mercoledì 25 settembre 2024

Recensione Narrativa: I CAMPIONI DELL'INFERNO di Andrea Gualchierotti.


 

Autore: Andrea Gualchierotti.
Anno: 2024.
Genere:  Fantastico sottogenere Sword and Sorcery.
Editore: Edizioni Il Ciliegio.
Pagine: 224.
Prezzo: 14.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Freschissima uscita per le Edizioni Il Ciliegio, sul mercato dall'1 ottobre 2024, di cui vi forniamo in anteprima la recensione (penso di essere il primo). Andrea Gualchierotti, penna di punta del weird italico (più volte intervistato dalla Rai) e ospite fisso di Dimensione Cosmica, torna con un nuovo contributo al sword and sorcery legato alla tradizione classica. Spada e magia dunque, nel solco delle storie di Robert Ervin Howard sebbene traslato nel mondo greco-romano. Dopo gli ottimi La Stirpe di Herakles (2020) e soprattutto I Principi del Mare (2022) - qua la nostra recensione http://giurista81.blogspot.com/2023/10/recensione-narrativa-i-principi-del.html - Gualchierotti sposta l'ambientazione delle sue storie dalla Grecia del mito omerico alla Roma del 110 d.c., in pieno periodo di spettacoli in arena dove si inneggiano atleti che provocano la morte di altri. Immaginate dunque Il Gladiatore di Ridley Scott imparentato all'epopea della tradizione omerica posticipata al primo secolo del dopo Cristo. Gli dei che interferiscono con le vicende e i "giochi" degli umani. Sacro e profano dunque, dove il primo è legato al paganesimo e allo scontro tra gli dei e dove dei cristiani non vi è ancora traccia. Lo spunto parte dal fantastico ovvero dall'idea che ogni 15.000 anni, nel giorno in cui gli astri tornano nella posizione che avevano al principio del tempo (idea lovecraftiana), gli dei gareggiano per il governo del mondo. Anziché scontrarsi tra loro, i tre figli generati da Kronos (Zeus, Ade e Poseidone) pensano bene di darsi battaglia per interposta persona. Individuano infatti tre dannati caduti sul campo di battaglia delle arene e li riportano sulla Terra con la promessa, a chi dei tre rimarrà in vita, di essere liberato dal legame con la morte e di tornare così definitivamente in vita. Ognuno dei tre rappresenterà uno dei tre dei. I "nostri", tutti guidati da desideri personali di vendetta, dovranno vedersela contro creature infernali (echi de L'Armata delle Tenebre di Sam Raimi) e altri più convenzionali, spesso in condizione di svantaggio avendo come unici conforti lo scudo, l'elmo e il gladio.

Trama dunque meno epica delle precedenti di Gualchierotti e più votata al grandguignol e all'intrattenimento. Domina infatti l'azione e vengono meno i rimandi classicisti. L'autore denota comunque una grande cultura in materia, ha studiato il mondo dei gladiatori e riesce a riproporlo in ogni sua particolarità. Viene curato ogni aspetto, dall'alimentazione agli indumenti e alle armi, passando per gli allenamenti, le punizioni per i rivoltosi (reclusione in celle scavate nel tufo) fino alla considerazione che simili soggetti avevano in una Roma truce e crudele sempre assetata di sangue. In altre parole, i gladiatori erano molto simili a quello che oggi sono i cavalli da corsa. Proprietà di appassionati che investivano soldi per farsi belli negli appuntamenti importanti, oltre che boia chiamati a eseguire pene capitali a danno di criminali a cui veniva offerta l'illusione di potersi difendere al cospetto di una folla di spettatori drogata dallo spettacolo.

I Campioni dell'Inferno è una sorta di Rollerball del passato, in cui si inseriscono molti momenti fantastici funzionali a creare grande evocazione scenografica all'insegna del sovrannaturale. Abbiamo parti ambientate nell'Ade, altre tra le rovine di Ercolano fino alla ricostruzione di una battaglia navale avvenuta tre secoli prima e riproposta quale spettacolo all'interno del Colosseo (spettacolare descrizione delle varie fasi). Lo stile è elegante, ricercato al punto giusto, con latinismi e grande padronanza della materia trattata. La storia è weird con contaminazioni horror e, se mi permettete, intrisa di marcato gusto da spaghetti western (personaggi smargiassi, irriverenti persino verso gli dei, in continua ricerca del duello al punto da sfidare la morte e chi li attenderà oltre essa), tuttavia il vero centro del romanzo è il mondo dei gladiatori. Gualchierotti da la sensazione di voler soprattutto parlare di questi eroi del tempo che fu, del loro mondo e dei loro usi. Schiavi al servizio di perversi proprietari, talvolta persino oggetto di inconfessabili desideri sessuali di natura omosessuale. Da questo, probabilmente, nasce lo spunto del testo. Ecco che il contenitore fantastico funge da mero pretesto per rendere più accattivante una storia che lo sarebbe stata anche a prescindere. Protagonista assoluto, più che della storia, è il retaggio storico e la verosimiglianza dei fatti calibrati al periodo in cui è inscenata la vicenda.

Tra le parti più riuscite, oltre al pirotecnico finale degno di un kolossal alla Ben-Hur, vi è tutta la prima parte. Il prologo in cui assistiamo al naufragio di un'imbarcazione che si trova a passare laddove si danno appuntamento i tre figli di Kronos è forse il momento più bello del testo, superato dalla parte ambientata nell'Ade dove i prescelti si trovano a dover respingere un'orda di zombie. Bella è inoltre la scena nella villa alle porte di Ercolano, per non parlare del viaggio su un'imbarcazione che ricorda, per come sono tenuti gli schiavi, i treni colmi di ebrei in viaggio verso Auschwitz.

La parte centrale, cuore del romanzo, è invece dedicata al mondo dei gladiatori, analizzato in ogni sua particolarità (ivi compresa la pratica delle scommesse e dei baccanali che precedevano l'inizio dei giochi). Qui, forse, Gualchierotti tende a essere un po' ripetitivo in alcuni scontri (ma è anche inevitabile) e inizia a introdurre snodi narrativi che ricordano lo spaghetti western leoniano. I personaggi entrano in contrasto tra loro, poi si alleano salvo tradirsi e ricorrere ai doppi giochi. Non sono da meno gli dei, che tradiscono la parola data e non accettano che le loro pedine facciano altrettanto. Gustosi alcuni momenti di raccordo, come il viaggio da Napoli verso Roma, in cui vengono mostrate le "lucciole" che attirano i clienti presso i cimiteri affacciati sulle arterie di collegamento tra una città e l'altra. Durante questa tappa di avvicinamento si assiste altresì allo scempio di uomini impiccati e crocefissi lungo la via come monito esemplare per dissuadere i rivoltosi o chi volesse tentare di ribaltare lo status quo.

Epilogo in grande stile, con un numero di morti da fare invidia agli spaghetti western. Non aggiungo altro per non rovinare la lettura.

Dunque un romanzo che conferma le doti di Gualchierotti, ormai certezza del genere, ma che, a differenza dei precedenti romanzi, si orienta maggiormente al grandguignol piuttosto che al classico della tradizione ellenico/romanica. Diverso altresì dalle storie weird d'oltreoceano per la volontà di non tradire le origini storiche, che fungono da sfondo non certo marginale alla vicenda. Potremmo dunque definirlo con un'etichetta che pensiamo gradita all'autore del testo ovvero un “sword & sorcery mediterraneo” in piena regola. Manifesto di un sottogenere tutto italico.

 

 L'autore.

C'è un solo posto capace di ingoiare tante vite, chiedendone di nuove senza posa. Un luogo che brama sangue come noi la libertà, e dove si dice abbiano dimora anche gli dei. Ancora non l'hai capito, ragazzo? Siamo diretti a Roma!


 

lunedì 16 settembre 2024

Recensione Narrativa: LA NOTTE DEL DEMONIO di J. Michael Straczynski.

Autore: Joseph Michael Straczynski.
Titolo originale: Demon Night.
Anno: 1988.
Genere:  Horror.
Editore: Sperling & Kupfer (1990).
Pagine: 385.
Prezzo: Fuori catalogo.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Nome che ai più risulterà sconosciuto, Joseph Michael Straczynski è un mito degli anni ottanta e novanta, soprattutto in ambito televisivo e fumettistico. Vera e propria scommessa della Sperling & Kupfer, al traino dei successi ottenuti da Stephen King. La casa editrice, forte degli incassi ottenuti dal “Re”, negli anni ottanta e primi novanta, tentò (unitamente a Bompiani) di proporre ai lettori una serie di scrittori celebrati negli States nel campo della narrativa del terrore. Così furono tradotti testi di maestri quali Ramsey Campbell, Richard Laymon, Robert MacCammon, Charles L. Grant, Clive Barker, Dean Koontz e alcune nuove proposte. L'obiettivo era pescare un secondo King. Tra questi “nuovi nomi” figura J. Michael Straczynski che la casa editrice milanese ingaggiò proponendo al pubblico italiano il romanzo di debutto, Demon Night (1988), finito in nomination (insieme ad altri cinque autori) quale migliore opera prima al Bram Stoker Award del 1988. Il romanzo giunse in Italia due anni dopo la sua uscita, quando l'autore stava dando alle stampe il successivo romanzo: l'horror Otherside (1990), che la Sperling proporrà nel 1992 col titolo Sul Filo del Terrore.

Dunque premesse importanti per Straczynski che si presentò al pubblico dei lettori italiani col crisma del predestinato ma che, di lì a poco, avrebbe cambiato la propria strada diventando un nome tra i più importanti nell'ambito delle sceneggiature delle graphic novel

L'AUTORE 

Classe 1954, di origini polacche seppur cresciuto nel New Jersey, pluri-laureato (psicologia e sociologia), Straczynski si forma in ambiente teatrale per passare a scrivere svariate opere radiofoniche. Giornalista, collabora – tra gli altri - per il Los Angeles Times, il San Diego Magazine, il San Diego Reader, il Los Angeles Herald-Examiner e la rivista People. A metà anni ottanta passa a lavorare per il circuito televisivo. Diventa uno degli autori principali di molte serie di successo, ivi comprese quelle animate. Scrive episodi per He Man e i Dominatori dell'Universo (1984-85), She-Ra, La Principessa del Potere (1985) e The Real Ghostbusters (1986-90) nonché dodici episodi della serie televisiva Ai Confini della Realtà (1986-89) e quattordici della mitica serie fantascientifica post-apocalittica Capitan Power (1987-88).

Co-conduttore del talk show radiofonico Hour 25, intervista a fine anni ottanta una lunga serie di scrittori e registi legati al mondo del fantastico, quali John Carpenter, Ray Bradbury, Neil Gaiman, Harlan Ellison e altri. Da qui prova ad approdare alla narrativa horror, due tentativi di discreto successo (faranno seguito nel 2000 l'horror Tribulations e due raccolte horror), per trovare la definitiva affermazione negli anni novanta in altro settore. Scrive a scappa tempo episodi per Walker Texas Ranger (1993) e La Signora in Giallo (1991-93), trovando i riconoscimenti della critica con la serie televisiva fantascientifica Babylon 5 (1993-98), di cui è ideatore e sceneggiatore. Centodieci episodi in gran parte scritti dallo stesso Straczynski, spalmati in cinque stagioni, che gli valgono, tra il 1996 e il 1999, due Hugo Award e un Bradbury Award e un Saturn Award.

Nel nuovo secolo si afferma nei fumetti e nel decennio successivo al cinema. Firma oltre trecento albi della Marvel, tra Spiderman, Fantastici 4, Silver Surfer, Thor, finendo sotto contratto anche per la Dc Comics per cui firma albi di Superman, Wonder Woman e altri. Un successo che lo lancia al cinema dove viene coinvolto in produzioni dal grosso budget e dall'altrettanto successo al botteghino. Firma i copioni di World War Z (2013), Ninja Assassin (2009), Underworld Awakening (2012), Thor (2011) e Changeling (2008) per la regia di Clint Eastwood.

Vincitore di numerosi premi, quali Hugo (due affermazioni), Saturn Award, Emmy Award, BAFTA Award, Straczynski è un mito che, pur non avendo permesso alla Sperling di riscuotere la scommessa a suo tempo fatta, ha dimostrato negli anni di essere una delle più importanti firme nel mondo del fantastico dimostrando una poliedricità in grado di consentirgli di figurare in tutti i settori (narrativa, fumetto, cartoni animati, serie televisive e cinema) della creatività narrativa. 

La copertina originale del romanzo.
 
IL ROMANZO

Demon Night è stato da molti definito un'opera derivativa accostata a Salem's Lot (“Le Notti di Salem”, 1975) di Stephen King, sebbene le differenze tra i due romanzi non siano poche, a partire dalla totale assenza dei vampiri.

Premesso quanto sopra, è comunque evidente il tentativo di Straczynski di emulare la struttura dei romanzi di King. Non a caso la storia è ambientata nel Maine, terra natia del “Re” e Stato solitamente interessato dalle sue avventure. Ci troviamo infatti a Dredmouth Point, località di fantasia, dove un uomo, a distanza di anni dall'incidente stradale in cui persero la vita i genitori, ritorna per ripercorrere le vie in cui è cresciuto. Fin dal suo arrivo, sente di essere stranamente attratto dalle grotte locali, avviando così una ricerca sulle stesse presso la biblioteca cittadina. Scoprirà per tale via che all'interno di tali siti si sono verificati molti episodi strani, tra suicidi e scomparse. Che mistero c'è sotto? La pista sovrannaturale incombe.

Straczynski conferisce al romanzo una struttura corale, rappresentata da una numerosa pletora di personaggi dietro ai quali, di volta in volta, si muove il narratore per sviluppare la trama. Ne viene fuori un romanzo che, seppur debitore delle stile di King (meno per i contenuti), anticipa per certe soluzioni romanzi successivi quali Needful Things (“Cose Preziose”, 1991) e Sleeping Beauties (2017). Comune a Salem's Lot è la presenza di una co-protagonista scrittrice e di un male silente e arcaico che attende nelle grotte in attesa di essere liberato. I lavori conseguenti a uno scavo archeologico (come avverrà per La Terza Madre) fungeranno da detonatore e provocheranno la fuga di demoni liberi di manifestarsi sulla cittadina alla stregua di un virus contaminante che provoca omicidi, suicidi, atti sacrileghi e distruzione. Contrapposto a tutto questo vi è Eric, il protagonista giunto in paese dopo anni di assenza. Straczynski usa l'archetipo della figura dell'eletto, ovvero un "ignaro" sensitivo dotato del potere di dominare con la mente gli spiriti e di influenzare gli uomini. Suo malgrado viene a trovarsi nel posto giusto al momento giusto, incarnando l'emblema della divina provvidenza contro la quale si infrangono i disegni delle tenebre. Straczynski ruba idee da Firestarter (“L'Incendiaria”, 1982):  il suo personaggio, a costo di sofferenze fisiche, ha la capacità di muovere gli oggetti con la mente e di manovrare gli uomini.

Pur se debitore di King, occorre dare il merito a Straczynski di riconnettersi a un orrore più classico. Laddove King tende a distorcere il sovrannaturale plasmandone uno del tutto personale di natura essoterica (con due “s”), Straczynski occhieggia al weird (richiama l'alchimia e la mitologia indiana), cercando persino di intavolare – in alcuni dialoghi – un discorso comparato sulle forze maligne ultraterrene e come queste siano sempre le stesse di religione in religione, acquisendo un valore assoluto (e non relativo come invece suggerirebbe la religione cattolica) che prescinde dal libero arbitrio e dalla volontà degli uomini. Il demonio, rappresentato nella sua classica forma di dragone, sarebbe un'entità spiritica in grado di condurre legioni di demoni che, per agire, espellono le anime dei comuni mortali e ne rubano i corpi al fine di compiere il male.

Immaginate dunque un romanzo che fonde King, L'Esorcista (il crocefisso più volte spostato dalla sua collocazione) e La Maledizione di Damien (i disegni demoniaci nelle grotte), con sottotracce che uniscono al tema principale quello di una Chiesa eretta nel segno del peccato (un omicidio) e quello della tradizione indiana (tribù degli Algonchini) che prevede l'esistenza di singoli eletti chiamati - di generazione in generazione - a vigilare sulla porta degli inferi. Lo sviluppo è lento e graduale, portato avanti da capitoli dedicati, di volta in volta, ai singoli personaggi. La caratterizzazione di questi è buona, così come sono notevoli i momenti prettamente horror. L'atmosfera che Straczynski riesce a costruire nelle grotte o nei sotterranei della Chiesa è eccezionale. Tra i momenti migliori vi sono la scoperta del disegno che immortala il drakon, la scena in cui il demone si libera dalla sua prigionia e l'assalto finale dei demoni all'interno della Chiesa. Queste parti divergono da quelle tipiche di King, avvicinandosi alla tradizione horror cristiano-centrica. Discorso diverso invece è da farsi sulla parte (più debole) in cui il male si diffonde su Dredmouth Point, con gli omicidi e la sostituzione, stile Invasione degli Ultracorpi, dei cittadini contaminati dal male. In queste parti, infatti, gli echi da King sono forti.

Un romanzo dunque finito fuori catalogo, ma che piacerà agli amanti di King e agli appassionati dei romanzi demoniaci, collocandosi a metà strada tra i due distinti approcci. Carino, ma forse troppo lungo nella prima parte e un pizzico troppo derivativo di King nella struttura.

 
J. Michael Straczynski ai tempi dell'uscita del romanzo.
 
 "Il disegno che catturò l'attenzione di Sam, che lo costrinse a inspirare profondamente nel vano tentativo di calmare i nervi, fu quello centrale. Il suo primo pensiero fu: Jung aveva ragione. Deve esistere un inconscio collettivo. A una prima occhiata, le immagini che aveva davanti dovevano risalire a un periodo precedente i primi insediamenti di coloni, eppure eccolo lì: Quadricornutus Serpens. Il serpente a quattro corna. Identico a certi disegni degli alchimisti del sedicesimo secolo. Simbolo di Mercurio, noto agli antichi greci come drakon. "

giovedì 12 settembre 2024

Recensione Narrativa: CORINA - INCUBO SUL MAR NERO di Maurizio Bianciotto.

Autore: Maurizio Bianciotto.
Audio Libro: Letto da Marcello Monti e Linda Gallotta.
Anno: 2024.
Genere:  Horror Gotico.
Editore: Ibbor Ob.
Minuti: 43 minuti.
Prezzo: Gratis su youtube.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Dopo Fausto Marchi, eccoci alle prese con un'opera di Maurizio Bianciotto, altro amico del blog più volte recensito (http://giurista81.blogspot.com/2023/03/recensione-narrativa-trilogia.html - http://giurista81.blogspot.com/2023/03/trilogia-dellincubo-ii-il-ritorno-di.html - http://giurista81.blogspot.com/2023/06/recensione-narrativa-la-sanguinaria.html) e intervistato (http://giurista81.blogspot.com/2023/05/intervista-maurizio-bianciotto.html). Abile soprattutto nella dimensione del racconto breve, Bianciotto – oltre a essere un esperto di cinema di genere e di cinema russo - è uno specialista con la “s” maiuscola di racconti dell'orrore gotico, di racconti western e di storie di guerra ambientati nel passato senza tralasciare una certa predilezione per l'erotismo. Componenti, sovente, miscelate tra loro, guardando a Bram Stoker e agli horror della Hammer.

Corina – Incubo sul Mar Nero, pubblicato su youtube in versione audiolibro, è un tipico esempio della narrativa dell'autore.

Quarantacinque minuti scarsi di audio libro, che fungono da apripista al romanzo Un Castello nei Carpazi (Mannarino Editore, 2024) disponibile da pochi giorni sul mercato editoriale sempre per la firma di Bianciotto; un'opera che, presto, recensiremo su queste pagine. Si torna nei territori dell'Est Europa, in Romania (città di Costanza), con quelle atmosfere ottocentesche alla Bram Stoker di cui Bianciotto è abile emulatore disponendo di una maestria e di una gestione dei tempi della tensione che non hanno nulla da invidiare a nessuno. Cultore dei film Hammer, del gotico e della Grande Storia, Bianciotto è fortemente legato a questo modo di raccontare storie. Elegante, grande evocatore di un terrore classico che monta progressivamente fino alla rivelazione finale e sempre con quel tocco figlio degli insegnamenti lasciati dai grandi maestri della prima metà del novecento. Con Bianciotto l'horror si è fermato là, senza subire le influenze del post weird tales. Nelle sue opere non c'è traccia dei vari Ray Bradbury, Richard Matheson e Stephen King, per non parlare dello splatter-punk e via fino all'extreme horror e derivati. Non si parla dell'orrore nella vita di tutti i giorni, ma si lascia correre il sense of wonder verso l'orrore del folclore, delle leggende e delle tradizioni soprattutto est europee.

Corina – Incubo sul Mare rispecchia tutto questo, con una prima parte (un viaggio di calesse) che strizza l'occhiolino ai primi capitoli di Dracula (1897) sfiorando quasi il plagio, con tanto di protagonista avvocato ammonito dal cocchiere circa la presenza del “Male”. Il "nostro" si reca nella magione di un conte, suo vecchio compagno d'armi, richiamato dallo stesso in quanto caduto in disgrazia. Bianciotto introduce i rimandi storici a una guerra combattuta dai romeni in Bulgaria contro i turchi e incentra il tutto su un passato di orrori che sembrerebbero aver coinvolto persino il poeta latino Ovidio. Le celebri poesie d'amore dell'artista romano, infatti, non sarebbero state dedicate a Giulia, bensì a una creatura diabolica e usurpatrice che si comporta alla stregua di un'arrampicatrice sociale interessandosi alla dimensione spirituale degli uomini piuttosto che agli averi terreni. Villain di turno, infatti, è un'affascinante strega-vampiro che succhia l'energia vitale degli uomini, al fine di strappar loro l'anima e provocare in essi un inesorabile e accelerato invecchiamento fisico che porta all'insorgere di quelli che vengono valutati dagli uomini come disturbi psichici.

Dunque un racconto derivativo, un po' come tutta la produzione di Bianciotto che ha, in questa caratteristica, la sua croce e la sua delizia. È comunque evidente a tutti i veri intenditori che siamo al cospetto di uno scrittore dotato di grandissima classe. Bianciotto, lo avevamo già detto in occasione delle recensioni delle sue due “Trilogie dell'Incubo”, è tra i migliori scrittori horror italiani del fantastico che guardano alla tradizione gotica, eppure non lo conosce quasi nessuno. C'è poco di dilettantesco nelle sue storie, persino la forma è molto curata ed è al livello di firme internazionali. Le storie sono d'ambientazione passata, tra la prima metà del novecento e l'ottocento, e in esse trovano campo i grandi mostri esaltati dalla Hammer: vampiri, licantropi, fantasmi e streghe.

Come per Fausto Marchi, purtroppo, non è un autore adeguatamente distribuito e celebrato, difetto che lo relega nell'anonimato. Non più giovanissimo, infatti, non frequenta gruppi di appassionati horror e non mendica alla porta di quei cinque/sei editori indipendenti che fanno il genere in Italia, dettando il bello e il cattivo tempo, oltre chi si debba leggere e chi si debba ignorare (con lettori assuefatti che faticano a guardare oltre, verso editori ancora più piccoli), ma vi assicuro che questo è un cavallo vincente che, nel suo campo d'elezione, teme pochi e forse nessun collega di penna.

L'idea di aver provato la via dell'audio libro, peraltro in una versione sontuosa curata da Marcello Monti e Linda Gallotta per Ibbor Ob, è stata sicuramente un'ottima intuizione per cercare di smuovere dell'attenzione verso uno scrittore da valutare quanto meriterebbe.

Da non perdere per tutti gli amanti dell'orrore delle origini di cui Bianciotto è un magistrale prosecutore.

Qua potete ascoltare GRATUITAMENTE il racconto: https://www.youtube.com/watch?v=t55yPsW8-Bk

Recensione Narrativa: IL MANIERO DI SANGUE E LUSSURIA di Fausto Marchi.

Autore: Fausto Marchi.
Anno: 2024.
Genere:  Erotico / Gotico.
Editore: Susil Edizioni.
Pagine: 174.
Prezzo: 18.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Quarto romanzo dell'amico Fausto Marchi, già recensito e intervistato (https://giurista81.blogspot.com/2023/04/intervista-fausto-marchi.html) in occasione degli ottimi La Vestale di Dagon (https://giurista81.blogspot.com/2021/03/recensione-narrativa-la-vestale-di.html), Rime Gotiche (https://giurista81.blogspot.com/2021/07/recensione-narrativa-rime-gotiche-di.html) e Il Bacio del Crisantemo (https://giurista81.blogspot.com/2023/04/recensione-narrativa-il-bacio-del.html).

Il Maniero di Sangue e Lussuria è la sua “freschissima” ultima uscita, addirittura disponibile sul mercato solo da qualche giorno tanto che penso di aver l'onore di esser il primo a recensirlo.

Dopo aver omaggiato Howard P. Lovecraft e i pittori simbolisti, Marchi presenta il suo tributo a una delle sue altre grandi passioni: Frank Graegorius e la serie I Racconti di Dracula, i celebri racconti horror che uscivano nelle edicole negli anni sessanta e settanta. Intendiamoci però, onde evitare incomprensioni: il romanzo in questione non è un horror sovrannaturale con demoni, fantasmi o vampiri ultraterreni. Pur seguendo gli insegnamenti della narrativa neo-gotica, penso soprattutto a Vernon Lee (che l'autore dice di non aver mai letto, ma di cui presenta evidenti similitudini) o anche a Edgar Allan Poe (per la forte dimensione psicologica e disturbata dei personaggi, oltre per un finale che rimanda a The Fall of the House of Usher), è una storia costruita con uno sviluppo crescente e progressivo che parte dall'erotico per culminare in un delirio finale riconnesso al tema della reincarnazione e dei rituali satanici, ma al contempo potenzialmente ascrivibile a crudeli coincidenze che portano a un pazzesco equivoco di fondo. Lo schema narrativo ricorda molto gli erotici anni ottanta di Joe D'Amato (che avrebbe apprezzato non poco il testo), pur, a differenza di questi, beneficiando di un substrato di fondo curato e assai classico. Marchi analizza le psicologie dei personaggi, tutti raccolti come tradizione dei “Dracula” in una magione scozzese battuta dalle piogge e dispersa nelle brughiera in coincidenza del Samhain. All'interno di tale contesto, abbiamo un lotto di sei personaggi (due maschili e quattro femminili) libertini e schiavi di parafilie che, alla stregua di una tossicità da sostanze stupefacenti, ne condizionano le condotte. Si va dal vampirismo, passando per il feticismo, fino al classico rapporto master & slave, tra tradimenti e scambi di coppie, dove le unioni sono sia eterosessuali che saffiche. Ne viene fuori un testo ascrivibile al genere erotico, dove il fantastico – molto sfumato (sebbene si inneggi a Satana) - trapela nel finale in una ricostruzione alternativa a un caso di follia a due alimentata da coincidenze assai precise che potrebbero aver alimentato una follia latente (si noti come uno dei due personaggi in questione sia proprio una psicologa). Attenzione però a non cadere in inganno. Marchi guarda a romanzi quali La Donna Eterna (1978), La Donna che Venne dal Gelo (1969) e Il Castello delle Rose Nere (1965), tutti firmati da Libero Samale (con pseudonimi quali Frank Graegorius o Martin von Schatten), oltre a storie del crisma di Oke of Okehurst (“L'Amante Fantasma”, 1886) di Vernon Lee, per parlarci di un'ossessione legata al passato e stimolata da antichi quadri di antenati che riproducono una donna assassina, in tutto e per tutto uguale a una delle protagoniste della storia, che ha ucciso il marito per concedersi all'amore saffico e che, ora, a distanza di secoli, convinta di essersi reincarnata, attende il ritorno dell'amata. Proprio quest'ultimo racconto della Lee ha una fortissima correlazione col lavoro di Marchi, una considerazione – penso di poter dire – che dona lustro all'opera e la rende accattivante per chi abbia apprezzato una certa narrativa.

Il Maniero di Sangue e Lussuria è dunque un dramma erotico assai spinto (nei contenuti, ma non nel lessico) con le atmosfere, le scenografie e la gestione dei tempi tipica del racconto del terrore di fine ottocento. Il lessico è sufficientemente aulico, con un tocco leggero anche nelle scene crude (il finale è brutale) e in quelle erotiche, tanto che l'epilogo, pur nella sua mattanza, finisce per godere di una marcata componente romantica. Marchi è uno scrittore legato alle storie anni '60 e dunque non infettato dalla credenza (sbagliatissima) che per raccontare un erotico si debba ricorrere a un lessico esplicito e volgare. Ecco allora che lo vediamo descrivere i capi di vestiario, i reggicalze che compaiono sotto le gonne, ma anche dettagli dei rapporti sessuali con oggetti sostitutivi dell'organo maschile o posizioni che potrebbero far esultare un giocatore incallito del lotto.

Lo stile è accattivante, elegante, intriso di un particolare gusto retrò anche nei dialoghi e nel descrivere le cene e i piatti culinari (aspetto sempre presente nei romanzi dello scrittore romano).

Opera dunque imperdibile per chi abbia apprezzato gli horror erotici di Libero Samale, a cui Marchi regala un esplicito omaggio citando, in un dialogo, un titolo di un romanzo dello scrittore, ma anche per i cultori di Vernon Lee (a cui si deve anche il grandguignolesco finale) e di un erotismo miscelato alle storie dell'orrore sebbene qua, a parte bagni di sangue - che ricordano (per intenderci) lo stile della Bathory - e i continui rimandi a un passato ineluttabile che si ripresenta sotto la forma della reincarnazione, il sovrannaturale resta sfumato.

Presente qualche refusetto di scarsa rilevanza. Autore da scoprire, anche per i suoi precedenti romanzi. Penalizzato dalla scarsa distribuzione delle sue opere.

lunedì 2 settembre 2024

Recensione Narrativa: DELITTI BESTIALI di Patricia Highsmith.

Autore: Patricia Highsmith.
Titolo Originale: The Animal-Lover's Book of Beastly Murder.
Anno: 1975.
Genere:  Antologia Fantastico - Drammatico.
Editore: Sonzogno (1984).
Pagine: 234.
Prezzo: Fuori catalogo.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Volume minore di una delle principali maestre del thriller psicologico della seconda metà del novecento. Patricia Highsmith, americana trapiantata in Svizzera, è oggi ricordata soprattutto per il ciclo di cinque romanzi avviati da The Talented Mr Ripley (“Il Talento di Mr Ripley”, 1955), storie incentrate sulle vicissitudini del truffatore e omicida Tom Ripley, personaggio più volte apparso al cinema per l'interpretazione di attori quali Alain Delon, Dennis Hopper, John Malkovich e Matt Damon. 

 

L'AUTRICE 

Scrittrice complessata e cagionevole di salute, con un'infanzia molto difficile alle spalle che ne ha condizionato le relazioni da adulta, la Highsmith ha saputo trasfondere le proprie ossessioni nella letteratura trasmettendo ai posteri storie contraddistinte da un crisma autoriale. Concepita da genitori che si sono lasciati prima della sua nascita, tanto che la madre cercò di abortire ingerendo acquaragia, sviluppò una personalità antisociale che la indusse a isolarsi sempre più preferendo la compagnia degli animali a quella degli uomini. Alla domanda se "avesse mai paura" rispondeva sempre: "si, degli uomini". Misogina dichiarata, allevava lumache e amava in particolare i gatti, esternando una sensibilità inversamente proporzionale a quella espressa nei rapporti interpersonali. Fu definita "crudele" e "impossibile" da alcuni collaboratori. Anticonvenzionale, in polemica con le istituzioni e di gusti sessuali promiscui che la portarono, inizialmente, a rigettare la propria omosessualità salvo cedere in seguito alle inclinazioni naturali. Faticò sempre a mantenere rapporti sentimentali di lunga durata, cambiando di continuo partner. L'esordio in narrativa fu all'insegna del talento con Strangers on a Train (“Sconosciuti in Treno”, 1950) inizialmente non acclamato dal pubblico ma appoggiato dalla critica che lo premiò con una nomination all'Edgar Award per il “migliore romanzo d'esordio” (otterrà una seconda nomination con The Talented Mr Ripley). Le luci dei riflettori si intensificarono quando "sua maestà" Alfred Hitchcock, per appena 7.500 dollari, se ne aggiudicò i diritti per la trasposizione cinematografica. Pochi mesi dopo la pubblicazione del romanzo, vide così la luce il celebre Delitto per Delitto (1951) che, anni dopo, sarebbe stato omaggiato da Dario Argento col film tv Ti Piace Hitchcock? (2005)

Fin da subito apprezzata per la capacità di gestire trame intrise di suspense e per la cura nel delineare le psicologie dei delinquenti, per i quali nutriva una certa attrazione, ebbe la capacità di differenziarsi dai colleghi. La sua attenzione, più che sulla polizia e sulle indagini, si concentrava infatti sulla dimensione introspettiva dei cattivi in un'ottica che ribaltava il politicamente corretto tanto apprezzato dall'estabilishment editoriale americano in favore di una visione alternativa. Tra i suoi successi citiamo The Two Faces of January (“I Due Volti di Gennaio”, 1964) che venne premiato col silver dagger award. Famoso è inoltre il racconto breve The Snail Watcher (“L'Uomo che Guardava le Lumache”, 1964) poi omaggiato, nella sequenza di un omicidio, da Lucio Fulci nell'horror Aenigma (1986).

IL LIBRO

The Animal-Lover's Book of Beastly Murder è un'antologia che si avvicina ai temi trattati da quest'ultimo racconto. L'interesse e l'amore della Highsmith per gli animali sono risaputi, ritorneranno  in altre raccolte quali Tales of Natural and Unnatural Catastrophes (“Catastrofi più o meno Naturali”, 1987) e il trittico Dei Gatti e degli Uomini edito da Bompiani nel 2016.

La Highsmith pubblica il testo nel 1975, nel periodo in cui nei cinema furoreggia Jaws (“Lo Squalo”) di Steven Spielberg dall'omonimo romanzo di Benchley, il film che, pur preceduto da capolavori quali Tarantola (1955) di Jack Arnold e Gli Uccelli (1963) di Alfred Hitchcock, avvierà il sottofilone dei beast movie ovvero quei film dai contenuti horror incentrati su catene di uccisioni perpetrate da animali della più variegata specie. Su tali coordinate si orientano anche i tredici racconti proposti dalla scrittrice americana, senza tuttavia sposare la logica della caccia e dei tentativi umani di ripristinare la normalità. La scrittrice predilige, piuttosto, una concezione un po' antiquata e fiabesca. Le storie della Highsmith, infatti, giustificano le azioni degli animali dando vita a una serie di storie molto simili tra loro, dove sono pressoché costanti gli inneschi e i relativi sviluppi: la violenza perpetrata dagli umani a danno degli animali, l'umanizzazione degli animali che pensano e comprendono come se fossero individui veri e propri, lo sfruttamento degli animali, la ribellione dell'animale, la morte dell'oppressore e la conquista della felicità grazie all'incontro con la persona giusta con cui passare il resto della vita. Ne viene fuori un lotto di racconti che, individualmente, funzionano quasi tutti ma che, nel loro complesso, deludono per la mancata volontà dell'autrice di diversificare i soggetti. In altre parole, e per farmi comprendere, sembra di avere a che fare con soggetti sviluppati dall'intelligenza artificiale secondo il medesimo schema mentale. La Highsmith cambia le ambientazioni (si va dai deserti africani all'Europa, passando dalla città alla campagna e persino a escursioni a bordo di yacht), propone animali sempre diversi – con preferenza per i domestici – e affronta le varie declinazioni che coinvolgono gli stessi in virtù di un approccio realistico non lontano dalla vita di tutti i giorni. Così abbiamo animali rinchiusi nello zoo, altri impiegati in spettacoli circensi o in competizioni agonistiche, passando per allevamenti intensivi e allevamenti improvvisati. Insomma, c'è tutto lo spettro delle possibilità, ma sempre in un'ottica animalista che concede poco all'intreccio e mostra sempre l'animale nel ruolo di vittima che, alla fine, scoppia e si ribe8lla aggredendo "solo" chi li maltratta. Siamo dunque al cospetto di revenge stories per ragazzi, in alcuni casi crudeli e commoventi, dove la Highsmith non lesina in scene crude.

DETTAGLIO CON SPOILER

Tra le storie più riuscite vi è L'Ultimo Spettacolo di Ballerina che vede un elefantino, in passato ben trattato e coccolato dal suo addestratore (caratteristica anche di altri racconti), ribellarsi all'inciviltà degli ospiti dello zoo e soprattutto alla durezza del nuovo custode. Malinconico e poetico il finale (forse il più bello), con il ricongiungimento nell'aldilà (o è solo un'allucinazione?) col vecchio addestratore. Di gran lunga il racconto più commovente come lo è Condannato a Restare con Bubsy, che ne segue la struttura sostituendo all'elefantino un cane da compagnia ereditato dall'amante del padrone, un uomo che non vuole liberarsene per una questione di gelosia nonostante l'animale sia apprezzato e richiesto da chi saprebbe amarlo. Simile, ma con happy end, La Vendetta di Djemal dove abbiamo un cammello malmenato dal suo proprietario che cerca di far di tutto per vincere una corsa sulla lunga distanza in pieno deserto. Comune alle tre storie è lo sguardo nostalgico sul passato da parte di animali ormai vecchi e privati dei loro padroni più cari, ma in grado di ricordare e di comprendere quanto succede intorno a loro. Li vediamo subire soprusi, colpi e atti di violenza salvo poi ribellarsi al loro padrone fino a ucciderlo. Se la fuga dell'elefante dallo zoo viene accolta a colpi di fucile, il cammello e il cane ottengono quello che volevano, ma solo dopo un corpo a corpo in cui a perdere la vita sarà il loro aguzzino.

Perde la dimensione agrodolce, mantenendo la medesima intelaiatura In Piena Stagione dei Tartufi. Un maiale da tartufi, nel corso di una competizione, si scoccia di esser preso a calci e, soprattutto, di vedersi ogni volta sottratta la deliziosa merce quando sta per addentarla. Identico è Eddie e i Furti da Scimmia che strizza l'occhiolino a Poe (I Delitti della Rue Morgue), proponendo una buona prima parte in cui una scimmia viene impiegata per violare un'abitazione e aprire dall'interno la porta consendendo ai ladri di penetrarvi senza effazioni.  Una buona prima parte vanificata dalla seconda col solito conflitto tra l'animale e chi lo maltratta e sfrutta.

 

 

Seguono altre vie racconti come La Resa dei Conti, una vera e propria condanna delle pratiche irrispettose tipiche degli allevamenti intensivi di galline oppure Dalla Parte dei Criceti – probabilmente uno dei preferiti della Highsmith (faceva altrettanto con le lumache) – che vede un ragazzino allevare criceti tenendoli liberi nel giardino della propria abitazione di campagna, suscitando le ire del padre che sprofonda nelle infinite tane che crivellano il terreno dove vorrebbe scavare una piscina. Buono è altresì Il Cavallo Macchina, una storia crudele che beneficia del migliore intreccio thrilling (niente di elaborato). Un ragazzo intende attentare alla sicurezza della nonna al fine di accaparrarsi l'eredità inducendola a vendere la casa di campagna. Farà però male i conti, perdendo lui la vita e provocando la zoppia alla compagna a seguito della volontaria caduta del calesse da lui condotto in un fossato. Crudelissima la scena che porta alla morte di una gattina di quattro mesi con finale nel segno del motto "chi di spada ferisce di spada perisce". Buon intreccio anche per il più gore del lotto ovvero Il Topo più Coraggioso di Venezia che propone le avventure di un topolino torturato e mutilato dai ragazzini del posto, una sorta di torture porn ante litteram che culmina con la tremenda vendetta del topo consumata mesi dopo dall'antefatto. Penetrato all'interno dell'abitazione dei ragazzini, il ratto ucciderà a morsi un infante.

Struttura thrilling anche per La più Grossa Preda di Ming che vede un gatto sottrarsi ai continui tentativi di uccisione del compagno della proprietaria. Alla fine la spunterà il gatto, complice lo stato di ubriachezza dell'aggressore.

Tra i meno ispirati il ripetitivo La Corsa della Capra, Riflessioni di uno Scarafaggio e Harry il Furetto che prende la via del grandguignol (abbiamo un furetto vampiro) ponendosi a metà strada tra il racconto del gatto, quello del topo e quello dei criceti.


CONCLUSIONE

Una bella idea di fondo, peraltro uscita l'anno giusto sulla scia dei successi de Lo Squalo di Spielberg, non sfruttata dalla Highsmith. Anziché costruire soggetti accattivanti e strutturati su canovacci diversi, la scrittrice prende la via dell'umanizzazione degli animali proponendo troppe storie simili tra loro soffermandosi più sulla caratterizzazione psicologica dell'animale che sulla storia. Cambiano le ambientazioni, cambiano gli animali, ma il succo è sempre quello dando vita a un prodotto depotenziato rispetto alle possibilità insite nel progetto. Ci sono comunque dei racconti da segnalare ovvero L'Ultimo Spettacolo di Ballerina, Il Cavallo Macchina, Condannato a Restare con Bubsy, Dalla Parte dei Criceti, La Resa dei Conti e Il Topo più Coraggioso di Venezia che, a mio avviso, sono i migliori del lotto. Piacerà agli animalisti. Penso sia stata concepita per un pubblico di ragazzi in un'ottica di fiabe moderne che evidenziano la crudeltà del mondo verse le creature più indifese. Lontano dalle tradizionali storie della Highsmith. Ha avuto, a partire dal 1984, quattro edizioni in lingua italiana, l'ultima delle quali nel 1995.

 
Patricia Highsmith.