Autore: AA.VV.
Curatore: Hans-Ake Lilja
Anno: 2017.
Genere: Antologia Horror.
Editore: Independent Legions (2018).
Pagine: 200.
Prezzo: 25.00 euro.
Commento a cura di Matteo Mancini.
PRESENTAZIONE
Antologia
commemorativa curata dallo svedese Hans-Ake Lilja in occasione del
ventennale dalla creazione del sito internet Lilja's
Library – The World of Stephen King
dallo stesso diretto.
Il
volume esce nel 2017 per giungere l'anno successivo in Italia, grazie
alla Independent Legions Publishing che acquista i diritti di
distribuzione per una tiratura limitata a 800 copie. A prescindere
dai contenuti, il progetto conquista fin da subito l'aura del volume
da collezione. Lilja riesce infatti a ottenere da Stephen King e da
Clive Barker la possibilità di proporre due loro racconti (inediti
in italiano) non inseriti nelle antologie che ne hanno
cadenzato la carriera. Ecco così uscire un'antologia imperdibile per
i completisti dei due autori. Lilja non si “limita” a questo, ma
coinvolge nel progetto altri numi tutelari del genere horror.
Aderiscono infatti alla proposta, tra gli altri, Richard Chizmar,
coautore di alcuni romanzi firmati a quattro mani con Stephen King
(trilogia di Gwendy iniziata da La
Scatola dei Bottoni di Gwendy)
nonché curatore della serie antologica Shivers (trovate uno di questi volumi in italiano sul catalogo Cut-Up),
il decano Ramsey Campbell, il principale autore di romanzi del
terrore svedese John Lindqvist, Jack Ketchum, colui che ha
rivitalizzato il filone zombie Brian Keene (autore tra gli altri di The Rising e I Vermi Conquistatori) e persino Edgar Allan Poe.
A questo gruppo titolatissimo si aggiunge un poker di scrittori meno
noti, tra i quali Brian James Freeman che, oltre ad aver pubblicato
con la sua casa editrice (Lonely Road Books) alcuni volumi in serie
limitata di Stephen King, ha aiutato il curatore nell'acquisizione
dei diritti dei racconti scelti. Tredici autori per dodici
racconti (uno dei quali scritto a quattro mani). Ne esce fuori una
miscela che dovrebbe esser esplosiva con attese altissime per il
pubblico di appassionati. Appunto, dovrebbe...
RECENSIONE PARTICOLARE (OCCHIO SPOILER), A SEGUIRE LA GENERALE
Shining
in the Dark è
un'antologia non unita da un forte collante, oscillando tra horror
soprannaturale, omicidi e dramma del comune vivere. Lilja la costruisce secondo vie
variegate. Chiede testi già scritti ma spariti nel nulla, è il caso
di King e di Barker, spinge altri a rielaborare idee maturate in passato
(Campbell), propone inediti che per motivi vari non sono mai usciti
altrove (Chizmar), aggiunge un classico di Edgar Allan Poe - in quanto
il relativo racconto è stato rimodulato
dall'elaborato di King - e chiede ad altri di scrivere qualcosa di
apposito per l'antologia (Lindqvist, Ketchum e Freeman). Ne viene fuori un
lotto disomogeneo per generi, stili e tipologia di orrore, ma con curiosi rimandi limitati a singoli gruppi di storie. Così abbiamo il tema
dell'omicidio commesso (per moventi diversi e con esiti diversi) da
un uomo che si insinua nella privata dimora della vittima (Poe, King, Freeman,
Ketchum e, in parte, Chizmar), quello del luna-park che offre
spettacoli insidiosi per i clienti siano essi anziani o bambini (Campbell e Quingley), i drammi
umani vissuti per separazioni dovute a un evento mortale mai superato dal protagonista
(Keene e Chizmar) o per un male di vivere determinato dalla sofferenza (Freeman e in parte O'Nan), quello degli urban fantasy incentrati su quartieri malfamati dei centri urbani interessati da
situazioni ben al di la' dei confini della realtà (Barker e Vincent).
Completano il lotto un omaggio ai giochi di ruolo lovecraftiani
(Lindqvist) e un racconto di critica sociale piuttosto originale nei
contenuti (O'Nan).
Tutto
parte, nella costruzione del volume, dal racconto The
Blue Air Compressor (“Il
Compressore ad Aria Blu”) di Stephen King, una storia metaletteraria di cattivo gusto pubblicata nel 1971 su una rivista universitaria del Maine e
successivamente riproposta, sembra dopo alcune revisioni, nel 1981
sulla rivista Heavy
Metal.
Il fatto che non si tratti di un racconto antologizzato nelle
raccolte ufficiali del “Re” la dice lunga sulla qualità del
testo, di certo non tra i migliori dell'autore (Rocky Wood, nel
volume Le
Opere Segrete del Re,
lo definisce una storia “pretenziosa,
dichiaratamente derivativa e per nulla rappresentativa dello stile di
King”).
Il soggetto ruota attorno a un brutale omicidio, messo in atto da uno
scrittore ai danni della padrona di casa. Infastidito dall'ilarità
con la quale la donna ne schernisce le abilità ribaltando il proposito iniziale di dileggio dello scrittore (che gioca sull'obesita' della donna), l'uomo la stordisce
con un bastone per poi ucciderla collocandole in bocca un tubo di un
compressore, cosi' da dimostrarle, contrariametne da quanto lei affermato, di averla fatta grassa come nessun altro potrebbe fare. La parte finale, con l'attività di occultamento del
cadavere e l'intervento della polizia, guarda con toni beffardi sia
al racconto The
Tell-Tale Heart
(“Il Cuore Rivelatore”) di Edgar Allan Poe sia alla psicanalisi
di Sigmund Freud, entrambi chiaramente citati e messi in ridicolo. L'epilogo sulla carta
a vantaggio del killer viene tuttavia riprestinato da un infausto destino che
culmina col suicidio del protagonista (dovuto, in parte, all'incapacità dello stesso di diventare uno scrittore di successo) a dimostrazione che lo stesso abbia effettivamente perso la testa. Da segnalare i
curiosi interventi nella storia di Stephen King che interrompe la
narrazione rivolgendosi direttamente e a proprio nome al lettore (una soluzione che decenni dopo sarà ripresa dal film austriaco Funny Games),
presentando commenti e osservazioni sul soggetto e sulle fonti di
ispirazione (fumetto della E.C.). Un testo sperimentale e
metaletterario che sembra uscito a fini didattici nel corso di un laboratorio di scrittura. Pur se debole nell'intreccio, è una primizia
per i cultori dello scrittore che solo qua possono recuperare il
racconto.
Lilja
parte da questo testo per costruire un'antologia che poi,
improvvisamente, si distaccherà dalla genetica iniziale incentrata su un orrore prettamente terreno. Il curatore
decide infatti di riproporre il pluri-antolocizzato The
Tell-Tale Heart
(“Il Cuore Rivelatore”, 1843). Si tratta di una decisione che
sembra voler ricordare il racconto a chi non lo dovesse aver mai letto. Il
testo di Poe (tradotto da Elisabetta Colombo) è nettamente il
migliore dell'antologia, riuscendo ad annichilire gli altri, a dimostrazione di una freschezza e di una modernità non intaccata dal decorrere dei secoli. Un
distillato di tensione e angoscia, che sonda la follia criminale
facendo emergere un senso di colpa che la mente non riesce a gestire, forse perché consumata da un substrato etico che ne corrode i nervi e determina percezioni allucinate. Un capolavoro assoluto incluso nel
progetto col ruolo di bonus
track.
La storia vede un assassino, in veste di narratore, raccontare
l'omicidio che lo ha portato all'arresto, al fine di dimostrare la
propria sanità mentale e di dimostrare, in contemporanea, l'interferenza di un qualcosa di diabolico che
caratterizzava la vittima, a lungo spiata mentre dormiva nella propria
camera. Un mistero ultraterreno che ha indotto l'uomo a confessare i
misfatti, martellato da un battere di cuore che non aveva possibilità di
manifestarsi viste le modalità di smaltimento del cadavere. Su tali
coordinate, oltre King, si muovono Brian James Freeman, Jack Ketchum
(e P.D. Cacek) e, in parte, Brian Keene e soprattutto Richard
Chizmar.
Il
racconto di Freeman, L'Amore
di una Madre (che il
curatore si dimentica di inserire nella pagina dedicata ai titoli
originali), è un giallo con colpo di scena finale, costruito in
verità in modo un po' truffaldino dall'autore (o dal traduttore)
attraverso l'utilizzo di una serie di pronomi che fuorviano il
lettore. Testo semplice (nato dalla domanda: "a cosa porta l'amore di un figlio per una madre?"), gestito con maestria al fine di indurre il
lettore a pensare che il killer stia agendo per un certo fine,
scoprendo poi all'epilogo di aver interpretato male i fatti indicati in premessa. Al centro vi è la
necessità di un figlio di alleviare i dolori di una madre consumata
dal cancro e bisognosa di cure e del sostegno di una clinica
specializzata che, tuttavia, non dispone di posti letto per ospitarla. Niente di eccezionale,
ma magistrale esercizio di stile. Nella sua semplicità, è tra i
racconti più riusciti del lotto.
Chizmar
e Keene, per diverse vie, rappresentano l'impossibilità dei relativi
protagonisti di continuare a vivere a causa del senso di colpa che li
consuma. Se ne il testo di Poe il senso di colpa va a braccetto con
una crisi di nervi e un'alterazione psico-fisica del killer, in
questi due racconti è qualcosa di molto più profondo a generare tormento. Keene,
solitamente commerciale, affonda nella sfera emotiva, con un racconto
struggente (peraltro inserito anche nell'antologia I
Figli del Buio della
Independent Legions). Il suo An
End to All Things
(“La Fine di Ogni Cosa”, 2016) parla di un padre di famiglia che,
ogni mattina, si affaccia sul lago che si distende davanti alla sua
abitazione, in attesa di un evento catastrofico che ponga fine
all'umanità. La morte del figlio e il suicidio della moglie,
infatti, gli hanno tolto ogni prospettiva esistenziale, soprattutto perché l'uomo incolpa sé stesso di quanto avvenuto (una distrazione fatale). Una storia lontana dalla
letteratura dell'orrore, che converge verso contenuti altamente drammatici, dimenticando per una volta le incurisoni nel pulp politicamente scorretto
e iperbolico che caratterizzano la narrativa di Keene. Un testo che colpisce le corde emotive,
ma che certo non ci si attenderebbe di leggere in un'antologia
horror. Atmosfere molto più dark
con Chizmar, dove si mutua la volontà del protagonista
di porre termine alla propria vita per la morte di un proprio caro.
Questa volta dietro al gesto si cela un omicidio
avvenuto quindici anni prima. Cemetery
Dance parla
infatti del suicidio di un uomo che ha perduto la donna di cui era
innamorato a termine, probabilmente, di uno stupro mai scoperto e di cui non sa
darsi pace. Grande costruzione delle atmosfere, decisamente necrofile,
con un'ambientazione cimiteriale e un innegabile piglio macabro che
fanno guadagnare punti a un soggetto altrimenti banale. Piace molto
lo stile, con più di una strizzatina d'occhio a Poe, non solo scenografica (penso a Berenice) ma anche sul versante della caratterizzazione psicologica di un protagonista mentalmente malato. Per
dichiarazione dell'autore, si tratta di una delle sue prime storie
tanto da essere stato il secondo racconto che sia riuscito a vendere
(sebbene poi la storia non sia mai stata pubblicata, poiché tutte le
riviste che la compravano finivano col fallire prima).
Alcuni
elementi ritornano nel racconto di Jack Ketchum e Patricia D. Cacek The
Net
(“La Rete”), che riprende l'idea della follia, nella fattispecie
rappresentata dall'incapacità di gestire gli scatti d'ira di un protagonista che, non a caso, possiede un
gatto che si chiama Cujo
(come
il cane idrofobo del famoso romanzo di King). Altri due elementi
ritornanti sono (come nel racconto di King) la presenza di un aspirante scrittore che fa
leggere una sua storia a colei che
diventerà la sua vittima (ottenendo in questo caso elogi) e l'interrogatorio finale condotto dalla
polizia che riuscirà a ottenere una confessione. Ketchum (e la
collega) struttura la storia come un collage, fatto dalle email
scambiate tra killer e vittima, dalle pagine di diario e dai verbali
di interrogatorio, che consente agli inquirenti di ricostruire
quanto avvenuto. Il tema è quello degli incontri amorosi in chat,
dove le persone che si trincerano dietro ai nickname
non sempre sono sincere. Un racconto molto scorrevole, che paga un
epilogo un po' stanco e rivisto che si sviluppa e si chiude senza grandi colpi di scena (finale telefonato). Data la
firma di Ketchum è un testo, pur se non banale (perché avvenimenti
del genere succedono davvero nella vita di tutti i giorni),
impersonale e dunque deludente.
Questi
sei racconti oltre a costituire la metà dell'antologia ne
rappresentano l'anima, essendo le storie aventi una matrice comune. Potremmo aggiungervi altri due racconti che, in modo diverso, trattano comunuqe un orrore di natura terrestre. Più assimilabile è The
Novel of the Olocaust
(“Il Racconto dell'Olocausto”) di Stewart O'Nan, una metafora
sulla perdita di profondità della società quotidiana, incapace di
valutare i contenuti facendo degli stessi, a prescindere dalla
materia trattata, un'occasione di show e di spettacolo (la forma). Così
un sopravvissuto alla shoah è chiamato a presentare il suo romanzo
memorialistico all'interno di uno studio televisivo, tra balletti e
ilarità, distorcendo la realtà storica per incontrare i favori del pubblico,
così da rendere piacevole la più grande tragedia del novecento (e nel frattempo farci soldi).
Interessante il messaggio di fondo, ma avulso dal genere. Drawn
to the Flame (“Attratto
dal Fuoco”) di Kevin Quigley è molto più di genere e commerciale ma, al tempo stesso, assai più banale e inflazionato. Dei ragazzini di dieci anni, contravvenendo agli ordini dei genitori, si recano presso uno speciale luna-park di cui hanno visto la pubblicità alla tv. Avvicinati da una sorta di pagliaccio, si ritroveranno rinchiusi all'interno di una casa abbandonata piena di insidie e popolata da falene. Azione allo stato puro, per quello che è il racconto più lungo dei dodici (cinquanta pagine scarse). Quingley trasmette su carta un suo incubo personale ovvero quello delle falene che provocano la morte penetrando negli orifizi. L'azione, l'immanenza del buio, il mistero dietro le porte da dischiudere, tra trappole, scale che crollano, e un villain, alquanto codardo, che scruta tutto dalle telecamere proferendo frasi in rima per influenzare le condotte dei ragazzini, sono gli ingredienti del testo. Soggetto ultra collaudato, che evoca certe storie di Patricia Highsmith. Intrattiene ma non scuote, peraltro infarcito di bug che non vengono risolti (come si spiega l'esistenza di una casa degli orrori infarcita di scheletri, peraltro pubblicizzata in tv, senza che nessuno la denunci alla polizia?).
Otto racconti, dunque, che rappresentano la parte meno interessante dell'antologia. Eccettuato l'elaborato di Poe e, in misura assai più ridotta, quello di
Freeman, sono storie che faticano a farsi ricordare. King delude
offrendo quello che, probabilmente, è il peggior racconto
dell'antologia, pur se intriso di una comicità macabra che arriva dal mondo dei comics. Ketchum crea aspettative che non spiazzano, pur proponendo un
personaggio che alterna momenti di grande partecipazione emotiva e
di tristezza (per la morte del proprio gatto) a scatti d'ira che non si
fermano neppure al cospetto di una ragazzina che, nella sua ingenuità, sogna l'amore della vita. Keene si orienta sul
dramma umano ricordando certi racconti inseriti ne Il
Bazar dei Brutti Sogni (2016)
di King, storie (penso a Tuono
Estivo)
da cui è stato palesemente influenzato accantonando però il
sense of wonder,
i colpi di scena e il senso del fantastico che le contraddistingueva. Chizmar compie un ottimo
esercizio di stile, proponendo un suicidio all'interno di un cimitero
senza però costruire una trama solida. O'Nan prova la via alternativa e lo fa con un idea di fondo molto interessante non però sfruttata in modo accattivante. Quigley va sul sicuro, sacrificando l'originalità a beneficio dei dejà vù cinematografici.
L'antologia
si salva per la sua parte minoritaria quella in cui entra il gioco la
componente fantastica. Si tratta di quattro racconti molto diversi
dal resto del lotto. Di questi, tre sono da considerarsi, a mio modesto modo di vedere, ai
primi tre posti (tralasciando Poe) di un'ideale classifica
dell'antologia.
Tra
tutti spicca per costruzione, quadratura e chiaro omaggio kinghiano
The
Keeper's Companion (“Il
Custode”) dello svedese John Lindqvist, scrittore noto anche in
Italia per una serie di romanzi quali Lasciami
Entrare (2006)
e L'Estate
dei Morti Viventi
(2008). Non a caso, Lilja gli riserva l'onere di chiudere l'antologia
che ha una costruzione qualitativa curiosamente in crescendo. Lindqvist confeziona
un racconto medio-lungo che guarda a Lovecraft, al primo Robert Bloch
e ai rituali di invocazione demoniaca. Il contesto è quello
adolescenziale, tra bullismo, primi innamoramenti e superamento della
pubertà. Un'impostazione che ricorda molto Christine,
The Body e
It
con
tanto di “perdente” che diviene dominante. Il finale a sorpresa
attribuisce ulteriori punti in favore. Certo, non è un capolavoro,
ma un discreto racconto che si sviluppa con i giusti tempi e delinea
un malsano processo di formazione dall'infausto epilogo. Manca
l'orrore angosciante che caratterizzava le storie di Lovecraft, ma
l'omaggio al mondo dei giochi di ruolo (Il
Richiamo di Cthulu)
e ai vampiri stellari è più che gradito e piacerà ai puristi.
Non
delude neppure Ramsey Campbell che offre una storia che ben
rappresenta la sua capacità di destreggiarsi in contesti degradati e ammantati da atmosfere soprannaturali. The
Companion (“Il
Compagno”) è una malinconica storia sulla solitudine e sulla
giovinezza sfumata per il naturale decorrere del tempo. Un uomo, in
prossimità della pensione, si diletta a passare le vacanze visitando
luna-park. Questa sua passione lo condurrà in uno strano luna-park
frequentato da individui che gli ricordano la madre e il padre.
L'uomo si muove all'interno dell'area come se si trovasse
effettivamente in un contesto reale, sebbene alcuni aspetti
suggeriscano al lettore la possibilità che si tratti di un incubo anticipatorio della morte. Il protagonista
scambia infatti parole solo con un volto che gli parla da una cornice
e compie giri sulle giostre. È un chiaro rimando alla perduta
infanzia, un danzare che, attraverso la scoperta di un secondo
luna-park, quello vecchio e abbandonato, porterà il protagonista a
compiere un viaggio su un treno fantasma che lo proietterà, senza
elettricità e senza comandi, in una casa degli orrori. Eccezionali
l'atmosfera nonché i tratti cupi e ectoplasmatici che raggiungono l'apice
all'epilogo. Si contende con Lindqvist il ruolo di miglior racconto.
Inferiore,
a mio modesto modo di vedere, ma comunque impressionante Pidgin
and Theresa del
“folle” ed extreme
Clive
Barker. È forse l'unico dei dodici racconti a varcare i confini del
proibito e del politicamente corretto. Dominano momenti surreali degni del miglior repertorio
dell'autore a cui fa da contrappunto una scarsa chiarezza
espositiva. La storia è confusa (ci sono bug), con degli inneschi e degli sviluppi
che restano oscuri. Un benefattore viene condotto alla santità da un
angelo poi costretto a rivedere la propria decisione e a ricacciare
il suo protetto dal paradiso (posto tutt'altro che idilliaco), a seguito di certe dichiarazioni dello
stesso. Nel frattempo gli animali domestici del protagonista, una
tartaruga e un pappagallo, per effetto dell'apparizione angelica si
sono trasformati in uomini che mantengono il loro gusto animale e
vanno in giro per le vie vestiti in modo grottesco. Una
controindicazione che l'angelo non può tollerare e a cui è chiamato
a ovviare. Tra uomini che si riducono (stile film di Brian Yuzna) in
montagne di escrementi e onde di fuoco che fluttuano su una Londra
assai poco abituata ai miracoli, si arriva a un epilogo all'insegna
del disgusto all'interno di una Chiesa. Spicca il sotto-testo
blasfemo, ultra ironico e dissacrante, con una certa derisione delle
intercessioni divine. Non certo un racconto top,
eppure con un suo perché e una componente artistica (e blasfema) che
non si dimentica e lo porta sul nostro ideale podio.
Piace
meno Aeliana
di
Bev Vincent, una storia ben preparata e con un epilogo che ha un suo
perché, ma che tuttavia non colpisce come dovrebbe per il suo riproporre la canonica domanda su chi siano i veri mostri. Vincent presenta
una sorta di orrore licantropico dove il “mostro” non è il
licantropo necrofago (peraltro rappresentato da una bimba mutaforma),
ma il serial killer umano che scarica cadaveri nei quartieri
malfamati della città. Molto buona la gestione delle scenografie
degradate, il senso del ritmo e il taglio visionario di un autore di
stampo cinematografico che mostra indubbie qualità di messa in
scena. Sottolineatura marcata per il senso materno della poliziotta
chiamata a condurre le indagini sugli omicidi del killer, con rimandi
a Dracula
(interconnessione
mentale col licantropo e successiva richiesta di esser tramutati in creature
immortali), ma poche altre innovazioni. Lo stesso autore confessa che
il racconto, scartato dal relativo curatore, era stato confezionato
per un'antologia tematica.
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La versione italiana.
Copertina realizzata dall'ottimo Vincent Chong.
RECENSIONE
GENERALE E CONCLUSIONE
Shining
in the Dark
è un'antologia che sarebbe dovuta andare esaurita nel giro di un
anno. Pubblicato in appena 800 copie, è un volume che tutti i
completisti di Stephen King (e Clive Barker) dovrebbero recuperare.
Lilja ha infatti dotato il suo progetto di ben due forze trainanti,
rappresentate dai due autori più venduti sul mercato horror. Ciò
nonostante, in circa cinque anni, sono state vendute appena 550 copie,
tanto che all'inizio del sesto anno dalla pubblicazione è ancora
possibile acquistare copie numerate sul sito della Independent Legions. Una
situazione questa che scoraggia tutti gli scrittori interessati al
genere, parlo di quelli italiani, perché la dice lunga su quale sia
il ristretto mercato di riferimento e quanti siano i lettori veramente interessati alla materia. Al di là delle opinioni sul
contenuto, il volume della Independent Legions propone il gotha del settore. Vedere dunque ancora disponibile Shining in the Dark, personalmente, mi
genera un profondo sconforto.
Premesso
quanto sopra, possiamo definire Shining
in the Dark un'antologia
horror adatta a tutti gli appassionati, non troppo orientata sul
versante truculento. Non risulta forse riuscitissima l'intenzione di
omaggiare Stephen King, tanto che giusto un paio di storie si possono
definire kinghiane (Lindqvist e Keene). Il livello qualitativo dei
racconti non è eccellente quanto lo sono gli stili,
la fruibilità e la scorrevolezza dei racconti. Resta comunque
un'antologia da collezione, che sa intrattenere e regalare buone
atmosfere. Edgar Allan Poe a parte (capolavoro, ma lo conoscevamo),
tre sono i racconti, a mio modo di vedere, veramente buoni. Parlo degli scritti di Lindqvist (per la costruzione), Campbell (per
l'atmosfera) e Barker (per la capacità di rompere gli schemi
tradizionali). Dietro questi vi è l'elaborato di
Freeman, che non colpisce per la storia narrata quanto piuttosto per
come è stata proposta (decisivo il finale, il migliore
dell'antologia). Si aggirano sulla sufficienza molti degli altri,
soprattutto Chizmar e Vincent (per le atmosfere), Quigley (per
l'intrattenimento) e Ketchum (per le aspettative poi disattese).
Lasciano perplessi, non che siano brutte storie, Keene e O'Nan che
interpretano, nell'occasione, l'orrore (che c'è) da un punto di
vista realistico senza alcuna concessione al genere. Delude anche
King, inutile girarci intorno, con una storia dimenticata e
rispolverata su pressione reiterata (probabilmente) del curatore. Un
racconto che incarna lo spirito dei comics
horror
degli anni sessanta, portandosi avanti con furbizia e tentativi
sperimentali che trovano la loro ragion d'essere in virtù di un soggetto molto
debole tutto giocato sulle prospettive di veduta e sulla frase “non
mi hai fatto grassa a sufficienza”.
Vale l'acquisto? Si.