sabato 18 gennaio 2025

Recensione Narrativa: TEMPO DI DELITTI a cura di Mike Ashley.

Autore: AA.VV..
Curatore: Mike Ashley.
Titolo Originale: The Mammoth Book of Historical Whodunnits.
Anno: 1993.
Genere:  Giallo Storico (Antologia).
Editore: Newton & Compton (1996).
Pagine: 490.
Prezzo: Fuori catalogo.

Commento a cura di Matteo Mancini. 
Acquistato in un bazar dell'usato nel 2017 al prezzo di 3,00 euro, Tempo di Delitti è rimasto per lunghe stagioni a prendere la polvere nella mia libreria per essere infine letto a inizio 2025. È una delle tante antologie curate e allestite dall'antologista britannico Mike Ashley, firma autorevole nel campo del giallo, dell'horror, del fantasy e della fantascienza con la sua serie di trentasei libri The Mammoth Book of, di cui fa parte anche questo The Mammoth Book of Historical Whodunnits (1993). Operativo dalla seconda metà degli anni '70, Ashley ha curato oltre cento antologie molte delle quali proposte in Italia da Newton & Compton, Fanucci, Editrice Il Picchio e, più recentemente, dalla Vallardi (La Serie Gotica della British Library).

Sono giunto al termine di questa avventura non senza fatiche. I racconti, ventitré (di cui uno di circa 90 pagine), hanno schemi di costruzione ripetitivi. Tante le analogie tra essi, con colpi di scena e/o sviluppi analoghi, che rendono ridonante la lettura per un lotto, in realtà, estremamente omogeneo di livello e di qualità.

Definirei la struttura delle storie “didattica” per chi intenda avventurarsi nella scrittura dei gialli. La costruzione ricorrente è estremamente schematica. Abbiamo un indagatore, spesso accompagnato da un assistente, che si imbatte casualmente in un caso di omicidio e si attiva, anticipando l'intervento delle forze dell'ordine, per risolvere il caso.

Spesso ci si trova al cospetto di delitti di svariata tipologia (di solito furti) che si intrecciano al caso principale di omicidio, tra tentativi di depistaggio e/o inquinamento delle prove così da mandare fuori pista gli indagatori. Talvolta questi ultimi vengono ingaggiati dai malfattori stessi al fine di manipolarli a proprio favore così da avvalersi della loro autorevolezza per conseguirne un vantaggio (ovviamente i propositi malandrini non andranno a buon fine).

Vi sono opere apocrife che si ricollegano a indagatori di creazione letteraria come Sherlock Holmes (racconto scritto addirittura da uno dei figli di Arthur Conan Doyle) o Auguste Dupin. In altri casi vengono invece utilizzati quali protagonisti personaggi storici (Socrate, Cicerone, Leonardo da Vinci e William Shakespeare) o scrittori antesignani del genere (Edgar Allan Poe, Arthur Conan Doyle e Jack London) che mettono al servizio del caso le loro doti intellettive.

La scarsa lunghezza delle singole storie penalizza gli sviluppi che giocano su un unico indizio sparato in mezzo al testo e poi evidenziato all'epilogo, così da consentire la quadratura del tutto con risvolti, quasi sempre, didascalici. Il punto di forza del progetto sta nelle ambientazioni e nella collocazione storica delle varie avventure. Si va dall'antico Egitto all'Inghilterra vittoriana, passando per il medioevo e la Roma antica.

Tra le firme più autorevoli si segnalano, in una lunga sequela di pseudonimi, John Dickson Carr, Edward D. Hoch (presente con due racconti), la tre volte vincitrice del Premio Agatha Barbara Mertz (accreditata Elizabeth Peters, nome noto anche nella collana Gialli Mondadori), Peter Tremayne, John Maddox Roberts (apparso nella collana Urania), l'orientalista olandese Robert van Gulik e altri.

 
ANALISI NEL DETTAGLIO

Livello generale molto omogeneo con pochi voli pindarici. Tra i più riusciti, soprattutto per la cura del contesto, brilla Mightier than the Sword (“Più Potente della Spada”) di John Maddox Roberts. Scrittore specializzato nel heroic fantasy alla R.E. Howard e anche nella fantascienza (un paio di pubblicazioni nella serie Urania), che qua viene selezionato per la sua passione per la Roma antica e per i romanzi che hanno per protagonista Decio Cecilio Metello (personaggio nato attorno al 93-91 a.C.), tra cui SPQR. In questo breve racconto di quindici pagine emerge tutta la passione dell'autore per Roma. Il movente e il mistero legato all'identità dell'assassino, per la verità, sono modesti, con una prevedibile soluzione finale che non fornisce effetti a sorpresa, tuttavia piace la cura con cui l'autore tratteggia la vita sociale della Roma del 50 a.c., coinvolgendo nei fatti il procuratore Marco Tullio Cicerone e un'indagine stile CSI ante litteram. Protagonista è un aedile (una sorta di guardia edilizia) che nel corso del suo lavoro finalizzato a verificare la salubrità degli scantinati rinviene nella cantina di una villa il cadavere di un senatore. L'uomo è stato ucciso da un'arma impropria molto sottile. Tra intrighi politici (orditi da sostenitori di Crasso, Pompeo e Giulio Cesare), frenesie per le scommesse (i romani sono qua caratterizzati alla maniera degli inglesi, subito pronti a scommettere su tutto, un po' come nel recente film Il Gladiatore 2) e ambizioni sociali, il giallo si risolve in modo lineare, ma la cosa non guasta grazie al valore aggiunto costituito dalla cura dell'insieme.

Un altro buon racconto è The Case of the Deptford Horror (“Il Caso dell'Orrore di Deptford”), uno Sherlock Holmes apocrifo scritto nientemeno che da Adrian Conan Doyle, figlio minore del ben più celebre Arthur. L'investigatore di Baker Street, accompagnato dal fido Watson, viene ingaggiato per convincere una giovane ragazza a non abbandonare la casa di residenza a seguito della morte dei due precedenti occupanti. Si tratta di una chiamata finalizzata a creare un alibi a favore dello zio della ragazza, vero autore del decesso dei parenti della giovane. Ragni cubani, richiami di uccelli canterini e un epilogo in salsa horror svelano l'arcano delle morti delle precedenti vittime. Carino e diverso dalla media dei racconti dell'antologia.

Piace per il clima cupo e le atmosfere umide e marcescenti He Came With the Rain (“Veniva con la Pioggia”) di Robert van Gulik, dove un giudice ribalta la ricostruzione della polizia e scagiona l'accusato trovando il reale colpevole. Bella gestione della storia, per un racconto che beneficia delle originarie scenografie cinesi, tra paludi e superstizioni locali legate alla presenza degli spiriti delle paludi.

Sul livello dei tre racconti proposti si rivela infine Murder in the Rue Royale di Michael Harrison, scrittore tra i più celebri prosecutori del ciclo di Sherlock Holmes. Qua, tuttavia, per protagonista abbiamo Auguste Dupin, personaggio nato dalla penna di Edgar Allan Poe, chiamato a risolvere un intrigo che rientra nell'ambito degli omicidi delle camere chiuse. Bella la spiegazione dell'articolato meccanismo che induce i testimoni a ricostruire la dinamica di un omicidio ben diversa dalla reale.

Dietro a questi quattro racconti si segnala un'altra mezza dozzina di validi racconti, sovente però non memorabili.

Curioso l'argentiano Father Hugh and the Deadly Scythe (“Padre Hugh e la Falce Mortale”), a firma di Mary Monica Pulver, dove si procede a identificare l'assassino di un contadino, da individuare tra tre sospetti, grazie all'atteggiamento delle mosche che si orientano in massa sull'arma del killer, una falce dove il sangue si è infiltrato nell'impugnatura e per questo attrae gli insetti.

Buoni momenti sono rintracciabili nel sanguinolento Captain Nash and the Wroth Inheritance (“Il Capitano Nash e l'Eredità Wroth”), attraverso il quale Raymond Butler si propone di portare in scena il primo detective della storia. Ambientazione inglese, tra quartieri degradati, sedicenti fattucchieri, bordelli e intrighi legati alla nobiltà inglese. Un po' troppo lungo e non sempre capace di mantenere la tensione, sebbene con fiammate interessanti. Con le sue novanta pagine è l'elaborato più lungo.

Affascinante per contesto ambientale e dialoghi è Socrates Solves a Murder (“Socrate Risolve un Omicidio”) di Brèni James, in cui assistiamo a un'indagine condotta nientemeno che da Socrate, qua impegnato a risolvere l'enigma di un bizzarro incidente dietro al quale si cela un'elaborata vendetta a danno di un assassino.

Ruotano sul sabotaggio delle armi The Confession of Brother Athelstan (“La Confessione di Fratello Athelstan”) di Paul Harding e The Golden Nugget Poker Game (“Partita di Poker al Golden Nugget”) di Edward Hoch, dove si assiste a due omicidi agevolati dalla mano di qualcuno dietro le quinte che manovra il tutto per ragioni personali. Nel primo caso ci viene proposto il "classico" del torneo arturiano in cui i cavalieri si sfidano con armature, lance, scudi in sella a cavalli lanciati al galoppo l'uno contro l'altro al fine di contendersi la mano della figlia del signorotto locale. Qualcuno pensa bene di sostituire le lance da esibizione con lance vere provocando la morte di un cavaliere e l'accusa di omicidio in capo all'altro. Fratello Athelstan aiuterà il coroner del re a fare emergere la realtà, scagionando il cavaliere incriminato e gli scudieri dei due sfidanti finiti anch'essi (ingiustamente) accusati per un giro di scommesse e di invidie. Il racconto di Hoch, invece, sposta la narrazione nel nord del Canada, in un paese in cui la legge fatica ad arrivare e in cui i pistoleri e i giocatori di poker professionisti si muovono al seguito dei cercatori d'oro. Qui va in scena una truffa che vede il capo locale delle giubbe rosse collaborare con un baro per estorcere denaro ai malcapitati cacciatori d'oro. Gli uomini vengono indotti a sparare e a credere di aver ucciso l'agente provocatore, finendo così sbattuti in carcere con l'accusa di omicidio. Non sanno però che i proiettili delle loro pistole, debitamente controllate dal capo delle guardie, sono stati depotenziati e che l'uomo che li ha provocati calza una lastra di piombo sotto la camicia. Clima western.

Mancano di cura sul versante storico The Christmas Masque (“Il Ballo di Natale”) di S.S. Rafferty e Murder Lock'd In (“Omicidio con la Porta Chiusa”) di Lillian de la Torre che ben potrebbero traslarsi nella contemporaneità. Rafferty propone una festa da ballo dove finisce per essere assassinata la figlia della padrona di casa. L'intreccio è più curato rispetto alla media dei racconti, grazie a un intrigo di personaggi ognuno dei quali intenzionato a porre fine a una situazione di disagio. Su tale struttura si innesca un omicidio, estraneo alle argomentazioni di partenza (che vertono su un tentativo di estorsione messo in atto contro la padrona di casa). Buona l'indagine dei due indagatori, che verificano lo stato dei luoghi così da escludere l'eventualità che il killer sia qualcuno venuto dall'esterno della villa. Ragiona invece in modo opposto Lillian de la Torre che propone un “finto” enigma della camera chiusa, proponendo un epilogo che non brilla per inventiva e si rifà ad altri trucchi utilizzati dai precedenti racconti (su tutti la storia di Elizabeth Peters). Anche qua vi è un intrigo elaborato con la compresenza di due distinte azioni delittuose messe in atto da soggetti diversi.


Questo il meglio dell'antologia, per il resto non eccezionale nonostante si portino in scena anche personaggi realmente esistiti di grosso prestigio. Il “Maestro” dei gialli delle camere chiuse John Dickson Carr con The Gentleman from Paris (“Il Gentiluomo di Parigi”) scomoda, seppur in incognito e di mero supporto alle indagini, Edgar Allan Poe per venire a capo della scomparsa di un testamento, mentre Joe Gores col suo A Sad and Bloody Hour (“Una Triste Ora di Sangue”) utilizza William Shakespeare per far emergere la verità circa una rissa avvenuta all'interno di una bettola. Entrambi i racconti forniscono il colpo di scena sulle generalità del loro protagonista solo nell'ultima riga del testo. Nel modesto Five Rings in Reno (“Cinque Anelli a Reno”) di Edward Hoch abbiamo persino Arthur Conan Doyle (negli inusuali panni di arbitro di un match di pugilato) e Jack London.

Non sempre gli indagatori lavorano per assicurare alla giustizia gli autori dei delitti. In The Price of Light (“Il Prezzo della Luce”) di Ellis Peters, il monaco Cadfael scopre l'autore del furto di un candelabro donato alla chiesa da un nobile senza scrupoli intenzionato a ripulirsi dai peccati, ma preferisce non denunciarlo. Racconto tra i più elaborati del lotto, colpisce soprattutto per la scelta del protagonista di riconoscere un valore all'azione della presunta autrice del furto. Bello il finale in cui la Chiesa riesce a ottenere un gruzzolo di denaro da destinare ai poveri piuttosto che custodire un candelabro fatto dono per l'intercessione della Madonna.

Arriva la copertura dell'autore del delitto, seppur giustificata da ragioni tutt'altro che etiche, anche in Leonardo da Vinci, Detective (“Leonardo da Vinci, Investigatore”) di Theodore Mathieson, in cui vediamo il celebre Maestro di Vinci ricostruire le modalità d'esecuzione della condotta messa in atto da un misterioso assassino così da svelarne l'identità. La realtà, fin troppo scomoda, porterà Leonardo da Vinci ad ammettere di non esser riuscito a risolvere l'enigma, così da coprire un mistero la cui risoluzione implicherebbe il coinvolgimento del Re di Francia.

The Locket Tomb Mistery (“Il Mistero della Tomba Sigillata”) di Elizabeth Peters è un'indagine a ritroso attraverso la quale il protagonista svela il modus operandi di un tombarolo dell'antico Egitto.

Piuttosto ingenuo per inneschi e semplificazioni è il “fiabesco” Il Ladro Contro il Re Rhampsinitus (di Erodoto), dove va in scena una sfida di intelligenza tra un faraone e il ladro che ha osato sottrargli ricchezze da una cassaforte.

In The High King's Sword (“La Spada dell'Alto Re”) di Peter Tremayne, altra firma di un certo spessore specie per gli appassionati della narrativa del terrore (è presente in diverse raccolte monotematiche a cura di Stephen Jones), l'indagatore viene assunto dall'autore del delitto (nella fattispecie il furto di una spada) al fine di fornirgli indirettamente un alibi così da screditare la vittima (il nuovo Re d'Irlanda) e trarne un vantaggio diretto in un'ottica di scalata al trono. Piuttosto intrigato ed elaborato, ma quadrato all'epilogo.

Sceglie la via del sarcasmo A Byzantine Mystery (“Un Mistero Bizantino”) dove l'indagatore, chiamato a recuperare una reliquia, agisce di furbizia ingannando il committente spacciando un oggetto ricostruito per l'originale ricercato.

The Doomdorf Mysetery (“Il Mistero di Mystery”), di Davisson Post, propone un finto caso di delitto delle camere chiuse, risolto con una soluzione fantastica. Un gruppo di indagatori d'occasione, infatti, risolve l'enigma di un omicidio dopo che due interrogati hanno asserito di essere gli assassini indiretti, seppure con modalità impossibili: una donna è convinta di aver determinato la morte tramite il voodoo; l'altro soggetto è certo che il decesso sia frutto dell'intercessione divina. Non andranno molto lontani dalla reale soluzione. Pressoché identico The Witch's Tale (“Il Racconto della Strega”) di Maragaret Frazer, dove la morte di un uomo molesto viene ricondotta a un'anatema lanciato dalla moglie.

Tanti racconti dunque, ventitré storie, per una lettura non esaltante nel suo complesso, ma onesta. Forse più apprezzabile se letto intervallando i singoli racconti con altre letture. Piacciono le ambientazioni storiche, ma pochi sono i colpi di scena.

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