intervento all'utero, per le sepolture che si unisce alla
presenza di un serial killer, questa volta “in bianco”
(strangola) rispetto al sanguinoso e macellaio assassino di Cabal.
Racconto meno barkeriano, ma non sprovvisto di fascino, dotato di un
gusto più raffinato. L'idea alla base (un virus
pestilenziale che si libera dai sepolcri) ricorda molto il romanzo
Plague
Pit (“La
Valle degli Appestati”,
1981) uscito in Italia nel 1984 sulla collana Urania. Spettacolare e
densa di fascino la scena in cui la protagonista penetra nella
cripta ricolma di cadaveri. Barker riesce in poche frasi a trasmettere l'angoscia della morte imminente.
Una
strana epidemia falcia un trio di personaggi in How
Spoilers Bleed
(“Il
Sangue dei Predatori”), dove all'horror si accompagna il senso dell'avventura.
Barker sposta la storia in un'inconsueta scenografia amazzonica.
Siamo in Brasile, nel cuore della giungla, dove un terzetto di avidi europei ha acquistato un pezzo di giungla da far fruttare come
miniera petrolifera. Prima di fare affari, però, c'è da scacciare la
popolazione indigena. Classico racconto di denuncia contro la crudeltà del capitalismo che, in nome del progresso e dei soldi, calpesta tradizioni e popoli. Barker guarda allo sterminio dei pellerossa (alcool, malattie, violenza e cecità delle autorità corrotte) e si muove dalle parti di Thinner
(“L'Occhio
del Male”, 1984) di Stephen King uscito proprio l'anno prima della stesura del racconto. Fulcro di tutto è una maledizione
indios scagliata dal vecchio del villaggio, scosso per l'uccisione gratuita di un ragazzino locale. Se nella storia di King il colpito perdeva progressivamente peso, qua si sviluppa una strana e
grandguignolesca malattia che spacca la carne e induce a una
subitanea putrefazione dei tessuti. Notevole la parte all'interno di
un ospedale, così come si rivelano molto curate le ambientazioni
fatiscenti e costantemente battute da umidità e calura. Bello,
seppure impersonale. E' il mio preferito di tutta l'antologia.
Piace
meno Twilight
at the Towers (“Torri
all'Imbrunire”) in cui l'autore tenta di combinare la spy story alla
tradizione horror classica. Licantropi e agenti segreti si muovono
nella Berlino contesa tra occidentali e comunisti. Doppi giochi, spie comuniste, presunte morti e strani disegni che si muovono sotto l'apparenza delle cose per una storia che non riesce a decollare. Buona la parte finale tra nebbie e mutazioni corporee in cui il
gusto per l'orrido non latita a manifestarsi. Meno interessante degli altri racconti.
Si torna sulle coordinate care a Clive Barker con The Last Illusion (“L'Ultima Illusione”), un misto tra un noir e un horror visionario alla Hellraiser che ben rappresenta il talento pittorico dell'autore, ancora una volta interessato al collegamento tra realtà e inferno. Clive Barker utilizzerà lo spunto alla base del racconto per la realizzazione del film, assai più affascinante e strutturato, Lord of Illusions (“Il Signore delle Illusioni”, 1995) che approfondirà l'idea iniziale delineando una trama diversa e di gran lunga più qualitativa. Qui appare per la prima volta il detective Harry D'Amour, che ritroveremo nel romanzo Everville (1994) e soprattutto, contrapposto a Pinhead, in The Scarlet Gospels (“I Vangeli di Sangue”, 2015). Barker lo caratterizza strizzando l'occhiolino all'hard boiled. D'Amour non brilla per doti intellettive (non a caso diviene una sorta di zimbello nelle mani dei vari personaggi); scordatevi un personaggio alla Sherlock Holmes o un detective dell'occulto in stile John Silence. D'Amour non conosce il paranormale, né mostra talenti particolari. È uno squattrinato sensibile al fascino femminile e all'alcool, che accetta casi di bassa manovalanza investigativa. Nonostante quanto vada a dire in giro, è un mediocre. Addirittura è un pessimo tiratore, la sua calibro 38 centra bersagli solo quando lui smette di mirare affidandosi al puro iistinto. È comunque un uomo d'azione, ingaggiato soprattutto da mariti traditi, che ha avuto già a che fare con l'occulto rimanendone, in parte, traumatizzato. Ed è proprio questo il campo d'azione su cui si muove il racconto. Viene ingaggiato da una giovane donna per vegliare la salma del marito, morto in circostanze sospette. Sembrerebbe un lavoretto facile, ma non sarà così. Visioni, allucinazioni e strani personaggi entrano presto nella vicenda che diviene un vero e proprio duello tra il nostro e le forze infernali che intenderebbero sottrarre le spoglie mortali del defunto (un mago che si è preso gioco degli inferi). Barker riprende, da un lato, il tema del patto diabolico di faustiana memoria e, dall'altro, il rapporto tra magia e illusionismo per scrivere un racconto che proietta i demoni infernali (qua addirittura sotto mentite spoglie) nella quotidianità di una New York notturna. Niente di ciò che si vede è reale. “Quando si ha a che fare con gli Abissi, è meglio non credere mai ai propri occhi. Nell'attimo in cui ti fidi di quello che registrano i tuoi sensi, nell'attimo in cui ti convinci che la tigre è davvero una tigre, sei almeno per metà perduto”. Questo il tema principale di una storia ricca di allucinazioni (bella la parte con la tigre o il finale con una vera e propria legione infernale che suono bizzarri strumenti musicali), apparizioni demoniache e soprannaturale. La magia diviene l'arte per distorcere la realtà grazie all'interferenza del maligno. “La magia è un modo per distrarsi dalle questioni importanti. È retorica. Melodramma” poiché “nulla di ciò che il Prince delle Menzogne offre al genere umano può avere valore anche se minimo.”
Nonostante la trama si sviluppi in un arco temporale di poche ore, The Last Illusion è il racconto più memorabile tra le quattro storie selezionate per fare da corredo a Cabal. Harry D'Amour si trova a vivere una notte all'insegna dell'assurdo. Insieme a un bizzarro collaboratore (un demone che ricorda i personaggi dei Visitors per la sua seconda pelle celata sotto le sembianze umane) deve difendere il cadavere di un noto illusionista per evitare che il corpo finisca nelle mani dei demoni. Ne vedrà di tutti i colori.
Eccoci dunque al termine dell'antologia. Il volume della Bompiani è senz'altro un libro da recuperare per tutti i collezionisti, sebbene sia meno potente rispetto ad altre opere di Clive Barker. Solo The Last Illusion e Cabal rappresentanto a pieno l'arte del "nostro" che, per il resto, si destreggia nel genere allontanandosi dai temi classici della sua produzione. Leitmotiv del volume sono il fascino della morte (in quattro storie su cinque è la morte la vera protagonista, persino umanizzata in uno dei racconti), la scomparsa collettiva di un'intera popolazione (i notturni sterminati in Cabal, gli indios contaminati in Il Sangue dei Predatori, i malati isolati nelle cripte in La Vita dela Morte, o i licantropi braccati dagli umani in Torri all'Imbrunire) e la difesa dei diversi destinati comunque a subire i soprusi dei più forti alla fine vincenti (pessimismo di fondo). A ogni modo, consigliato.
"Una tribù perde il suo territorio e con esso se ne va anche il desiderio di continuare a esistere. Smettono di badare a se stessi, le donne non restano più incinte, i giovani si mettono a bere, i vecchi si lasciano morire di fame. Nel giro di un paio di anni qui non ci sarà più nessuno."
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