Autore: Miguel de Bellota.
Anno: 2025.
Genere: Action pulp fantasy.
Editore: Plutonia Publications.
Pagine: 114.
Prezzo: 10.00 euro.
Debutto
nel mondo dell'editoria, da quanto viene riportato dal curatore
Alessandro Girola (Plutonia Publications), del messicano Miguel de
Bellota, nome di copertura di un militare classe 1987 delle Forze Speciali
dell'Aeronautica Messicana. La novella, best
seller della casa editrice nel 2025,
segna l'inizio di un percorso coraggioso e intraprendente della
Plutonia Publications che ha scelto di ampliare il proprio catalogo
importando in Italia scrittori d'oltreoceano. Acclamato come una
novella sfolgorante, peraltro inedita
sul
mercato estero,
Ultima
Armada beneficia
- al momento della stesura di questa recensione – su amazon di
trentanove
valutazioni
con l'82% dei voti tra le quattro e le cinque stelle e il 91%
dei voti dalle cinque alle tre stelle.
Dunque una novella, di 109
pagine,
tutta giostrata su action,
ironia, grandguignol, linguaggio sboccato e impostazione
da prodotto Grindhouse
alla
Robert Rodriguez.
Tutto bene, dunque? Manco per idea. Nonostante io sia un estimatore
sia di Girola che della Plutonia Publications (in estate recupererò dieci novelle dal loro catalogo), Ultima
Armada è
la
storia scritta nel modo peggiore tra tutte quelle che ho letto del
catalogo.
Lo stile
narrativo è frammentario.
I periodi non sono armonici tra loro, tendono a descrivere azioni su
azioni senza cucirle o renderle gustose per tecnica di scrittura. Non so se
sia un problema di traduzione (di tale Lucia Nunez) o se invece il
tutto sia addebitabile a una criticabile scelta dell'autore. De Bellota (o
il suo traduttore) non si sforza di diversificare i periodi né di
trovare sinonimi. Scrive sempre allo stesso modo dall'inizio alla fine. Abbonda con le metafore, ma soprattutto
irrita
(e pure parecchio) con una serie di costruzioni di frasi che sembrano
evocare la scrittura dell'intelligenza artificiale.
Ho contato circa venti
periodi ternari
(alcuni doppiati nella medesima pagina) formati da due negazioni e la
successiva affermazione, tipo: “Loro
non combattono per la salvezza. Non combattono per la speranza.
Combattono perché non conoscono altro” o ancora "Non è un terremoto. Non è un crollo. E' come se la pietra vivesse" oppure "Non un grido. Non un'esplosione. Solo un colpo".
Un vezzo assai fastidioso, inutile (cosa cazzo - giusto per usare un termine qua inflazionato - vuol dire "non è lui. non è lei. E' l'altro"? basta dire "Era l'altro!") e lungamente marcato per tutto il corso
della novella. Che dire poi di frasi tipo: "Un buio di overdose di infinità reale" oppure "Il cielo sopra il villaggio era nero di ali. Non nuvole, non cicloni di sventura. Ali" o ancora "come ghigna la notte prima di ingoiare l'ultimo raggio di luce" o infine "la canna del cecchino regala un'altra pallottola all'abominio ancestrale. Un cazzo di ossimoro, che ha dannatamente senso"?
Il soggetto, indubbiamente accattivante, è strutturato con un piano temporale lineare alternato, di capitolo in capitolo e in modalità 1 su 1, ai flashback sull'ingaggio dei dieci personaggi stile Dirty Dozen (o Suicide Squad come detto da qualche influencer) tutti caratterizzati in modo carnevalesco. La cosa divertente del progetto è il piglio parzialmente tarantiniano (non certo nei dialoghi), con linguaggio sporco e spaccone, momenti squisitamente trash che vedono i “nostri” antieroi combattere - molto in modalità videogame a scorrimento - nel ventre di un kaiju/divinità atzeca che, a sua volta, contiene altri kaiju ("il suo corpo è un pantheon di divinità maledette"). L'idea, all'apparenza originale, risente del recente successo di un romanzo come Whalefall (2023) di Daniel Kraus, tuttavia risulta efficace. Se il soggetto ha il potenziale per divertire, vuoi per i riferimenti alla mitologia messicana (tra tutti spicca un Xipe Totec memorabile all'epilogo, in cui si passa alla cosmogonia dell'universo quasi in odore lovecraftiano) vuoi per i continui combattimenti nel corso dei quali muore sempre un componente del gruppo, non piace il “trattamento”. I personaggi sono diversificati per look e caratteristiche (chi ha crocifissi che sparano, chi usa i machete, che indossa una maschera da wrestler, chi è un dinamitardo, chi ha l'inseparabile fucile battezzato con un nome stile Charleene in Full Metal Jacket), ma parlano (in modo infantile da frequentatori di bettole) e si comportano tutti nello stesso modo. Sono dei cazzari alle prese con un drago gigante ("Il Re Consorte") che deve accoppiarsi con la “Reina della Fine” ovvero una sorta di ape regina (Drago gigante) pronta a farsi ingravidare nel suo alveare dall'eletto poi destinato a morire a termine accoppiamento. Una storia folle che aveva tutto il potenziale per divertire e attaccare alla pagina il lettore. Il coinvolgimento nel progetto di Alessandro Girola avrebbe dovuto rafforzare il tutto, garantendo la perfetta alchimia dell'operazione che invece, sul piano della scrittura, non può certo dirsi riuscita. L'editing è curato ma, ripeto, è la costruzione delle frasi che non piace. La scrittura è meccanica, c'è poca cura nello studio delle frasi. L'autore semplifica all'eccesso, non si sforza nel costruire periodi elaborati né di attingere da un vocabolario più ampio. Soggetto, personaggi, struttura di storia e ritmo ci sono, latita il talento narrativo nella gestione degli strumenti del mestiere (secondo me, ovvio). Affidato completamente a Girola, sarebbe venuta fuori una gran bella novella. Così, sa di occasione sprecata, anche se il responso delle vendite suggerisce il contrario. Non a caso è uscito, sempre per Plutonia Publications, un sequel: Ultima Missione per l'Oblio. A ogni modo date fiducia al catalogo Plutonia Publications, perché vi divertirete.


Nessun commento:
Posta un commento