lunedì 16 febbraio 2026

Recensione Narrativa: IL VOLTO DELLA PAURA di Dean R. Koontz.

Autore: Dean R. Koontz. 
Titolo originale: The Face of Fear.
Anno: 1977. 
Genere: Thriller. 
Editore: Bompiani (1994). 
Pagine: 250. 
Prezzo: Fuori catalogo.
 
Commento a cura di Matteo Mancini.  

Opera minore di Dean R. Koontz, uscita negli Stati Uniti nel 1977 sotto gli pseudonimi Brian Coffey o K.R.Dwyer, quando lo scrittore era conosciuto soprattutto in veste di autore di fantascienza ed era in cerca di conferme nel thrilling. The Face of Fear, infatti, è un vero e proprio thriller (con un paio di colpi di scena), quasi privo di elementi sovrannaturali, piuttosto breve e caratterizzato da un taglio cinematografico che punta tutto sull'azione e sull'adrenalina. La lettura scorre veloce e incolla alla pagina senza suscitare noia. Gli stessi eventi si sviluppano dalle 00.01 di un venerdì invernale alle 04.00 del sabato (dunque ventotto ore). A differenza delle opere più famose dell'autore, solito concedersi parentesi e sottotracce sovente superflue rispetto alla trama, il narrato è strettamente funzionale a un romanzo di puro ed esclusivo intrattenimento. Koontz parte dallo stesso spunto che innesca la catena di omicidi di Profondo Rosso (1975) di Dario Argento, ovvero la presenza di un medium che, durante uno spettacolo pubblico (nella fattispecie televisivo), avverte l'omicidio compiuto da un pazzo già autore di una catena di assassinii a danno di giovani donne di New York. Da qui prende avvio la caccia del killer ai danni dell'uomo che potrebbe, nelle sue visioni precognitive, riconoscerlo. Ciò è quello che percepise il lettore (ma vi è sotto un altro motivo). Il romanzo spicca in modo particolare per l'inusuale ambientazione. La storia è in buona parte inscenata all'interno di un grattacielo di quaranta piani che, data l'ora tarda e la presenza esterna di una bufera di neve, rimane del tutto isolato e senza luce. I vari piani, infatti, sono occupati da uffici commerciali e pertanto all'interno della struttura si troveranno ad agire il killer e i due protagonisti: il medium e la fidanzata. Un canovaccio che qualche decennio dopo sarà al centro di pellicole quali Panic Room (2002) o Trespass (2011), film caratterizzati da protagonisti chiusi all'interno di un edificio braccati da killer che li vogliono eliminare. Interessante inoltre l'idea del medium impiegato dalla polizia per risolvere i casi, grazie a un potere che ha sviluppato a seguito di un trauma cranico, un po' come avverrà con il Johnny Smith di The Dead Zone (“La Zona Morta”, 1979) di Stephen King di due anni dopo (romanzo di ben altra caratura). Anche la trovata del protagonista che svela in diretta tv il nome della successiva vittima del killer connesso alla serie su cui indaga la polizia rimanda ad altre opere successive, penso, in parte, a Io Uccido (2002) di Giorgio Faletti.

Koontz, come suo solito, gioca sui dettagli truci, messi in atto da un killer squartatore (chiamato, non a caso, “Il Macellaio”), e su flashback scabrosi di matrice sessuale in cui vediamo il villain intrattenere rapporti amorosi a tre che coinvolgono anche il proprio partner in crime (di sesso maschile) in una sorta di omosessualità di matrice intellettuale. Viene in gioco l'idea del doppio che, spesso e volentieri, tornerà in altre opere dell'autore. Koontz lavora abbastanza bene sulle caratterizzazioni. Delinea con cura il protagonista che dovrà farsi forza per superare le paure legate a un trauma fisico patito durante la scalata dell'Everest.

Molteplici i riferimenti alla criminologia, con menzioni a serial killer davvero esistiti: dalla “Famiglia Manson”, passando per “Lo Strangolatore di Boston” fino alla coppia Leopold e Loeb. È proprio quest'ultimo caso, degli anni venti del secolo scorso, a fungere da ispirazione del romanzo. Il movente alla base degli omicidi tuttavia è piuttosto delirante e artefatto. Koontz prova a rendere unico il romanzo, ma lo trasforma in qualcosa di inverosimile. Tira in ballo le filosofie del super-uomismo di Nietzsche e la poesia di William Blake per proporre un disegno “missionario” che intenderebbe utilizzare gli omicidi quale via rivoluzionaria per sovvertire il sistema in favore di una classe di individui superiori destinati a prendere il comando del mondo (strano che non si citi La Repubblica di Platone). L'idea di dare avvio, con due soli soggetti, a un terrore tale da sconvolgere l'ordinamento socio-politico di una città come New York è del tutto assurdo, specie se si vogliono fare passare i due villain come soggetti brillanti e intelligenti e non invece quali due individui malati di mente. È vero infatti che gli omicidi chiamano altri omicidi (per effetto dei copycat), ma è altrettanto vero che è impensabile poter pensare di generare un caos tale da sovvertire il sistema politico, pretendendo di gettare le premesse per poter poi essere eletti sindaci. Sorvolando su tali aspetti, il romanzo scorre benissimo nella sua prima metà, mentre tende a diventare roppo descrittivo nella seconda parte, tutta giocata sul tentativo di fuga esterno dal grattacielo. Koontz pare volere omaggiare quella che è una sua passione: l'alpinismo. Muniti di corda, chiodi e martelletto, i nostri ciondolano nel vuoto all'esterno di un grattacielo di quaranta piani, tra proiettili che sibilano e coltelli che tagliano le corde. La tensione, pertanto, non è certo latente e costituisce il punto di forza del progetto.

Alla fine The Face of Fear va preso per quello che è: un romanzo di intrattenimento che, se trasposto su pellicola, sarebbe un B-Movie in odore di slasher.

In Italia arrivò quindici anni dopo l'uscita americana, preceduto da opere più famose che l'autore aveva scritto successivamente e che lo consacrarono quale scrittore di best seller quali Phantoms!, Watchers (“Mostri”), Strangers, Whispers (“Sussurri”), The House of Thunder (“La Casa del Tuono”), Lightning (“Lampi”), Hideaway (“Cuore Nero”), The Voice of the Night (“La Voce della Notte”), The Bad Place (“Il Posto del Buio”) e altri, giusto per sfruttare il successo di un autore ormai da in cima alla classifica delle vendite. Ecco che The Face of Fear è un romanzo per completisti o per chi sia in cerca di una storia di tensione piuttosto veloce. Il miglior Koontz è altrove.

Di solito quando studio o tocco un oggetto direttamente collegato con l'omicidio, posso captare l'emozione, la mania, la passione che era dietro il crimine. È come saltare dentro un fiume fatto di pensieri violenti, sensazioni, immagini...


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