domenica 28 giugno 2026

Recensione Narrativa: TAGLI OBLIQUI di Paolo Soli.

Autore: Paolo Soli.
Anno: 2026.
Genere: Antologia Horror.
Editore: Planet Book.
Pagine: 236.
Prezzo: 14.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini

Debutto editoriale del modenese Paolo Soli, tra le rivelazioni del 2025 nei concorsi narrativi incentrati sul tema horror. Piazzato al Terni Horror, al Premio Esecranda, al Garfagnana in Giallo, all'Abruzzo Horror, vincitore nelle selezioni griffate Racconti dal Profondo, è approdato alla narrativa molto tardivamente (alle porte dei sessant'anni) – a suo dire – senza avere mai pensato di tramutare la propria passione per il cinema e la letteratura del terrore in una personale produzione. Spronato da Carlotta Federica Leone, finalista all'Urania Short nel 2025, Soli ha scritto nel 2025 qualcosa come quaranta racconti brevi (numero pazzesco), decidendo poi di realizzare un'antologia personale. Il risultato è quanto mai sorprendente, per la capacità di intrattenere grazie a un piglio da main stream che è garanzia di apprezzamento generalizzato. Soli parte da soggetti derivativi e questo gli consente di non deludere le attese di chi decide di acquistare un'antologia di genere per cercare rimodulazioni personali senza azzardi o deliri onirici. Tagli Obliqui non mostra i tradizionali limiti dei narratori degli esordi. Le storie sono narrate con uno stile asciutto, essenziale, privo di lirismi, appesantimenti e sperimentalismi tecnici. La lettura, pur condita da un granduguignol marcato e pressoché sempre presente (senza diventare volgare né tendere al compiacimento), è leggera e immediata, rendendo tutte le storie di pronta e facile comprensione. Al di là dello stile, colpisce la media qualitativa dei racconti. Soli garantisce uno standard estremamente costante e di gran lunga superiore alla media delle antologie dei colleghi. Sono veramente rari i racconti poco convincenti. L'autore prende sovente le mosse da personaggi storici realmente esistiti (Jack lo Squartatore, Artemisia Gentileschi, Caravaggio, Mozart, i Romanov, Mussolini, Mengele, le olimpiadi di Berlino 1936) o da topoi del genere (il vampiro, il licantropo, i cavalieri dell'apocalisse, il wendigo, il museo delle cere, il Golem, i Grandi Antichi, le bambole killer) per introdurre varianti di fantasia innestate su storie reali (è il caso de Il Colore del Sangue e di Jack) oppure adottare soluzioni finalizzate a ribaltare i topoi per contrapporre dei villain ad altri villain in una sorta di royal rumble dove alcuni cattivi sono meno cattivi di altri (evidente in questo caso La Casa delle Bambole). Spiccatissima l'attitudine per le storie di cronaca nera (si veda Il Lupo Uomo o Carne Morta) qua presenti in discreta quantità, a farne un potenziale specialista di true crime e di thriller. Tra le proposte non mancano un paio di parodie (una delle quali assai esilarante su Mussolini versione vampiro: Mussolini non Vuole Morire), un paio di fiabe riscritte e uno sci-fi di routine (Al3x). Si evidenzia infine una certa passione per le storie di ambientazione storica, specie con atmosfere vittoriane che rimandano a certi racconti di Louis Robert Stevenson come The Strange Case of Doctor Jekyll & Mr Hyde o The Body Snatcher (si veda l'ottimo Il Sacco).

ANALISI NEL DETTAGLIO

Vediamo ora di individuare tra i ventuno racconti proposti (sorvolo le tre proposte fulminee) le storie più qualitative.

Almeno metà dell'antologia gode di una qualità superiore alla media di settore, non è infatti un caso se Soli, di giuria in giuria, sia sempre riuscito a convincere e a conquistare piazzamenti e vittorie.

La mia storia preferita è Emet, una vera e propria perla tarantiniana, che porta in scena la non troppo sfruttata figura del golem, veicolata da una storia che inizia durante le Olimpiadi di Berlino del 1936 (echi di Jesse Owen e del film Race). Dopo l'antefatto, il tutto si sviluppa in un campo di concentramento nazista con un ex pugile chiamato a uccidere, di volta in volta, prigionieri ebrei da massacrare sul ring con la prospettiva, in caso di vittoria, della libertà. Finale super splatteroso con evidente omaggio, sebbene virato al pulp, ai film dell'espressionismo tedesco sulla figura del golem.


Quasi una biografia Il Colore del Sangue con cui Soli propone la storia dell'abuso sessuale subito nel seicento da Artemisia Gentileschi, con cammei di Caravaggio e intervento (fantasioso) del fratello dello stesso pittore per mettere in atto la vendetta della donna. Belli i passaggi sulla pittura e sul celebre capolavoro Giuditta e Oloferne. Più dramma che horror.


Piacciono molto per le atmosfere vittoriane un terzetto di racconti tutti di eccelsa fattura. Jack rimodula il caso irrisolto legato alla figura di Jack lo Squartatore, proponendo la scia di sangue di Whitechapel in una versione nuova rimodulata da un inedito movente. Il Re dei Burattini, in cui viene citato Merrick (il celebre elephant man raccontato anche da Lynch), è una potente variante sul tema del museo delle maschere di cera. Qui Soli offre un bel saggio delle proprie qualità, riuscendo a inquietare e a chiudere il racconto con un epilogo calibrato tra i più disturbanti dell'intera antologia. È ambientato in Austria, ma molto simile per atmosfere a Il Ladro di Cadaveri di Stevenson, Il Sacco, un'altra perla necrofila dell'antologia, dove lo spettro di Mozart trova una via alquanto grandguignolesca (e un po' frankesteiniana) per vendicare la propria amata.


Sono intrise da un tocco kinghiano Il Computer dei Luoghi Comuni e La Casa delle Bambole. Il primo è un evidente omaggio a Word Processor Dei (contenuto in Scheletri) con un computer diabolico che influisce sulla realtà trasformando banali modi di dire in beffardi omicidi che si verificano il giorno successivo dalla rivelazione del computer. La Casa delle Bambole mischia Richard Matheson e King (si pensi a racconti come Campo di Battaglia) alla cinematografia horror costituita da film quali Amityville Horror e soprattutto dalla saga Chucky – La Bambola Assassina. Entrambe le storie reggono il confronto con i ben più celebri riferimenti.


Altro elaborato di primaria fascia è Il Lupo Uomo, ambientato in Sardegna, che riscrive il mito del licantropo senza mettere in campo l'effettivo uomo lupo, ma un serial killer affetto da una malattia che lo induce a uccidere più per rabbia che per effettivo impulso sadico e un commissario trasmigrato nel corpo di un lupo che pone fine alla catena di omicidi. Sicuramente tra i migliori del lotto e fulgido esempio dell'attitudine di Soli per le crime novel dai toni macabri. Appartengono al medesimo sottogenere Carne Morta e Margherita con Guanciale che estremizzano possibili casi di cronaca nera, tra caporalato e pizzo. Nel primo caso, un bengalese finisce prigioniero di un macellaio impazzito che ne sfrutta la presenza per costringerlo a lavorare a zero euro. Nell'altro caso un pizzaiolo trova la maniera per eliminare gli estorsori e, al contempo, realizzare ghiotte pizze impreziosite dall'utilizzo di ingredienti segreti. Una grandguignolesca gangster story che, seppur prevedibile, risulta gestita in modo magistrale col sotto tema della culinaria cannibalesca (vaghi echi al sadismo di Albert Fish).


Efficace, sebbene meno qualitativo, Il Wendigo, che ricorda una certa narrativa alla Ambrose Bierce, per effetto di un protagonista ex sudista che non accetta la sconfitta dei confederati e promette omicidi nella sua nuova forma mostruosa.


A tratti molto interessante Il Maresciallo Venuto da Fuori, un giallo che si trasforma in un horror giustizialista, con la figura dell'Angelo Sterminatore che ripristina la giustizia sotto le mentite spoglie di un carabiniere. Soli si diverte a commistionare i generi, usando gli elementi del giallo deduttivo per spostare infine il racconto sul versante fantastico. Simpatici riferimenti scenografici con ambientazione a Torino in un hotel che sorge davanti alla piazza dove troneggia la statua di Lucifero. Interessante altresì il vago retrogusto di critica verso i giovani cantanti che fanno successo improvviso proponendo dubbi valori.


Cercano e trovano la parodia Mussolini non Vuole Morire, riscrittura in chiave vampiresca dell'epilogo del duce e della sua amante (il finale ricorda molto il film Sono Tornato), e Una Famiglia Perfetta, dove rivivono sotto mentite spoglie i Grandi Antichi di Lovecraft presi di mira da un gruppo di satanisti destinati a una brutta fine.


In parte parodistico anche Apocalisse, un breve racconto sull'attesa dell'avvento dei quattro cavalieri dell'apocalisse in una Terra ormai in balia della paura e dell'attesa della fine. Soli si allinea alla tradizione di San Giovanni, per poi prendersene gioco, mettere in ridicolo i cavalieri e dubitare altresì delle modalità attraverso le quali vengono individuati i 144.000 giusti. Forte retrogusto satirico, interconnesso a eventi della storia contemporanea.


Torna l'interesse per i personaggi storici con Profumo Anastasija, dove la vicenda dello sterminio dei Romanov diviene motivo di una violenta ghost story contemporanea incentrata sulla vendetta e su un profumo preludio di morte per tutti gli eredi di coloro che trucidarono la famiglia dello zar.


La Gattara è una rivisitazione, in chiave femminile e con qualche lieve differenza (furto in abitazione), della vicenda romana di er canaro.


Varianti fiabesche sono offerte da La Cassetta di Mele (in modalità giallo e forse peggiore racconto del lotto) e dal ben più incisivo Cappuccetto Bianco, una storia fatta di doppi giochi e rimodulazione in chiave negativa dei vari personaggi della fiaba di Grimm che forse, si immagina all'epilogo, si sono ispirati proprio a questa storia per scrivere il loro Cappuccetto Rosso.


Al3ex è una breve parentesi sci-fi, ben gestita ma non certo originale che parla del rapporto tra gli umani e gli androidi e di come l'amore possa superare il concetto di specie.


Il Papa Blasfemo è una riflessione sul male nel mondo e sulla reazione di Dio (anche questo è un racconto debole).


CONCLUSIONI

Tagli Obliqui è un ottimo biglietto da visita, un'antologia a tema macabro (non tutto è horror) che evidenzia – qualora ce ne fosse bisogno – la qualità dell'underground italiano legato alla specultative fiction. Soli intrattiene, omaggia, propone temi e personaggi classici, eppure non palesa alcun limite dell'autore proveniente dal circuito dei concorsi narrativi. Lettura piacevole, prezzo economico e cospicuo ventaglio di proposte. L'intrattenimento è garantito, la noia scongiurata.

mercoledì 10 giugno 2026

Recensioni Cinema: MASTERS OF THE UNIVERSE (2026) di Travis Knight.

 

Produzione: Todd Black, Jason Blumenthal, Steve Tisch e Robbie Brenner (2026).
Soggetto: Mattel.
Sceneggiatura: Chris Butler, Aaron e Adam Nee, Dave Callaham.
Regia: Travis Knight.  
Montaggio: Paul Rubell. 
Fotografia: Fabian Wagner. 
Colonna Sonora: Daniel Pemberton.
Interpreti Principali: Nicholas Galitzine, Jared Leto, Camilla Mendes, Idris Elba, Alison Brie, Sam C. Wilson, Dolph Lundgren...
Durata: 141 min.
 

Commento Matteo Mancini.

Potevo mancare alla proiezione del film incentrato sui giocattoli che mi hanno accompagnato per tutta l'infanzia (scuola compresa con astucci, zaini e gomme) e qualcosa oltre? Ovviamente no, tappa d'obbligo. Presente in sala, insieme ad altri sei stoici spettatori, a dare il cambio ai sette spettatori in uscita dalla sala (quanto erano magici gli anni ottanta).

Prodotto commerciale, inutile girarci intorno, ma nostalgico e rispettosissimo dei tempi che furono. A fungere da traino dell'operazione, nel tentativo di rinverdire gloriosi fasti (operazione commovente per coefficente di difficoltà, poiché le generazioni di oggi non sono più quelle di una volta), è stato il ben più autoriale Barbie (veicolato nel 2023 al successo dall'eccellente intuizione di Margot Robbie e dalla regia di Greta Gerwig, ma anche dal produttore Robbie Brenner che si ritrova qui a capo di Master of the Universe). Un clamore tanto forte da spingere la Mattel a superare la lunga serie di fallimenti produttivi in cui era incorso Masters of the Universe, a partire dal primo deficitario approccio al cinema, nel lontano 1987, con il non poi così pessimo I Dominatori dell'Universo (finito bistrattato dal botteghino).

Ci muoviamo in un universo - fantasy-scifi - nato sulle orme di Conan il Barbaro nei primi anni ottanta e di Star Wars, inizialmente orientato solo sul versante ludico con una catena di action figure muscolose e carnevalesche messe sul mercato dei giocattoli e successivamente reclamizzate dalla produzione di una serie di cartoons (tra cui la parallela She-Ra e Le Principesse Guerriere) finalizzate proprio alla vendita dei prodotti. Una decisione imprenditoriale di una forza tale da  determinare un vero e proprio caso mondiale, al punto da arrivare a influenzare il mondo del Wrestling degli anni ottanta e primi novanta con combattenti sempre più muscolosi e in costumi sgargianti. Un'onda in grado di calamitare il mercato dei giocattoli per circa un decennio per poi estinguere la propria spinta al volgere a termine del secolo. A distanza di quarant'anni dal precedente capitolo cinematografico, la Mattel decide di rispolverare il marchio ormai naufragato nel dimenticatoio, avviando l'ennesima campagna di restyling sul versante giocattoli e intraprendendo una via assai coraggiosa. Il merchandising legato ai Masters è figlio dei lontani anni '80, quando il mito dell'uomo muscolare e grezzo attecchiva sulle generazioni, si pensi ai vari modelli rappresentati da Sylvester Stallone, Arnold Schwarzenegger, Carl Wheaters, Hulk Hogan, Mr T, Jean Claude Vandamme e lo stesso Dolph Lundgren (che fu poi scelto nel 1987 per interpretare He-Man, grazie alla prova offerta nei panni di Ivan Drago in Rocky IV). Ciò rende estremamente rischiosa l'operazione, peraltro per effetto di uno script che, a differenza di serie cinematografiche quali Transformers o G.I. Joe, non si discosta dal cartone animato rendendo spassosa la visione per chi ha vissuto quei tempi (in tal senso sono magistrali i contributi dopo i titoli di coda, pieni zeppi di citazioni). D'altro canto, investire 200 milioni di dollari in un'operazione nostalgia ben incastonata in un dato periodo storico, non può che essere un azzardo (al momento non premiato). Non credo che le nuove generazioni apprezzeranno un film del genere, come invece potrebbero fare gli attuali quarantenni o cinquantenni se non fosse che, salvo nerd o nostalgici, molti di questi adolescenti del tempo che fu si saranno allontanati dalle coordinate che prediligevano quando erano bambini. La maturazione (o supposta tale) uccide sovente il bambino che fu, in favore di qualcosa di più amorfo e spento.

Ecco che non posso che concedere un grande plauso alla Mattel in primis, per aver voluto tributare un periodo storico confermando quell'intelligente ironia che già caratterizzava Barbie, così da non prendersi troppo sul serio (ma al tempo stesso non “sbracare”). In seconda battuta è dovuto un plauso in favore degli sceneggiatori (tentativo di nobilitare un fumettone con contenuti antibellici, in un'epoca dove la guerra e la mancanza di dialogo la fanno da padroni), del regista Travis Knight (per l'alto senso dello spettacolo) e dell'intero cast artistico. 

Il mitico logo della serie Mattel.

Masters of the Universe è un film leggero, con una trama che originale certo non è, in grado però di sfruttare la nostalgia (gustoso cammeo anche di Dolph Lundgren), rispecchiando le caratterizzazioni dei personaggi originali. Adam è un damerino che occhieggia a Clark Kent (come lui viene spedito da ragazzino sulla terra insieme all'arma che gli conferisce il potere e come lui è un dipendente imbranato che rischia costantemente il licenziamento); Skeletor (interpretato da Jared Leto, già Joker in Suicide Squad) ride in modo sguaiato e sembra lui stesso non prendersi troppo sul serio; Man at Arms (qua colored personificato da Idris Elba, anche lui reduce dalla squadra di pazzi di Margot Robbie in Suicide Squad – Missione Suicida) è un simpatico ubriacone; e poi i vari Trap Jaw (favoloso), Moss Man (che diventa un praticello), Fisto, Beast Man, Tri-Klops (in verità diverso dall'originale), Evil-Lynn (interpretata in modo notevole da Alison Brie, forse la migliore dell'intero cast), Ram Man, Cringer (manca Panthor) e altri.

Una sword & sorcery carnevalesca ad alto rischio pagliacciata che, tuttavia, evita di scadere nella demenzialità mantendo lo spirito del cartone, l'etica e il "sano" divertimento (non c'è traccia di sangue).

Che dire poi delle scenografie ricreate in computer grafica? Il castello di Greyskull, la trasformazione da Adam in He-Man ricalcata alla perfezione sul cartoons e poi la colonna sonora rockeggiante con la main theme del cartoons che d'un tratto subentra, tra i rallenty di montaggio calibrato a spettacolarizzare le sequenze, conferiscono il dovuto valore aggiunto ai combattimenti (anche con astronavi e duelli aerei). In una parola: spettacolo. Il miglior film tratto da un cartone animato. Certo, non ha la profondità di Barbie, sebbene tenti di imprimere un contenuto moralistico attraverso un'insistita serie di dialoghi finalizzati a stemperare il clima bellico in favore della via della comunicazione e dell'empatia, con tanto di commento finale (come avveniva nel cartoon).

La fotografia (di Fabian Wagner, già ammirato in Justice League e Venom) è coloratissima, il ritmo serrato e la noia assente. A mio modo di vedere, si mangia parecchi dei film tratti dai fumetti Marvel. Plauso inoltre per l'epica soundtrack originale Eternia firmata da Daniel Pemberton (nomination agli oscar con Il Processo ai Chicago 7) e Brian May (non occorrono presentazioni).

Nicholas Galitzine è perfetto nel ruolo di protagonista e sorprende nel suo continuo atteggiarsi alla Clark Kent. È un perdente, effeminato (un po' alla Diego De la Vega, ovvero l'altra faccia della medaglia di Zorro), ma si scopre d'improvviso, un po' come il SuperFantozzi munito di Excalibur,  il campione di Greyskull. Divertente, al riguardo, il siparietto con Skeletor che, strappata la spada all'avversario, e dopo aver recitato la formula magica, si rivolge un po' spiazzato alla sua maga: “ma perché non funziona?

Se siete stati fan dei giocattoli e della serie cartoons, andate a vederlo al cinema: non ne resterete delusi.

Per chi volesse approfondire l'universo He-Man consiglio il volume La Storia dei Masters – Il Gioco più forte dell'Universo di Emiliano Santalucia e Alessandro Apreda (il link per l'acquisto: https://www.amazon.it/storia-dei-Masters-gioco-forte/dp/8833552047).

Personalmente ho omaggiato il merchandising battezzando la mia gatta, nata nel 2020, col nome Cringer e nel 2024 ho scritto un racconto alternativo intitolato MASTERS & SLAVES, senza poter ricorrere ai nomi dei personaggi (in quanto tutelati dal copyright), nel rispetto dell'anima del cartoons e dei giocattoli. Lo potete trovare pubblicato sulla rivista Astonishing Fantasy Tales, numero 4, per Kraken Edizioni (marchio di Fabio Larcher), insieme – tra gli altri - a un contributo di Andrea Gualchierotti che in quell'anno pubblicò l'eccelso I Campioni dell'Inferno (qua la mia recensione: http://giurista81.blogspot.com/2024/09/recensione-narrativa-i-campioni.html dalla cui copertina potete vedere l'ossessione per la Sword and Sorcery). Concludo chiamando Cringer, accingendomi a pronunciare la fatidica frase: Per la forza di Greyskull... a me il potere...! (qui il mago del lago mi deve aver bidonato: ma l'ho pronunciata bene?).

 

L'esistenza è una serie di assurdità che conducono al nulla infinito.”.