Autore: William Fryer Harvey.
Titolo Originale: The Beast With Five Fingers and Other Tales.
Anno: 1910-37.
Genere: Antologia Fantastico.
Editore: Edizioni Hypnos, 2017.
Collana: Biblioteca dell'Immaginario
Pagine: 294.
Prezzo: 21,90 euro.
A cura di Matteo Mancini.
Gli amici della Hypnos Edizioni, per la spettacolare collana "La Biblioteca dell'Immaginario", rievocano dall'oblio (dopo i vari O'Brien e Grabinski) i racconti nati dalla penna del sarcastico inglese William Fryer Harvey, autore - dimenticato - in auge nelle prime tre decadi del novecento. Una laurea in medicina, che si riflette anche nei suoi testi in cui medici e infermieri sono spesso protagonisti, seguita da una medaglia al valore conseguita nella prima guerra mondiale fungono da background a uno scrittore capace di conquistare discreto successo in vita, tanto da smuovere l'interesse di Hollywood, ma di non conservarlo post mortem. Presto dimenticato anche in patria, dove però sembra esser stato riproposto negli ultimi dieci anni, non è riuscito a farsi conoscere all'estero, se non limitatamente a un numero di racconti che si contano sulle dita di una mano (mai come in questo caso l'espressione è appropriata). Nella nostra penisola, prima della riproposta dei ragazzi terribili di Andrea Vaccaro, era conosciuto essenzialmente per due racconti: August Heat (1910), giudicato da Isaac Asimov il miglior racconto sul tema precognizioni, e The Beast With Five Fingers (1919), due testi proposti più volte in Italia ma solo a partire dagli anni '90.
Un disinteresse che ha portato questo autore a non esser studiato dai nostri appassionati. Sprovvisto di una pagina persino su wikipedia (italiana), appena citato da Gian Filippo Pizzo, che lo nomina dedicandogli appena tre righe in Guida alla Letteratura Horror, mentre viene del tutto saltato dal francese I Maestri della Letteratura Fantastica, edizioni Edipem, per non parlare dei lavori dei vari Lovecraft e Punter. Premettiamo che la cosa non deve reputarsi uno scandalo. Dalla lettura de La Bestia dalle Cinque Dita e Altri Racconti del Fantastico ne esce il profilo di uno scrittore interessante, ma non al livello dei grandissimi maestri del fantastico.
La Hypnos propone in toto i dodici racconti inclusi nell'antologia The Beast With Five Fingers and Others Tales, aggiungendo quattro ulteriori racconti, tra i più riusciti, della produzione dell'autore. Ne viene fuori un volume gradevole, di pronta lettura, grazie a uno stile piuttosto semplice che non lesina ironia e colpi di scena e che soprattutto lascia al lettore il compito di completare le storie secondo una propria interpretazione. Harvey spiega solo il minimo indispensabile, poiché vuole che sia chi legge a scegliere la via, vuoi paranormale piuttosto che realistica, da intraprendere per sciogliere gli enigmi proposti. Non c'è una soluzione univoca nelle sue storie ed è questo il punto di forza della sua produzione.
Claudio Di Vaio, nella sua ottima post-fazione, spiega, a giusta ragione, che "i brividi che Harvey procura non derivano da alcuno elemento dichiaratamente soprannaturale o ultraterreno: le sue storie ci pongono dinanzi a eventi inspiegabili, che non escludono però una spiegazione puramente razionale qualora si sia disposti ad accoglierla." Dimenticate dunque quel fantastico trascendente o cosmico, così come quel fantastico di impronta esoterica ed ermetica. Harvey è uno scrittore molto ancorato al mondo di tutti i giorni, interessato al crimine e alle psicosi mentali, praticabile dal lettore medio. Da molti ricondotto all'alveo degli specialisti di ghost stories, sulla scia dei famosi Montague Rhodes James e Walter de la Mere, dimostra tuttavia di muoversi anche in altri contesti.
L'orrore di William Fryer Harvey è spesso e volentieri un orrore che nasce dall'interno della condizione umana, talvolta indotto da suggestioni, tal'altra dal concorso di curiose (quanto sinistre) coincidenze. La coincidenza sembra essere una delle fissazioni dell'autore. È lui stesso a scrivere che “in certi stati d'animo niente è così forte come la forza di una coincidenza inaspettata.“ Ed ecco allora materializzarsi un terrore interiore, per un qualcosa che si suppone ma che non sempre è come ce lo prefiguriamo. Ne L'Orologio (The Clock) il protagonista viene incaricato di recuperare un orologio, a carica manuale, lasciato da una nobil donna in una casa chiusa da giorni. Entrato all'interno della magione, il protagonista si accorge che l'orologio, che sarebbe logico pensare fermo, indica l'ora esatta come se fosse stato ricaricato da un paio di ore. L'accertamento getta nello sconforto l'uomo che inizia a sospettare la presenza di fantasmi, cosa che gli viene confermata, una volta lanciatosi nel giardino da una finestra, dal vedere la via di fuga chiusa come se non fosse mai entrato in casa. Chi potrebbe mai aver chiuso la finestra? Un fantasma... o piuttosto il vento? Difficile dire... Terrore dunque allusivo che lascia pensare una soluzione paranormale ma anche no, un bizzarro gioco della suggestione. Del resto “la paura è sempre più forte quando la si fugge“ ci dice Harvey. Sulla stessa falsa riga, ma più votato al mystery, è Il Cuore del Fuoco (The Heart of Fire), in cui il titolare di una bettola si convince, per via di un'iscrizione incisa all'interno del caminetto, che le fortune della famiglia termineranno quando si spegnerà il fuoco. Così lo scopo dell'uomo è far si che la fiamma persista a danzare all'interno dello spazio deputato. Una fissazione che porterà l'uomo a comunicare col fuoco, fino a commettere un omicidio che nessuno scoprirà mai ma che persisterà, nel rimorso, a consumare dall'interno l'animo, concedendo in cambio fortune e successi. Dunque un orrore, se vogliamo, più criminologico che fantastico. Situazione similare, ma gestita molto meglio, nel racconto che apre l'antologia ovvero Lo Strumento (The Tool). Protagonista, questa volta, è un vacanziere che decide di scaricare le tensioni del lavoro annuale, attraverso una serie di passeggiate nel bosco. Improvvisamente però la banalità quotidiana viene funestata da due imprevisti: la scoperta del cadavere di un marinaio in mezzo al bosco e l'inspiegabile perdita di memoria (si rende conto di aver rimosso il ricordo di alcuni giorni). Harvey propone qua, in chiave fantastica (ma lo è davvero fantastica o piuttosto è una via per prendere le distanze da un orrore puramente umano?), quella che ai tempi odierni viene definita la sindrome dello sdoppiamento della personalità. Tematica già ampiamente scandagliata, ai tempi di Harvey, da Robert Louis Stevenson con Lo Strano Caso del Dr. Jekyll & Mr. Hyde (1886), la cui analisi abbiam già esposto su queste pagine. Ci ritroviamo allora, di nuovo, in un caso di coincidenze bizzarre e interpretazioni che, forse, hanno la sola funzione di ignorare un orrore che nasce dall'interno dell'uomo e non è dovuto all'interazione di forze esterne. Tuttavia, il dubbio rimane tanto che il protagonista, fervente religioso e uomo pacifico, giunge alla conclusione di esser stato un incosapevole strumento divino gestito da uno spirito per commettere un omicidio, in un certo qual senso purificato dall'onta del peccato, per volere superiore. Una bizzarra causa di giustificazione o forse, ancor più, un caso in cui viene a mancare addirittura la coscienza e volontà del soggetto operante, così da renderlo innocente, per ragioni che i sofisti giudicherebbero non a misura di uomo e dunque da non esaminare. “Il mondo è governato da Dio, attraverso una gerarchia di spiriti... Sono stato soltanto uno strumento attraverso il quale il grande spirito ha svolto il suo compito. Non era necessario che io ricordassi ciò che avevo fatto e, a lavoro ultimato, questo spirito nella sua pietà prese da me tutta la memoria delle mie azioni“, così spiega il protagonista riconoscendo poi indirettamente l'esistenza di un subinconscio (vera e propria scatola nera naturale) che memorizza tutto, anche ciò che sfugge alla coscienza (l'epoca di Harvey è quella in cui nasceva la psicanalisi, si ricordi). “Il desiderio dell'assassino di vedere ancora una volta la sua opera mi guidò inconsciamente al banco di scisto nella brughiera.“ Testo apparentemente semplice, ma molto interessante in cui Harvey continua a giocare tra fantastico e fenomenica terrena (se mi consentite l'espressione), lasciando il tutto in mano all'interpretazione e alla fantasia del lettore così da risultare estraniante e rendere incerto il cammino dell'interpretazione dei fatti che circondano la nostra esistenza. Bel testo, in linea con alcuni dei migliori racconti di Edgar Allan Poe.
"Vi stupite se credo agli incantesimi, alle maledizioni e alle streghe? Forse credere è una parola troppa grossa. Avere paura delle streghe è una paura stupida e irragionevole che omette di tenere conto della psicologia dell'inconscio, che rende impossibile valutare le prove con calma e senza emotività."
Un disinteresse che ha portato questo autore a non esser studiato dai nostri appassionati. Sprovvisto di una pagina persino su wikipedia (italiana), appena citato da Gian Filippo Pizzo, che lo nomina dedicandogli appena tre righe in Guida alla Letteratura Horror, mentre viene del tutto saltato dal francese I Maestri della Letteratura Fantastica, edizioni Edipem, per non parlare dei lavori dei vari Lovecraft e Punter. Premettiamo che la cosa non deve reputarsi uno scandalo. Dalla lettura de La Bestia dalle Cinque Dita e Altri Racconti del Fantastico ne esce il profilo di uno scrittore interessante, ma non al livello dei grandissimi maestri del fantastico.
La Hypnos propone in toto i dodici racconti inclusi nell'antologia The Beast With Five Fingers and Others Tales, aggiungendo quattro ulteriori racconti, tra i più riusciti, della produzione dell'autore. Ne viene fuori un volume gradevole, di pronta lettura, grazie a uno stile piuttosto semplice che non lesina ironia e colpi di scena e che soprattutto lascia al lettore il compito di completare le storie secondo una propria interpretazione. Harvey spiega solo il minimo indispensabile, poiché vuole che sia chi legge a scegliere la via, vuoi paranormale piuttosto che realistica, da intraprendere per sciogliere gli enigmi proposti. Non c'è una soluzione univoca nelle sue storie ed è questo il punto di forza della sua produzione.
Claudio Di Vaio, nella sua ottima post-fazione, spiega, a giusta ragione, che "i brividi che Harvey procura non derivano da alcuno elemento dichiaratamente soprannaturale o ultraterreno: le sue storie ci pongono dinanzi a eventi inspiegabili, che non escludono però una spiegazione puramente razionale qualora si sia disposti ad accoglierla." Dimenticate dunque quel fantastico trascendente o cosmico, così come quel fantastico di impronta esoterica ed ermetica. Harvey è uno scrittore molto ancorato al mondo di tutti i giorni, interessato al crimine e alle psicosi mentali, praticabile dal lettore medio. Da molti ricondotto all'alveo degli specialisti di ghost stories, sulla scia dei famosi Montague Rhodes James e Walter de la Mere, dimostra tuttavia di muoversi anche in altri contesti.
L'orrore di William Fryer Harvey è spesso e volentieri un orrore che nasce dall'interno della condizione umana, talvolta indotto da suggestioni, tal'altra dal concorso di curiose (quanto sinistre) coincidenze. La coincidenza sembra essere una delle fissazioni dell'autore. È lui stesso a scrivere che “in certi stati d'animo niente è così forte come la forza di una coincidenza inaspettata.“ Ed ecco allora materializzarsi un terrore interiore, per un qualcosa che si suppone ma che non sempre è come ce lo prefiguriamo. Ne L'Orologio (The Clock) il protagonista viene incaricato di recuperare un orologio, a carica manuale, lasciato da una nobil donna in una casa chiusa da giorni. Entrato all'interno della magione, il protagonista si accorge che l'orologio, che sarebbe logico pensare fermo, indica l'ora esatta come se fosse stato ricaricato da un paio di ore. L'accertamento getta nello sconforto l'uomo che inizia a sospettare la presenza di fantasmi, cosa che gli viene confermata, una volta lanciatosi nel giardino da una finestra, dal vedere la via di fuga chiusa come se non fosse mai entrato in casa. Chi potrebbe mai aver chiuso la finestra? Un fantasma... o piuttosto il vento? Difficile dire... Terrore dunque allusivo che lascia pensare una soluzione paranormale ma anche no, un bizzarro gioco della suggestione. Del resto “la paura è sempre più forte quando la si fugge“ ci dice Harvey. Sulla stessa falsa riga, ma più votato al mystery, è Il Cuore del Fuoco (The Heart of Fire), in cui il titolare di una bettola si convince, per via di un'iscrizione incisa all'interno del caminetto, che le fortune della famiglia termineranno quando si spegnerà il fuoco. Così lo scopo dell'uomo è far si che la fiamma persista a danzare all'interno dello spazio deputato. Una fissazione che porterà l'uomo a comunicare col fuoco, fino a commettere un omicidio che nessuno scoprirà mai ma che persisterà, nel rimorso, a consumare dall'interno l'animo, concedendo in cambio fortune e successi. Dunque un orrore, se vogliamo, più criminologico che fantastico. Situazione similare, ma gestita molto meglio, nel racconto che apre l'antologia ovvero Lo Strumento (The Tool). Protagonista, questa volta, è un vacanziere che decide di scaricare le tensioni del lavoro annuale, attraverso una serie di passeggiate nel bosco. Improvvisamente però la banalità quotidiana viene funestata da due imprevisti: la scoperta del cadavere di un marinaio in mezzo al bosco e l'inspiegabile perdita di memoria (si rende conto di aver rimosso il ricordo di alcuni giorni). Harvey propone qua, in chiave fantastica (ma lo è davvero fantastica o piuttosto è una via per prendere le distanze da un orrore puramente umano?), quella che ai tempi odierni viene definita la sindrome dello sdoppiamento della personalità. Tematica già ampiamente scandagliata, ai tempi di Harvey, da Robert Louis Stevenson con Lo Strano Caso del Dr. Jekyll & Mr. Hyde (1886), la cui analisi abbiam già esposto su queste pagine. Ci ritroviamo allora, di nuovo, in un caso di coincidenze bizzarre e interpretazioni che, forse, hanno la sola funzione di ignorare un orrore che nasce dall'interno dell'uomo e non è dovuto all'interazione di forze esterne. Tuttavia, il dubbio rimane tanto che il protagonista, fervente religioso e uomo pacifico, giunge alla conclusione di esser stato un incosapevole strumento divino gestito da uno spirito per commettere un omicidio, in un certo qual senso purificato dall'onta del peccato, per volere superiore. Una bizzarra causa di giustificazione o forse, ancor più, un caso in cui viene a mancare addirittura la coscienza e volontà del soggetto operante, così da renderlo innocente, per ragioni che i sofisti giudicherebbero non a misura di uomo e dunque da non esaminare. “Il mondo è governato da Dio, attraverso una gerarchia di spiriti... Sono stato soltanto uno strumento attraverso il quale il grande spirito ha svolto il suo compito. Non era necessario che io ricordassi ciò che avevo fatto e, a lavoro ultimato, questo spirito nella sua pietà prese da me tutta la memoria delle mie azioni“, così spiega il protagonista riconoscendo poi indirettamente l'esistenza di un subinconscio (vera e propria scatola nera naturale) che memorizza tutto, anche ciò che sfugge alla coscienza (l'epoca di Harvey è quella in cui nasceva la psicanalisi, si ricordi). “Il desiderio dell'assassino di vedere ancora una volta la sua opera mi guidò inconsciamente al banco di scisto nella brughiera.“ Testo apparentemente semplice, ma molto interessante in cui Harvey continua a giocare tra fantastico e fenomenica terrena (se mi consentite l'espressione), lasciando il tutto in mano all'interpretazione e alla fantasia del lettore così da risultare estraniante e rendere incerto il cammino dell'interpretazione dei fatti che circondano la nostra esistenza. Bel testo, in linea con alcuni dei migliori racconti di Edgar Allan Poe.
Circostanze
bizzarre e casualità vengono ancora a intrecciarsi nel destino del
protagonista del racconto Peter Levisham. Harvey, questa volta, mette in scena un ignaro testimone oculare che si trova, per puro caso, a sconfessare
l'alibi di un sospettato di omicidio, ritrovandosi all'interno
dell'ufficio dell'indagato (senza che ne conoscesse l'ubicazione) nell'orario in cui questo ha dichiarato di trovarsi quando veniva consumato il delitto (mentendo). Fin qui niente di strano, se non fosse che i due soggetti hanno già avuto precedenti incontri finiti in modo, quantomeno, scorbutico. La testimonianza dell'uomo non
sarà sufficiente a fare condannare chi, nel proseguo, si macchierà
di ulteriori delitti (l'autore si limita ad alludere a futuri crimini e lascia campo aperto all'immaginazione del lettore). Harvey concede anche una riflessione sulla professione dell'avvocato, evidenziando quanto il senso del dovere e quello etico a volte vengano a scontrarsi in modo inconciliabile. "Ricordo di aver espresso il rammarico che il mio patrocinio fosse stato lo strumento della sua assoluzione. Un verdetto di colpevolezza avrebbe forse risparmiato tante vite innocenti; avrebbe forse mantenuto lui innocente e risparmiato la sua, di vita"
Il tema delle circostanze all'apparenza casuali che si
propongono con precisione chirurgica ritorna ne la Calura
d'Agosto (August Heat), vero e proprio gioiello nella produzione di Harvey.
Racconto tra i più famosi dell'autore, propone quell'orrore allusivo
tipico della narrativa dello scrittore inglese. Un pittore, stimolato
dal caldo d'agosto, dipinge uno schizzo di un criminale sul banco
degli imputati immediatamente dopo la sentenza di condanna. Contento del risultato finale, decide di passeggiare per la città. Condotto non si sa ben da cosa (come avviene al protagonista di Peter Levisham), si ritrova nel magazzino di uno
scultore che sta scolpendo un marmo per una mostra, usando un nome a
caso a supporto di un epitaffio. Ironia della sorte sono i tre nomi del pittore e la data di
nascita dello stesso. Come se ciò non bastasse, lo scultore ha le
fattezze proprio dell'uomo del dipinto. Precognizione o clamorosa
coincidenza? Vuoi vedere che il caldo notturno giocherà un brutto
scherzo e condurrà alla morte il pittore? Lo scopriremo solo leggendo, verrebbe da dire facendo il verso a una famosa canzone... ma non con Harvey. L'autore, come al solito, lascia al lettore l'onere di completare il testo con la sibillina frase finale:
“Il caldo è
soffocante. È abbastanza da far impazzire un uomo.“
Si torna su una tematica similare ne La Mano della
Signora Egan (The Arm of Mrs Egan), racconto pubblicato postumo nel 1951, ma tra i migliori scritti. Harvey unisce alla sua firma delle circostanze ripetitive il tema
della stregoneria e soprattutto quello dell'angoscia di sbagliare. Il
protagonista è un giovane medico colpevole di aver grossolanamente
sbagliato la diagnosi a un bimbo. Un errore costato la vita al
piccolo, con la relativa ira della madre pronta a giurare di
perseguitare il medico per il resto della vita. Una minaccia che assume presto le fattezze di una paranoia supportata da bizzarri riscontri. Da allora, vuoi per l'ansia vuoi per le circostanze, il medico andrà incontro a una serie di errori,
talvolta scusabili, che porteranno alla morte o a inconvenienti
spiacevoli che avranno sempre un elemento collegabile a quello della
donna da cui tutto ha inizio. Omonimi della signora coinvolti nella vicenda, cugini della stessa o nomi
composti che portano al cognome della donna sono l'aspetto ritornante
di una storia in cui il paranormale si affaccia, minaccioso, sulla
concretezza della vita reale senza però irrompere definitivamente (anche se il finale sembrerebbe far pendere verso il basso il piatto dell'occulto sulla bilancia dei fatti).
Atmosfere
più indirizzate verso il fantastico si respirano in un gruppo
raccolto di racconti. Tra questi figura Miss
Cornelius,
particolare testo sul fenomeno poltergeist,
narrato però sempre sullo stretto filo border line tra paranormale/realtà. Il protagonista
infatti, chiamato a risolvere un fenomeno apparentemente di poltergeist, finisce per inimicarsi una vecchia sospettata di
essere l'artefice del fenomeno. Dunque il poltergeist sarebbe una
semplice macchinazione, se non fosse che il fenomeno si estende nella
casa del protagonista che pare diventare vittima di un malocchio
tanto da rendersi protagonista inconsapevole di fenomeni
apparentemente non spiegabili con la ragione. Harvey però mischia
sempre le carte e la certezza non vi è, sarà ancora il lettore, sospeso tra realtà e fantasia, a
scegliere le chiavi interpretative.
Il
tema della casa infestata torna con il convenzionale Il Posto
degli Ankardyne (The Ankardyne Pew), racconto un po' vecchiotto di concezione ottocentesca.
Questa volta a scatenare la meledizione è il sacrilegio compiuto da
un uomo, fissato con le scommesse e con i combattimenti dei galli,
che ha pensato bene di organizzare un combattimento all'interno della
sua cappella privata, scommettendo l'anima sulla vittoria del
proprio gallo, animale vincitore di cinquanta combattimenti. L'esito
negativo dello scontro porta l'uomo a sottoporre a una serie di
torture l'animale, cadendo vittima di una maledizione che vedrà
ricadere su sé stesso e sui propri eredi tutti i dolori dovuti alle
torture inflitte all'animale. Il protagonista e un suo
socio, anni dopo, indagano sugli strani rumori, assimilabili al canto
di un gallo, che in un dato periodo dell'anno funestano la pace di
una magione costruita accanto a una Chiesa privata.
Lo abbiamo detto, si tratta di un racconto di vecchio stampo che propone poco di nuovo.
Lo abbiamo detto, si tratta di un racconto di vecchio stampo che propone poco di nuovo.
Molto
più interessante è l'allusivo Miss Avenal,
in cui Harvey torna a fare quello che meglio gli riesce ovvero
suggerire un orrore e una piega paranormale senza però esplicitarla.
Protagonista è una giovane infermiera che viene inviata in brughiera
per assistere una donna dall'età indeterminata. L'incarico sembra
semplice, ma l'infermiera si troverà, impotente e incosapevole,
vittima della paziente. Quest'ultima infatti, sebbene nel testo non
trapeli traccia diretta, è una sorta di vampiressa che ruba la linfa
vitale e la giovinezza dell'infermiera che si ritroverà vecchia,
depressa e impazzita, mentre la cliente ritornerà a nuova vita
addossando sull'altra tutta la propria spossatezza e decadenza. La
cornice della brughiera, tra paganesimo e nuova religione (la
cristiana), funge da corollario e ricorda, con le dovute proporzioni,
alcuni testi di Arthur Machen. Niente male, seppure velatissimo e
meramente accennato.
Un'altra
infermiera è protagonista de Il Lago (The Lake), testo uscito postumo, in cui Harvey sposa a pieno titolo il giallo non
rinunciando però, ancora una volta, a lasciare al lettore il compito
di decidere e di completare la storia a suo piacimento. L'epilogo
resta fumoso, su base indiziaria, e non fornisce soluzione univoca, lasciando lo spettatore col fiato sospeso per una curiosità non assecondata anche se con una soluzione più che suggerita.
Nella fattispecie vengono a convivere l'ipotesi di una morte naturale
con quella di un elaborato avvellenamento per ragioni testamentarie perpetrato da un dottore.
Cambia
decisamente il registro in quello che è, a tutti gli effetti, il
racconto più famoso di Harvey e che, non a caso, da il titolo
all'antologia. Stiamo parlando del grottesco La
Bestia dalle Cinque Dita.
Harvey abbandona
le allusioni e da vita a un racconto piuttosto diretto che, tuttavia,
rimanda ad altro. Sembra infatti suggerire una sorta di possessione
parziale del corpo da parte di un non meglio precisato spirito
entrato in contatto con un uomo per una via che non viene
specificata. Così assistiamo nella prima parte alle gesta di un uomo
cieco che ha perduto il controllo della propria mano destra. L'arto
fa quello che vuole e, in particolare, scrive su un foglio parole che
richiamano i nomi degli eredi della famiglia. Un nipote del vecchio
pensa che si tratti di un fenomeno di scrittura automatica ma è in
fallo. È la stessa mano, che è dotata di intelligenza evoluta, a
spiegerglielo, mediante la scrittura e mediante i gesti di scherno
con le dita. La morte dell'uomo in questione non pone fine
all'orrore, perché la mano pensa bene di lasciare un foglio in cui
attribuisce al suo possessore la volontà di farla amputare per
ragioni studio. Ha così inizio una lotta, non priva di momenti
sarcastici, tra il nipote del defunto e la mano che vive una vita
propria, alla stregua di un topo di biblioteca, spostandosi sulle dita
tanto da ricordare le movenze di un gambero. Un racconto sarcastico,
ma con interessanti punte horror. Harvey qua non gioca a suggerire,
ma è esplicito. Si ispira probabilmente al celebre Le Mani di Orlac scritto, otto anni prima, dal francese Maurice Renard, volgendo la storia sul piano spiccatamente fantastico. Ispirerà sia gli autori de La
Famiglia Addams
(1966) (come
non ricordare la mano che vive di vita propria) sia Sam Raimi e i
suoi horror degli esordi della saga La
Casa. Non
a caso la Warner Bros si interessò al soggetto e ne trasse una
pellicola diretta nel 1946 da Robert Florey col titolo Il
Mistero delle 5 Dita e
sceneggiata, in parte, nientemeno che da Luis Bunuel poi non
retribuito e per questo intenzionato a fare causa ai produttori (desistette dall'intento per la vasta schiera di avvocati pronti a supportare la Warner Bros).
Altri
racconti, per lo più poco interessanti, recepiscono l'ironia
dell'autore elevandola a fulcro centrale del testo. Il miglior
elaborato di questo gruppo è il grottesco Habeas
Corpus Club.
Harvey immagina un luogo immaginario, ma con contatti con la realtà,
in cui si ritrovano tutte le vittime dei romanzi di un dato autore.
Harvey gioca, probabilmente per effetto di alcune recensioni ricevute, facendo
leva sul concetto di “personaggi
pieni di vita.“ Ed
ecco che un'espressione votata a sottolineare un'ottima
caratterizzazione si traduce in un qualcosa di materiale. Personaggi
appena abbozzati, meri cadaveri cui viene assegnato il ruolo di
comparsa in un romanzo, vivono grazie alla loro morte e diventano
personaggi che si sviluppano in un luogo immaginario che altro non è
che un club privato. Harvey è satirico e dice che non c'è da
meravigliarsi di questo, perché “uomini
e donne che hanno dato la propria vita per il pubblico di lettori
possano avere l'opportunità di sviluppare i propri personaggi in un
ambiente più protetto.“ Gustoso
l'epilogo, con svariati anni di anticipo rispetto a Stephen King e al
suo La Metà
Oscura, con
i vari personaggi che ricordano al lettore che di notte il club è chiuso e che
a quell'ora vanno tutti a perseguitare gli autori che li hanno
uccisi e che difficilmente passeranno sonni tranquilli. Divertente, senza dubbio.
Dalle
Sei alle Sei e Mezza è
un rapido divertissement che lascia poco al lettore e che viene
innescato da uno scherzo telefonico. Segue la medesima via Fantasmi
e Compari
in cui tre ragazzi partecipano a un gioco con uno sconosciuto in cui devono aggiungere una lettera a una parola fino a formarne una
di senso compiuto. “Per
me era un avvocato. Guardate come ci ha messo tutti alle corde e ci
ha fregato con quelle parole impossibili“ scherza
un personaggio che traduce bene la verve ironica di Harvey. Due
e un Terzo
gioca sul tema delle evocazioni medianiche con uno spirito, richiamato dalla madre, che giura amore alla “mammina“
termine col quale, però, si rivolgeva alla badante della madre con
la quale aveva una tresca.
Il
Ponte del Diavolo è
la classica fiaba nera (per nulla originale) relativa alla
costruzione di un ponte ideato dal diavolo in persona a prezzo
dell'anima della prima persona che lo attraverserà. Harvey gioca a
mettere alla berlina il curato chiamato a dare l'estrema unzione a
una moribonda. Quest'ultimo, timoroso di finire in mano al diavolo,
spinge una ragazzina a precederlo sul ponte condannandola così alla
dannazione. La propria salvezza per l'altrui condanna, il motto indiretto dell'uomo di fede che dovrebbe invece fare l'opposto.. L'ironia di Harvey non manca con un elogio, poi non tanto
velato, al diavolo da leggersi quale il materialismo: “Il
diavolo è uno che sa bene il mestiere, qualunque cosa dicano gli
uomini.“ E
il diavolo rincara la dose dicendo che “oltretutto,
il diavolo non è nemmeno lontanamente brutto come lo si dipinge.“
Questo il contenuto di un'antologia gradevole da leggere, che è tuttavia lontana dal rango di capolavoro. Lode comunque alle Edizioni Hypnos che riportano alla luce un autore dimenticato e impreziosiscono la propria collana "La Biblioteca dell'Immaginario" da annoversarsi tra le migliori esistenti nella nuova editoria. Testo consigliato agli amanti del bizzarro e del fantastico di stampo ottocentesco. Valutino bene l'acquisto i fan dell'orrore cosmico o esoterico, per intendersi rispettivamente i fan di Lovecraft o di Meyrink, poiché Harvey è più un misto tra gli autori di Ghost Stories e i racconti a sfondo delittuoso di E.A. Poe.
Questo il contenuto di un'antologia gradevole da leggere, che è tuttavia lontana dal rango di capolavoro. Lode comunque alle Edizioni Hypnos che riportano alla luce un autore dimenticato e impreziosiscono la propria collana "La Biblioteca dell'Immaginario" da annoversarsi tra le migliori esistenti nella nuova editoria. Testo consigliato agli amanti del bizzarro e del fantastico di stampo ottocentesco. Valutino bene l'acquisto i fan dell'orrore cosmico o esoterico, per intendersi rispettivamente i fan di Lovecraft o di Meyrink, poiché Harvey è più un misto tra gli autori di Ghost Stories e i racconti a sfondo delittuoso di E.A. Poe.
William F. Harvey
"Vi stupite se credo agli incantesimi, alle maledizioni e alle streghe? Forse credere è una parola troppa grossa. Avere paura delle streghe è una paura stupida e irragionevole che omette di tenere conto della psicologia dell'inconscio, che rende impossibile valutare le prove con calma e senza emotività."
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